Documento:IL COLLETTIVISMO DEI GRECI DI LIPARI di Théodore Reinach (traduzione a cura di Maria Carnevale)

Nella controversia intavolata da molti anni sulle origini della proprietà privata, uno dei testi più interessanti e più discussi è la testimonianza di Diodoro Siculo sul sistema fondiario delle isole Lipari o Eolie. Relativamente a questo testo, è mio proposito rendere note alcune osservazioni grammaticali e storiche che permetteranno forse di chiarirne il vero significato.  (1)
I**********
Diodoro racconta che durante la 50° Olimpiade (580-576 a.C.), un gruppo di Cnidi e di Rodesi, fuggendo dall’oppressione dei re asiatici, sbarcò a Lilibeo, in Sicilia, e si trovò nel bel mezzo di una guerra scoppiata tra gli abitanti di Segesta e quelli della città di Selinunte. Il partito di Selinunte, per il quale gli emigranti parteggiavano, si rivelò il più debole e il loro capo, Pentatlo, morì in battaglia. I sopravvissuti decisero allora di ritornare in patria e a questo fine salparono per il mar Tirreno; ma lungo la rotta capitarono a Lipara, la maggiore delle isole Eolie, e questo evento non preventivato mutò i loro propositi. Mi rifaccio in tal senso alle parole di Diodoro:
“Essendo approdati nell’isola di Lipara, vi ricevettero un’ottima accoglienza e si lasciarono persuadere ad abitare  quest’isola in comune con gli indigeni: restavano allora soltanto cinquecento discendenti degli antichi compagni di Eolo.
Più tardi, siccome avevano molta paura dei Tirreni che infestavano il mare con le loro scorrerie, essi approntarono una flotta e si divisero in due gruppi: uno addetto alla coltivazione delle isole (il cui territorio era stato messo in comune), l’altro preposto alla difesa dai pirati. Essi misero ugualmente in comune tutte le loro fortune mobiliari e istituirono di consumare insieme e pubblicamente i loro pasti. Questa vita in comune durò parecchi anni. Più tardi essi divisero le terre di Lipara, dove era costruita la città; quanto alle isole minori, continuarono a coltivarle in comune. Infine, essi si spartirono tutte le isole per un periodo di venti anni; trascorso questo periodo, nuovamente essi estraggono a sorte le terre. In seguito, essi vinsero più volte i pirati del Tirreno e inviarono a Delfi, a più riprese, delle decime consistenti prelevate dal bottino.” (2)  In questo brano, l’unica frase il cui senso possa essere seriamente controverso è quella che ho sottolineato e che corrisponde alle parole greche πάλιν κληροuχοῦσιν, ὅταν ὁ χρόνος οὗτος (cioè εἴκοσιν ἔτη) διέλθη.
Si tratta di sapere se queste parole significano: “ ogni volta che questo periodo di tempo  trascorreva  (cioè ogni venti anni) essi sorteggiavano nuovamente le terre”, o al contrario: “ quando questo tempo (questo periodo di venti anni) fu trascorso, essi sorteggiarono nuovamente le terre” (questa volta, per sempre).
La prima traduzione è quella di M. Viollet, la seconda quella di M. Fustel de Coulanges. Senza alcuna  esitazione, io ritengo più attendibile la prima. E’ vero che le parole “ogni venti anni” non si trovano testualmente in Diodoro, ma esse sono implicitamente contenute nella parola ὅταν, che è qui sinonimo di ὁσάκις.
Il lettore greco, che ne afferrava al volo il significato, comprendeva chiaramente che il verbo al presente - κληροuχοῦσιν - non indicava una spartizione unica, effettuata in un momento determinato, bensì un evento rinnovato a intervalli periodici e diventato consuetudine.
Diciamo subito che malgrado l’espressione molto generica πάσας τάς νήσους utilizzata qui da Diodoro, è molto probabile che questa divisione periodica delle terre  interessava solamente le altre isole dell’arcipelago, non Lipara: infatti, da quanto appena detto dallo stesso Diodoro, il territorio di quest’ultima sarebbe stato diviso anteriormente e il vocabolo che utilizza sembra indicarne una assegnazione definitiva: τὴν μὲν Λιπάραν … διενείμαντο.
M. Fustel de Coulanges, da parte sua, insisteva sul senso delle parole πάλιν ”una seconda volta”, e ὅταν, che secondo lui indica un’azione unica.
È vero che si sentiva un po’ disturbato dal presente κληροuχοῦσιν, ma lo spiegava così: “lo storico utilizza il verbo al presente, sia se copia un documento antico, sia se utilizza un presente storico, che gli storici usano volentieri….D’altronde…κληροuχεῖν si dice sempre di una spartizione definitiva, di una divisione per sempre; sarebbe inammissibile che Diodoro avesse scritto κληροuχεῖν per designare una spartizione temporanea e periodica”.
Questo ragionamento non convincerebbe nessun ellenista. La parola πάλιν, di per sé, non prova niente: si può ugualmente utilizzare per esprimere una spartizione unica o abituale, periodica.
Al contrario, la parola ὅταν e il presente κληροuχοῦσιν sono decisivi: la congiunzione ὅταν in un brano narrativo come questo significa “ogni volta che”, e non può significare altro. Il presente storico, tra tutti questi verbi all’aoristo, sarebbe contrario a tutte le usanze della grecità.
Aggiungo che M. Fustel de Coulanges si contraddice da sé quando assicura che κληροuχεῖν si dice “sempre di una spartizione definitiva”, mentre ha appena tradotto πάλιν con “una seconda volta”.
Non si procede “una seconda volta” a una divisione definitiva o, se vi si procede, si può altrettanto rifarlo una terza e una quarta.  La verità è che le parole κληροuχεῖν, κλήρωσις non implicano affatto, di per sé, l’idea di una spartizione definitiva irrevocabile; esse significano semplicemente, secondo l’etimologia, “spartire, spartizione per mezzo di un sorteggio”.
Il carattere definitivo o provvisorio dell’evento si può dedurre solo dal contesto e il contesto è a favore di M. Viollet.
II
Abbiamo stabilito il senso grammaticale del testo di Diodoro; si tratta adesso di stabilirne il senso storico, e per  questo è necessario ricercarne la provenienza.
Diodoro, all’inizio del libro di cui fa parte questo brano,  libro V o “libro insulare”, menziona e apprezza due celebri storici, Timeo e Eforo.  Egli biasima Timeo per la sua mania di criticare tutto, ma loda il suo vasto sapere e la sua esatta cronologia; quanto a Eforo, ammira in lui soprattutto l’ordine e il metodo che ha saputo introdurre in un argomento così vasto e infinitamente complesso. Malgrado, di primo acchito, questo brano sembra attribuirsi a Eforo, è certo che almeno in quel che riguarda le antichità della Sicilia e delle isole vicine, Timeo è stato la fonte principale o, per meglio dire, esclusiva di Diodoro.
Nessuno, d’altronde, gliene farà un rimprovero: Timeo, oltre a essere stato il compatriota di Diodoro, primo motivo della sua fama, aveva vissuto circa cinquant’anni in Sicilia e aveva raccolto nei libri e negli archivi dei templi la più vasta e precisa informazione sulle antichità della sua patria. La prova che Diodoro, nei suoi capitoli, non fa che riprodurre e sintetizzare Timeo, è stata fornita da diversi critici, particolarmente da Mϋllenhoff (3). A me basta rilevare due argomenti decisivi, proprio riguardo alle isole Lipari.
  1° Abbiamo già visto che Diodoro indica esattamente l’Olimpiade nel cui periodo si verificò la colonizzazione dorica di questo arcipelago: ebbene, è noto che Timeo, per primo, ha introdotto nella storia l’uso sistematico di questo genere di valutazione.
  2° L’antico scoliasta di Denys le Périégète ha costantemente consultato Timeo per quel che riguarda la Sicilia e i suoi dintorni. Infatti, a proposito delle isole Lipari, racconta incidentalmente un aneddoto fantastico sulla fondazione della città di Siris in Italia, aneddoto che si trova indicato in Timeo (4). Ora, il nostro scoliasta enumera le sette isole che compongono l’arcipelago Lipari esattamente nello stesso ordine di Diodoro (V, 7). Una simile coincidenza non può essere fortuita: essa prova che i due autori hanno attinto alla stessa fonte, e che questa fonte è Timeo.
Possiamo adesso risalire più a monte e, dopo avere determinato la fonte immediata di Diodoro, scoprire la fonte di codesta fonte? Credo di sì.
La storia della Sicilia fino alla pace di Gela, nel 422 a.C., era stata scritta in nove libri da un giovane contemporaneo di Erodoto, lo storico Antioco di Siracusa (5), autore anche delle Antichità italiane, utilizzate da Denys d’Alicarnasso.  Antioco era un eccellente storico che aveva dedicato una particolare attenzione alla storia della fondazione delle città, alle migrazioni dei popoli, alle costituzioni dei vari Stati.  Egli attingeva soprattutto dalla tradizione orale, pazientemente raccolta sul campo. Questo apprezzamento lusinghiero che io traggo in prestito da Denys d’Alicarnasso (6) è estensibile alle Antichità italiane; quanto alla Storia di Sicilia, il migliore elogio che si possa fare è constatare che Tucidide vi abbia attinto tutto il succo della sua digressione sulla colonizzazione greca della Sicilia, che costituisce l’introduzione del suo VI libro (7). Se Tucidide ha testimoniato una tale fiducia sulla veridicità di Antioco, allora Timeo, che era soprattutto uno studioso da biblioteca, un compilatore laborioso ed erudito, a ben più ragione ha dovuto far largo uso del vecchio storico siracusano per le epoche lontane, riguardo alle quali la tradizione orale doveva, a quel tempo, essere completamente cancellata. Del resto, particolarmente per questo episodio delle isole Lipari, abbiamo modo di trasformare la nostra supposizione in certezza.
Pausania, descrivendo le offerte accumulate nel tempio di Delfi, menziona anche (X,11, 3) delle statue consacrate dai Greci di Lipari in commemorazione di una vittoria riportata sui Tirreni (8). A tal proposito, egli cita, forse di seconda mano, la Storia di Sicilia di Antioco. Secondo questo autore, dice in sostanza, i Greci di Lipari discendono da coloni cnidi, il cui capo si chiamava Pentatlo; essi avevano fondato una città in Sicilia, a Capo Pachino, ma cacciati dagli Elimi (9) e dai fenici (Cartaginesi), essi emigrarono alle isole Eolie “che trovarono disabitate o da cui cacciarono gli abitanti”. Essi dimorano, aggiunge Pausania, nell’isola di Lipara, dove hanno fondato una città: quanto alle altre isole, Hiéra, Strongylé, Didymé, le raggiungono in battello per coltivarle (γεωργοῦσι, διαβαίνοντες ναυσὶν ἑς αὐτας). Quest’ultima frase concorda quasi letteralmente con quel che dice Tucidide parlando dello stesso arcipelago: “ Le isole Eolie sono abitate dai Liparesi, colonia di Cnido. Essi dimorano in una delle isole, chiamata Lipara; quanto alle altre, Didymé, Strongylé, Hiéra, essi le raggiungono da Lipari soltanto per coltivarle (10).
Il testo di Pausania appena analizzato è importante.  Innanzitutto ha il merito di convincerci che Tucidide ha certamente avuto come guida Antioco, non soltanto in ciò che riguarda la Sicilia stessa, ma anche per le isole adiacenti. In secondo luogo, siccome le informazioni d’Antioco sulla colonizzazione di Lipara, riprodotte da Pausania, concordano quasi assolutamente con quelle di Diodoro (11), cioè di Timeo, possiamo concludere che lo stesso Timeo non ha fatto altro che copiare Antioco.  Avrà certamente tratto da lui, oltre il racconto stesso della colonizzazione, tutta la storia delle guerre dei Liparesi contro i pirati etruschi e il quadro del regime sociale e economico di questa strana repubblica di corsari.
 
III
Ho appena parlato di repubblica di corsari: definizione che richiede alcune spiegazioni.
Abbiamo segnalato da molto tempo la sorprendente analogia del regime descritto da Diodoro con le istituzioni degli Svevi sunteggiate da Giulio Cesare (12). Come i Greci di Lipari, gli Svevi si dividevano tutti gli anni in due parti, una delle quali andava a fare la guerra, cioè il brigantaggio, l’altra restava a casa, e coltivava le terre per conto proprio e degli assenti.
“Sic neque agricoltura, neque ratio atque usus belli intermittitur.”
Che gli Svevi fossero un popolo di briganti, non lo contesta nessuno: quanto ai Liparesi, sempre a  fidarci degli scrittori greci, essi avrebbero adottato la loro singolare organizzazione soltanto con intenzioni puramente difensive, per meglio tener testa alle incursioni dei pirati etruschi. Grazie a un caso fortunato, alcune informazioni provenienti da un’altra fonte ci consentono di correggere questo quadro  troppo idilliaco, e portano a nostra conoscenza che i Liparesi combattevano gli Etruschi, non soltanto come nemici di razza, ma anche e soprattutto come concorrenti nel commercio (13): in altri termini, le guerre tra i due popoli non sono che dimostrazione molto antica del vecchio adagio “corsari contro corsari non fanno affari.”
Tito Livio racconta (14) che poco tempo dopo la presa di Veio da parte di Camillo (nel 394 a.C. ) i Romani decretarono di inviare ad Apollo Pizio un cratere d’oro prelevato dal bottino. Gli ambasciatori incaricati della commissione furono catturati all’altezza dello stretto di Messina da pirati liparesi, e condotti a Lipara. “ Mos erat civitatis, rimarca Tito Livio, velut publico latrocinio partam praedam dividere.” Il seguito del racconto ci mostra che gli ambasciatori romani e la loro offerta furono salvati dal generoso intervento di Timasiteo che, proprio per questo, fu dal senato romano colmato di onori, lui ed i suoi posteri.
È curioso constatare che Plutarco, che racconta lo stesso aneddoto nella sua Vita di Camillo (c.8 ), vi introduce una variante in cui ben si avverte il tocco dello storico greco e filo-ellenico: secondo lui, i liparesi avrebbero attaccato l’ambasciata romana, non per fare il loro mestiere di corsari, ma al contrario perché sospettavano che i viaggiatori fossero essi stessi dei corsari: ἐπέπλσαν αὐτοῖς … ὡς λῃστῖς. Non è di oggi vedere dei ladri sorpresi in flagrante gridare “ al ladro “: tutti coloro che conoscono i costumi marittimi e commerciali degli antichi popoli, tutti quelli che hanno letto Omero e il I° libro di Tucidide, non si lasceranno ingannare da questi tentativi di abbellimento storico; essi riconosceranno nei Greci di Lipari una repubblica di pirati, come lo erano anche, ai tempi della guerra del Peloponneso, parecchie città della Locride.
Il testo di Tito Livio diventa così il correttivo di quello di Diodoro; ne è anche la continuazione. Ci rivela che ancora all’inizio del IV secolo, i Liparesi si diedero con successo alla pirateria e che la loro comunione di beni mobili (τὰς οὐσίας, come si esprime Diodoro) esisteva sempre in una certa misura, poiché il bottino fatto da alcuni era immediatamente diviso tra tutti. La conquista dell’arcipelago da parte dei Romani, nel 251 a.C. (15), ha dovuto metter fine a questi barbari costumi.
Ma essi esistevano ancora alcuni anni prima, quando Timeo si accingeva a completare la sua opera (16)? È un punto che non sapremmo risolvere, e quindi non possiamo affermare se Timeo, nel descrivere le istituzioni dei Liparesi, ha realmente ritratto uno stato di cose che esisteva ancora ai suoi tempi, o sbadatamente abbia riprodotto informazioni passate, esatte solamente in un’età anteriore. Ma qualunque opinione si professi nei confronti di Timeo, se ne può avere una soltanto riguardo a Diodoro.
Questo copista, che nessuno pratica per molto tempo senza convincersi della sua completa assenza di senso critico, ha manifestamente copiato Timeo, e dico copiato letteralmente, senza rendersi conto che le parole di questo autore, particolarmente il suo verbo al presente κληροuχοῦσιν, si riferivano a un regime sociale che aveva cessato di essere reale e persino possibile da più di duecento anni! Poiché io non ritengo che si possa seriamente pensare che Lipari fosse ancora una repubblica collettivista e predatrice al tempo in cui una colonia romana (17) si era stabilita nell’isola maggiore e dove, come Diodoro, questa volta parlando con esperienza, lo evidenzia un po’ più tardi, i pubblicani vi sfruttavano le miniere d’allume. Durante la bella stagione, per curarsi nelle acque termali, vi giungevano persino i siciliani con problemi di salute (18) ; ora, se si era consci che nelle città di mare ci si poteva esporre al rischio di un eventuale saccheggio, del collettivismo, al contrario, se ne ignorava totalmente l’esistenza.
Per coloro che si lasciano ancora intimidire dal nome e dalla reputazione di Diodoro, mi accontenterò di ricordare un solo esempio parallelo: lo stesso storico, descrivendo i costumi dei Galli, attribuisce loro (sicuramente secondo Posidonio), tra le altre usanze, l’impiego dei carri da guerra (19); ora, noi sappiamo sicuramente da Cesare che ai suoi tempi, che erano anche quelli di Diodoro, l’utilizzo di questi veicoli era stato completamente abbandonato da tutti i popoli della Gallia continentale.

IV
È ora di formulare le conclusioni di questo studio. Il comunismo agrario e mobiliare dei Greci di Lipari è un fatto storico innegabile: questo fatto è stato molto meno passeggero di quanto non lo creda M. Fustel de Coulanges, molto meno duraturo di quanto lo ritenga M. Viollet (20).
Le cause di questa singolare organizzazione non devono essere cercate in un passato più o meno nebuloso, nel ricordo più o meno inconscio delle istituzioni primitive:  bisogna vedervi, invece, un regime artificiale, creato interamente secondo una precisa visione politica. Una manciata di valorosi avventurieri, senza casa né patria, senza il becco d’un quattrino, sbarca un bel giorno su quattro isolette, abbandonate secondo alcuni, poco popolate secondo altri; vi si stabiliscono, di buon grado o per forza, allo scopo di praticare l’agricoltura e la pirateria. Per mettere in sicurezza le loro persone e gli eventuali beni e raccolti, costruiscono una città nell’isola principale; ma volendo mantenere quanto più stretti e duraturi i legami fraterni della loro associazione, precludono anticipatamente ogni possibile causa di indebolimento, di dissenso e di oppressione che potrebbero scaturire dalla disuguaglianza delle fortune: campi, beni mobili, bottini, cibi, tutto sarà in comune; infine, come nelle associazioni dello stesso tipo, istituiscono un avvicendamento tra le due metà della popolazione maschile: una sempre preposta alla guerra, l’altra alla coltivazione  dei terreni; “sic neque agricoltura, neque ratio atque usus belli intermittitur.” È la fase del comunismo assoluto.
Tuttavia, poco a poco, per forza di cose, l’istinto ereditario della proprietà privata riprende il sopravvento: ci si appropria, ci si spartisce il territorio dell’isola maggiore. Non è così per le isole minori, e ciò per una buona ragione: è che non è stato permesso di crearvi dei villaggi, per paura che questi gruppi isolati di abitazioni e di abitanti, lontani dall’isola maggiore, insufficientemente fortificati, fossero esposti ai saccheggi del nemico di sempre, l’Etrusco. Queste isolette vengono coltivate da vari gruppi di pendolari, e siccome il lavoro è collettivo è naturale che il profitto lo sia ugualmente.
È solamente dopo le prime vittorie riportate sugli Etruschi che ci si decide a una spartizione delle isole minori; e persino allora si tratta soltanto di una divisione temporanea in lotti invariabili, rinnovata ogni venti anni, del tutto analoga, in poche parole, a quella che si pratica ancora nelle mir russe. È la fase del collettivismo.
Tale fu questo regime socialista, con le sue attenuazioni successive, che segnano le differenti tappe del passaggio dallo stato “predatore” allo stato “agricolo e industriale”. La sua istituzione risale all’anno 580 a.C.  I documenti provano che esso sussisteva ancora, almeno in alcuni aspetti, nel 424, anno in cui si ferma la storia di Antioco, e nel 394 in cui si colloca l’aneddoto riportato da Tito Livio. 
Riteniamo che i progressi della marina siracusana e cartaginese nel mar Tirreno restrinsero sempre più l’importanza e i benefici della pirateria in queste zone (21); insieme alla pirateria, il comunismo dei Liparesi, che ne era la conseguenza, cadde in decadenza, e la conquista romana mise fine all’una come all’altro. All’epoca di Cicerone, i Liparesi, divenuti dei tranquilli coltivatori, erano così lontani dal darsi alla pirateria che essi stessi pagavano ai pirati un tributo annuale per non dover temere i loro sbarchi (22).
Vediamo ora quanto si distanzia dalla verità la supposizione di M. Viollet: “Forse queste tribù di viaggiatori hanno conservato, molto più tempo delle altre, i costumi e le usanze tipiche dei nomadi.”
Non è in quanto “viaggiatori” o “nomadi” che i Cnidi delle isole Lipari hanno praticato il regime comunista prima, collettivista poi: è in quanto briganti. Il loro socialismo è stato un socialismo di scopo, di opportunità, di scelta congeniale, e ha cessato di esistere naturalmente il giorno in cui apparve all’orizzonte l’elmo del soldato romano.
Note
(1) Nel seguito di questo articolo, avrò soprattutto in vista le osservazioni di M. Paul Viollet nella sua memoria sul Caractère collectif des premières propriétés immobilières (Biblioteca de l’École des charter, anno 1872), p. 467 e segu., e quelle di M. Fustel de Coulanges nell’articolo intitolato Le problème des origines de la propriété foncière  (Revue des questions historiques, aprile 1889), p. 50 segu., stampata a parte).
(2) Diodoro V, 9
         (3)    Deutsche Alterthumskunde, I, 449 segu.
(4)    Scoliasti su Denys nei Geographi Minores de Mϋller (ed. Didot), II, p.449, e Timeo fr. 62 nei Fragmenta hist. Graec., I, p. 206.
(5)  Diodore, XII, 71.
(6) Antiquités romaine, I, 12.
(7)  In questo senso, Woelfflin, Antiochos von Syrakus und Coeliu Antipater, 1872, e Busolt, Griechische Geschichte, I, 224, note 4.
(8) Un po’ oltre (X, 16, 7), Pausania  racconta più precisamente questa stessa vittoria, senza menzionarne la fonte, ma probabilmente ancora da Antioco.
(9) Segesta era una città degli Elimi (Tucidide, VI, 2) ; questo termine è dunque sinonimo di quello si Segestesi, utilizzato da Diodoro.
(10) Tucidide, III, 88.
(11) Tuttavia salvo un dettaglio: secondo Diodoro, i Cnidi si stabiliscono inizialmente a Lilibeo; secondo Pausania, essi si stabiliscono a Pachino, situato all’altra estremità della Sicilia. La menzione di Se gesta e Selinunte, città vicine a Lilibeo, prova evidentemente che Diodoro ha ragione; in ogni caso, si tratta soltanto, come ben detto da M. Mϋllenhoff, di un lapsus di Pausania o dell’intermediario che trascrive. Non si potrebbe imputare una tale cantonata a Antioco di Siracusa.
(12) De bello gallico, IV , 1.
(13) I  Lapygiens e  i Peucétiens si davano ugualmente alla pirateria (Diodoro, fr. XXXI, 4)
(14) Tito Livio, V, 28. Cf. Val. Maxime, I,  1, ext. 4.  La stessa storia è raccontata in termini quasi identici (quindi secondo fonti romane) da Diodoro XIV, 93. Egli colloca la vicenda 137 anni prima della conquista romana di Lipari, cioè nel 388.
(15) Polibio, I, 39; Diodoro, XXIII, 20.
(16)  La storia di Timeo si fermava  alla 129 Olimpiade, 264-260 a.C. (Polibio, I, 5, 1).
(17) Plinio, III, 9.
(18) Diodoro, V, 10.
(19) Diodoro, V, 29.
(20)  “ Ancora al tempo dell’imperatore Augusto, la proprietà privata non era costituita presso questi Greci alle porte di Roma. “ Viollet, op. cit., p. 468
(21)  I Cartaginesi, sotto Himilcon, s’impadronirono di Ripara verso l’anno 396 e la riscattarono (Diodoro XIV, 56); nel 304, nuovo saccheggio di Agatocle (Diodoro XX, 101). All’inizio della prima guerra punica l’arcipelago sembrava essere in potere dei Cartaginesi (Diodoro XXII, 13, 7; Polibio I, 21; Polieno VI, 16, 5)
(22)  Cicerone, Verrine, III, 37, 85. Cicerone esagera forse la povertà dei Liparesi ai quali Verre estorse 600 médimnes (bushel, moggio) di grano e 30,000 sesterzi.

 

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