DOCUMENTO: Giovanni Colonna. Gli Etruschi nel Tirreno Meridionale tra Mitistoria, Storia e Archeologia

Etruscan Studies

Journal of the Etruscan Foundation

 

Volume 9                                                                                                                               Article 16

 

1-1-2002

 

Gli Etruschi nel Tirreno Meridionale: tra Mitistoria, Storia e Archeologia

Giovanni Colonna

 

Follow this and additional works at: http://scholarworks.umass.edu/etruscan_studies

Recommended Citation

Colonna, Giovanni (2002) "Gli Etruschi nel Tirreno Meridionale: tra Mitistoria, Storia e Archeologia," Etruscan Studies: Vol. 9, Article 16.

Available at: http://scholarworks.umass.edu/etruscan_studies/vol9/iss1/16

 

 

This Article is brought to you for free and open access by ScholarWorks@UMass Amherst. It has been accepted for inclusion in Etruscan Studies by an authorized administrator of ScholarWorks@UMass Amherst. For more information, please contact scholarworks@library.umass.edu.

 

 

Oggetto della mia relazione è la presenza etrusca nel vasto spazio marino che bagna sia l’Italia meridionale, dal golfo di Napoli allo stretto di Messina, sia l’intera fac- ciata settentrionale della Sicilia, dallo Stretto fino a Erice e a Trapani (fig. 1). Spaziodistinto da quello del medio e alto Tirreno, in cui gli Etruschi sono stati da sempre, si può dire, a casa loro, e che è chiamato Tyrsenikòs kólpos da Sofocle nella sua prima tragedia, il Triptolemos, rappresentata all’indomani della battaglia navale di Cuma, nel 468 a.C. (nota1). L’espressione è riferita dal poeta alle coste ubicate tra l’Enotria e la Liguria, includenti quin- di, prima ancora dell’Etruria, il Lazio e la Campania: regione che anche altrove il poeta atti- co  mostra  di considerare appartenente all’Etruria(n.,2) come se quest’ultima iniziasse, nonostante Cuma, dalla penisola sorrentina (n.3) o addirittura dal Salernitano, in accordo con il passato etrusco, confermato dalle scoperte archeologiche, dell’ager Picentinus.(n.4). La qualifica di golfo data al mare in questione echeggia probabilmente i noti versi esiodei sul mychòs delle Isole Sacre, il mare remoto,in cui Agrios e Latinos, generati  da  Circe, regnavano “su tutti gl’incliti Tirreni. (n.”5).


 

figure 1 – Il mar Tirreno meridionale (da T.J. Dunbobin, The Western Greeks)



 

 

figure 2 – L’Italia come appariva ai Greci verso il 500 a. C. (da    Wikén).

Mychòs e kolpos sono termini denotanti uno spazio marino ritenu- to separato e marginale, sentito come il prolunga- mento del mare aperto di ugual nome, assai più este- so e meglio noto, che era appunto il Tirreno meri- dionale, frequentato dai Greci fin dall’età micenea.(n.6). Ne discende che con buona probabilità fino al V secolo i Greci hanno chiamato “mare Tirreno” il bacino meridionale di quel mare, al cui ingresso era la temuta Scilla “tirrena,” quasi un’ipostasi della pira- teria etrusca,(n.7) e “golfo tir- renico” il più lontano e angusto Tirreno centro- settentrionale,  disseminato di isole, appartenenti agli arcipelaghi pontino e toscano (fig. 2). Unica denominazione alternati- va, riferita specificamente al basso Tirreno, è stata quella di mare Ausonio, prediletta in età ellenistica da Licofrone e da Apollonio Rodio per la sua arcaicità, di sapore erudito, richiamante il nome di quelli che erano ritenuti i più antichi abitatori della Campania e delle Eolie(n.,8) di cui subito dirò. Tirreni e Ausoni erano popoli entrambi considerati esperti nel navigare, anche se i primi in misura enormemente maggiore, barbari maritumi secondo la nota definizione di Cicerone, che li appaiava per questo ai Punici(n..9) Non così gli Enotri, altra grande etnia italica, che ancora per Sofocle, come si è detto, si affacciava per lungo tratto sul basso Tirreno, e certo assai più degli Ausoni e dei Tirreni, ma dalla quale nessuno mai ha pensato di chiamare Enotrio quel mare.(n.10). E lo stesso può dirsi dei Siculi e degli Elimi, che pure incombevano sull’intera sponda meridionale dello stesso mare. Non sembra eccessivo dedurne che i nomi di mare Tirreno e di mare Ausonio non sono nomi puramente geografici, come quelli di mare Siculo e di mare Sardonio, ma possiedono un significato pregnante, evocante i popoli che si riteneva avessero per primi navigato e dominato le acque di quello che ancora oggi chiamiamo mare Tirreno.(n.11)

Fondamentale al riguardo è la tradizione relativa al popolamento delle isole Eolie, che costituiscono il centro, non geografico ma itinerario e quindi strategicamente ancor più degno di nota, del basso Tirreno, e non solo per i loro vulcani che, attivi o no, sfiorano con Stromboli e Salina i 1000 metri di altezza, sì da risultare visibili da grande distanza. Le Eolie infatti si trovavano sulla rotta che, facilitata dal movimento delle correnti marine superfi- ciali, conduceva dall’Africa e dalla Sicilia occidentale verso la Campania, toccando le coste della Penisola all’altezza del Cilento, e precisamente di Capo Palinuro.(n.12). Inoltre per la loro posizione erano in grado di control- lare altrettanto efficacemente anche l’altra rotta – il traiectus pliniano di cento miglia (n.13) - che dallo Stretto puntava in linea retta anch’esso su Capo Palinuro, per proseguire poi lungo le coste della Campania. Questa eccezionale situazione contribuisce a giustifi- care, assieme alle molte risorse naturali, non solo la grande prosperità goduta dalle isole nella preistoria, a partire dal neolitico e in particolare durante l’intera l’età del Bronzo, ma anche le repentine devastazioni, documentate dall’archeologia, cui le stesse sono andate soggette più volte nel corso del tempo. Devastazioni culminate in quella ch  ha posto drasticamente fine, intorno al 900 a.C. o poco dopo,(n.14) all’insediamento principale dell’arcipelago, insistente sul Castello di Lipari (fig. 3), cui seguì la cessazione di ogni forma di vita organizzata nelle isole fino all’arrivo dei coloni greci, cnidii e rodii, nella 50° Olimpiade (580-576 a.C.).

 

figure 3 – Il Castello di Lipari visto da  N.


Ora è un dato di grande interesse, giustamente valorizzato dai benemeriti indaga- tori delle Eolie, Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier, che il più antico popolamento delle isole di cui restava memoria, a livello mitistorico, era fatto risalire, nella tradizione euboico-calcidese ripresa da Timeo e riferita da Diodoro Siculo in V, 7, 5-7, a una immi- grazione di Ausoni provenienti dalla Campania.(n.15) Costoro sarebbero stati guidati da Liparo, figlio del re Ausone, eponimo di quel popolo. Scacciato dai suoi fratelli, e dispo- nendo “di navi lunghe e di soldati”, egli avrebbe fondato Lipàra e accolto gli Achei condotti da Eolo, al quale avrebbe concesso in moglie la figlia Cyane, facendone il suo successore. Con l’aiuto di Eolo egli sarebbe quindi ritornato in Campania e avrebbe regnato “sui luoghi intorno a Sorrento”, dove, una volta morto, sarebbe stato oggetto di un culto eroico. Eolo e i suoi figli avrebbero invece regnato, oltre che sulle Lipari, sull’estremità della Penisola, nel territorio di Reggio, e su una vasta parte della Sicilia, sia tirrenica che ionica. È indubbio che a tali vicende, il cui inizio era collocato tre generazioni prima della guerra di Troia, nella prima metà del XIII secolo a.C., il basso Tirreno e lo stesso mare Siculo debbano il loro più antico nome di Ausonio.

Gli scavi di Bernabò Brea e della Cavalier hanno arrecato, com’è noto, una splendida conferma alla saga degli Ausoni, mostrando che, all’epoca del loro presunto arrivo, la sequenza culturale delle isole conosce una brusca cesura, con la concentrazione del popolamento  sul Castello di Lipari e con l’avvento di una facies archeologica, il c.d. Ausonio I, presente anche a Milazzo e strettamente imparentata prima al sub- appenninico e poi al pro- tovillanoviano iniziale della Penisola, ma al tempo stes- so aperta alle frequen- tazioni egee, come rivelano le importazioni di ceramiche del Miceneo III B e C 1.

 

 

figure 4 – Ceramiche dell’Ausonio II dal Castello di Lipari (da I Micenei in Italia, 1967),


 I contatti con la Penisola continuano nel Bronzo finale con il c.d. Ausonio II (circa 1100-900 a.C.) (fig. 4), che rappre- senta il momento di massi- mo fulgore di Lipari, se- gnato da intense relazioni con  la  Sicilia  e  con   la Sardegna nuragica, oltre che con l’Italia meridionale. Proprio quando Lipari è al suo apogeo, verso il 900 a.C. o poco dopo, sopraggiunge il terribile incendio, che devasta le sontuose dimore dei discendenti di Eolo con le loro copiose suppellettili ancora in posto.(n.16) Inizia allora quel va- cuum di testimonianze, protrattosi per circa tre secoli, che si è cercato invano di spiegare con un del tutto ipotetico manifestarsi di attività vulcanica primaria nell’isola e nelle acque circostanti.(n.17). Non esito a dire che il prolungato abbandono dell’arcipelago eoliano offre una preziosa chiave di lettura per ricostruire la storia del basso Tirreno durante l’età del Ferro. Ci si può e ci si deve chiedere chi sono stati coloro che non solo hanno distrutto Lipari, ma, fatto storicamente ancor più rilevante, sono riusciti per un così lungo arco di tempo a impedire che l’abitato rinascesse, tenendone lontani i superstiti e tutti coloro che avessero voluto insediarvisi. E’ logico pensare a genti che, forti di un’adeguata dime- stichezza col mare, sono riuscite a sostituirsi ai Liparesi nel dominio del basso Tirreno, riuscendo nel loro intento senza bisogno di insediarsi stabilmente nell’arcipelago. Al riguardo già il nome di mare Tirreno, affiancato non sappiamo da quando, ma certo da data assai risalente, a quello di mare Ausonio, offre una prima, fondamentale indicazione, come si è detto in apertura. Ma la stessa saga di Liparo, una volta integrata, come ho ten- tato recentemente di fare, con i dati offerti da un passo del Servio Danielino relativo a Eolo, trascurato dalla maggioranza degli studiosi, contiene un esplicito riferimento al “nemico storico” dei Liparesi.(n.18) Il Servio Danielino dà infatti un nome al più “cattivo” dei fratelli che avevano scacciato Liparo dalla Campania, e questo nome è Tirreno. E dà anche una motivazione alla venuta di Eolo sullo scenario delle isole Eolie: sarebbe stato inviato da Agamennone a sbarrare la via dello Stretto a Tirreno, che meditava un’ardita impresa piratesca, il saccheggio delle coste del Peloponneso. Per raggiungere lo scopo Eolo avrebbe stretto alleanza con Liparo, ne avrebbe sposato la figlia e lo avrebbe infine aiutato a ritornare in Campania, restando unico signore dell’arcipelago.

Non mi soffermo,  avendolo  già fatto  altrove,(n.19 )  sulla  notevole  rilevanza  che   la tradizione così ricostruita ha per la conoscenza della teoria autoctonista sulle origini etrusche, a noi nota da Dionigi d’Alicarnasso, che, seguendo Dominique Briquel, ritengo sia stata for- mulata per la prima volta dallo storico siracusano Filisto. Qui preme invece rilevare che la tradizione di un Tirreno autoctono, ausone invece che lidio (o misio), presuppone un antichissimo radicamento degli Etruschi sulle coste della Campania, in stretta simbiosi con il popolamento ausone della regione, che sembra avere avuto il suo punto di forza nella peniso- la sorrentina e nella valle del Sarno. Radicamento che sembra peraltro noto e condiviso anche dai sostenitori della teoria orientale della etnogenesi etrusca, dato che per Licofrone Tarconte e Tirreno, considerati fratelli, avrebbero conquistato non solo l’Etruria, ma anche il paese abitato dai discendenti dei Giganti, cioè i campi Flegrei. Il che spiega a mio avviso la pressoché certa menzione di Hamae, sede in età storica del santuario federale dei Campani, nei pressi di Literno, nell’assai mutilo elogium di Tarconte esposto in età romana nel Foro di Tarquinia, la città che da lui aveva preso nome.(n.20) Si può insomma recuperare per vie diverse il ricordo di una presenza etrusca nella Campania costiera, in un’età assai più antica non solo di Pitecusa e di Cuma, ma anche di Capua e di Nola, le città della mesogèa campana che secondo Velleio Patercolo sarebbero state fondate dagli Etruschi al tempo di Esiodo, ossia nella sua cronologia verso l’800 circa a.C.(n.21). Con il Tirreno figlio di Ausone e con Tarconte e Tirreno figli di Telefo, e quindi nipoti di Eracle, siamo proiettati in un’età addirittura anteriore alla guerra di Troia, l’età appunto in cui inizia l’Ausonio I a Lipari e a Milazzo.

Quanto fin qui detto concerne essenzialmente la mitistoria, con i suggestivi riscon- tri che ad essa sembrano offrire le scoperte archeologiche delle isole Eolie. L’ostilità dei Tirreni verso i Liparesi è chiaramente adombrata in queste tradizioni, ma è un’ostilità vittoriosamente rintuzzata dagli isolani, come lo sarà nei conflitti di V e IV secolo a.C. tra i coloni cnidii e gli Etruschi, conflitti che hanno certamente contribuito al fissarsi di quelle tradizioni nei termini in cui le conosciamo, a opera forse già di Ippi di Regio e poi degli storici siracusani, con a capo il già ricordato Filisto.22 Per trovare un’eco, anche se solo indiretta, della distruzione di Lipari avvenuta alle soglie dell’età del Ferro dobbiamo invece rivolgerci a un altro filone di tradizioni, concernente gli inizi della colonizzazione greca in Occidente. E qui assume un grande rilievo quel che afferma Eforo in un celebre passo,23 a proposito della fondazione delle più antiche colonie di Sicilia, Naxos e Megara, avvenuta secondo lui nella decima generazione dopo la guerra di Troia, quindi intorno alla seconda metà del IX secolo: prima di allora i Greci avrebbero evitato di frequentare l’isola anche solo per commercio, a causa della pirateria dei Tirreni e della crudeltà degli indigeni. La data indicata dallo storico è manifestamente troppo alta per l’inizio della colonizzazione, ma non lo è nei confronti dell’inizio del commercio greco nei mari d’Occidente, che già verso la fine del Geometrico Medio è in pieno svolgi- mento. Comunque sia, la cronologia assoluta conta relativamente poco per il nostro assunto: l’importante è che sia rimasta memoria dell’ostacolo posto dalla pirateria tirrenica prima alle relazioni commerciali dei Greci con la Sicilia (fino alla fine del IX- inizio VIII secolo), e poi alle loro fondazioni coloniali sulla costa ori- entale dell’isola (fino alla metà o poco dopo dell’VIII secolo).



 

figure 5 – Armi e fibule di bronzo dalla   tomba 180 di Pontecagnano (da L.Cerchiai, I  Campani).

Il dispiegarsi della pirateria tirrenica nello Stretto e nelle acque della Sicilia trova d’altra parte la sua necessaria premessa nella fine del controllo del basso Tirreno da parte dei Liparesi di stirpe ausone, a sua volta con- seguente alla distruzione dell’abitato del Castello, un evento che si tende a datare, come si è detto, intorno al 900 a.C. o poco dopo. Un’impresa in tutto degna del mitico Tirreno, che in questa luce non può non apparire come la prima manifestazione di quella stessa pirateria, che subito dopo si sarebbe proiettata sulla grande isola vicina. L’attribuzione ai Tirreni della distruzione di Lipari non è una novità, poiché è stata già a più riprese prospettata da Bernabò Brea e dalla Cavalier, ma con ripensamenti e incertezze, dovute alla difficoltà, riporto   le loro parole, “di far risalire la talassocrazia dei Tirreni sul mare che da essi prende nome ad un’età così antica.”24 In realtà, senza parlare anacronisticamente di talassocrazia, la dime- stichezza col mare dei Tirreni-Etruschi, e insieme lo spiccato interesse da essi manifestato verso il basso Tirreno, sono provati, in sostanziale coincidenza cronologica con la di- struzione di Lipari, dall’insediamento sulla costa salernitana, in territorio già ausone, della popolosa comunità di Pontecagnano, per la quale anche i più convinti oppositori di una ge- neralizzata identificazione etnica dei portatori della cultura villanoviana riconoscono che si debba pensare all’arrivo di Etruschi.25 Un arrivo avvenuto certamente via mare, a una di- stanza dai luoghi di partenza – da ubicare sul litorale tarquiniese e forse anche vulcente – ancora maggiore di quella che separa Pontecagnano da Lipari, mettendo in opera quello che appare come il più consistente trasferimento marittimo documentabile per l’intero arco della storia etrusca.

L’insediamento di Pontecagnano rivela già nelle sue caratteristiche insediamentali – un agglomerato esteso per circa 80 ettari, situato in aperta pianura e nei pressi di lagune costiere facilmente accessibili, con trascurabili apprestamenti difensivi - , un formidabile potenziale di uomini e di risorse, anche militari, come provano le tombe di guerriero portate alla luce (fig. 5),26 che ne fanno l’elemento nuovo e dinamico apparso con l’inizio dell’età del Ferro sulla ribalta del basso Tirreno. La portata delle sue capacità di espansione è rivelata dal controllo ben presto esercitato sull’intera pianura del Sele, seconda nella Campania per esten- sione solo alla Terra di Lavoro, e anche sulle contigue frange collinari (Eboli), accompagnato da quel tanto precoce quanto effimero “a fondo” in pieno retroterra enotrio, rappresentato dall’insediamento villanoviano di Sala Consilina nel vallo di Diano. L’apertura di Pontecagnano ai contatti marittimi balza in primo piano con la ripresa della frequentazione greca del Tirreno alla fine del IX-inizio VIII secolo, quando l’insediamento accoglie nelle sue tombe, contro ogni aspettativa. il massimo numero di coppe a semicerchi penduli finora venu- to in luce in Occidente, oltre a un elevato numero di coppe a chevrons e di altre ceramiche medio-geometriche.27 Ma già nella seconda metà del IX secolo arrivano a Pontecagnano bronzi sardi, ceramiche dipinte “piumate” dalla Sicilia, armi di bronzo e minerale di ferro dalla Calabria,28 documentando la forte proiezione marittima di una comunità già definibile a tutti gli effetti come protourbana.29

Il meno che si possa dire, mi pare, è che l’etrusca Pontecagnano abbia preso in qualche misura il posto lasciato vacante dalla Lipari ausonia, e questo anche nei confronti dei suoi potenziali interlocutori esterni, greci e fenici. La cronologia consentirebbe di chiamare in causa questi ultimi per la distruzione di Lipari, ma tutto quel che sappiamo dell’“univer- so fenicio,” per richiamare il titolo di una recente sintesi al riguardo,30 depone contro una simile ipotesi, cui del resto si è fatto ricorso senza troppa convinzione.31 Oltre tutto i primi stanziamenti fenici di Sicilia, che avrebbero preceduto secondo Tucidide la colonizzazione greca e dai quali in teoria potrebbe essere partita l’offensiva contro Lipari, non erano per quanto sappiamo altro che esili “postazioni” commerciali,32 scomparse senza lasciare traccia, ben diverse da un centro popoloso e strutturato come Pontecagnano. Non resta quindi a mio avviso che pensare a quest’ultimo come al maggiore indiziato per la distruzione di Lipari33 e per la conseguente imposizione di quella supremazia sul basso Tirreno, cui dobbiamo la nascita del topos della pirateria etrusca. Quanto alla causa scatenante del conflitto, non è da escludere    che    sia  da proprio nell’ostilità suscitata nei Liparesi dall’insediamento di un cospicuo contingente di Etruschi in un’area, il golfo di Salerno, posta a cavallo tra l’antico reame di Liparo sulla penisola sorrentina (e forse sulla contigua valle del Sarno: lumi al riguardo potranno venire dalle sensazionali scoperte di Poggiomarino vicino Pompei)34 e la pia- nura del Sele, dove le importazioni di ceramica tardo-micenea  di Paestum, Montedoro di Eboli   e   Polla  rivelano antiche  relazioni    con l’arcipelago.35


figure 6 – Iscrizione di Hisa Tinnuna da Cuma (da G.Colonna, in L’incidenza dell’Antico).

figure 7 – Calice dalla tomba 3509 di Pontecagnano con l’iscrizione di Velchae Rasunies (da StEtr 2002).


Non è da credere che con lo stanzia- mento euboico prima a Pitecusa e poi a Cuma il controllo etrusco del basso Tirreno sia venuto d’un colpo a mancare, anche se sullo Stretto e sulla costa settentrionale della Sicilia si ebbero poco dopo le fondazioni di Zancle, Reggio e Mylai, seguite alla metà del VII sec- olo da quella di Imera, mentre i Fenici poten- ziavano lo scalo di Palermo. Lo stanziamento degli Euboici nella zona flegrea è infatti avvenuto a spese di una parte del ristretto ter- ritorio che era stato conservato dagli Ausoni, e più precisamente da quelli tra loro che i Greci chiamavano Opici,36 ma la collocazione sulla rotta marittima che univa Pontecagnano all’Etruria rende inverosimile che ciò sia avvenuto senza il consenso degli Etruschi, sia della madrepatria che del Salernitano. Consenso concesso evidentemente nella consapevolezza dei grandi vantaggi che il rapporto coi Greci, portatori della scrittura e in gen- erale di una cultura tecnologicamente e intellettualmente assai più avanzata, poteva offrire, purché adeguatamente regolato. Pitecusa, e poi la stessa Cuma, sembrano di fatto avere assun- to, sul versante degli scambi, un ruolo di tipo squisitamente emporico37 nei confronti di tutto il medio e basso Tirreno, in un contesto geo-politico in cui il peso degli Etruschi, che si tende volentieri a sottostimare, è invece rimasto a lungo preponderante, sia sul mare che sulla ter- raferma. Che gli Etruschi siano stati i partners privilegiati dagli Euboici risulta tra l’altro dalla loro presenza fisica, a titolo di meteci e di xenoi, tra la popolazione sia di Pitecusa che di Cuma, documentata in modo esplicito tra la fine dell’VIII e la metà del VII secolo dalle iscrizioni rinvenute nei due centri, che accolgono onomastica etrusca, riferita a donne immi- grate (nel caso delle iscrizioni di Ame a Pitecusa e di Tataie a Cuma) o sono addirittura, come credo, in lingua etrusca (iscrizione di Hisa Tinnuna a Cuma, spettante a un personaggio di rango, la cui gens pretendeva di discendere da Tina/Zeus)38 (fig. 6). Il nome personale reso in greco al femminile con Ame ha una speciale importanza perché costituisce la base del gen- tilizio Amina(s), attestato a Pontecagnano nel tardo VI secolo, dal quale hanno probabilmente tratto nome gli Aminei, famosi per il loro vino, abitanti nell’entroterra collinare della città.39 Ma in proposito va detto che a Pontecagnano stessa è ora emersa, dalla tomba 3509, un’iscrizione etrusca della metà o poco dopo del VII secolo, che, essendo la più antica di tutta la Campania dopo quella di Hisa Tinnuna, ci invita a guardare con occhi nuovi al fenomeno di questa etruscità periferica. Come quella di Tinnuna, è un’iscrizione di dono, in questo caso sicuramente funerario, rivolto a una bambina morta nell’età di appena un anno e sepolta con uno sfarzoso corredo ascrivibile all’orientalizzante medio. I donatori sono una coppia di sesso diverso, identificabile sicuramente con i suoi geni- tori.40 (fig. 7) Mentre la donna Venel(i)a è priva di gentilizio, il coniuge Velchae Rasunies ne esibisce uno finora non altrimenti noto, se non tramite il lat. Rasinius e soprattutto i numerosi casi di conservazione a livello di idronimi o di toponimi moderni, concentrati non a caso nell’Etruria nord-orientale e nel confinante paese umbro. Il fatto degno di nota è che il gentilizio in questione deriva dal termine istituzionale etrusco *rasuna, conosciuto finora nella veste fonetica recente rasna, equivalente a lat. populus e signifi- cante “la parte dei cittadini atta alle armi.”41 Alla pari del mitico “condottiero” Rasenna, da cui gli Etruschi si autodenominavano secondo Dion. Hal. I, 30, 3, un’importante gens di Pontecagnano aveva pertanto preso nome dalla qualifica di “portatore di armi” del suo capostipite. Il che conferisce al ceto dei “principi,” cui appartengono le splendide tombe dell’Orientalizzante antico pubblicate da d’Agostino e Cerchiai,42 una connotazione prima di tutto militare, estensibile senza difficoltà agli omologhi “principi” di Cuma (tomba 104 Artiaco) e di altre comunità ugualmente di confine, ma di ambito centro-itali- co, quali Praeneste, Veio, Colle del Forno, Fabriano, Verucchio, Quinto Fiorentino, Comeana. Casal Marittimo e via dicendo.43 Anche Pontecagnano è stata in tutta la sua storia, ma specialmente tra il IX e il VII secolo, una marca di confine, non solo verso il retroterra amineo ed enotrio, ma anche, e direi soprattutto, verso lo spazio marino che dal golfo di Salerno arrivava alle Eolie e alle coste della Sicilia.

La nuova iscrizione insegna che i “principi” di Pontecagnano si sono assai presto appropriati del bene della scrittura, in linea con quello che accadeva nell’Etruria meridio- nale, e in particolare a Caere. Ma è a partire dalla fine del VII - inizio VI secolo che, di con- serva con la progrediente maturazione urbana, la diffusione della scrittura conosce un notevolissimo incremento. Con le ultime acquisizioni44 il numero delle iscrizioni com- plessivamente restituite da Pontecagnano supera quasi di un terzo quelle finora note da Capua (53 contro 37), nessuna delle quali del resto è anteriore all’ultimo quarto del VI e posteriore al terzo quarto del V secolo a.C., mentre le iscrizioni di Pontecagnano coprono un arco cronologico assai più lungo e stabile, che va dalla metà del VII alla fine del IV seco- lo a.C.45 Il nocciolo duro della etruscità campana è dunque da riconoscere, almeno sotto questo aspetto, non, come comunemente si crede, nella Terra di Lavoro ma nel Salernitano. L’affacciarsi di Sibari sul Tirreno, che portò verso il 600 a.C. alla fondazione di Poseidonia e di quel tipico santuario di confine che è l’Heraion del Sele, costituì di fatto una limitazione della sfera di influenza territoriale degli Etruschi di Pontecagnano. Tuttavia non abbiamo nessun motivo di credere che essi e i loro cugini dell’Etruria meridi- onale non abbiano conservato la loro supremazia sulle acque del basso Tirreno, con- siderati anche i tradizionali rapporti di amicizia tra Sibari e gli Etruschi. Né tale supre- mazia è stata messa in forse dalle navigazioni focee verso l’alto Tirreno e il Golfo del Leone, culminate nella nascita di Massalia, pure intorno al 600 a.C. Tali navigazioni sono infatti impensabili senza il consenso e il probabile cointeressamento degli Etruschi, indiziato dalle scoperte del porto di Marsiglia, dall’apertura dell’emporio di Gravisca e inizialmente forse dalla stessa installazione focea ad Alalia.46

La storia successiva dei rapporti tra Greci ed Etruschi nel basso Tirreno, che mi limito a rievocare per grandi linee, conferma, se non m’inganno, la prospettiva di ricerca fin qui delineata, intesa a rivalutare il ruolo storico avuto dagli Etruschi del Salernitano. Quando gli ultimi arrivati tra i molti frequentatori greci dello spazio tirrenico, i Cnidii che avevano tentato invano di installarsi nella cuspide occidentale della Sicilia, rifon- dano Lipari, poco dopo il 580 a.C., osando fare quello che non avevano osato gli Euboici di Zancle e di Reggio, pur tanto più vicini, inizia quella conflittualità permanente con gli Etruschi, che condizionerà la stessa organizzazione politica e isti- tuzionale della colonia, suscitando lo stu- pore dei contemporanei.

 

figure 8 – Il cippo dei Tirreni a Delfi nella ricostruzione Colonna (da I grandi santuari della Grecia e  l’Occidente).

La risposta etrusca alla rifondazione di Lipari credo sia stata il rapido incremento, culminato nell’ultimo quarto del secolo, dell’insediamento di Fratte, nell’angusta valle dell’Irno, ubicato, a   differenza  di   Pontecagnano,  in  una posizione strategicamente formidabile, in grado di controllare sia la via terrestre, sempre più trafficata, che univa Capua a Poseidonia, sia, e credo ancor più, la navigazione del basso Tirreno, utilizzando il magnifico porto naturale di Salerno presso la foce del fiume.47 È questa certamente l’antica Marcina, ktisma degli Etruschi per Strabone,48 che l’archeologia insegna essere stata popolata da Etruschi venuti, come indica la grafia delle iscrizioni, anche per Fratte ormai abbastanza numerose, da Tarquinia e da Vulci, con apporti anche etrusco-settentrionali,49 mentre a Pontecagnano sembra essere rimasto dominante il modello di scrittura proprio di Caere. Il nome della città, di cui Ecateo ha conservato la forma originaria, Mamarcina,50 tradisce l’iniziativa di un gruppo gentilizio il cui nomen mostra origini latino-italiche, forse ausoni, denotando la fortissima capacità di attrazione e di assimilazione esercitata verso le popolazioni indigene da queste comunità di confine, sia etrusche che greche.

Gli eventi culminati nell’alleanza etrusco-cartaginese e nella battaglia del mare Sardonio, poco dopo il 540 a.C., riguardano la storia dell’alto Tirreno, il Tyrsenikòs kólpos di Sofocle nell’accezione più ristretta. Tuttavia ebbero come conseguenza finale l’instal- lazione dei Focei di Alalia a Elea nel Cilento, a ridosso di Poseidonia, in una posizione muni- ta che in certo qual modo ricorda quella di Fratte. La vittoria militare fruttò agli Etruschi, in particolare di Caere/Agylla, il riconosci- mento internazionale della supremazia da seco- li esercitata sul basso Tirreno, o Tirreno pro- prie  dictu.  Tale  supremazia  però  da  allora


figure 9 – La rupe di Scilla (da D. Amato, Calabria).


rimase effettivamente incontestata soltanto fino al “meridiano” congiungente Lipari con Elea, le due città greche di più recente fondazione, divenute ben presto amiche ed alleate, poste nei due punti chiave per le rotte di quel mare, le Eolie e il Capo Palinuro, anche se dotate di marinerie di ben diversa rilevanza. La situazione restò in precario equilibrio fino all’inizio del V secolo, quando iniziò la contropirateria di Dionisio di Focea, lo sconfitto di Lade, ai danni di Etruschi e Cartaginesi, che tutto lascia credere abbia avuto per base proprio Lipari.51 Si venne allora alla resa dei conti tra Etruschi e Liparesi, che portò all’espugnazione etrusca di Lipari (circa 485 a.C.), ricordata da Callimaco e, secondo la mia proposta, celebrata sia dal c.d. Cippo dei Tirreni rinvenuto a Delfi, che a più riprese si è voluto banalizzare come una dedica privata o una dedica rivolta a un preteso “Apollo Tirreno” (a Delfi !) (fig. 8), sia dall’elogium del tar- quiniese Velthur Spurinna, a qu[o Apollo cortina] aurea ob vi[ctoriam donatus est], come da me restituito. Fu solo dopo la battaglia di Imera che gli Etruschi poterono essere sconfitti e Lipari liberata, forse con l’intervento dei Siracusani, che di certo avevano costretto il tiranno di Reggio Anassilao, fino allora schierato con i Cartaginesi e gli Etruschi, a fortificare contro di essi la rupe di Scilla, “per impedire ai pirati il passaggio dello Stretto”52 (fig. 9).

Conseguenza immediata della perdita etrusca delle Eolie fu, nel clima di cre- scente conflittualità a sfondo etnico conseguente alle guerre Persiane e ad Imera, l’attac- co portato dagli Etruschi del mare contro Cuma che, morto Aristodemo, appariva come una facile preda, nonostante la rinsaldata amicizia con Capua. Gli assalitori, tra i quali non potevano mancare gli Etruschi di Fratte e di Pontecagnano, furono sconfitti solo gra- zie all’intervento di Hieron e dei Siracusani, che portò nel 474 a.C. alla fine della talas- socrazia etrusca nel basso Tirreno (e all’inizio della vera e propria pirateria, che si pro- lungherà fino a tutto il IV secolo, come insegna il caso di Postumio il Tirreno all’epoca di Timoleonte).53 La potenza navale etrusca dalla battaglia di Cuma in poi è ricacciata in fondo a quel Tyrsenikòs kólpos, dal quale era partita quasi cinque secoli prima.

 

 

N O T E S

 

  1. Fr. 541 Nauck (= Dion.Hal. I, 12, 2).
  2. Fr. 682 Nauck, dove la Tyrsenìs límne, sede di un oracolo dei morti, si identifica cer- tamente col lago d’Averno (Wikén 1937, 118 s.). Alla stessa concezione si rifà la definizione di Pitecusa come nêsoi perì Tyrrenían in Steph.Byz., s.Pithekoûssai.
  3. Si ricordi la Tyrrhena Minerva di Punta della Campanella (Stat., silv. II, 2, 2 ; III, 2, 23), la definizione di Nuceria, capoluogo della regione, come città della Tyrsenia da parte di Filisto (apud Steph. Byz., s. Noukría) e quella analoga di Surrentum (Steph. Byz., s.Surréntion).
  4. Plin., III, 70. (a Surrentino ad Silerum amnem XXX m.p. ager Picentinus fuit Tuscorum).
  5. Theog.1011-1016. Cfr.A.Mele, in Storia del Mezzogiorno I (Napoli 1991) 240 s.
  6. Analogo è il caso dello Iónios kólpos, che in origine era l’intero l’Adriatico, rispetto al mare Ionio (rinvio al mio contributo negli Atti del convegno. L’archeologia dell’Adriatico dalla preistoria al medioevo, Ravenna 2001/ Firenze 2003) 146-175.
  7. Eur., Med., 1342 sg., 1359.
  1. La sequenza onomastica mare Ausonio-mare Tirreno è chiaramente stabilita in Dion. Hal. I, 11, 4.
  2. Cic., de rep. II, 4, 9 (maritumi i Punici per commercio, gli Etruschi latrocinandi causa).
  3. Mentre erano chiamate Enotrie le due isolette contra Veliam (Plin. III, 85; Strab. VI, 1, 1 e 6), una delle quali è certamente quella di Camerota, su cui De Magistris 1995, 7-77, spec.25 s.
  4. Come esplicitamente afferma Diod. Sic.V, 40, e implicitamente Hyg, fab.134, quan- do fa derivare il nome del mare dai pirati tirreni tramutati in delfini, mostrando di ambientare nel Tirreno il tentato ratto di Dioniso da parte dei pirati.
  5. De Magistris 1995, 9-11, 69, con bibl.
  6. Plin.III, 71.
  7. Per L. Bernabò Brea e M. Cavalier la distruzione sarebbe avvenuta “non oltre la fine del X o i primissimi anni del IX secolo a.C.” (così in Lipari. Museo archeologico Eoliano (Palermo 1994) 40: lo stesso scrive M. Cavalier, “La fondazione della Lipara cnidia,” in La colonisation grecque en Méditerranée occidentale (Roma 1999) 294).A.M. Bietti Sestieri aveva invece pensato a una data “probabilmente intorno alla metà del IX sec.a.C.” (Kokalos XXVI-XXVII (1981)     51).
  1. Rinvio in proposito al mio “Tyrrhenus Lipari frater” in DAMARATO 265-269. Le fonti sono comodamente consultabili in Pagliara 1995 e, per la parte concernente più specificamente gli Ausoni, nella silloge di A. Pagliara, in In memoria di Luigi Bernabò Brea (Palermo 2002) 199-246 (manca il passo del Servio Dan. sul Tirreno ausone, da me valorizzato nell’articolo sopra citato).
  2. Sintesi dei dati in Bernabò Brea e Cavalier (Supra n.14), 36-40.
  3. Zunino 1999. L’affermazione di Senofane è per lo meno ambigua, essendo citata dallo Pseudo-Aristotele in un’elencazione di “fuochi” di diversa natura, quasi tutti non vulcanici o spettanti a fenomeni di vulcanismo secondario (de mir.ausc. 33-41). Non è vero inoltre che Callimaco chiami Hierà l’isola di Lipari, anche se colloca in essa i Ciclopi, invece che a Vulcano (Zunino 1999, 33 sg.).
  4. Cfr. n.15. Sono tornato sull’argomento in SARDEGNA 98-100. 19. Supra n.18, 10, 105.
  1. Colonna 1987, 153-157. La proposta è stata accolta da Cristofani 1995, 85, 105 s.
  2. G. Colonna, in Storia della Campania. L’evo antico, a cura di G. Pugliese Carratelli (Napoli 1991) 36.
  3. Colonna in DAMARATO 266 s.
  4. Noto da Ps.Scymn. 270-273 e più diffusamente da Strab. VI, 2, 2. Fonte di Eforo è probabilmente Ellanico (E.Lepore, in Kokalos (supra n.14) 184).
  5. Meligunìs-Lipara IV (Palermo 1980) 717. In precedenza i due studiosi si erano espressi favorevolmente, anche se di sfuggita, all’ipotesi di una responsabilità dei Tirreni nella fine di Lipari (BPI 65, 1956, 88). Ipotesi cui sono ritornati nello scritto citato supra n. 14, 42 (“viene ovvia l’ipotesi che la distruzione sia dovuta ad una coali- zione delle città costiere, forse dei Tirreni, per le quali la pirateria esercitata dai liparesi poteva essere particolarmente molesta”).
  1. R. Peroni, in La presenza etrusca nella Campania meridionale (Firenze 1994), 195 (“anche oggi ho parlato tutto il tempo per sostenere come i dati archeologici mostri- no che a Pontecagnano sono venuti degli Etruschi”). Così già del resto in Popoli e civiltà dell’Italia antica IX, 1989, 554.
  2. Cerchiai 1995, 59 s.
  3. Bailo Modesti e Gastaldi, 1999: almeno sette coppe a semicerchi penduli e dodici a chevrons.
  4. Gastaldi 1994, 49-59. Verosimilmente trasmessa da Pontecagnano è anche la cerami- ca enotria a tenda rinvenuta nell’Etruria meridionale (Colonna 1974, 297-299).
  5. B. d’Agostino, in L’incidenza dell’Antico. Studi di in memoria di Ettore Lepore, I (Napoli 1995) 318 ss.
  6. Gras et al. 2000, 76 ss.
  7. Da Bernabò Brea-Cavalier, Meligunìs-Lipara IV, supra n.24, e da E.Di Miro, in Lo Stretto crocevia di culture (Atti Taranto 1986) (Napoli 1993) 528.
  8. P. Anello, in Palermo punica (Palermo 1998) 40 s., con bibl.
  9. In tal senso ora anche R.M. Albanese Procelli, Sicani, Siculi, Elimi (Milano 2003) 31.
  10. Vedi per ora R.Peroni, in Archeologia viva, luglio-agosto 2002, 75.
  11. Da ultima Cinquantaquattro 2001, 12 ss.
  12. A partire da Antioco e da Aristotele. Cfr. Colonna (supra n.21) 30-32.
  13. Mi avvicino alla valutazione data da B.d’Agostino, in Apoikia. Scritti in onore di Giorgio Buchner (AION ArchStAnt n.s.1) (Napoli 1995) 19-27. 

38.  Colonna 1995, 325-342.

39.   Ibid., 330 s.

  1. L’iscrizione è pubblicata da me, con una presentazione preliminare del corredo da parte di C.Pellegrino, StEtr LXV-LXVIII, 2002, 384-388, no.84.
  2. Colonna 1988, 25 ss. 42. Cerchiai 1995. 86-89

43.   Documentazione in BOLOGNA.

44.  Colonna (Supra, n.40), 382-409, no.84-99.

  1. Colonna (Supra, n.40), 382 s.
  2. F. Zevi, in DAMARATO 235 ss.; Colonna, in Atti del XXIII convegno di studi etruchi e italici, Marseille-Lattes 2002 (in stampa).
  3. Pontrandolfo e Greco.

48.  Strab. V, 4, 13.

  1. Colonna (Supra, n.40), 378-382, no.82 s., con bibl.
  2. Presso Steph.Byz., s.v.
  3. Per queste e le niccessive vicende riuvio a Colonna 1984, 1989 e 1993. 52. Strab. VI, 1, 5 (C 257).

53.   Colonna 1980-1981, spec. 180.



 

 

B I B L I O G R A P H Y

 

Bailo Modesti, G., e P. Gastaldi, ed. 1999. Prima di Pithecusa. I più antichi materiali greci del golfo di Salerno, catalogo della mostra di Pontecagnano. Napoli.

BOLOGNA = 2000. Principi etruschi tra Mediterraneo e Europa, cat. della mostra di Bologna. Venezia.

Cerchiai, L. 1995. I Campani. Milano.

Cinquantaquattro, T. 2001. Pontecagnano II, 6 : L’agro picentino e la necropoli di locali- tà Casella. Napoli.

Colonna, G. 1974. In Aspetti e problemi dell’Etrruria interna (Atti del convegno di Orvieto, 1972) 297-299. Firenze.

Colonna, G. 1980-1981. “La Sicilia e il Tirreno nel V secolo.” Kokalos 25-27, 157-183. Colonna, G. 1984. “Apollon, les Étrusques et Lipara.” MEFRA 96 (1984) 557-574.

Colonna, G. 1987. “Una proposta per il supposto elogio tarquiniese di Tarchon.” In Tarquinia: ricerche e prospettive (Atti del convegno internazionale, Milano 1986), 153-157. Milano.

Colonna, G. 1988. In La formazione della città preromana in Emilia Romagna. Atti del convegno di Bologna-Marzabotto 1985. Bologna.

Colonna, G. 1989. “Nuove prospettive sulla storia etrusca tra Alalia e Cuma.” In Atti del II congresso internazionale etrusco, Firenze 1985 I, 361-374. Roma.

Colonna, G. 1993. In I grandi santuari della Grecia e l’Occidente, a cura di A. Mastrocinque, 61-67. Trento.

Colonna, G. 1995. In “L’incidenza dell’Antico. Studi in memoria de E. Lepore. I Napoli. Cristofani, M. 1995. Tabula Capuana.   Firenze.

DAMARATO = 2000. Damarato. Studi di antichità classica offerti a Paola Pelagatti.

Milano.

De Magistris, E. 1995. “Il mare di Elea.” In Tra Lazio e Campania. Ricerche di storia e di topografia antica (Quaderni del dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Salerno 16), 7-77. Napoli.

Gastaldi, P. 1994. “Struttura sociale e rapporti di scambio nel IX secolo a Pontecagnano.” In La presenza etrusca nella Campania meridionale, 49-59. Firenze.

Gras, M., P. Rouillard, e J.Teixidor 2000. L’univers phénicien (trad.it.) Torino. Pagliara, A., Meligunìs Lipara VIII, 2. I. Palermo.

Pontrandolfo, A., e A. Greco, ed. 1990. Fratte. Un insediamento etrusco-campano, cat. della mostra, Modena 1990. Modena.

SARDEGNA = 2002. Etruria e Sardegna centro-settentrionale tra l’età del Bronzo finale e l’arcaismo (Atti del XXI convegno di studi etruschi e italici, 1998). Pisa-Roma.   Wikén,  E.  1937.  Die  Kunde  der  Hellenen  von  dem  Lande  und  den  Völkern     der

Apenninenhalbinsel bis 300 v.Chr. Lund.

Zunino, M.L. 1999. Isole di fuoco. Per una nuova interpretaione dell’«eremia» eoliana. I. Udine.


 

 

E N G L I S H  S U M M A R Y                                                                            greg warden

 

The Etruscans in the Lower Tyrrhenian: Mythological History, History, and Archaeology

The subject of this contribution is the presence of the Etruscans in the geographically important section of the Mediterranean (fig. 1) bounded on the east by the mainland of Italy (from Naples to the Straits of Messina) and by the north coast of Sicily (from the same Straits until Eryx and Trapani. Fundamental to the understanding of this region is the literary evidence for the settlement of the Aeolian islands, which were of great strate- gic importance, especially the Euboean-Chalchidian literary tradition (taken up by Diodorus Siculus V, 7, 5-7), that the earliest settlement of these islands resulted from the arrival of Ausonians from Campania.

The Ausonian presence in the Lipari islands was splendidly confirmed by the archaeological work of Bernabò Brea and Cavalier, which revealed the so-called Ausonian I facies at both the Castello di Lipari (fig. 2) and Milazzo. At this time the islands had connections with both the mainland, from the Subapennine through the Protovillanovan periods, and the Aegean, as evidenced by Mycenaean III B and C imports. Connection with the peninsula continued into the Ausonian II period (circa 1100-900 BC, fig. 4), the time of greatest splendor for Lipari that saw intense relations with both Sicily and Nuragic Sardegna. Yet, just when Lipari was at its height, circa 900 BC or just afterwards, it was destroyed by fire, and a hiatus of about three centuries ensued that has been traditionally been explained by altogether-hypothetical theories of volcanic activity in the region.

The prolonged abandonment of the Aeolian islands offers us a valuable opportu- nity for understanding the lower Tyrrhenian during the Iron Age. The question revolves around who destroyed Lipari and, more importantly, was able to keep anyone from reset- tling the site. Literary and historical evidence, connected to the mythical Tyrrhenos, sug- gests that the Etruscans may have been the responsible party, as was hypothesized origi- nally by Bernabò Brea and Cavalier. The destruction of Lipari and the Etruscan interest in the lower Tyrrhenian also coincide chronologically with the settlement, in Ausonian Campania, of Pontecagnano, which can be attributed to the arrival of the Etruscans.

Pontecagnano, a settlement that extends over eighty hectares on an open plain with access to the coast, suggests formidable resources of both men and force of arms, as documented in the warrior tombs that have been excavated there (fig. 5). The opening of Pontecagnano to maritime contact corresponds to the returned Greek presence in the

lower Tyrrhenian at the end of the 9th and beginning of the 8th centuries BC. At the very

least we can suppose that Etruscan Pontecagnano must to some extent have taken the place left vacant by Ausonian Lipari. The eventual arrival of Euboean Greeks, first at Pithecusae and then at Cumae, would not have immediately diminished Etruscan control of the lower Tyrrhenian, even if, in the Straits of Messina and along the north coast of Sicily, new Greek cities were founded at Zancle, Reghium, and Mylae, followed in the

middle of the 7th century by Himera, while the Phoenicians were strengthening their

position around Palermo.

The Etruscans seem to have been privileged partners with the Euboeans; this relationship may have resulted from the physical presence of Etruscans at both Pithecusae and Cumae, as explicitly documented from the end of the 8th to the middle of the 7th century BC, by the presence of inscriptions with Etruscan names (in the case of the inscriptions of Ame at Pithecusae and Tataie at Cumae) or in the Etruscan language (inscription of Hisa Tinunna at Cumae, referring to a person of high rank whose gens claimed descent from Tinia/Zeus, fig. 6). And, in this regard it should be noted that a mid-7th-century-BC Etruscan inscription has been found in Tomb 3509 at Pontecagnano; with the exception of the inscription of Hisa Tinunna, this new inscrip- tion is the oldest from all of Campania and is fresh evidence for the question of the Etruscan presence in this region. It suggests that the “princes” of Pontecagnano quickly took hold of the advantages of literacy, much as did the elites of southern Etruria, most especially at Caere.

The eventual resettlement of Lipari by the Knidians in 580 BC began a period of constant conflict between Etruscans and Greeks in the lower Tyrrhenian. The Etruscan response seems to have been the rapid growth of Fratte, which, unlike Pontecagnano, is strategically placed in a formidable and defensible site that controlled the land routes between Capua and Poseidonia. A consequence of the loss of the Aeolian islands was the eventual attack of the coastal Etruscans against Cumae, which seemed easy prey after the death of Aristodemus despite its close connection to Capua. These attackers, who no doubt included Etruscans from Fratte and Pontecagnano, were only defeated by the intervention of Hieron of Syracuse in 474 BC, a moment that signals the end of Etruscan control of the lower Tyrrhenian.

Theme by Danetsoft and Danang Probo Sayekti inspired by Maksimer