Arriva la guerra

Fra paura e disagi della guerra

Con l’arrivo della guerra il 10 giugno 1940 comincia per gli eoliani un duro periodo di difficoltà, di incertezze, di lotta per la sopravvivenza. Lipari vedrà la guerra da vicino solo poche volte ed in un solo caso essa procurerà dei morti. Oltre all’evento dell’affondamento del Santamarina su cui ci soffermeremo due altri episodici di natura bellica furono registrati nelle isole. Nel 1942 un sottomarino inglese silura l’incrociatore Bolzano della Marina nelle acque di Panarea e negli stessi mesi – ricordano gli anziani che vissero quegli anni – ci fu una sorta di mobilitazione popolare per dei volantini che erano stati trovati per le strade con su scritto “Cittadini scappate del mare che stanotte bombarderemo”. Non si seppe mai se veramente questo volantino fosse destinato a Lipari o era lì giunto o per un disguido o per lo scherzo di qualche bontempone – non mancano mai nemmeno nelle situazioni meno opportune – che l’aveva raccolto a Messina o in altra parte della costa tirrenica. Il fatto è che la notizia del volantino passò di casa in casa e nel pomeriggio ci fu un esodo verso le campagne di intere famiglie con i beni di prima necessità. Poi la notte non bombardarono. Ci fu solo un rapido volo di aereo che gettò sull’area del porto spezzoni incendiari per illuminarlo e poi andò via. Fu una notte a metà fra una veglia carica di preoccupazioni per le case, il futuro e la scampagnata paesana. Comunque l’indomani mattina la maggior parte dei liparesi tornò alle sue case archiviando l’evento. 

 

Il caso di Stromboli

 

Forse l'unica isola che visse in un vero e proprio stato di guerra, presidiata da una guarnigione tedesca fu Stromboli. Sulla vicenda dell'occupazione dell'isola, dei rapporti con gli abitanti e quindi dell'arrivo degli americani dopo l'occupazione della Sicilia ne parla in un libretto di ricordi di suo nonno Fabio Famularo. Sugli eventi narrati da questo libro pubblicheremo una scheda a parte.

Ma se  non  ci furono bombardamenti ed azioni cruente sul territorio non per questo alla popolazione furono risparmiati disagi e sofferenze[1]. I cibi cominciarono a scarseggiare e alcuni beni di prima necessità – il pane, la pasta, lo zucchero, ecc. – erano razionati a mezzo di una tessera familiare. La carne si poteva acquistare una sola volta la settimana – per solo 100 grammi – con lunghe file estenuanti di fronte alle macellerie autorizzate. Si consumava farina di mais ed anche di piselli e il pane aveva a volte un colore assai strano. Il caffè era quello ottenuto dai ceci o dall’orzo.

Quando mio padre – ricorda Renato De Pasquale allora appena ventenne – portava in casa un chilo di farina di grano o un etto di caffè era una vera festa. Per chi disponeva di sufficiente denaro era tuttavia facile ricorrere al mercato nero, assai florido e diffuso in quel tempo. Nacque così l’intrallazzo cioè l’arte di arrangiarsi”[2].

Pur in un clima di totale censura per le informazioni resa più efficace dall’insularità, qualche notizia sul reale andamento del conflitto filtrava anche a Lipari e che le cose non andavano bene la gente comincia a capirlo perché alla propaganda euforica dei primi mesi fa seguito,nel tempo, un silenzio sempre più assordante e così il pessimismo comincia a serpeggiare. Anche le modalità dell’austerità e dell’autarchia che in un primo momento erano state accettate quasi con divertito interesse e così si canticchiava la canzone – in perfetta sintonia con la propaganda fascista - sull’”orticello di guerra” e alcuni riconvertivano il pezzetto di terreno vicino casa  seminando ortaggi invece di fiori, col tempo divengono sempre più pesanti e accolti con insofferenza. Così è per l’oscuramento e la limitazione della luce elettrica a cui ormai da quasi quindici anni la gente si era abituata. Dall’imbrunire all’alba i paesi e le città dovevano rimanere al buio e dalle finestre e dai balconi non doveva filtrare alcuna luce.

Un’altra occasione di disagio erano divenuti i trasporti marittimi. Requisiti i piroscafi della Eolia, Vulcano, Luigi Rizzo ed Eolo rimaneva a svolgere il servizio regolare solo il Santamarina fino a quando il 9 maggio del 1943 non fu affondato  da un sommergibile inglese. L’evento fu un grande dramma per la popolazione eoliana perché nell’affondamento perirono 61 persone e non ci fu famiglia che non fosse toccata dalla tragedia.

 

L'affondamento del Santamarina

Un dipinto commemorativo di Giovanni Giardina

“Quel giorno a Lipari si era svolta nella mattinata la “festa dell’impero” – scriveva  Bartolino Ferlazzo su “Questeolie” dell’8 aprile 1993 – con grande partecipazione di pubblico, come succedeva in quegli anni. Nel pomeriggio intorno alle 15 e 10 il piroscafo salpava gli ormeggi da Marina Corta per far rotta su Vulcano- Milazzo… Il mare era particolarmente mosso, ma certamente non metteva in crisi una imbarcazione che per quel tempo era considerata d’avanguardia. Lasciato lo scalo di Vulcano. il Santamaria proseguiva speditamente il suo percorso, quando a nove miglia da Lipari e non più di tre o quattrocento metri da Punta Luccia, un siluro lanciato da un sommergibile inglese, lo colpiva al centro ed esattamente all’altezza della sala macchina spaccandolo in due e facendolo colare a picco in pochissimi minuti: portandosi dietro il suo immane carico di morte e disperazione.

Ma non sarà il solo e unico siluro ad essere lanciato dallo scafo inglese perché all’accorrere del motoscafo della polizia marittima che era di stanza a Pignataro ne viene sparato un secondo che non centra lo scafo grazie alla poca chiglia di cui era dotata l’imbarcazione. Cosa sarebbe potuto succedere, ci domandiamo ancora oggi, se questo attacco fosse stato portato nella mattinata di quel triste giorno, quando a bordo del Santamarina si trovavano circa 200 giovani in partenza per la visita di leva? A bordo in quest’ultimo viaggio avevano preso posto 73 passeggeri (oltre a 17 membri dell’equipaggio), molti dei quali non hanno più visto la loro terra, le loro isole, i loro parenti”[3].

L'equipaggio del Santamarina . Il terzo da sinistra è il comandante Basile

La paura, lo sgomento e la disperata lotta per salvarsi emerge dal racconto di un testimone, Antonino Biviano che lo racconta a Chiara Giorgianni sempre per Questeolie. “ Mi trovavo sul ponte ed ero in compagnia di due amici, Domenico Barca e Angelino Mazza. Eravamo seduti su un banchetto quando all’improvviso l’esplosione…Riprendendomi vidi Domenico con il capo rovesciato in avanti, era morto. Angelino si era invece già buttato in mare. Mi sono immediatamente  reso conto di quello che era successo e cercai, nonostante le gravi ferite al volto, di portarmi in salvo… Quando fui in mare vidi il piroscafo, ormai tagliato in due, inabissarsi, trascinando con se nel risucchio, coloro che per impotenza o per paura non riuscirono a fare nulla per se stessi. Ricordo Domenico detto “u curtu” aggrappato all’asta della bandiera del Santamarina, terrorizzato non riusciva a staccarsene. Il caso volle che saltasse un banchetto da lui istintivamente afferrato; fu proprio quel banchetto di legno a trarlo in salvo. Salii insieme ad altri su una zattera cui diveniva sempre più difficile stare; dopo più di tre ore arrivarono due natanti, quello della Questura e la motovedetta. Il sommergibile era  ancora sul posto ed avvistate le imbarcazioni venute in nostro soccorso, sparò due siluri che fortunatamente, non le colpirono, ma le costrinsero, ovviamente, ad allontanarsi. Fu l’avvistamento improvviso di tre motosiluranti tedeschi provenienti da Messina a costringere il sottomarino ad allontanarsi”[4].

Il sottomarino inglese Unrivalled che silurò il Santamarina.

Sul perché questo atto di terrorismo più che di guerra contro una inerme nave di passeggeri si sono dette molte cose. Si è detto che forse gli inglesi pensavano che sulla nave avrebbero viaggiato i duecento giovani di leva – che invece erano partiti con una corsa speciale la mattina - ed era questo il vero obiettivo dell’attacco. Si disse anche, più recentemente, che era una conseguenza del fatto che  il 3 maggio il Quartier Generale comandato da Sir Harold Alexander sulla base dell’”operazione Husky”, termine con cui si faceva riferimento all’invasione della Sicilia, puntava a neutralizzare e distruggere tutti i mezzi e basi navali ed aeree del nemico in Sicilia[5]. Comunque voci come tante altre.

(Questi due elenchi sono stati pubblicati da Ettore Iacono)

 

L'idrovolante tedesco ammarato a Lingua di Salina

 

A lungo non si seppe nemmeno di quale sottomarino si trattasse finchè Guss Britten e Florrie Ford, ufficiali della Marina inglese, allora in servizio su sottomarini nel Mediterraneo, rivelarono che il sommergibile affondatore era stato Unrivalled comandato dal tenente H.B. Turner e partito dalla base di Malta l’1 maggio. Ma non una parola sulle motivazioni. A maggio del 2002 Antonio Brundu, ha avanzato una ipotesi che ci sembra interessante. “Qualche giorno prima dell’affondamento – scrive Brundu - , un idrovolante da guerra tedesco, proveniente dall’Africa, era ammarato per emergenza nel laghetto di Lingua [Salina], dopo essere stato colpito da aerei alleati. Sembra che su quell’aereo ci fossero alti ufficiali tedeschi con importanti documenti. Di ciò erano venuti a conoscenza gli inglesi. I tedeschi, quindi, avrebbero dovuto imbarcarsi sul Santamarina, in partenza dall’isola di Salina il 9 maggio. Gli inglesi, sapendo ciò. Ordinarono al sommergibile Unrivalled che si trovava in zona di colpire la nave eoliana con l’obiettivo di eliminare il gruppo di tedeschi. Ma il controspionaggio germanico riuscì, a sua volta, ad intercettare tale iniziativa degli inglesi e così gli ufficiali, all’ultimo momento, furono prelevati da Salina da un idrovolante tedesco e portati in salvo; mentre gli inglesi, ignari di quest’ultima novità, silurarono l’innocente piroscafo Santamarina carico di inermi passeggeri[6]”.

Oltre al dramma delle morti e delle famiglie colpite, l’affondamento del Santamarina rappresenta per le Eolie un periodo di grandi difficoltà senza più collegamenti regolari con la terraferma. Al trasporto dei generi di prima necessità e dei pochi viaggiatori che si avventuravano fuori casa in questi tempi tristissimi, si provvedeva con piccoli motovelieri di armatori eoliani.



[1] Per questa descrizione del periodo bellico come anche per molti aspetti del dopoguerra ho fatto riferimento a R.De Pasquale, Il mio tempo. Ricordi e immagini., op. cit. pp.50-64. vedi anche R. De Pasquale, Momenti eoliani, op. cit.

[2] R. De Pasquale, Il mio tempo, op. cit., pag. 50.

[3] B. Ferlazzo, Cinquant’anni fa, il Santa Marina, in Questeolie, n.4 anno II del giovedì 8 aprile 1993.

[4] C. Giorgianni ( a cura di), “Mi trovavo sul ponte…” I ricordi di Antonino Biviano, superstite, Questeolie, n. 4 anno II, dell’8 aprile 1993.

[5] A. Brundu, “Dossier Santamarina, Spionaggio e misteri”, in Stretto indispensabile, 15 maggio 2002.

[6] A. Brundu, idem.

 

Theme by Danetsoft and Danang Probo Sayekti inspired by Maksimer