Fra illuminismo del secolo e paura dei terremoti

L’intraprendenza di mons. De Francisco

 

Questo vescovo oltre che persona caritatevole[1]fu anche uno spirito molto intraprendente. Approfittando del fatto che gli introiti della Mensa  erano cresciuti significativamente e Lipari era una realtà in grande trasformazione,  ampliandosi in continuazione la città bassa, cominciò a pensare in grande ad alcune attività edilizie che sino allora non si erano potute compiere. Innanzitutto pensò di dare decoro alla cattedrale realizzando la torre campanaria, mettendo mano al prospetto e impostando la ristrutturazione globale dell’edificio verso quella chiesa a tre navate che conosciamo oggi. Inoltre pensò di realizzare l’antico sogno del seminario e per questo – mentre ristrutturava il palazzo vescovile della città bassa – metteva mano alla riparazione ed ampliamento di quello della città alta che voleva destinare proprio a questo scopo. Cosciente che il futuro di Lipari stava sempre più nella città bassa autorizzò la costruzione della chiesa della Madonna del Rosario al Pozzo che avrebbe dovuto affiancarsi a San Pietro e San Giuseppe.

In quegli anni, anche a Lipari, cresceva la consapevolezza degli artigiani e dei piccoli proprietari terrieri che andavano considerando con spirito critico le speculazioni della nobiltà terriera e dei mercanti esportatori che sfociavano nella cattiva gestione dell’annona e che portarono a Palermo alla rivolta popolare del 1773[2]. Ed al fatto che  questa consapevolezza si tradusse nella creazione di una forma di vita associata a carattere religioso certamente non fu estraneo mons.De Francisco. Ben 104 artigiani si riunirono nella “Congregazione di Nostra Donna del SS.mo Rosario” ed il vescovo approvò lo statuto degli “Onorati Artisti della  Nobile e Fedelissima Città di Lipari”[3].

Tanta intraprendenza non poteva non condurre il presule a cimentarsi anche lui con la spinosa questione di Vulcano. Forse reputava intollerabile che della gente andasse a rischiare la vita fino ad Ustica quando vi era un’isola deserta e abbandonata, oppure pensava che con le decime che ne sarebbero derivate avrebbe potuto realizzare il sogno del seminario che pretendeva risorse per essere mantenuto, il fatto è che ripropose il problema dello “scampamento e semina” e puntualmente scoppiò il dissenso anzi l’aggressione. Partirono contro il vescovo ricorsi calunniosi e anonimi sia alla S. Sede , sia alla Corte reale di Napoli, sia al governo di Sicilia. Così egli fu costretto nel 1769 ad andare a Palermo per difendere il proprio onore.

Di queste calunnie, una la conosciamo.  Forse quella che più fece male a mons. De Francisco, perché lo accusava “che facea perire in diverse maniere moltissimi bambini projetti unicamente per non corrisponder loro gli alimenti”ed è lo stesso viceré, marchese Fogliani ,che era stato incaricato dal re di indagare sulle accuse, che fa giustizia di questa calunnia affermando, parlando del vescovo, “lo troviamo degno di tutta la lode per la carità con la quale prende cura di tali bambini, non solo dopo nati, ma puranche, con vero pastoral zelo, prima di venir alla luce”. Non si ferma qui il viceré ma giudicando che simili ricorsi, prodotti “ per lo più dalla gente più scellerata, non dubitano di deturpare ed attaccare con false accuse gl’uomini più degni ed onorati di tutte le virtù”,ritiene che sia necessario rintracciarne l’autore e “castigarlo come convenga proporzionalmente alla sua scelleragine

Ma la vicenda per il povero vescovo, malgrado il riconoscimento del viceré, fu ugualmente devastante, nel morale e anche nel fisico tanto che il 19 luglio di quello stesso anno morì.[4]

Al di là delle calunnie comunque qualcosa stava cambiando nel Regno  nei confronti dei privilegi ecclesiastici e quindi anche circa le pretese dei vescovi di Lipari sulla proprietà delle isole. L’illuminismo del secolo ma forse anche la lezione riformatrice di Maria Teresa d’Austria, suocera del re, spingevano verso una secolarizzazione dell’amministrazione statale. Ed infatti nel 1767 si espulsero i gesuiti dal regno ed il 5 giugno 1768 si interdisse la lettura annuale nelle chiese della bolla pontificia “In Coena Domini”[5] che avveniva nel corso della celebrazione del giovedì santo – da qui il nome della bolla – in cui si affermavano i diritti , non sempre legittimi, di libertà e immunità della Chiesa e degli ecclesiastici nei confronti dei pubblici poteri mentre si pretendevano, da questi, gravi limitazioni. Probabilmente a Lipari, le velenosità di alcuni nobili e borghesi nei confronti dei vescovi, si alimentava a questo clima e secondo una consuetudine, che si trascina fino ai nostri giorni, non avendo il coraggio e gli argomenti per esprimersi a viso aperto, ricorreva alle calunnie e all’anonimato.

 

Il Corpo dei Liparotti

 

Nel 1772 il re Ferdinando nel formare il corpo dei Reali Volontari della Marina, ordinò che in esso fossero in prevalenza reclutati isolani delle Eolie. Sicuramente convinsero il giovane sovrano a compiere questa scelta due avvenimenti che si erano succeduti nel breve volgere di qualche anno e nei quali aveva potuto apprezzare il coraggio e la generosità dei marinai eoliani. Il primo episodio accade sul finire del luglio del 1768 e si svolge nei pressi di Tunisi. Una galeotta liparese di proprietà del mercante Antonio Tricoli e al comando di don  Giuseppe Maggiore era stata costretta a ricoverarsi, per sfuggire ad una grande tempesta, nell’isola di Zembra che è all’imboccatura del golfo di Tunisi. Dopo qualche tempo venne a ricoverarsi nei pressi del naviglio liparese una galeotta tunisina che aveva a bordo, come preda, undici marinai sardi. Ci fu un breve scontro ed i liparesi ebbero la meglio. Si impadronirono della galeotta e di tutto l’equipaggio e liberarono i sardi.

Ufficiali della Real Marina Borbonica

Tornarono quindi in Sicilia e si recarono a Napoli dal re Ferdinando che si complimentò con i liparesi.

Due anni dopo, sul finire del novembre del 1770 re Ferdinando ebbe modo di tornare a complimentarsi con lo stesso capitano e con marinai liparesi che erano tornati da lui a riverirlo raccontandogli una nuova storia. Il 22 di quello stesso mese di novembre una barchetta di S. Marina Salina era attraccata al porto di Lipari portando la notizia che la notte prima una galeotta turca si era ancorata dinnanzi al villaggio. Subito da terra  cominciarono a sparare, ferirono alcuni pirati e costrinsero la barca a salpare dirigendosi verso ponente. Sentendo questo racconto subito un gruppo di marinai eoliani al comando  del capitan don Giuseppe Maggiore, armarono una galeotta del signor Tricoli e si diedero all’inseguimento della nave pirata. Arrivarono ad Alicudi senza scorgerla e decisero di pernottare nell’isola. Il giorno dopo, preso il mare per tempo scorsero la galeotta turca verso Cefalù. La inseguirono e dopo qualche ora la raggiunsero, le spararono contro e se ne impadronirono. La mattina del sabato la portarono a Lipari e dopo aver scontato la contumacia a Messina si recarono dal re Ferdinando[6].

La famiglia di Re Ferdinando e Maria Carolina

Quindi re Ferdinando conosceva bene  il valore ed il coraggio dei marinai liparesi e doveva trovarli anche simpatici perché volle che la loro base di addestramento e caserma di appoggio fosse nel sobborgo di Portici dove aveva una bella villa in cui andava a rilassarsi. E la vicinanza fra la casa reale e questi giovani sviluppò un clima confidenziale e di complicità dando vita a momenti di convivialità  fuori da ogni etichetta. Qui Ferdinando riscopriva la verve scanzonata della giovinezza e cercava di coinvolgervi anche la moglie Maria Carolina figlia dell’austera regina d’Austria  Maria Teresa. Nelle belle e tiepide serate il re e la regina si vestivano da bettoliere e da ostessa  e, il loro seguito di cavalieri e di dame,  da garzoni e fantesche ed improvvisavano, con i marinai liparesi, una festa con vino e cibi in abbondanza, grida, battute salaci, fino a sconfinare nell’orgia[7].

Eppure questi marinai, dopo qualche anno, non speravano che tornare alla loro isola e chiedevano di potere diventare soldati del presidio appena si fosse reso disponibile un posto.[8]

 

Fra fenomeni vulcanici e terremoti

Non si era ancora cancellato dalla memoria dei più vecchi, se non la memoria di ciò che avevano visto con i loro occhi, i racconti che avevano sentito dai loro genitori del terremoto del 1693 che nel 1771, per quattro lunghissimi mesi, l’isola di Vulcano tornò improvvisamente in attività. Un manoscritto anonimo[9] così ci descrive l’evento: “ Ai 15 di febbraio Vulcano fece una orribile eruzione, vomitando fiamme, pietre e globi di cenere, con procedere forti scosse di terra. Ripeté l’eruzione per la seconda volta ai 21, ed eruttò tanta quantità di zolfo che oscurò tutto il nostro orizzonte, piovendo tutta l’intera giornata gran quantità di cenere; e, benché quest’anno fosse stata fertile la campagna. Pur nondimeno ne seguì gran mortalità di animali”.

La gente reagisce come sa. La domenica successiva, che era il 24 febbraio, si organizza una grande processione penitenziale con in testa il clero, i frati ed il magistrato, l’immagine dell’Addolorata , la reliquia di S. Bartolomeo e poi ancora le immagini di S. Agatone e S.Calogero e dietro tutto il popolo. Ci si reca nella contrada del Salvatore, probabilmente dove oggi vi è il cosiddetto Semaforo, da cui si può vedere bene l’isola di Vulcano, e lì ci si ferma a pregare ed implorare . Ma le eruzioni e le scosse non finirono e andarono avanti per mesi sin quasi alla metà di maggio.. “Il 13 di detto mese crepolò si fortemente che spaventò la città di Lipari spezzando le vitriate quasi tutte, ed eruttò tanta cenere che il vento furioso di Ovest la trasportò in Costantinopoli, secondo le notizie da ivi provenienti”.

Ma mentre nei liparesi si rinfocolavano le preoccupazioni per i fenomeni vulcanici e tellurici , Lipari aveva un nuovo vescovo, mons. Bonaventura Prestandrea[10], che riprese i progetti del suo predecessore a cominciare dall’investire i 24 mila scudi che questo aveva lasciato soprattutto nel grande progetto di ristrutturare e riqualificare la Cattedrale di Lipari portandola da una a tre navate con  la sua torre campanaria e l’orologio.

La torre campanaria della Cattedrale

Nel suo breve governo della diocesi – praticamente per la gran parte concentrato nel portare a termine i grandi lavori alla Cattedrale – toccò a mons. Prestandrea  prendere atto di un altro segno del cambiamento dei tempi, l’istituzione a Lipari, il 26 giugno del 1776,  della corte del delegato ordinario della Regia Monarchia del regno di Sicilia[11].Quella che era sotto attacco era l’autonomia della diocesi di Lipari e la dipendenza di essa direttamente dalla S.Sede. E questo lo si vide anche alla morte di mons. Prestandrea  e al braccio di ferro che si creò fra la corte di Napoli e la S. Sede per la scelta del nuovo vescovo di cui, appunto, la corte di Napoli voleva appropriarsi. Per questo la diocesi rimase senza vescovo per un anno ed alla fine si superò l’impasse accordandosi nell’affidare la nomina all’arcivescovo di Palermo e la scelta cadde su un canonico della Cattedrale di Palermo, don Giuseppe Coppola.[12]

Ma erano anni quelli che più che le vicende politiche ciò che angustiavano i liparesi era la paura dei terremoti. Ai primi del febbraio del 1783  una serie infinita di scosse con epicentro alcune  a nord  e altre a sud di Messina sconvolsero questa città e numerosi centri della Calabria. La prima scossa fu avvertita il 5 febbraio alle 19 e un quarto con l’orario di allora paragonabile alle 12 e tre quarti circa dell’ora contemporanea. Durò 2 minuti e poi ne seguì un’altra il 6 febbraio e poi un’altra e un’altra ancora…Fra il 5 ed il 7 febbraio furono contate ben 949 scosse  Per mesi si susseguirono scosse di intensità sempre decrescente, ma le più forti furono quelle del 1 marzo 1783 e quella del 28 marzo. Questa devastante sequenza sismica, formata da cinque terremoti ben individuabili, causò danni elevatissimi in una vasta area comprendente tutta la Calabria centro-meridionale dall’istmo di Marcellinara allo Stretto, e, in Sicilia, Messina e il suo circondario. Il quadro cumulativo dei danni è vastissimo e di gravità straordinaria paragonabile al terremoto di novant’anni prima: agli effetti distruttivi sugli edifici si accompagnarono estesi sconvolgimenti dei suoli e del sistema idrogeologico. Oltre 180 centri abitati risultarono distrutti totalmente o quasi totalmente; gravi distruzioni interessarono anche centri urbani importanti per la vita politico-economica e militare del Regno di Napoli e di Sicilia, quali Messina, Reggio Calabria, Monteleone Calabro e Catanzaro. Secondo le stime ufficiali, nella Calabria meridionale le vittime furono da 30 a 50 mila su una popolazione di quasi 440.000 abitanti. Nel Messinese i morti furono circa 630. Va inoltre tenuta presente l’alta vulnerabilità di un patrimonio edilizio, non solo di scarsa qualità costruttiva, ma anche fortemente indebolito da  scosse numerosissime e ravvicinate. Si può dedurre che la gravità del fenomeno, più che nell’elevata intensità del sisma, stia nella rapidità con cui si sono succedute le scosse, che quindi non hanno permesso agli abitanti di provvedere alla riparazione dei danni, ed allo stesso tempo gli edifici che rimanevano in piedi ad un primo sommovimento, spesso crollavano al secondo. Quindi andò distrutto gran parte del patrimonio architettonico della regione Calabria. L'unica zona della Sicilia invece ad essere colpita dal terremoto fu Messina. In una relazione del tempo si legge: “Molti furono i feriti, molti tratti dalle rovine, ma nella confusione e disordine niente può dirsi di più sicuro se non se essere stato un vero prodigio per coloro che scamparono la morte. Ecco brevemente descritta l'infausta tragedia accaduta in Messina, la destruzione delli cui Edificii supera il valore di cinque milioni, e la devastazione, e perdita de'Mobili, Mercanzie, Ori, Argenti e Danari fu un grave Oggetto di spavento, e di considerazione”[13].

 

Ancora una volta Lipari salva dal terremoto: si parla di miracolo

 

Una cronaca di come Lipari visse quella terribile esperienza la dobbiamo a Giuseppe La Rosa[14] che ne fu testimonio diretto. Naturalmente il La Rosa parla di miracolo: “Solamente questa nostra Città di Lipari con le sue Isole di territorio, mercé il padrocinio ed intercessione del valevole nostro Santo Protettore Bartolomeo Apostolo e della Santissima Vergine Madre Maria Addolorata, per tutt’oggi si è venuto un continuo miraculo restare esenti di ogni danno”.

Il 5 febbraio, la notte seguente e il giorno sette dello stesso mese si sentirono nella città e nelle isole – racconta il La Rosa – “orribilissime le scosse de’terremoti vacillando le fabbriche visibilmente come una fragile canna battuta da’ venti, ma per grazia d’Iddio senza lesione alcuna né di gente, né di fabbriche che hanno seguitato e seguitano tutta via ogni giorno le continue scosse de’ terremoti, essendo già tre mesi circa che continuano, senza mai cessare, più o meno due, tre e quattro volte il giorno, e non si sa come aderà a terminare…Egli è vero, che ciascuno è uscito dalle proprie case, con pigliare cautela, ed asilo nelle baracche di tavole sparse per le pianure, e per le campagne, ma a che valgono tante preservate cautele, se non si scaccia fuori il peccato, il rancore, la mala volontà, dico l’offesa di Dio?”.

Il vescovo, fin dal primo giorno, - conclude La Rosa terminando così la sua cronaca - ha promosso processioni di pubblica penitenza, ha esposto il Santissimo ed, a turno, nelle chiese si svolge la pubblica adorazione tramite la devozione delle “quarant’ore”. Lo stesso vescovo è andato per le strade di Lipari a predicare la penitenza ed ha mandato nelle isole preti a predicare gli esercizi di Sant’Ignazio. Da parte loro i giurati  l’11 maggio segnalavano al viceré che, pur non avendo subito danni catastrofici, “non mancano però delle fissure sì nelle Chiese che in alcune case, e specialmente nelle Reggie muraglie, e nella casa del Governatore” che vanno riparati prontamente come è necessario provvedere ai rifornimenti “per restare ben provvista in qualunque caso (che Dio non voglia) di sinistro accidente” . E dopo aver pensato alle preoccupazioni del corpo non nascondendo che i liparesi vivono“esanimi ed intimoriti di poter morire improvvisamente e sotto le rovine delle fabbriche[15]” i giurati il 7 luglio chiesero al viceré di Palermo di autorizzare , come adempimento di un voto del popolo eoliano per lo scampato pericolo, che il cinque di ogni mesi si esponesse con solennità in Cattedrale il Santissimo[16].

 



[1] G.La Rosa, op. cit, vol.I, p. 286.

[2] A.Giuffrida, Palermo, Specchio di civiltà. Economia e società, pag. 43.

[3] G. Iacolino manoscritto, cit., pag. 196 a 3. Archivio Vescovile, Scritture varie e visite date (Miscellanea) . secoli XVII –XIX – vol. 9, pp.320 e 322.

[4] G.La Rosa, op. cit., vol.I, pp. 286-287; G. Iacolino, manoscritto cit., pp203-204.

[5]  La bolla risaliva a Pio V che l’aveva promulgata nel 1567 sulla base di documenti antichi e di pretese nuove. Fra le altre cose si vietava ai governi cattolici di tenere rapporti con stati non cattolici, di operare con il fisco senza il beneplacito della S. Sede e si comminavano censure a chi pretendeva di esercitare un controllo sull’attività e gli ordinamenti ecclesiastici.

[6] Entrambi questi racconti in G. Iacolino, manoscritto cit. Quaderno IV, pag. 186 c e pag. 201 a. Anche questi due episodi  Iacolino li ha ricavati dal manoscritto di Luigi Mancuso di cui abbiamo detto.

[7] Sul corpo dei Liparotti si veda L. Radogna, Storia della Marina Militare delle Due Sicilia, Milano 1978,p.37. Sulle serate di Portici si veda G. La Cecilia, Storie segrete di Borboni di Napoli e di Sicilia, Palermo 1860, pp.30-31.

[8] Giuseppe Iacolino nel suo manoscritto più volte citato (Quaderno IV) riporta due lettere di questi marinai, Giuseppe Serra e Biaggio Buongiorno, pp. 201c 1,2,3.

[9] E’ il manoscritto di cui si è detto di proprietà della famiglia del dott. Luigi Mancuso citato da Iacolino.

[10] Il nuovo vescovo, appartenente all’ordine dei frati minori francescani conventuali, era nato a Messina il 2 novembre del 1705 ed era stato nominato vescovo di Lipari con bolla del 24 novembre 1769. l’11 gennaio del 1770 prese possesso tramite il vicario capitolare e poi direttamente l’1 marzo successivo. Morì il 12 dicembre del 1777.

[11] G. La Rosa, op. cit. , vol. I, pp. 288-292.

[12] G. Iacolino, manoscritto cit, Quaderno V, pp. 231,231 a. Vedere anche il manoscritto anonimo di proprietà della famiglia Mancuso, p.569. Mons. Giuseppe Coppola, nato a Bronte l’1 marzo 1720, nominato vescovo di Lipari il 14 dicembre 1778. Prende possesso della diocesi tramite il vicario capitolare il 14 gennaio 1779 ed il 21 gennaio indirizza al popolo ed al clero di Lipari una lettera pastorale. E’ la prima lettera pastorale dei vescovi di Lipari di cui si ha conoscenza. Il testo in L. La Rosa, op. cit., vol.I, pp. 299-303. Morì a Lipari il 16 febbraio del 1789.

[13]  “Il terremoto di Messina del 1783”, dai documenti dell’Archivio di Stato di Torino a cura di Alberico Lo Faso di Serradifalco in www.storiamediterranea.it ; Genovese F. La Malaria nel Mezzogiorno d'Italia. Ed. Ass. Naz. sugli Interessi del Mezzogiorno d'Italia, Roma, 1927; Baratta M. I Terremoti in Italia. Felice Le Monnier, Firenze, 1936; Mercalli G. I Terremoti della Calabria Meridionale e del Messinese. Accademia dei Lincei, Roma, 1897; Augusto Placanica, Il filosofo e la catastrofe. Un terremoto del settecento, Einaudi, Torino, 1985

[14] G.La Rosa, op.cit., vol.I, pp383-384.

[15] Archivio vescovile. Carp. Capitolo Cattedrale 1772-1972, da una nota dei giurati al vicerè di Palermo in data 11 maggio 1783. G: Iacolino, manoscritto cit,.Quaderno V, p.241 d

[16] A.V. , Scritture varie e visite date (Miscellanea) vol.9, f.162. G.Iacolino, idem, p. 241 c.

 

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