Alcuni interrogativi sulla vicenda: quanti erano gli abitanti? quanti i deportati? ci fu tradimento e da parte chi?

Ipotesi sui deportati

Esercito ottomano

Partito il Barbarossa lascia dietro di sé devastazione, morte e le rovine ancora fumanti della città alta.  Una serie di domande “difficili” che ci si pone è cercare di valutare quanti abitanti avesse Lipari prima della “ruina”, quanti furono i deportati, quanto furono quelli sfuggiti alla deportazione ed alla morte e - nascosti e dispersi per le campagne - rimangono per qualche tempo timorosi di riaffacciarsi in città per visitare i ruderi dei monumenti e delle case e piangere sui morti, quanti erano, infine, quelli che tornarono dopo la tragedia o perché erano fuggiti prima dell’arrivo dei turchi trasferendosi a Milazzo o in altre città della costa, o perché tornarono dalla deportazione, qualcuno subito, qualcuno dopo molti anni .

Cominciamo dai deportati per i quali esistono, come abbiamo visto, alcune cifre anche se fra loro un po’ discordanti. Maurando parla di 10 mila fra quelli che erano entro le mura e quelli che furono scovati( 1000) nelle campagne. Di novemila cittadini parla De Simone, di ottomila il Campis. La cronaca cappuccina conferma Maurando e dice che furono catturate da nove a diecimila persone.

Giuseppe Restifo[1] ritiene esagerate le cifre fornite dai testimoni dell’epoca, giacché come è tipico nelle catastrofi i resoconti dei testimoni tendono ad enfatizzare. A suo avviso Lipari poteva contare allora, al massimo,  4660 persone compreso quelle che moriranno nello scontro e quelle che riusciranno a fuggire. Ma questo conto si basa soprattutto sulle notizie che da il Campis – e che anche noi abbiamo riportato – dell'organizzazione della città in quartieri con comandanti e milizie volontarie. Infatti il Campis dice che la città fortificata fu divisa in sei quartieri e ad ognuno di questi furono assegnati due comandanti e centosessanta uomini in armi. In tutto 960 uomini abili al combattimento e cioè, secondo la norma del tempo, fra i 18 ed i 60 anni. Se si prende come base, suggerisce Restifo, il censimento del 1610, questa classe rappresenterebbe il 41,2% della popolazione maschile totale. La totalità dell’universo maschile a Lipari nel 1544 sarebbe stato cioè di 2330 maschi. Sempre basandosi sul censimento del 1610 siccome i maschi rappresentano il 53% della popolazione totale, la popolazione di Lipari sarebbe stata  di 4396 abitanti;  tutt’al più 4660 se si vogliono riportare le donne al 50% della popolazione totale. Ecco come Restifo ricava la sua cifra.

Pur apprezzando il ragionamento proposto vorremmo forse osservare che i dati del Campis si riferiscono alla situazione nella città alla vigilia dell’arrivo del Barbarossa e riguardavano gli abitanti abituali del castello. Ma quando il pericolo diventò incombente e si delinearono all’orizzonte le navi saracene, allora si dovette verificare una corsa dal borgo e dalle campagne a  cercare rifugio nella rocca fortificata. Quanti furono queste persone che si rifugiarono nelle case di amici e parenti o si accamparono nella cattedrale ed in ogni buco o magazzino, o anche all’aperto visto che era luglio e quindi il clima favorevole? Non lo sapremo mai, ma non è impensabile che il numero raddoppiasse rispetto agli abitanti che abitualmente risiedevano al castello.

 

Quanti nativi scamparono alla "ruina"?

 

Un secondo problema è quanti furono i deportati riscattati prima della partenza decisiva per Costantinopoli. Nella tappa che la nave fece a Messina o a Catona in Calabria, come dice il Maurando, ci furono sicuramente alcuni riscattati a cominciare dal Camagna e dai suoi famigliari. Ma quanti furono? La versione del Campis che sostiene che il Barbarossa fosse ben contendo di liberarsi da parte del suo carico a prezzo conveniente perché temeva che il sovraffollamento poteva provocare ribellioni e difficoltà nel viaggio, si scontra contro quella di p.Bonaventura che invece parla di trattative che non sono andate a buon fine perché mentre i messinesi temporeggiavano perché speravano che Ariadeno venisse a più miti consigli, questo levò le tende e parti. Il francese Maurando sa che le trattative erano aperte ma non sa come andarono a finire perché le navi di Francesco I partirono prima di quelle turche. Comunque si dovette trattare al massimo di poche centinaia non certo di migliaia.

La maggior parte dei prigionieri navigarono verso Costantinopoli., affrontando un viaggio carico di sofferenze non minori di quelle patite sino ad allora. “Condizioni inumane” le definisce Angelo Raffa[2] quelle che dovettero affrontare. L’affollamento e le conseguenti condizioni igieniche e forse anche la mancanza di un vitto adeguato provocarono molte malattie e molte morti[3]. Una testimonianza resa da  Bartholo Boe - che era fra i  deportati e poi riuscì a riscattarsi - dice che degli schiavi presi a Lipari ed in altri luoghi, durante il viaggio, ne sono morti assai e soprattutto ragazzi per “li mali patimenti” tanto che il Barbarossa arrivato a Lepanto ordinò che si vendessero subito quelli malati, fra cui c’era appunto Boe che venne riscattato per 20 ducati da alcuni liparoti rinnegati che lì si trovavano[4].

Ancora, quanti furono i liparesi che rimasero sull’isola nascosti e che erano scampati al sacco? Il Presidente del Regno di Sicilia don Giovanni d'Aragona marchese di Terranova, ai primi di settembre dello stesso 1544, tornando a Palermo, volle eseguire sopralluoghi a Milazzo, Lipari e Patti. Visitò anche Lipari sebbene non avesse competenza su questo territorio giacchè le isole dipendevano dal vice regno di Napoli.  Anche se erano passati cinquanta giorni dall'11 luglio la trovò completamente disabitata salvo una galeotta dei Turchi che lì stazionava e che subito fecero prigioniera.  Non parlò di case distrutte – come fece per Patti - perché probabilmente lo erano tutte e si soffermò a dare indicazioni per il restauro della cinta muraria[5].

Quindi i sopravvissuti, ancora a cinquanta giorni, dai fatti si guardavano bene dal mettersi in mostra visto che la zona continuava ad essere battuta da navigli saraceni. Comunque doveva trattarsi di poche centinaia visto che gli uomini del Barbarossa prima di partire  avevano battuto meticolosamente l’isola - per due giorni, secondo De Simone, per otto giorni secondo, p.Bonaventura - proprio alla loro ricerca.

Col tempo però Lipari riprese ad essere abitata. Chi si era rifugiato in campagna tornò nella città se non nel borgo, tornarono anche a Lipari chi era fuggito prima dell’arrivo dei saraceni a Milazzo e sulla costa siciliana, chi era stato riscattato a Messina o a Catona.  Crediamo che siano stati, in tutto, un 700-800 persone, certo meno di un migliaio. Via via nel tempo tornò anche qualche deportato che si era riscattato o a Lepanto, come abbiamo detto, o a Costantinopoli[6]. A questo nucleo storico di liparesi si aggiungono altri immigrati che vengono a ripopolare l’isola. 

“A Lipari, dopo il sacco del 1544 e per tutta la seconda metà del '500. - osserva Giuseppe Restifo – si crea una sorta di Far West compensatore; giungono  molti immigrati attratti dai privilegi accordati dall'Università, dalle esenzioni fiscali e penali, dalle opportunità che l'economia delle Isole Eolie può offrire”[7].

 

L’ipotesi del tradimento

 

L’interrogativo più intrigante che all’epoca si posero i contemporanei e non solo a Lipari o in Sicilia, fu il sospetto del tradimento. Abbiamo già visto come molti sospetti si puntarono su Jacopo Camagna e come questi subisse anche un processo dal quale uscì assolto. Ma il vicerè di Napoli, don Pedro de Toledo dichiara che si sa chi sono i colpevoli della resa di Lipari per cui comanda che si incarcerino e venga data una punizione esemplare. Giannettino Doria  riferendosi alle trattative fra Ariadeno e maggior enti di Lipari parla di cinque successivi incontri, prima con delegazioni di quattro cittadini, poi di due ( Comito e Camagna?). Dalle sue parole si capisce che la responsabilità dell'andamento della trattativa e della resa finale non fu di uno solo ma collettiva, dei notabili, che dopo l'ultimo abboccamento con l'assediante diedero ad intendere che c’era una possibilità di salvezza per tutti. Su questa base si sarebbe formato il consenso generale alla resa.

Don Pedro di Toledo

Fra coloro che si sono occupati della vicenda, due storici che probabilmente attinsero alle stesse fonti – il Campis ed il Pirri – sembrano giungere a conclusioni diverse. Decisamente innocentista il Campis, mentre il Pirri, ricapitolando i tre capi di accusa nei confronti di Jacopo Camagna - l’amicizia con il Barbarossa, gli abboccamenti reiterati e senza osservatori col nemico, l’esenzione che aveva ottenuta per se e i suoi parenti – sembra avallare il dubbio.

Chi era il Camagna? Sicuramente una delle persone più facoltose ed in vista della Lipari del tempo[8]. Proprietario terriero giacchè ancora nel XVII secolo vi era una piana ,nella zona di Balestrieri e Munciarda, che si chiamava “contrada di Camagna” ed anche armatore e navigatore con diverse imbarcazioni che operavano su un buon tratto di Marina lunga che si chiamava appunto “Plaia di Camagna”. I suoi commerci lo portavano spesso lontano da Lipari fino nelle terre più lontane, come Costantinopoli, dove pure, come abbiamo visto, arrivavano i prodotti delle Eolie. Nulla di strano che in questi viaggi sia venuto spesso a contatto con Ariadeno che appunto a Costantinopoli aveva residenza e probabilmente era anche stato suo cliente. Col Barbarossa aveva acquisito una certa familiarità, né conosceva la furbizia, la spietatezza ma anche l’attenzione a concludere dei buoni affari. Così quando a Lipari si seppe che sarebbe arrivata l’armata del Barbarossa, non è improbabile che Jacopo abbia parlato di lui agli altri maggiorenti nelle giornate e serate di apprensione e lunghe discussioni in cui Lipari si apprestava allo scontro.

 

Un sospettato: Jacopo Camagna

 

“Lo conosco bene – avrà detto -, l’ho incontrato diverse volte, ho fatto diversi affari con lui. E’ un uomo duro e risoluto ma anche una persona con cui si può parlare. Non è un mostro, ve l’assicuro. Anzi, per molti versi è anche una persona gioviale”.

Questo avrà detto Jacopo. Non certo che era suo amico. E probabilmente perché lo conosceva e quindi poteva essere avvantaggiato nella trattativa è stato scelto dal Capitano Governatore e dai giurati, nella fase più drammatica, la sera del 9 luglio, nel momento più cruciale, quando la delegazione che aveva trattato fino ad allora gettò la spugna perché l’interlocutore non mostrava spiragli di umana comprensione. Così lo andarono a trovare sulla sua postazione quella che dalla Porta Falsa andava sino a Santa Maria delle Grazie, i bastioni più esposti ai colpi di cannone. Ed era lì malgrado avesse una brutta sciatica che lo tormentava. Dice infatti il Campis: “Era il Camagna gentiluomo di molta stima appresso tutti e, come già avanzato in età, haveva buona pratica delle cose e prudenza nel maneggio degli affari. Lo pregarono tutti l’Officiali e tutto il popolo d’addossarsi la cura di ridurre Barbarossa a qualche ragionevole conventione… Di mala voglia abracciò il Camagna l’assunto inpostoli, sì per le sue indisposizioni come pur anco per dover trattare un negotio che nella riuscita non poteva mai essere approvato egualmente da tutti, non essendovi cosa di magiore difficoltà e meno accertata che pretendere di sodisfare al populo”[9]Ma, alla fine acconsentì.

Durante la trattativa, a sentire il Campis, è Ariadeno che fa la proposta di esentare dalla schiavitù venti famiglie, “il che sempre ho praticato in prendere alcuna terra per forza” . Camagna e Comito rilanciano e cercano di ampliare l’offerta e Barbarossa sembra accettare. Ma è ancora un’offerta limitata, selettiva, che riguardava circa 200 persone.

L’idea che  tramuta la conoscenza di Camagna col Barbarossa  in amicizia, supponendo addirittura una complicità a danno dei concittadini, sarà maturata nella mente di molti liparesi a cominciare dal 10  luglio quando Jacopo torna con questa proposta che non può non scontentare i più.   Ed infatti la reazione è quella che  si aspettava. “Et infuriati proruppevano in gravi doglianze et improperi contro quelli che havevano trattato con Barbarossa, ma singolarmente contro Japoco Camagna” . Perciò questi si chiude in casa e rifiuta di tornare a parlamentare. Ci andrà invece il Comito che torna dicendo di aver strappato al Barbarossa la promessa che esenterà tutti purchè ognuno paghi venti scudi. Quindi gli abboccamenti del Camagna col Babarossa, a dire del Campis, non furono reiterati, ma uno solo e insieme al Comito. Quello che c’è da chiedersi invece e se andò veramente il Comito al secondo incontro col Barbarossa. Il Campis è dubbioso ed infatti dice: “andò o finse d’andare”. Comunque la gente gli crede e si calma.

Diverso è il racconto del Maurando. Il francese segue il racconto del Campis sino all’accordo con il Camarga ed il Comito che  riassume così:”li Liparoti darebero la cità con tutto quello che sarebe dentro, salvo 70 case, le qualle sarebbero salve con tuti li homini et done, puti e putine, et tutta la roba che sarebe trovato dentro”.  Respinto l’accordo dai cittadini, questi mandarono altri ambasciatori che proposero la “resa a discrezione” cioè la resa senza condizioni, mettendosi nelle mani del conquistatore. Certo i liparesi vengono messi tutti sullo stesso piano ma, in questa versione, non c’è alcuna promessa di esenzione dalla schiavitù né per poche famiglie, né tantomeno per tutti.

Assedio ottomano a Rodi

Uno dei punti più controversi della “ruina” è proprio questo, su che cosa si sarebbe formato il consenso alla resa e se a questo proposito alla gente fu detto proprio tutto o qualcosa fu nascosta. Vediamo di ricapitolare. Il Campis  chiude con l’assicurazione del Comito  che Barbarossa farebbe salve oltre le 26 famiglie, più 50 uomini con le mogli, più gli eccleasiastici e gli ultra sessantenni - che già aveva concesso al Camagna - anche tutti coloro che avrebbero pagato 20 scudi; il Maurando sostiene invece che l’ultimo accordo sarebbe stato la resa a discrezione; De Simone è sulla posizione del Campis solo che invece di 26 famiglie più cinquanta, parla di 60 casate; il Pirri parla di resa della città lasciando andare 60 cittadini con le loro robe; infine p. Bonaventura parla di tradimento del Camagna che avrebbe aperto le porte al nemico in cambio della salvezza per se i suoi parenti e la sua roba.

 

La responsabilità colletiva dei notabili

 

Angelo Raffa[10], invece, che ha avuto modo di consultare l’Archivio di Simancas[11]. fa sua la versione dell’accordo che fornisce Giannettino Doria e che da la responsabilità del tradimento, non ad uno solo, ma ai notabili che dopo l’ultimo abboccamento con l’assediante fecero credere al popolo che tutti si sarebbero salvati grazie al patrimonio delle 26 famiglie più ricche che avrebbe rappresentato il riscatto per tutti. Come si vede una versione dell’accordo inedita che non emerge affatto dai racconti che abbiamo analizzato.

Il giorno dopo, cioè l’11 di luglio, il Barbarossa – che certamente ha in mente solo la vendetta per l’umiliazione subita di un assedio che assolutamente non aveva messo in conto - finge di muoversi nella direzione dell’esenzione per le sole famiglie benestanti trasferendo i mobili di queste nella casa del Camagna. In realtà mette al sicuro il bottino più ricco, che farà trasferire dopo sulle galee, prima di dare il via libera al saccheggio. A questo punto getta la maschera e dà il via libera ai suoi uomini per saccheggiare, distruggere, incendiare. Egli sa che non potrà fare arrivare a Costantinopoli tutte quelle ottomila persone, ma deve sanare il suo orgoglio colpito. E non ha pietà per nessuno, nemmeno per il Camagna che permetterà che sia riscattato ma solo a Messina insieme ad altri eoliani vecchi ed inabili al lavoro. Jacopo con la moglie Minichella torneranno ad abitare a Lipari dove moriranno, il primo probabilmente nel 1563, la seconda nel 1581[12].

Ci fu tradimento? Quello che è certo – osserva Raffa – è che alcuni cittadini furono subito riscattati, altri lo furono in seguito, moltissimi non tornarono mai più. Ciò significa che la promessa fatta dai notabili ai concittadini non venne mantenuta. “ Il vero tradimento consistette – scrive Raffa – nel far credere l'incredibile agli ingenui popolani, nel garantirsi la salvezza presente con la promessa a tutti d'una salvezza futura”[13]. Quindi avrebbe ragione Giannettino Doria mentre la dichiarazione di don Pedro da Toledo sembra avere piuttosto il senso di un alibi per chi avrebbe dovuto difendere l’isola e non fece nulla perché era stato deciso che l’isola dovesse essere una vittima sacrificale. Per cui parla di tradimento per distogliere l’attenzione dalle responsabilità politiche del governo ma lascerà nel vago i colpevoli[14].



[1] G.Restivo, Un drammatico sradicamento e un convulse ripopolamento. Lipari dopo il 1544, in  Atlante dei beni etno-antropologici eoliani, (a cura di Sergio Todesco ) , Messina 1955, pag. 46-59.

[2] A.Raffa, op.cit., pag.93.

[3] “ Si dice che fu così numerosa la massa delle persone d’ogni ceto, che stavano sulla flotta, che , lungo il percorso della navigazione diretta a Costantinopoli, parecchie salme di prigionieri, stremati dalla fame, dalla sete e dall’afflizione ( fittamente stipati com’erano nel fondo delle navi in mezzo ai loro stessi escrementi) quasi ogni ora venivano gettati in mare.”Paolo Govio nel suo Historiarum sui temporis, libri XLV, che giungono fino al 1547, nell’ultimo libro parla della caduta di Lipari (pp.585-6). In G. Iacolino, Le isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite. Vol. IV, in corso di preparazione. Govio parla nella sua Historia di settemila deportati ed attribuisce il tradimento ad un certo Nicolò, “uno dei cittadini di spicco e uomo pavido” di cui lo stesso Campis afferma che di questo nome “non c’è mentione”(op.cit., pag. 306).

[4] A. Raffa, op.cit., pag. 105 nota n. 16.

[5] Archivio  General de Simancas, Legajo 1116, n.38. Informazione fornitaci dal prof. Giuseppe Iacolino proveniente dal IV volume delle “Isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite”, ancora in corso di preparazione. Comunque, visto il ritardo delle pubblicazione, il prof. Iacolino ha consentito a pubblicare, su questo sito, nella Documentazione del capitolo, un estratto della relazione riguardante le Eolie e dintorni (v. Documentazione),

[6] L.Zagami, op.cit., riprende un episodio ricordato da Girolamo Di Marzo-Ferro in una nota della storia di Maurolico, Storia di Sicilia, 1849, lib. VI, pag. 360 e riferito al 1545. Un bastimento viaggiando da Scio ( l’isola di Chios ( ?) dinnanzi alla Turchia) verso Messina fu spinta dalla tempesta su una spiaggia delle Puglie. Oltre a tessuti preziosi questo naviglio aveva a bordo 250 passeggeri fra liparesi e calabresi che avevano riscattato la loro libertà e tornavano in patria. A causa del naufragio se ne salvarono solo cinquanta. Sempre a proposito di liparesi tornati dalla prigionia in oriente Giuseppe Restifo ( op.cit.pag. 46-47) parla di alcuni casi ricavati dalla documentazione di Processi civili conservati nell’Archivio Vescovile di Lipari ( vol. I).

[7] G.Restifo, op.cit., pag. 47.

[8] In un elenco delle “famiglie cospicue de’ Gentiluomini di Lipari” che vi erano prima della “ruina” che Giuseppe La Rosa  dice di avere letto fra le carte di Cristoforo Cesareo e pubblica nel suo “Pyrologia Topostorigrafica dell’Isole di Lipari”, a cura di Alfredo Adornato, vol. II, pp19-20, Iacopo Camagna è al secondo posto subito dopo “la nobilissima famiglia de Franco”. L’elenco cita 32 famiglie e parecchie di queste sono divise in due o tre rami. Il manoscritto, come dice lo stesso La Rosa, non fa menzione alcuna delle famiglie dei popolani.

[9] P.Campis, op.cit., pag. 301.

[10] Op. cit., pag. 94.

[11]  (Lettere al Viceré di Napoli, in Archivo General de Samancas, Papeles de Estado, Corrispondenci y negociacion de Napoles, Virreynato, E- 135/57)

[12] E’ una ipotesi che fa Giuseppe Iacolino nel manoscritto del libro sulla “ruina” non ancora pubblicato, di cui abbiamo fatto cenno, basandosi sui due testamenti. Dalla “Visitatio totus Diocesis Liparensis” del vescovo Francesco Arata, del 1685, Archivio Curia Vescovile di Lipari, foglio 59 v.

[13] A.Raffa, op.cit., pag.93-94 Il Campis infatti chiude con l’assicurazione del Comito  che Barbarossa farebbe salve oltre le 26 famiglie, più 50 uomini con le mogli, più gli ecclesiastici e gli ultra sessantenni ( che già aveva concesso al Camagna) anche tutti coloro che avrebbero pagato 20 scudi; il Maurando sostiene invece che l’ultimo accordo sarebbe stato la resa a discrezione; De Simone è sulla posizione del Campis solo che invece di 26 famiglie più cinquanta, parla di 60 casate; il Pirri parla di resa della città lasciando andare 60 cittadini con le loro robe; infine p. Bonaventura parla di tradimento del Camagna che avrebbe aperto le porte al nemico in cambio della salvezza per se i suoi parenti e la sua roba.

[14] Una valutazione delle accuse di tradimento che ripercorrono molte delle nostre osservazioni la compie Giuseppe Iacolino nel suo manoscritto non ancora pubblicato e cioè il già citato quarto libro dell’opera “Le isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite”.

 

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