Frate Umbertino e la separazione della diocesi

Frate Umbertino da Corleone

Avignone

Fra il 1373 ed il 1386 la diocesi di Lipari e Patti fu assegnata al frate Umbertino di Corleone, uno degli artefici del Trattato di Avignone, firmato da papa Gregorio il 20 agosto del 1372, che sanciva la pace tra il regno di Napoli e quello di Sicilia che da allora in poi si sarebbe dovuta chiamare  Trinacria come si era già stabilito nel trattato di Cartabellotta..

Umbertino oltre ad essere un buon diplomatico era riuscito a entrare in buoni rapporti sia con la regia siciliana che con quella napoletana e probabilmente fu per questo che venne nominato vescovo di una diocesi di cui Lipari rimaneva in possesso degli angioini e Patti degli aragonesi. Come vescovo egli si adoperò con zelo a recuperare i beni della diocesi.[1]

Urbano VI

Senza che se ne conosca la ragione Umbertino fu destituito all’inizio del 1386. Fu lo stesso papa Urbano VI che nell’estate del 1385 ebbe a sostare a Messina, l’artefice di questa rimozione? E per quale motivo? Iacolino avanza una ipotesi[2]e cioè che il papa avesse chiesto al capitolo messinese ed al vescovo di Lipari-Patti delle sovvenzioni e che non avesse ritenute queste soddisfacenti per cui, essendo di temperamento irascibile ed alterato nella mente, lasciò Messina ancora per due anni senza presule e rimosse Umbertino dal comando della sua diocesi. Al posto di Umbertino il papa nominò sempre nel 1386 nuovamente il domenicano Francesco.

Ma anche Francesco rimase poco nella diocesi perché lo stesso papa  lo trasferì il 18 marzo 1388 a Mazara lasciando la diocesi vacante per due anni.

Toccò a papa Bonifacio IX il 16 maggio 1390 riabilitare Umbertino da Corleone e riportarlo nella chiesa di Lipari-Patti.

 

Le mire del duca Martino

 

E sarà proprio il vescovo Umbertino a fronteggiare le mire che il duca Martino, per conto del figlio Martino divenuto re di Sicilia, aveva sulle Eolie e sulla diocesi di Lipari-Patti. A nome del figlio, a cui aveva fatto assumere la potestà di legato apostolico, il duca di fatto divide la diocesi. Toglie a Umbertino la potestà su Patti e nomina amministratore con dignità vescovile Giovanni Alagona, un giovane chierico suo parente, chiedendo al papa la dispensa per la giovane età di questi[3]. Ma il papa, riconoscendo comunque di fatto la scissione della diocesi, nega l’assenso e chiede che si scelga un altro candidato. Umbertino rimane così vescovo solo di Lipari anche se continuerà a firmarsi come vescovo di Patti e di Lipari.

Martino il giovane, re di Sicilia

Ma ora il duca Martino esplicita le sue mire su Lipari. Il 6 maggio del 1392 invia una lettera ai giurati, ai nobili, all’Università ed ai singoli cittadini di Lipari chiedendo loro di rientrare spontaneamente sotto il regno di Sicilia di cui “è stata sempre, sin dall’antichità (…) fino a che con la forza e con la violenza fu presa e tenuta in regime tirannico e sotto un potere violento. Separata illegittimamente dal predetto Regno, ora Noi vorremmo giustamente e legittimamente ricuperarla e occuparla”. Li informa quindi che avrebbe inviato a Lipari Gualdo Guanetti, padrone di galera, e suo delegato a cui devono prestare giuramento, devozione e fedeltà ed espletare “ogni altra formalità che si richiede per il rientro vostro e per il riconoscimento del Sovrano[4] . I liparesi, d’accordo col loro vescovo Umbertino, si rivolgono al papa che risponde con due bolle di esortazione a rimanere fedeli al re di Napoli e di resistere alle pressioni del duca. Le due bolle vengono quindi inviate a Catania, dove risiede il duca, tramite un loro ambasciatore Giovanni di Tesia. Ma il duca rimane sulle sue posizioni. Il 29 dicembre risponde con una seconda lettera:  al papa si deve obbedienza sulle cose spirituali ma sulle cose temporali l’obbedienza spetta al re legittimo. I liparesi facciano quello che si ordina nella prima lettera e sappiano che questa è l’ultima ed è perentoria[5].

Anche questa lettera i liparesi inviano al papa e il papa nei primi mesi del 1393 manda in Sicilia un suo delegato, Francesco Hermemir, per trattare con i due Martini, il duca ed il re figlio. Il papa conosceva bene il duca, la sua ambiguità, il fatto che giocasse spregiudicatamente fra  papa e antipapa, per cui non accetta di assecondare il suo disegno  di riappropriarsi di Lipari e delle Eolie.

Il 20 ottobre 1393 il duca Martino aveva nominato amministratore della porzione siciliana della diocesi di Lipari e Patti Giovanni di Thaust, suo confessore. Facendolo confermare dall’antipapa mentre il papa Bonifcacio IX per Patti creava vescovo Giovanni di Caussa, dei frati minori, ma i Martini non gli consentirono di prendere possesso della sede.

E’ a questo punto, cioè nel 1396, che i Martini si decidono a praticare la via diplomatica appoggiandosi a Francesco Hermemir,il  delegato che il papa aveva mandato a Palermo. La partenza del duca Martino per la Spagna dove andava ad assumere la corona di Aragona, dovette facilitare le trattative. Il fatto è che nei primi mesi del 1397 il giovane re Martino trasferisce da Patti a Monreale Giovanni di Thaust mentre il papa assegna Umbertino alla diocesi di Gaeta.

La diocesi di Lipari-Patti rimase così vacante e il re pensò che il passo successivo del papa sarebbe stato quello di ricostruire l’unità della diocesi, la nomina di un unico vescovo e l’aggregazione delle Eolie al regno di Sicilia. Ma le sue attese andarono deluse. Il papa nominò un unico vescovo nella persona di Francesco Gattulo, dell’ordine dei minori, ma non si impegnò assolutamente nel trasferimento di Lipari alla Sicilia. La reazione di Martino fu dura e il re impedì al nuovo vescovo di prendere possesso della sede di Patti e di  contentarsi di fissare la residenza a Lipari.

 

Bonifacio IX divide la diocesi

Riprese l’attività diplomatica di Hermemir che ora però partiva dal presupposto che Lipari rimanesse agli aragonesi mentre si poteva operare sulla divisione della diocesi sganciando  Patti da Lipari e quindi dalla assoluta potestà apostolica del papa. E così Bonifacio IX il 16 aprile del 1399 emette un suo breve in cui crea ufficialmente la diocesi di Patti separandola da Lipari con la motivazione che essendo cresciuta la popolazione nelle città e nelle diocesi non può un solo pastore “per la distanza de’ luoghi conoscere di vista tutte le sue pecorelle[6]. Nello stesso documento il papa  conferma Francesco Gattulo vescovo di Lipari e nomina vescovo di Patti Francesco Hermemir che era compatriota e amico di Martino. Inoltre la bolla di nomina di Hermemir fu sottoposta all’approvazione del re riconoscendogli pienamente la sua qualità di Legato Apostolico nel regno di Sicilia che il trattato di Avignone aveva invece negato. E’ questo fu l’unico punto a favore per il re nella trattativa.

Probabilmente nello stesso 1399 – o qualche decennio più tardi - chiudeva a Lipari il Monastero benedettino di San Bartolomeo, mentre quello di Patti continuerà ad operare fin verso la fine del cinquecento[7].

 

I beni della diocesi rimangono a Lipari

 

La separazione delle diocesi non fu del tutto tranquilla. La maggior parte dei beni che la diocesi unita possedeva, ed erano molti e non solo in Sicilia ma anche in Calabria, erano intestati alla Chiesa di San Bartolomeo di Lipari e il nuovo vescovo di Patti, Hermemir, ne pretendeva una congrua parte. Il contenzioso fu portato dal vescovo di Lipari dinanzi al papa Bonifacio IX e questi il 10 luglio del 1399 emise una bolla in cui si affermava che “l’avvenuta separazione della Chiesa Liparese non pregiudica in alcun modo i beni e i diritti suoi ovunque siano” e si ordinava al vescovo di Patti di non infastidire, molestare e in qualsivoglia modo importunare il vescovo di Lipari[8]. Gattulo morì subito dopo nel 1400 e la diocesi risentì dello scompiglio dello scisma  nel quale la Chiesa arrivò ad avere fino a tre papi, e dell’ambigua politica religiosa del re.

Ladislao, re di Napoli

Il re di Napoli Ladislao voleva per Lipari, vista la situazione di frontiera della diocesi, un vescovo di cui potersi fidare ma il papa non si fidava di questo re e preferiva un presule che sapesse prendere le difese della sede pontificia. Così , provvisoriamente, scelse un diacono della chiesa locale, Antonio, lo nominò ma non lo consacrò. E due anni dopo mandò a Lipari un prelato piemontese, Tommaso, trasferendolo dalla diocesi di Mondovì. Qui i riferimenti storici si fanno confusi e c’è chi ignora sia Antonio sia Tommaso, chi vuole che Antonio rimanga vescovo fino al 1406, chi ancora vuole che Tommaso rimase poco a Lipari e venne presto mandato nella diocesi di Marsi dove nel 1430 muore.  Iacolino, tenta di dipanare l’intricata matassa. A Tommaso verrebbe ordinato di trasferirsi nel 1402 ma egli raggiunge la sede di Lipari solo nel 1404 e questa. nel frattempo, rimane sotto il governo di Antonio. Tommaso era un vescovo fedelissimo del papa Gregorio.

Benedetto XIII

Quando questi tentò nel 1408 di stabilire un accordo con l’antipapa Benedetto XIII, l’operazione non piacque al re Ladislao che si riteneva avvantaggiato dallo scisma perché pensava così di tenere Gregorio in sua balìa. Ladislao ruppe col papa, occupò militarmente Roma e fra le altre cose rimosse da Lipari il vescovo fedele al papa. A questo punto viene nominato vescovo di Lipari Antonio Comito che potrebbe essere lo stesso Antonio che aveva retto la diocesi fino al 1404. Antonio  rimarrà vescovo eletto e non consacrato.

Nel corso delle complesse vicende della politica e delle connessioni con lo scisma, Ladislao nel 1412 si schiera col secondo antipapa Giovanni XXIII e questi , preso dall’ossessione di contrastare il papa legittimo e nutrendo mire sulla Sicilia a cominciare da Messina, destituisce molti vescovi al papa fedeli fra cui il nostro Antonio Comito[9]. Quindi a partire dal 1412 la sede vescovile di Lipari diviene vacante, affidata ad un membro del Capitolo della cattedrale, e tale rimane fino al 31 luglio del 1419 quando, posto fine allo scisma col concilio di Costanza, viene eletto papa Marino V, che reintegra Antonio Comito nella carica episcopale autorizzandone, finalmente, la consacrazione. E Antonio rimarrà vescovo fino alla sua morte, il 31 luglio del 1432.



[1] N.Giardina, Patti e la cronaca del suo Vescovato, op.cit. pag. 85 e ss.

[2] G.Iacolino, op.cit., pag. 142

[3] G.Iacolino, Le isole Eolie…, vol. III, op.cit. pag. 145

[4] G. Iacolino, op.cit., pag.147-148 che l’ha tradotto dal latino nel testo pubblicato da R.Pirri, Sicilia sacra, Eccl. Lipar, Not. VIII pag. 995-996.

[5] G.Iacolino, op. cit., pag. 147-150.

[6] P.Campis, op.cit., pagg. 256-257. G. Iacolino, op.cit., pag. 157-158.

[7] G. Iacolino, op.cit., pag. 158-159.

[8] R,Pirri, Sicilia Sacra. Eccl. Lip. Not. VIII, pp 956-7; G. Iacolino, op.cit. pag. 176-7.

[9] G.Iacolino, op.cit., pag 177-181.

 

Theme by Danetsoft and Danang Probo Sayekti inspired by Maksimer