Giovanni da Pergana, abate e vescovo

Giovanni e Ruggero II

Ruggero II riceve la corona di Re di Sicilia dal Cristo. Chiesa della Martorana , Palermo.

 

Ad Ambrogio, come abate successe Giovanni. La specifica “da Pergana” compare solo in un documento del 1134 in lingua greca e White sostiene che questo riferimento significa che egli era di Bergamo, lombardo quindi come lombardo doveva essere Ambrogio.

Del profilo caratteriale di questo abate ne abbiamo due versioni diverse e contrapposte. Secondo White “era orgoglioso e sempre pronto ad attaccar briga. In verità pare che fosse una di quelle strane persone che si divertono a litigare[1]”. Secondo Iacolino[2] invece era “di temperamento tranquillo nei primi anni, amministratore scrupoloso dei beni dei suoi monasteri. Poi, a datare dal 1130, la sua personalità si dà a manifestazioni di risentimento e di puntigliosa insofferenza. Ad ogni modo, a renderlo di temperamento così risoluto e diffidente o, se più aggrada, litigioso, di certo contribuirono la torbidezza dei tempi, le incertezze e le lacerazioni dei massimi vertici istituzionali – il Papato e l'Impero – e non ultimo, il comportamento astuto e spavaldo dello stesso secondo conte e primo re di Sicilia”.

Papa Onorio II

Giovanni era abate da qualche anno quando la situazione politica e religiosa si andò ingarbugliando forse al di là della piena comprensione che si poteva avere da Lipari o da Patti. Raggiunta la maggiore età Ruggero II si dichiarò duca dell'Italia Meridionale. Non si curò delle proteste di papa Onorio II che era salito al soglio pontificio nel 1124 ma lo affrontò e lo sconfisse in battaglia nel 1128 persuadendolo a donargli l'investitura a pieno titolo. Morto Onorio nel 1130  i cardinali si divisero in due fazioni: gli uni eleggono Innocenzo II, gli altri Anacleto II. Anacleto era l'antipapa ed ebbe fra i suoi pochi sostenitori Ruggero II che ottenne come contropartita la nomina a re di Sicilia e l'incoronazione avvenne il 25 dicembre del 1130. Ruggero – sulla cui posizione il clero siciliano si allineava compatto[3] -  manifestò subito l'intenzione di costituire in Sicilia una sorta di Chiesa “nazionale” facendo concedere all'arcivescovo di Palermo la facoltà di consacrare vescovi estromettendo la Santa Sede. In questo disegno rientrò anche la rifondazione della Diocesi di Lipari che si chiamò di Lipari -Patti, con bolla di Anacleto II del 14 settembre 1131[4] e vescovo venne nominato l'abate Giovanni.

 

L'antipapa fa Giovanni vescovo

 

Ben si sa – si legge nella bolla – che il Monastero di Lipari è stato sino ad ora uno dei più grandi monasteri di Sicilia e che dipende dall'autorità della Chiesa Romana. Crescendo ora la gloria del Nostro prestigioso figlio Ruggero re, gloria che la liberalità delle sede Apostolica ha a lui attribuito e ai suoi figli, ci è parso assai degno e giusto che pure lo stato della medesima Chiesa venga anche nel Nostro tempo, accresciuto. Pertanto, col consiglio dei Nostri fratelli Vescovi e Cardinali, abbiamo deliberato e , col presente decreto, stabilito che il predetto Cenobio Liparitano detenga d'ora in avanti la dignità vescovile e si abbia un proprio vescovo il quale riceva il sacramento della consacrazione per le mani del venerabile nostro fratello Arcivescovo di Messina, e che tanto lo stesso Vescovo quanto i suoi successori debbano in perpetuo star soggetti alla Chiesa Messinese come a propria Chiesa Metropolitana, fatte salve tuttavia le concessioni e i privilegi della Chiesa Romana elargiti al glorioso Nostro figlio Ruggero e ai suoi eredi”.

L'antipapa Anacleto

Così Lipari passa da terra a Città, Civitas Episcopalis. La popolazione era in continuo aumento e la superficie urbana andava espandendosi oltre il perimetro del Castello lungo la scarpata del Timparozzo e più densamente su quel costone roccioso che si alza tra Marina Corta e Portinente che prese il nome di terra anzi Sopra la Terra.

Fu proprio forse per questa crescita notevole[5] che il Vescovo Giovanni il 4 marzo del 1133 emise un praeceptum che drasticamente ridimensionava le agevolazioni che erano state stabilite da Ambrogio nel Constitutum del 1095.

 

La revisione del "constitutum"

 

In questa nuova ordinanza[6] si stabiliva:

“A nessun uomo venga assegnata la terra in perpetuo né se ne conceda il possesso con diritto a lasciarla in eredità, ma solo a tempo determinato. Precisamente: fino a che uno con fedeltà e sottomissione presta il suo servizio alla Chiesa, a costui si consenta l'uso della terra che gli è stata assegnata, e ne abbia il godimento.

Qualora poi per un moto di superbia o di rivolta si opporrà alla Chiesa o le resisterà, oppure se al Vescovo o ai monaci della Chiesa non sarà di gradimento che costui tenga la terra, gli sia tolta la terra e venga restituita alla Chiesa.

 Se qualcuno di questi uomini, che hanno avuto la terra a tali condizioni, vorrà allontanarsi da tale paese, non avrà facoltà né di vendere né di pignorare la stessa terra, né potrà lasciarla in eredità al figlio ma alla Chiesa che ne è l'originaria detentrice. E, se il figlio di costui sarà fedele e sottomesso al Vescovo e alla Chiesa, a lui si darà in affidamento la medesima terra alle identiche condizioni con le quali l'ha tenuta il padre suo, e ciò, tuttavia, se piacerà al Vescovo e alla comunità del Monastero.

A quelli, infine, che dal tempo della venerata memoria del nostro predecessore Signore Abate Ambrogio possiedono la terra per sua donazione e concessione, e anche a coloro che tengono terra per mia donazione e concessione con rescritto recante il sigillo, concedo e confermo che tengano la terra secondo le favorevoli condizioni stabilite dal medesimo padre Ambrogio”.

 

"Litigioso" per difendere i beni del monastero?

Con ogni probabilità i patti che seguirono questa ordinanza furono gravati non solo dal consueto versamento delle decime ma anche dal canone di affitto che si chiamò censo. Forse il giudizio di “litigioso” al vescovo Giovanni è stato attribuito anche  perchè diede vita a numerose cause contro signori di pochi scrupoli che cercavano di approfittarsi di beni del Monastero. Nel 1130, quando era ancora abate, entrò in causa con l'arcivescovo di Palermo dinnanzi alla corte di Ruggero, per un contenzioso sulle decime di Termini e la vertenza si concluse con  la ripartizione fra i due delle decime in egual misura e l'attribuzione a Giovanni di due chiese  a Termini e Vicari. Nel 1133 dovette fronteggiare a Messina, sempre di fronte al re, la protesta di un grandissimo numero di possessori di terreni che si lamentavano per gravosi oneri e divieti che il vescovo imponeva al di là di quanto prevedesse il Constitutum di Ambrogio. Secondo Iacolino[7] l'esito della controversia fu sostanziamente favorevole a Giovanni ma Catalioto[8]  osserva che il vescovo fu costretto a cedere dinnanzi alle rivendicazioni dei cittadini, riconoscendo il loro diritto all'uso dei boschi comuni come pascolo e libera riserva di ghiande salvo la quarta parte dovuta al vescovo e di legna da ardere. Lo stesso Iacolino constata che la corte regia condonò agli imputati metà della somma delle ammende comminate dai tribunali vescovili di Lipari e Patti perchè giudicate particolarmente pesanti.[9]. Comunque la sentenza mentre accoglie le istanze dei pattesi tende a confermare l'esistenza di una soggezione di tipo vassallatico degli abitanti di Patti nei confronti del loro vescovo[10].

Lo scontro fra il vescovo Giovanni e Gualtiero di Garres, signore di Naso, del febbraio 1134 rivela come a fianco alla signoria ecclesiastica stesse emergendo un potere baronale delineando così un sistema politico che rispondeva pienamente all'essenza del feudalesimo[11]. La contesa riguardava i diritti dei monaci sul monastero di Naso che Giovanni riteneva infranti. Comunque un accordo venne raggiunto e confermato dallo stesso Ruggero. Ma il re dovette rimanere particolarmente irritato della litigiosità del monaco,  perchè nel documento[12] di conferma dell'accordo viene rivolto un monito esplicito a Giovanni: “Ove mai si venga a sapere che il detto Signore Giovanni Vescovo voglia violare quelle cose che di buono accordo e col di lui assenso sono state concesse e i patti stipulati innanzi alla nostra Potenza, non gli si conceda udienza, ma venga punito con l'iscrizione nel registro fiscale affidato alla nostra Potenza per una libra d'oro, cioè per settantadue monete”.

 

La Platea dei beni della diocesi

 

Comunque questo episodio non incrinò i rapporti fra il vescovo di Lipari ed il re se un paio di mesi dopo, il 28 aprile 1135, Giovanni chiese ed ottenne da Ruggero un privilegio di basilare importanza che confermava il possesso di una lunga serie di beni e diritti a cominciare dall'intero arcipelago eoliano.[13] . Questo scrupolo di Giovanni a mettere in chiaro i diritti ed i beni del vescovato di Lipari-Patti lo portò, tra il 1131 e 1148, a far trascrivere il testo della Platea antiqua bonorum Ecclesiae Pactensis (Inventario dei beni antichi della Chiesa di Patti). La Platea è in linea con il privilegio del 1135 e il contenuto dei due atti fornisce “un completo e dettagliato prospetto dei beni e dei diritti posseduti e comunque rivendicati ab antiquo dal vescovato di Lipari-Patti alla metà del XII secolo, negli anni in cui il regno di Ruggero II raggiungeva l'acme della potenza in campo internazionale”[14]:

Per quanto riguarda le Eolie nella Platea si legge come  le “aride isole dell'arcipelago eoliano fossero oggetto di particolari cure per la messa a cultura, che si mantenne sempre a livelli appena accettabili, e per lo sfruttamento di specifiche risorse, che nel lungo periodo avrebbero acquisito risalto sotto il profilo economico. Così Vulcano, ricca peraltro di zolfo, forniva allume assieme a Panarea, ed a Salina si raccoglieva il sale, la cui richiesta aumentava per la crescita delle tonnare di Oliveri e Roccabianca. In tutte le isole erano comunque attive colture intensive e veniva praticata la caccia del coniglio e, soprattutto ad Alicudi, anche a porci e capre selvatiche[15]. Sempre nella Platea si dice che il vescovo deteneva il potere giudiziario a Lipari e Patti, nei casali di Zappardino e Librizzi e nella tenuta di Fitalia, cioè nei territori in cui si concentrava la maggior parte dei possedimenti terrieri e i diritti di natura signorile[16].

L'”avvertimento” del febbraio 1134 non fermò Giovanni nemmeno dal portare dinnanzi al re altre dispute come quella del 1135 contro l'abate Soibrando di Gerusalemme e Falcone priore di Agira in ordine al monastero di San Filippo d'Agira[17] fino all'ultima, risalente al febbraio 1148 pochi mesi prima di morire, contro Arnaldo, vescovo eletto di Messina, in ordine a certi diritti  su alcune città del litorale settentrionale della Diocesi che erano stati conferiti dal presule messinese del tempo ad Ambrogio. Giovanni probabilmente interpretò estensivamente i benefici di cui era titolare e Arnaldo lo chiamò in giudizio di fronte a Ruggero. “La vecchia ostilità del Re – afferma White – verso il vescovo intrigante si riaccese: egli annullò e fece a pezzi la donazione del vescovo Roberto su cui Giovanni aveva basato le sue eccessive pretese e compose la lite sui diritti delle due chiese senza concedere appello”[18]. Iacolino tende a minimizzare il fatto e non crede ad un gesto rabbioso del re che fa a pezzi la pergamena della concessione. A suo avviso il termine ruptum che White traduce “fatto a pezzi”, starebbe invece per “annullato”, “invalidato”. Il re annullò il vecchio privilegio ed al suo posto emise una nuova convenzione. Comunque il giudizio non fu favorevole a Giovanni perché ne ridimensionò le pretese.

 

L'esenzione per i beni della Mensa vescovile

 

Ma Giovanni non si mosse solo per dispute e contenziosi. Si interessò anche della attività produttiva del suo territorio e delle risorse del monastero. I prodotti della campagna di Lipari non erano certo bastevoli alle esigenze della comunità. I prodotti della vigna, i legumi, il piccolo armento bastavano a malapena per il consumo interno mentre grano, grassi animali e latticini dovevano importarli dall’esterno, soprattutto dalle terre che il monastero aveva in Sicilia e Calabria. Su questi beni, quando venivano esportati, spesso scattavano le imposte doganali. Giovanni si recò da Ruggero, nel gennaio1134, per chiedere che fossero esentate almeno le merci e le derrate destinate al sostentamento della comunità monastica e del vescovo stesso. Ed il re acconsente ed ordina a tutti i guardiacoste della Sicilia e agli altri ufficiali “che sia consentito a che le imbarcazioni del Vescovato di Patti e Lipari carichino il grano prodotto dagli stessi Monasteri del medesimo Vescovato e quel grano ad essi donato o offerto per amore di Dio; e non solo, ma anche il burro e il formaggio nello stesso modo senza alcun impedimento, danno e molestia da parte dei nostri esattori” a condizione però che non vengano commerciati[19].

Ma oltre che  per i contenziosi,  lo scrupolo e una rigida severità nell'esercizio del suo ruolo di abate e di feudatario, Giovanni va ricordato anche tutta una serie di opere importanti realizzate a Lipari come l'edificazione di un ospedale  la cui esistenza è documentata fin dal febbraio 1142[20], l'ampliamento della chiesa abaziale, la ristrutturazione del Monastero, il chiostro interno con gli ambulacri e le belle volte a crociera poggianti su archi sorretti da colonne di pietra. Quasi tutto materiale di età ellenistica e bizantina  recuperato e riutilizzato[21].

 

Nuove immigrazioni e nuovi toponimi

 

Probabilmente negli anni di Giovanni, e con maggiore intensità a cominciare dal 1131, nelle isole giunsero gruppi di persone provenienti da diverse parti dell’Italia (Pisa, Firenze, Genova, Venezia, Amalfi, Salerno, Puglia) trovando qui accoglienza e lavoro, connotando con la loro provenienza contrade, quartieri, famiglie. Potrebbe nascere in questo tempo il toponimo di Varisana indicando dei pugliesi che vi importarono vitigni baresani, come quello di Malfa da famiglie scappate da Amalfi a seguito dei saccheggi del 1135-1136, oppure cognomi come Veneziano, Fiorentino, Malfitano ecc.[22] . In quegli anni Iacolino calcola che l’isola contasse circa 750 abitanti di cui  500 nella città alta e gli altri distribuiti nelle campagne. Forse è in quegli anni che viene ripristinata e rafforzata la cinta muraria  e sugli spalti del castello che guardano a mare, vengono innalzate tre torri che si aggiungono alle altre due preesistenti ed anch’esse restaurate: quella quadrata che presidiava l’acceso e quella di Medina lasciata dagli arabi. Saranno queste tre torri – oggi scomparse - che assieme al Castello entreranno a far parte dello stemma cittadino.

Chiesa dell'Annunziata anni '30

Una esistenza frugale e tutto sommato tranquilla quella che si conduceva in quegli anni nell’isola mentre la vita degli abitanti si snodava intono al Monastero ed alla Cattedrale. Il Monastero con il tocco regolare della sua campana scandiva il ritmo della vita anche per i laici che lavoravano nei campi o nelle abitazioni; la Cattedrale era il cuore di tutta la comunità, residenza del vescovo –abate, dove, nelle grandi feste, si ritrovavano praticamente tutti gli abitanti dell’isola. Infatti  era la Cattedrale l’unica parrocchia per tutto l’arcipelago dove si celebravano battesimi, matrimoni e funerali. Nelle altre due chiesette dell’isola – quella dell’Annunciazione nei presso di Piano dei Greci e S. Basilio a Quattropani – il vescovo concedeva ai contadini la messa la domenica con l’eucarestia e le confessioni.[23]

Chiesetta di S. Basilio

Intanto nel 1139 deposto l'antipapa Anacleto il legittimo pontefice Innocenzo II tolse a Giovanni il vescovato e lo retrocesse ad abate. Ma questo non fece venire meno il suo zelo e rimase sempre vigile ed operoso nei nove anni che gli rimasero da vivere[24].



[1]              L.T White jr, op.cit. Pag. 140.Il ritratto delineato dallo studioso anglosassone continua: “Nel lungo periodo di tempo durante il quale Ambrogio era stato abate, non ci viene riferito di un solo processo; sotto Giovanni, i documenti riportano ben altro. La nostra prima conoscenza con lui, o quasi, la facciamo in un tribunale perchè si è azzuffato coll'arcivescovo di Palermo; l'ultima notizia su di lui è connessa con una disputa con l'eletto di Messina diciott'anni dopo”.

[2]              G.Iacolino, op.cit., pag. 104.

[3]              L. Catalioto, op.cit. Pag. 86.

[4]              La bolla si trova in G. Iacolino, op. cit., pagg. 197-108; il testo latino in L. Catalioto, op.cit, pag.198. Catalioto osserva che quella dell'elevazione papale di San Bartolomeo alla dignità episcopale è una questione che rimane tutt'ora aperta, dal momento che non è giunta a noi la bolla della definitiva e legale promozione a vescovato dei monasteri di Lipari e Patti e l'unico atto ufficiale di cui si dispone è la bolla anacletana del settembre 1131, annullata tuttavia, dopo la ricomposizione dello scisma, dal legittimo papa Innocenzo II, che nel Concilio Lateranense del 1139 ribadì l'interdetto a carico di Ruggero II e dichiarò nulle tutte le ordinazioni disposte da Anacleto II.”(pag.88). Catalioto aggiunge che con un privilegio emanato nell'ottobre 1131 dall'arcivescovo di Messina Ugo, Giovanni, che di fatto agiva come presule ormai da tempo, era stato formalmente riconosciuto vescovo di Lipari-Patti, con il consenso dei Capitoli di Messina e Troina. (pag. 90). Ancora Catalioto osserva che Giovanni è definito venerabilis episcopus in una donazione del febbraio 1142 mentre in documenti del 1148 verrà qualificato semplicemente  come “categumeno” e Lippariensis et Pactensis monasterii abbas  in carte del 1142, 1143, 1148.(pag. 89 nota 30).

[5]              Carlo Alberto Garufi, in “Le isole Eolie a proposito del “constitutum”...”, op. cit. pagg. 183-87 sostiene che le nuove restrizioni apportate da Giovanni Pergana dipendevano “più dalle ribellioni continue dei coloni che dal crescente numero di essi” e che nelle isole Eolie la popolazione rimase scarna, non continua, fluttuante, emigratoria. Ad avvalorare questa tesi Garufi cita il geografo arabo Endrisi che a metà del secolo XII nel “Sollazzo per chi si diletta a girare il mondo” dice di Lipari :”Cotesta isola è abitata in alcuni tempi...Ha una fortezza, acqua, legna ed un picciol porto”. Di parere diverso White ( op. cit. pagg. 142-143)che sostiene che la colonizzazione di Lipari progredì anche se “più lentamente di quella della regione di Patti”

[6]              G.Iacolino, op.cit., pag.126-127.

[7]              Idem,pag. 125.

[8]              L.Catalioto, op.cit., pag. 93

[9]              Il documento si trova nell'Archivio Capitolare di Patti ed è citato da G.Iacolino , op.cit., pagg. 125-6.

[10]             E.Catalioto, op.cit., pag. 95.

[11]             E. Catalioto, op. cit., pag. 94 e pp. 194-106.

[12]             In G.Iacolino, op.cit., pag. 148.

[13]             E. Catalioto, op,cit. ,pagg. 95 e ss.. Il testo integrale in latino in appendice a pag.206-208. V. anche G. Iacolino, pp.148-9,

[14]             E. Catalioto, op.cit., pag. 97.

[15]             E. Catalioto, op.cit., pag. 101.

[16]             Idem, pag. 98.

[17]             G. Iacolino, op.cit., pag. 149.

[18] L.T.White jr, op.cit., pag. 144-5.

[19] G. Iacolino, op.cit., pag. 140-1.

[20] G. Iacolino, op.cit., pag.150-152. Secondo Iacolino l’Ospedale di San Bartolomeo era ubicato accanto alla Chiesetta di Santa Maria delle Grazie, sul Castello. “Evidentemente doveva trattarsi di un modesto edificio di pochi vani che, più che a vero e proprio nosocomio, era adibito ad ospitare gli anziani poveri e soli( i baldi pionieri di sessant’anni prima) e fungeva pure da brefotrofio. Dell’esistenza di codesto ospedale  abbiamo notizia  da un documento del 1142 ove leggesi che un tal Martino Curatore cedeva alcune sue terre presso Oliveri ad uso e beneficio della nuova struttura”. E. Catalioto ritiene invece che l’Ospedale San Bartolomeo fosse di Patti ed in nota (n.70) aggiunge che “per Ospedale di San Bartolomeo si intende con molta probabilità la chiesa di Nostra Signora del Tindari” (pag. 108). L.T. White (op.cit.) pag.405 conferma l’ospedale in questione è il S.Bartolomeo di Lipari.

[21]             G. Iacolino. op.cit. Pagg. 110-118.

[22] G.Iacolino, op.cit., pag. 136-7

[23] G. Iacolino, op.cit., pag. 142-4.

[24] G. Iacolino, op.cit. pag.  147.

 

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