A cavallo dei due secoli. L'era di Carlo V

Progetti di sviluppo

Sul finire del 400 Lipari conta ormai 6 mila abitanti anche se per la gran parte sono tutti concentrati al Castello, nel borgo di Marina San Giovanni- Sopra la terra; pochi nelle campagne, pochissimi nelle isole fra cui la più popolata è sicuramente Salina. Un dinamismo della popolazione che è forse legato ai commerci suffragati da collusioni con le imbarcazioni dei saraceni. Erano voci che circolavano nel regno e lo stesso re Ferdinando I il 22 marzo del 1493 ne fa cenno in lettera in cui lamenta l’accoglienza e i rifornimenti dati ai corsari[1] da parte dei liparesi..

Qualunque sia l’origine di questo contenuto sviluppo degli eoliani, esso si manifesta in alcune iniziative. Innanzitutto nel progetto di costruire sulla Civita un quartiere per dare sfogo alla città troppo concentrata nel castello. In una lettera al re Ferrante del 15 novembre 1492 i liparesi chiedono l’autorizzazione a costruire, a loro spese, un quartiere di 300 case che, affermano, facilmente si potrebbe fortificare. Ma questa richiesta non va a buon fine per non dare alloggio e riparo ad eventuali assalitori.

L’altro progetto è quello di creare un piccolo molo per facilitare l’attracco a Sottomonastero che allora si chiamava porto di Tramontana perché offriva riparo in particolare quando soffiava questo vento. Anche questa opera sarebbe stata realizzata a spese dell’università di Lipari ed al re si chiedeva solo che venisse messo a disposizione un pontone per uno o due anni fino a che l’opera non fosse stata realizzata[2].

Marina corta sul finire dell'800 (da Luigi Salvatore d'Austria).

Non sappiamo se il pontone fu concesso ed il molo  realizzato, comunque i traffici con le città marinare si erano intensificati ed i liparesi dovevano nominare in questi centri dei loro consoli che facessero da riferimento e da interlocutori con gli operatori liparesi che lì si recavano. Consoli che venivano nominati in una seduta pubblica che si teneva nel piano di San Giovanni cioè a Marina corta. Di queste riunioni, che avvenivano alla presenza dei giurati e del baiulo, e dei giudici oltre che del notaio che stilava il verbale, ci è pervenuto un verbale del 5 maggio 1484 riguardante una assemblea per la nomina del console di Siracusa svolta  “nel rispetto della consuetudine che da lungo tempo manteniamo di eleggere e nominare consoli in tutto il mondo ad arbitrio nostro e secondo la nostra libera volontà[3].

Un’altra opera a cui si mise mano sul finire del secolo fu l’ampliamento della cattedrale normanna che ormai era divenuta troppo angusta per gli abitanti dell’isola. Comunque la realizzazione dell’opera andò per le lunghe e probabilmente nel corso d’opera  si dovette intervenire a ridimensionare il progetto che inizialmente doveva essere molto ambizioso[4].

 

Una comunità ebraica

 

Sempre sul finire del secolo, ma forse anche qualche decennio prima, a Lipari si insediò una comunità di ebrei provenienti da Mazara e forse anche da Trapani in seguito agli editti del re di Spagna contro gli ebrei di Sicilia che li costringeva ad emigrare. Questa comunità, che doveva essere numerosa, si dedicava alla pesca del corallo a Panarea, all’artigianato ed al commercio, entrò in conflitto con i locali. Un conflitto tanto serio da portare gli ebrei ad appellarsi al re di Napoli e l’8 aprile 1494 la  Regia Camera della Sommarìa, che aveva il compito di tutelare i cittadini dagli abusi dei baroni e dei governatori, ordinò al capitano di Lipari di prendere informazioni e di riferire senza apportare nessuna innovazione alle norme che regolavano i rapporti con gli ebrei[5]. Comunque probabilmente la comunità  abbandonerà le isole fra la fine del secolo e l'inizio del secolo seguente allo scatenarsi di una nuova persecuzione antiebraica che raggiunse anche le Eolie. Nel frattempo però gli ebrei avevano eretto una sinagoga per il loro culto dove è ora la chiesa dell'Annunziata allora distante sia dal centro abitato di Lipari sia da quello di Quattropani. Naturalmente con la fine dell'insediamento ebraico anche la sinangoga fu abbandonata e divenne magazino per la coltivazione dei campi e ricovero per le derrate alimentari fino a quando nella seconda metà del 500 il vescovo Cavalieri non la fece restaurare trasformandola in chiesa.

Chiesa dell'Annunziata sul finire dell'800.

 

Il coraggio dei Liparesi

 

A cavallo dei due secoli i liparesi si distinsero non solo per la lealtà e la fedeltà al loro sovrano ma anche per il grande coraggio in alcune situazioni. Così nel giugno del 1495 quando nottetempo, a Napoli, con una arditissima impresa, scalarono Castel dell’Ovo che era una munitissima piazzaforte in cui erano asserragliati i francesi  di Carlo VIII, smantellando il presidio e permettendo al re Ferdinando II di riconquistare Napoli;  così, qualche giorno dopo in Calabria nella battaglia di Seminara dove “insupparono i Liparoti col loro sangue quelle campagne restate coperte da’ loro cadaveri nella strage che di essi fu fatta da’ calabresi, con tutto ciò buona parte di quella provincia fu per il loro valore ridotta alla divozione di Ferdinando”; così ancora nel 1502 quando, fedeli al re Federico d’Aragona, resistettero da febbraio a maggio al gran capitano Consalvo di Cordova, comandante delle truppe spagnole in Sicilia, che fingendosi amico del re  si era invece impossessato del regno ed ora voleva impossessarsi anche delle Eolie. Alla fine i liparesi dovettero capitolare ma lo fecero a ben precise condizioni e cioè conservazione e conferma di tutti i privilegi fino ad allora goduti dagli isolani; nessun provvedimento punitivo nei confronti di coloro che si fossero maggiormente esposti nella resistenza o che avessero arrecati danni alla flotta spagnola. Da parte loro gli spagnoli ingiunsero ai liparesi solo di restituire le imbarcazioni da loro catturate nel corso dell’assedio[6]. Un pacchetto di franchigie e di esenzioni di ben quarantaquattro richieste, “il più alto bottino che gli isolani riuscirono mai a conquistare”[7]

Napoli, Castel dell'Ovo

Le richieste dei liparesi con le approvazioni di Consalvo di Cordova sono contenuti nel Libro dei Privilegi della città di Lipari[8]. Come sempre nel Libro dei Privilegi è contenuto il diploma  del 28 marzo 1497 con cui Federico III che era succeduto a re Ferdinando, morto logorato dalle fatiche della guerra, riconosce il valore e il contributo dei liparesi negli eventi del 1495 dove hanno dato “prove evidentissime della particolare loro fidelità e divotione verso la Nostra Causa intrepidi sempre  in tutti i pericoli et in tutte le difficoltà”[9].

Ancora nel Libro dei Privilegi sono riportati quelli che il re concesse nel 1505, nel 1509 e nel 1514. Invece non ottennero i liparesi, ora che il regno di Napoli ed il regno di Sicilia appartenevano entrambi al re di Spagna, di sganciare le Eolie da Napoli per essere aggregati alla Sicilia. Come non ottennero. di fatto, soddisfazione alla petizione, formalmente accolta, di non inviare più nell’isola soldati forestieri per fare spazio ai giovani del luogo che erano costretti ad andare fuori a lavorare lasciando sole le famiglie[10].

 

La missione di Del Nobile

L'imperatore Carlo V

Quando, a partire dal gennaio del 1516, salirà al trono di Spagna Carlo I che alla morte del nonno paterno diventerà Carlo V, unificando sotto di se un regno che oltre alla Spagna contemplava la Sardegna, i regni di Napoli e di Sicilia e tutti i domini austriaci, dopo decenni di guerre e di dissesti catastrofici, si manifestano segni di distensione ed in ogni parte si  spera in un futuro più tranquillo e promettente. Anche i liparesi entrano in questo clima ed il 27 aprile del 1517 inviano in Spagna, come loro ambasciatore, il patrizio Antonello del Nobile, per farsi confermare i privilegi ed avanzare delle nuove richieste che presentano interessanti elementi di novità.

Del Nobile partì da Lipari con un documento dove erano segnati una ventina di punti che avrebbe dovuto illustrare  al sovrano, fidando nella sua “probità,virtù e legalità”, ma anche  nelle sue capacità oratorie: “vice set voces suas, che in dicte supplicatione e domande se possa regulare, jongere et mancare, ad suum velle moderare secondo che meglio ad ipso parerà expedire in lo più comodo et utile de la Università”[11]. E stando ai risultati Antonello dovette farsi onore.

Lipari, borgo della Maddalena e Sopra la Terra

Fra le nuove richieste, che il sovrano concede, vi è l’istituzione di una figura  nel governo locale, quella del tesoriere – che era già prevista nella riforma di Federico III ma che probabilmente a Lipari o non si era applicata o era caduta in disuso - con responsabilità nella contabilità e nell’amministrazione finanziaria, eletto in occasione dell’elezione dei giurati e sottoposto, come ogni altro amministratore o funzionario pubblico,ogni tre anni ad ispezione da parte di un emissario del viceré di Napoli; quindi la possibilità di utilizzare le tasse sul grano, che i liparesi commerciavano, per recintare con mura tutto il costone del borgo della Maddalena e di Sopra la Terra e per riscattare i cittadini che cadevano nelle mani dei pirati; il controllo della pratica corsara autorizzata che alcune volte non si rivolgeva contro i saraceni ma contro gli stessi correligionari rendendo così insicure le rotte marittime ed i traffici commerciali. A proposito proprio di questa pirateria che da pratica autorizzata per contrastare le incursioni dei saraceni si trasformava in pirateria tout court, che non aveva rispetto per nessuno, i liparesi avevano qualche esperienza diretta[12]. Le cronache dell’epoca parlano, a questo proposito, di un Ferrante Russo di Lipari e secondo Iacolino la “praia di Ferrante” che si trova a Lipari sotto la contrada di San Salvatore, potrebbe aver preso il nome proprio da questo pirata[13].

Una specifica richiesta riguarda la situazione ecclesiastica. I liparesi osservano che la Mensa vescovile ha una entrata annua di 700 ducati ma essi non vengono spesi né per il culto, né per restaurare le chiese, né per contribuire ad edificare le mura del borgo, anzi siccome i vescovi a Lipari si vedono poco, i liparesi vorrebbero che “vacando quisto Episcopato, che se faccia episcopo citadino e non forastiero”. Una speranza che andò delusa perché quando il vescovo Genoino nel 1530 rinunciò alla sede gli successero altri vescovi che continuarono a rimanere assenti, forse seguendo la diocesi da lontano[14].

Infine una richiesta specifica riguardava la Cattedrale: i liparesi chiedono che il sovrano intervenga presso il papa perché la Chiesa Maggiore di Lipari abbia l’organo, gli indumenti liturgici, gli ornamenti e le suppellettili necessari per gli altari, un decoroso tabernacolo ed una porta degna di questo nome. Il re acconsente ma non ritiene che per questo vada scomodato il papa, basta sollecitare il viceré di Napoli ed il vescovo di Lipari.

Da questo documento apprendiamo che i lavori per la nuova Cattedrale, iniziati sul finire del secolo precedente non erano ancora ultimati. La Chiesa era  aperta al culto ma era abbastanza trascurata nei decori e negli arredi e probabilmente presentava nell’aspetto un carattere di provvisorietà che veniva accettata come definitiva. “Sostanzialmente – annota Iacolino[15] - sarà questa la forma – una sola navata angusta e oblunga – che la nostra Cattedrale conserverà sino al 1772 allorché le sarà data quella planimetria ampia e abbastanza simmetrica che al giorno d’oggi vi riscontriamo”.

Ma il problema non era solo quello dei lavori non ultimati e degli arredi trascurati o mancanti, il fatto è che la chiesa non disponeva di un vero e proprio sagrato ma l’entrata dava immediatamente sulla strada principale della cittadina che ne era anche il punto centrale, dove si concentrava ogni giorno il mercato  con frastuono di carri e le grida dei banditori a cui si cercava di ovviare, inutilmente, con bandi che  proibivano di passare “innanti la Chiesa Cathredrale in tempi di Divini Officij per l’inconvenienti di sentire bennizzare ricotti ed altri simili per non disturbare il Divino Sacrificio[16].

 

 

 

 

 

Il Castello di Lipari da cui svetta la Cattedrale in un disegno di Spallanzani.

[1] F. Trinchera, Codice Aragonese, vol.II Napoli 1868,pp.58-59. G. Iacolino , op.cit., pag.254-255.

[2] F. Trinchera, Codice aragonese, vol. III, Napoli 1874, pag. 331. G. Iacolino, pag. 250-251.

[3] S. Polica, Carte adoperate dell’Archivio Gargallo, in “Archivio Storico Siracusano”. N.S. III (1974), Siracusa, pag. 32. G. Iacolino, op.cit., pag. 252-254.

[4] G. Iacolino, op, cit. pp 259-260.

[5] Archivio di Stato, Napoli-Sommarìa, Partium 40, 177, in C. Colafemmina, Per la storia degli ebrei in Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1996, p.134. G.Iacolino, op.cit., pp 255-256. Per quanto riguarda la sinagoga all'Annunziata, una scarna notizia sulla primitiva destinazione della costruzione e quella successiva il prof. Iacolino l’ha trovata in un manoscritto dell’800 opera di un anonimo e di proprietà della famiglia Mancuso cui abbiamo fatto riferimento anche precedentemente..

 

[6] G.Iacolino, op.cit. pp 261-274.

[7] C.M. Rugolo, op.cit., pag. 401.

[8] Dal foglio 31 al foglio 41 v. G. Iacolino, op. cit., pag. 267-273.

[9] Libro Verde o Libro dei Privilegi foglio 20, P. Campis, op.cit., pp 381-82; G.Iacolino, op.cit., pag 264.

[10] Libro Verde, foglio 38; G. Iacolino, op.cit., pag. 274.

[11] C. Trasselli, Da Ferdinando II Cattolico a Carlo V,  Soveria Mannelli, 1982, vol.II, pp 687-8. G. Iacolino, op.cit., pag, 275- 287.

[12] La distinzione tra “corsa” e “pirateria”, acquisita dalla storiografia, risulta però difficile da applicare in genere in Sicilia ed in particolare nelle Eolie dove il confine non è mai così netto. V. Rossella Cancila, Corsa e pirateria nella Sicilia della prima età moderna, in Quaderni storici, 107, n. 2 agosto 2001, pag. 363-377.

[13] G.Iacolino, op.cit., pag 280-1;

[14] A Genoino o Zenone fu chiamato a succedere un certo Pietro di cui non sappiamo niente salvo che era forestiero ed amministrò la diocesi tramite il vicario generale Nicolò Comito che era liparese.  A Pietro il 23 agosto 1532 succede Gregorio Magalotti che era romano ed aveva già l’incarico di governatore di Roma che si guardò bene dall’abbandonare. Quindi fu la volta di Baldo Ferratini di Amelia in provincia di Terni che rimase vescovo di Lipari dal 1534 al 1553, anch’egli senza mai mettere piede in diocesi.

[15] G. Iacolino, op.cit., pag. 283.

[16] G. La Rosa, op. cit. p. 247.

 

Allegati e integrazioni: 

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