Agatone e la leggenda di Lentini

La leggenda di Lentini

 

I santi Alfio, Filadelfio e Cirino a Lentini.

Questa leggenda di Lentini si chiama “Passio de Sanctis Matyribus Alphio, Philadelphio, Cirino Leontinis in Sicilia”[1]e parla del supplizio di tre martiri fra il 254 e il 259 al tempo delle persecuzioni dell’imperatore Valeriano, scritta dal monaco siculo-greco Basilio nel 964. A parte il fatto che narra di fatti accaduti ben sette secoli prima, presenta numerosi problemi di critica legati alla scarsa attendibilità di ciò che vi è narrato e descritto: pletorica la massa dei personaggi, troppi i misteriosi interventi dall’alto e le guarigione miracolose, frequenti le fantasiose apparizioni di santi amplificate sino all’inverosimile. La leggenda parla di tre fratelli ( Alfio,Filadelfio e Cirino) nativi di un fantomatico paese dei Masconi che al tempo dell’imperatore Licino e del suo consigliere Valeriano, dopo essersi convertiti al Cristianesimo, vengono denunciati, arrestati e torturati. Questi, insieme ad altri compagni, vengono spediti a Roma e consegnati a Valeriano il qual li rimanda in Sicilia a Taormina per essere giudicati dal prefetto Tertillo che solitamente dimorava a Lentini. Qui una nobildonna cristiana Tecla riesce a convincere Alessandro, braccio destro di Tertillo, a rilasciare i giovani. Ma lo stesso Alessandro, a questo punto cade in sospetto al tiranno e deve fuggire. Ed è in questa fuga che Alessandro incontra Agatone , vescovo di Lipari, anch’esso in fuga dalla sua isoletta. A questo proposito Basilio narra : “C’era nell’isola dei Liparitani un Vescovo che si chiamava Agatone, uomo pio, timorato di Dio e abbastanza erudito nelle Sacre Scritture. Ora siccome con violenza grandissima e con enorme ferocia l’empio Diomede perseguitava  colà i cristiani e ne uccideva molti, costui cercò anche del Vescovo Agatone per dargli la morte. Però Iddio il quale conosce ogni cosa prima che avvenga, dispose anche questo fatto straordinario : il beato Agatone, vedendo quel che avveniva in quest’isola e nelle altre isole vicine dove i ministri del demonio uccisero tutti i Cristiani, consultatosi con i principali cittadini, abbandonò il suo paese e con tre serventi s’imbarcò su un vascello e navigò verso la Sicilia…”.

 

Un vescovo in fuga per paura

 

Agatone sbarca ai piedi del monte Téreo e si imbatte in un cristiano che lo sistema in una spelonca sulle pendici del monte. Qui incontra Alessandro che si era dato alla macchia, lo istruisce nella cose della fede e lo battezza imponendogli il nuovo nome di Neofito. Più tardi gli conferisce il presbiterato e lo propone vescovo di Lentini. Intanto i tre giovani erano stati ripresi ed avevano subito il martirio. Gettati in un pozzo erano stati recuperati da Tecla. Il tiranno Tertillo muore trucidato personalmente dai tre  fratelli discesi dal cielo. Così la Chiesa ritrova la sua  libertà e a Lentini la popolazione si converte per opera di Agatone e procede nel suo cammino di fede sotto la guida sapiente del giovane vescovo Neofito.

“Dopo alcuni giorni i primi cittadini di Lipari e altri del Clero, avendo per divina rivelazione saputo che il beato Agatone era in Mesopoli di Lentini, presi da grande nostalgia, vennero alla casa di Tecla, e a lui dicono che la persecuzione contro i Cristiani è cessata e che essi ormai vivono tranquilli”.

 

Perchè la figura di Agatone se non fosse una presenza vera?

  

In alto, un'altra immagine dei tre santi di Lentini ;sopra, una veduta della cittadina.

Al di là della prolissità del racconto e le iperboliche digressioni del narratore, secondo Iacolino, il monaco Basilio avrebbe rispettato la verità di fondo che gli fu trasmessa. E la verità è che esiste un vescovo che è fuggito per paura di fronte ad una persecuzione di cui esistono riscontri storici, come riscontri storici esistono della successiva pacificazione ai tempi dell’imperatore Gallieno il quale ai cristiani restituì beni patrimoniali e libertà di culto. Se uno degli scopi di Basilio era quello di rievocare la genesi della Chiesa  Leontinese perché, con la sua fervida fantasia, non fece risalire quella Chiesa a quella di Siracusa che, rispetto alla periferica Chiesa di Lipari, vantava più nobili memorie e più solide tradizioni? Evidentemente – osserva sempre Iacolino – il ruolo che nella primitiva comunità di Lentini esercitò il vescovo di Lipari – fuggiasco per giunta – doveva avere radici così profondamente storiche da non potere sottacersi o subire alterazioni di sorta. Questa tesi  è suffragata dello storico benedettino Domenico Gaspare Lancia di Brolo, vissuto nel XIX secolo. Egli  ritiene che “ l’autore di questi atti non abbia fatto altro se non stendere, nei medesimi luoghi dove avvennero i fatti narrati, le tradizioni che, poche scritte e molte orali, correvano su questi santi nella stessa Lentini, però, allargandole e infiorandole con discorsi e dettagli che, sebbene esagerati, non dovevano essere privi di fondamento: perciò ritengo questi atti, con tutti i loro difetti, essere tanto più preziosi per la nostra storia quanto ogni altra memoria di quell’epoca è perita”.



[1]  Un ampio estratto di questa leggenda è in G.Iacolino, Le isole Eolie…, op.cit. pagg 72-85.

 

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