Bartolomeo da Lentini, il vescovo dei Vespri

Bartolomeo da Lentini e le difficoltà ad insediarsi

Papa Alessandro IV

Abbiamo detto che il 17 aprile del 1255  papa Alessandro comunica al popolo della diocesi di Lipari-Patti di avere consacrato vescovo Bartolomeo da Lentini che era stato nominato già l’anno precedente. Ma anche ora, malgrado Filippo non lo possa più ostacolare, Bartolomeo non riesce a prendere possesso della sua diocesi. Messina come altre città della Sicilia si era ribellata al re e si era costituite in repubblica e lo stradigoto di Messina, Leonardo Aldigieri, avventurandosi in una gestione tutta familistica del suo ruolo, nomina il proprio figlio Matteo che era chierico, amministratore della diocesi di Lipari-Patti. E malgrado il papa spedisca tre lettere[1] per sostenere Bartolomeo – una esaltandone il ruolo concedendogli la facoltà di assolvere chi era colpito dalla scomunica contro Federico; la seconda ai fedeli della diocesi perché lo accolgano come loro vescovo; e la terza  agli Aldighieri perché restituiscano la chiesa a Bartolomeo – Matteo lascerà la diocesi solo quando Messina verrà riconquistata dagli svevi, la repubblica si dissolverà e lui verrà arrestato. Ma anche questa volta non sarà Bartolomeo a prenderne possesso ma un funzionario laico del re, Leone di Pardo, in qualità di procuratore della diocesi[2].

Carlo d'Angiò sconfigge Manfredi

E’ ancora il papa ad intervenire a beneficio di Bartolomeo. Alessandro si rivolge all’arcivescovo di Palermo perché recuperi i beni - che “il fu Filippo, che si faceva passare per vescovo di Patti, di fatto trasferì” -  e li recuperi per conto del vescovo Bartolomeo che dimora a Roma. Il fatto che il papa invochi l’intervento del vescovo di Palermo e non quello di Messina come sarebbe logico. visto che è il metropolita della diocesi di  Lipari-Patti, è perché lo ritiene  un migliore interlocutore nei confronti del re Manfredi[3]. Ma Manfredi non vuole riconoscere il vescovo nominato dal papa e così prima agisce tramite il procuratore Leone di Pando e poi nomina vescovo Bonconte di Pendenza  nel maggio del 1261.

 

I traffici di Bonconte

 

Questo Bonconte doveva essere un personaggio poco affidabile, venale e trafficone. Dopo avere spremuto Patti e Lipari – badando bene di farsi rilasciare degli attestati che quanto davano i locali lo davano di loro spontanea volontà[4] - egli si trasferiva nel Lazio e nella Sabina dove concludeva affari  personali e politici non sempre limpidi[5]. E sono questi affari illeciti che spingono Bartolomeo a rivolgersi al papa Urbano IV che  era succeduto ad Alessandro. E Urbano il 7 luglio del 1264 denuncia Bonconte al podestà di Rieti accusandolo “con i proventi della suddetta chiesa di Patti compra estesi e vasti poderi e, soggiornandovi pubblicamente a suo piacimento, ma uomo pestifero e manifesto sostenitore dello stesso persecutore ( Manfredi) ha l’ardire di conchiudere ogni giorno in quella città perversi intrighi con alcuni Nostri cittadini e non esita di fare occultamente altre cose che potrebbero portare alla sottomissione della stessa città ( Rieti) e  un notevole danno per la Romana Chiesa”[6]. Ancora un paio di anni e poco più e il 26 febbraio del 1266 a Benevento il re  Manfredi viene sconfitto dalle armate di Carlo d’Angiò e Bonconte, finalmente,  si rassegnò ad abbandonare Patti, scomparendo, per cui finalmente il vescovo Bartolomeo da Lentini poté prendere possesso della sua diocesi.

“Una vicenda del tutto singolare[7]” la definisce Luigi Pellegrini, quella del vescovo Bartolomeo. “Da tale vicenda si evince – osserva-  come lo stato di confusione creatori in Italia meridionale dopo l’avvento di Manfredi abbia influito anche sulle possibilità di comunicare tra la curia romana ed i suoi inviati nel Regno ed abbia indotto elementi di scompiglio anche nella nomina dei vescovi”[8].

Alla morte di Federico i suoi eredi non riescono a stabilire un modus vivendi  con la Santa Sede che ad essi preferisce i Comuni ed il regno di Francia e sarà proprio il fratello del re di Francia, il conte d’Angiò, che nel 1266, scende in Italia meridionale e, sconfitto Manfredi, figlio illegittimo di Federico, nei pressi di Benevento, si impossessa del regno. In Sicilia il dominio angioino durerà però poco perchè il lunedì di Pasqua 1282, una provocazione abbastanza banale provoca contro gli Angioini la sommossa nota come “Vespri Siciliani”. Umiliati dall’occupazione dei nuovi conquistatori e dal duro fiscalismo angioino, i siciliani massacrano migliaia di francesi.
Il governo dell’isola viene affidato al genero di Manfredi, Pietro III d’Aragona  che era uno degli istigatori della rivolta con il sostegno dell’imperatore bizantino Michele  Paleologo.

Un dipinto sui Vespri.

 

Bartolmeo promuove i Vespri

 

Conviene  soffermarsi sui Vespri perché vi giocò un ruolo di rilievo proprio il nostro Bartolomeo da Lentini. Bartolomeo riuscì a prendere possesso della sua diocesi, abbiamo detto,  solo nel 1265 dopo dieci anni di esilio trascorsi nei conventi del Lazio e presso la Curia pontificia. All’inizio del 1266 quando Carlo d’Angiò batteva Manfredi a Benevento , Bartolomeo era già all’opera rivendicando le terre della sua chiesa e cercando di rimediare ai guasti di oltre dieci anni di abbandono. E quest’opera di regolarizzazione della diocesi continuò - malgrado fosse un vescovo per lo più assente che viveva la maggior parte del suo tempo nel Lazio - ristabilendo buoni rapporti con Carlo d’Angiò ed approfittandone perché concedesse la riattivazione dei porti di Patti e di Lipari e Vulcano a favore del commercio locale. Tornò a vivere nella diocesi nel 1276 ma si trovò di fronte a molte resistenze degli abitanti che si sentivano vessati sotto l’aspetto economico da tasse e balzelli del regno e cercavano di compensare  non pagando quanto dovuto al vescovo.

Vivendo nella sua diocesi e fra la gente Bartolomeo si convince delle loro buone ragioni e si immedesima nelle loro condizioni di vita  facendosi  portavoce delle loro angustie contro le malefatte delle signorie. Allo stesso tempo va  prendendo le distanze dal re che viveva lontano dalla Sicilia e soprattutto a Roma ed Orvieto presso la corte pontificia specie da quando, nel febbraio del 1281, era salito al trono pontificio il francese Martino IV.

E fu così che nella primavera del 1281, Bartolomeo con il confratello Bongiovanni Marino, accettano la missione di farsi ambasciatori delle istanze dei siciliani. Si recano ad Orvieto per rappresentare al papa le lamentele  ed alla corte papale i due inviati trovano anche il re Carlo d’Angiò che vuole assistere alla loro esposizione.

Carlo d'Angiò sbarca a Palermo

Bartolomeo non è per nulla intimorito da questa presenza, forse inattesa,  ma comincia la sua perorazione richiamandosi al vangelo di Matteo ed all’invocazione che la donna cananea rivolge a Gesù: ” Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio”. Quindi aggiunse “Se le lunghissime guerre, se la rivoluzione dei popoli, se gli umori vari e diversi del regnare oppressero la Sicilia nei tempi passati, nessuna di queste calamità è paragonabile a quella che viviamo oggi, perché questi furono momenti felici paragonati con le miserie di oggi. La Sicilia fu memorabile per le molte ricchezze e la sua potenza, per l’antichità e nobiltà delle origini, per la gloria delle cose fatte. Oggi invece è tanto umile e abietta che essa stessa ne prova vergogna, ha sopportato per molto tempo le acerbe crudeltà fino a quando non si è oltrepassato il segno dell’onore, per cui vedendosi privata di quello, a voi Re Carlo si richiama e anche a voi Martino , pontefice massimo. La Sicilia, ultima nel gregge cristiano, si raccomanda a voi per essere protetta dalle rapaci Arpie e dalle acute e velenose zanne dei fieri lupi”[9]. E dopo questo “incipit” Bartolomeo proseguì con energia e coraggio esponendo le ingiustizie, le rapine, le libidini, le tirannie, che in Sicilia si praticavano da parte dei ministri del re e dai nobili e funzionari francesi[10].

Il risultato di tanto impegno fu che i due ambasciatori furono arrestati e buttati in prigione. Bartolomeo riuscì a fuggire pagando i carcerieri mentre il suo confratello, meno fortunato, vi perì . Scampato dal carcere Bartolomeo si tenne lontano dalla sua diocesi fino a quando scoppiarono i Vespri e i francesi furono cacciati dalla Sicilia. Allora il vescovo tornò a Patti ma senza frequentare Lipari che era rimasta angioina. Morì nell’estate del 1282 o nel primo semestre del 1283. 



[1] G:Iacolino, Le Isole Eolie…, libro II, op.cit., pp.284-286.

[2] G.Iacolino, idem, pag. 287.

[3] Idem, pag. 288-9.

[4] Per Lipari vi è un atto notarile del 3 settembre 1261 che manifesta questa “liberalità” dei liparesi con atto pubblico“perché in qualcuno non sorga dubbio circa la forma e la natura di questo donativo e offerta”, in G. Iacolino, op.cit., pag 293-4.

[5] Idem, pag. 295.

[6] Idem, pag. 297.

[7] L.Pellegrini, “Che sono queste novità?”. Le religiones novae in Italia meridionale (secoli XIII e XIV), Napoli 2005, pag.99.

[8] Idem, pag. 99.

[9] G. Iacolino, Le Isole Eolie, vol II, op.cit. pag. 312-313; F. Mugnos, I ragguagli Historici del Vespro Siciliano, Palermo, 1645, pp50-51;

[10] P. Campis, op.cit. , pagg 233.

 

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