GIUSEPPE IACOLINO - A LIPARI, SCAVANDO SOTTO LE TRACCE DELLA STORIA. UNA SERIE DI NOTIZIE SCONOSCIUTE

La prima cognizione, che noi liparesi ci siamo formulata, della geografia del nostro paese, è questa: una “Città Alta” (la Citate) quella del castello e un sobborgo che si stende ai piedi di essa. Ma una tale constatazione non appaga del tutto la nostra curiosità.

Per saperne di più crediamo opportuno partire da un periodo storico ben preciso, cioè l’avvento del cristianesimo e, tanto per utilizzare una data cui si dà credito, facciamo capo all’approdo dei resti di S. Bartolomeo nell’Isola di Lipari: lo si colloca, questo evento, nell’anno 264. E’ proprio allora il sobborgo di Lipari era così ripartito: per una popolazione di circa 1400 abitanti, oltre ai pochi che risiedevano al castello, ben più numerosi se ne potevano contare giù, alla fine dell’attuale via Garibaldi e della marina San Giovanni, o Marina Corta, vivace di arrivi e di partenze, di soste e di controlli. Un fitto caseggiato chiudeva l’entroterra, ai due lati dello sbocco del Vallone. Si veda la figura che segue:

Ecco la città di Lipari vista dal mare, disegno eseguito nel 1544 da Hieronimo Maurando, autore del manoscritto ITINERARIO DA ANTIBES  A  COSTANTINOPOLI, manoscritto della Biblioteca INGUIBERTINE di Carpentras (Avignone) (C. G. 1777), p. 198. Sono ben visibili il Castello, Marina Corta e la chiesa di S. Bartolomeo nel sito dove oggi insiste la chiesa di S. Giuseppe. La chiesa col campanile, qui riprodotta, è il “Templum Magnum” del secolo VI, nella sua struttura più volte rimaneggiata. Ne diremo appresso. Per intanto trascriviamo le frasi che appaiono al margine superiore del disegno.

Al centro si legge: “Lipari è facto cusì”; e nell’angolo a sinistra: “Il Signor bassan (=pascià) stava in questo monasterio e vi avea piantato XVI pesse d’artiglieria”. Il monastero era occupato da una comunità di frati di stampo basiliano. Questi monaci rappresentavano il clero di quel tempo: erano gli accoliti del vescovo nelle liturgie e i suoi  consiglieri nei convegni.

Si osservi attentamente questo schizzo del 1544. Hanno un buon risalto: - da destra verso sinistra – la curva della Marina Lunga San Nicolò, il castello, la baia di Marina San Giovanni o Marina Corta, e la breve salita che porta alla Chiesa.

Nel complesso vi si scorge sia l’intera visuale odierna, sia quella assai antica del V o IV secolo d.C. Solo che la chiesa c’era a quell’epoca, ma ancora non aveva la forma che presenta nell’immagine, ed inoltre era priva del campanile, che sarebbe entrato in uso nel IX secolo.

Quella chiesa era detta di San Bartolomeo, titolazione che essa teneva sin dalle sue origini, e lo avrebbe ancora tenuto sino al 1544, allorquando venne distrutta dai turchi, sarà poi ricostruita e le si sarebbe imposta l’intitolazione di San Giuseppe.

Oltre ai siti abitati di cui abbiam detto, un altro piuttosto denso di case si stendeva tuttavia dal retro della Chiesa in direzione del Mezzogiorno una convessità del terreno che va a perdersi nei pressi di Portinente. Si chiamava, e si chiama tuttavia, Supra a’ Terra, e il termine Terra va inteso una modesta concentrazione di piccole case, un paesetto che era considerato quasi una seconda Citati.

Il 264, dunque. Giunto che fu, al 13 di febbraio, il sarcofago di S. Bartolomeo e poi “raccoltolo e sepoltolo, su di quello [i Liparesi] edificarono una grande chiesa [Templum Magnum]. In questa chiesa è ora invocato e manifesta di giovare a molte genti [populis multis] con le sue virtù e le sue grazie”. Questo è quel che ci segnala San Gregorio di Tours [1] intorno all’anno 580. E fu proprio la segnalazione del “Templum Magnum”, eretto subito dopo l’arrivo dei sacri resti di S. Bartolomeo (anno 264), che in noi, appena iniziati all’apprendistato storico, fece sorgere un tormentoso interrogativo cui non fummo in grado di dare risposta: in quale punto del paese di Lipari poté sorgere un “Templum Magnum” ? Mancandoci questo importante punto di orientamento, ci siamo poi smarriti.

Solo sul tardi dei nostri giorni abbiamo finalmente capito che quel “grande tempio” era la chiesa che sorgeva nel punto stesso in cui oggi è sita la chiesa di San Giuseppe che domina la piazza di Marina Corta. Non averla individuata in tempo ci ha fatto sbandare in tanti nostri scritti perché abbiamo trascurato una pista che per più di un secolo ci avrebbe potuto suggerire proprio quella chiesa.

A portarci fuori rotta ha contribuito altresì un’affermazione del vescovo Mons. Arata contenuta nella sua Visita Pastorale del 1681. L’Arata, a proposito della chiesa dell’Annunziata, che in origine era una sinagoga ebraica, scrive: “Questa Chiesa si ritiene essere la più antica di tutte, esclusa la Cattedrale” [2]. Evidentemente l’Arata ignorava che la struttura della Cattedrale di Lipari, - quella del suo tempo, piccola, e a una sola navata, e quella attuale - , aveva avuto inizio con la venuta dei Normanni, intorno al 1100.

Il “templum magnum” era detta la Chiesa di San Bartolomeo, ed era governata da una modesta comunità di religiosi basiliani i quali dimoravano nel fabbricato che in parte sorgeva a contatto del lato Est della Chiesa e, in parte, proseguiva verso Sud sull’alto ciglio di “supra ‘a Terra” ; religiosi che supponiamo locali, e che si erano formati sotto la guida di altri, forse greci, più colti, acquisendo la formazione adeguata per raggiungere il presbiterato, e – cosa ancora più importante – per assistere e sostenere il Vescovo che a quel tempo non era obbligato a risiedere nella Diocesi.

I monaci eran tutto e decidevano su tutto. E acquisivano maggiore rilevanza per il fatto stesso che reggevano l’affluenza al “Templum Magnum” di San Bartolomeo ove si recavano fedeli locali e forestieri per venerare i resti mortali del Celeste Protettore.

Uno di codesti visitatori fu il monaco Willibaldo, poi vescovo di Eichstat, in Germania, e infine santificato.

Nell anno 700, di ritorno da un suo viaggio in Terra Santa, egli montò sul cratere di Monte Pelato di Lipari nell’intento di poter osservare la struttura dell’inferno; ma, impedito dai fumi restò deluso. Prima però di allontanarsi da Lipari egli e i compagni di viaggio “navigarono verso la Chiesa di San Bartolomeo che trovavasi sulla costa del mare” [3].

Mentre in questa isola di Lipari, che giace nel breve tratto di mare tra Sicilia e Benevento, in una meravigliosa basilica che, costruita dai fedeli, splendeva in suo onore, era profondamente venerato il detto apostolo di Dio, e per le opere dalla sua virtù e per le sue grazie da moltissimi anni Egli rifulgeva a gloria di Dio e per la salvezza del popolo cristiano, poco tempo addietro, dopo che la Sicilia fu devastata e sconvolta dai saraceni, anche quest’isola minuscola di Lipari fu oppressa dalla furia nemica e completamente spopolata” [4].

Per i pochi monaci sopravvissuti, rimasti a salvaguardare le reliquie di San Bartolomeo non c’era altra soluzione che questa: scavare sotto la chiesa una cripta, e nascondervi i Sacri resti dell’Apostolo insieme con altre salme di abbati; ne fanno testimonianza le nicchie ricavate nella parete di una circolare saletta cimiteriale. Di questa cripta potrebbero offrirci più chiari lumi gli archeologi. Però l’impresa della cripta non fu sufficiente a tenere lontani gli invasori. Si stabilì allora di trasferire la salma dell’Apostolo a Benevento, e così sistemarono le benedette ossa in un vaso, che venne affidato ad un naviglio longobardo. “Scesi a terra, portarono con grande onore il santo corpo dell’Apostolo di Dio a Benevento presso il principe Sicardo e lo riposero nell’altare, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 839, il 25 del mese di Ottobre” [5].

Fu proprio allora, il 25 ottobre 839, che i liparesi perdettero per sempre i sacri resti del loro Protettore. Ne rimase però una tenace memoria nel “Templum Magnum” ove non vennero mai meno le consuete pratiche devozionali del passato. Nel 1001 l’imperatore germanico Ottone III volle far dono alla popolazione romana di una reliquia d’eccezione, quella di San Bartolomeo che venne richiesta ai Beneventani.

Costoro fingendo di volere aderire alla pretesa del sovrano ricorsero allo stratagemma della sostituzione e gli consegnarono, si dice, il corpo di San Paolino da Nola. Comunque si è convinti che i resti di San Bartolomeo furono ceduti e interrati sotto l’altare maggiore della chiesa a Lui intitolata, sull’Isola Tiberina. Oggi però si è accertato che li non c’è alcuna sepoltura, e gli stessi beneventani vanno orgogliosi, sicuri che le ceneri del loro Protettore le detengono essi stessi entro un vaso di alabastro entro la grande loro Cattedrale.

Lipari intanto giaceva sotto la dominazione islamica sin dall’838; una dominazione, però, conformata al buon senso e alla tolleranza su d’una popolazione assai ristretta; pare anzi che il suo porto abbia continuato ad esser frequentato – almeno come punto di sosta o di rifugio – e dagli stessi operatori islamici e da quelli giudaici. E ben a ragione si può ritenere che gli invasori abbiano concesso ai pochi cristiani residenti una certa tolleranza religiosa che riguardava il bel “Templum Magnum” di San Bartolomeo e la dolente memoria delle spoglie dell’Apostolo che erano andate a finire lontano.

Nell’agosto del 1059 il Papa Nicolò II si accordava con i Normanni riconoscendo Roberto il Guiscardo vassallo della Santa Sede, Duca di Puglia, di Calabria e della Sicilia scacciandone gli occupanti e restituendo i territori all’autorità pontificia. A nostro credere, delle Isole Eolie Ruggero prese possesso tra il 1062 e il 1064. Nel 1072 Roberto e Ruggero percorrevano vittoriosi le strade di Palermo.

Tra i frati dei varii Ordini Monastici ormai affermati nel Mezzogiorno della Penisola il compito di condurre la colonizzazione delle Eolie – meglio, di Lipari – non poteva essere affidato che ai benedettini i quali, se da un canto era stato loro prescritto dal Santo Fondatore di promuovere la coltura della terra, per altro verso in Francia e in Italia avevano dato eccellenti prove di capacità nel recupero di vaste estensioni boschive e acquitrinose chiamandovi uomini e famiglie a viverci e a popolarle. L’abbate dei Benedettini di Lipari fu Ambrogio rimasto famoso per il suo “Constitutum” del 1095. Non sappiamo quanti fossero i religiosi da lui dipendenti, sacerdoti dall’abito talare nero i quali amarono coltivare anche il sapere e stimolare nuove vocazioni presbiterali laiche delle quali si circondò il vescovo. Ambrogio, che scelse la nuova sede del monastero sul castello unitamente alla chiesa abaziale destinata a divenire Cattedrale di S. Bartolomeo. Il successore di Ambrogio, Giovanni da Pérgama eletto vescovo nel 1123 fece sorgere accanto all’unica navata della chiesa il nuovo convento e il chiostro. I Benedettini non soltanto diedero un assetto all’area del Castello, ma sostennero altresì la ripresa del suburbio nelle zone della Marina di S. Giovanni, o Marina Corta, e del piano di Sopra la Terra tenendo d’occhio nel contempo il “Templum Magnum” la classica chiesa di S. Bartolomeo che dominava la sottostante baia ormai ripopolata. Per contro appariva deserta e fangosa, e solo in parte coltivata ad orti, la vasta estensione compresa tra l’attuale via Maurolico e la Marina Lunga.

Indubbiamente i benedettini cercarono di scalzare gli antiquati Basiliani dalla classica chiesa di S. Bartolomeo e di sottrarne l’intitolazione che volevano si attribuisse unicamente alla Chiesa Cattedrale.

Forse pochi liparesi avvertirono che intanto si erano creati due centri di culto: quello di San Bartolomeo alla Marina e la Chiesa vescovile al Castello la quale tendeva a reclamare il diritto di accentrare in sé sola e l’intitolazione e le iniziative religiose, comprese le manifestazioni devozionali in onore del Santo Patrono. Ricordiamo del resto che si era nel XV secolo che fu il secolo delle riforme e delle controriforme nonché di un memorabile concilio, quello di Trento.

La delicata questione si andava via via complicando: i Benedettini si ritiravano dalla scena lasciando i nuovi sacerdoti del clero secolare, da essi formati, a cui presiedeva il vescovo, mentre nel monastero e nella chiesa di San Bartolomeo si alternavano varie comunità monastiche.

Nel 1460, nel monastero annesso alla chiesa aveva preso dimora un manipolo di novelli Frati Francescani Minori Osservanti della provincia di Calabria che, come gli ospiti loro predecessori, non intendevano rinunciare ai privilegi connessi alla “Templum Magnum” ; e ciò avveniva mentre il Concilio di Trento, inaugurato nel 1445, andava emanando i suoi dettami: voleva i vescovi permanentemente risedenti nelle proprie diocesi, li voleva più responsabilizzati nei loro compiti, più autorevoli nel condurre lo sviluppo dei seminarii, delle loro Curie e del collegio canonicale nelle loro cattedrali, più attenti alle necessità dei borghi rurali ancora sprovvisti dei luoghi di culto. Cominciò, infatti, con S. Margherita nel 1571 il vescovo Pietro Cavalieri di Patti (1571 – 1580), e proseguì con S. Maria Maddalena nel 1575 e di Maria SS. Annunziata, già sinagoga giudaica fuori uso (1575), con la piccola cappella dell’Assunta nel vicolo  Sant Antonio Abbate (1578), con la S. Caterina d’Alessandria a Nord dell’attuale area cemiteriale (1579) e con l’Assunta di Serra (1579). Fece poi seguito il vescovo Martino d’Acugna (1585 – 1593), il quale, oltre a creare un compatto capitolo canonicale di dieci soggetti, impiantò le chiese della Vergine di Loreto a Quattropani (1588), del SS. Nome di Maria a Pirrera (1589), della Trasfigurazione o San Salvatore (1591) contemporaneamente al grazioso tempietto di San Vincenzo Ferreri a Canneto Dentro.

Come ben si vede, il vescovo d’Acugna fu quello che, in ottemperanza al dettato del concilio tridentino seppe apportare al clero secolare di Lipari le giuste forme disciplinari, rivendicando altresì per la sua Cattedrale, oltre al titolo del comune Protettore, la prerogativa di regolare e guidare tutte le manifestazioni attinenti al culto del Santo.

Fu questa pretesa del vescovo che causò forti dissapori nei rapporti con i monaci  cui era riservata la custodia del “Templum Magnum” e che non si erano perfettamente convinti che il processo di dissoluzione di tante antiche strutture era giunto al suo compimento.

Giunti a questo punto, occorre dire quel che era accaduto in Lipari nei primi settanta anni del secolo XVI. Il Concilio Tridentino era allora in pieno svolgimento e il vescovo nostro, Baldo Ferratini (1534 -1553), che governava da lontano la diocesi, spingeva i preti ad una fraterna compattezza cercando, in primo luogo, di strappare al “Templum Magnum” il privilegio della sua intitolazione e incrementare soltanto nella Cattedrale il culto del Santo Patrono. Fu questa pretesa che fece nascere un certo dissapore nei confronti dei Frati Minori Osservanti che in quella chiesa detenevano i pieni poteri. Ma il clero secolare giocò di sorpresa con un tentativo provocatore decretando l’istituzione di una terza festività annuale in onore del Protettore, a motivo dello scampato pericolo di pestilenza, al 17 giugno del 1541 (le prime due festività erano quella del 13 febbraio e l’altra del 24 agosto). Se siano seguite discordie o dissapori non ne siamo informati. Di lì a tre anni, nel 1544 giunse a Lipari la flotta turchesca al comando di Ariadeno Barbarossa il quale nel monastero prese dimora e nel sagrato della chiesa di S. Bartolomeo piazzò sedici pezzi di artiglieria. Del disastro o “ruina” che ne seguì non è il caso di soffermarci.

Lipari perdette circa novemila cittadini - tra i deportati, alcuni dei quali furono in seguito riscattati, e coloro che erano fuggiti in tempo e poi avevano fatto ritorno - e il fuoco divampò un po’ dovunque.

Non sappiamo se fu il vescovo Farratini a suggerire che il “Templum Magnum” distrutto (e in tali condizioni lo vide il dotto abbate Rocco Pirri allorchè intorno al 1620 si recò a Lipari per appianare una controversia sorta tra il nostro Vescovato e la Regia Monarchia di Palermo) venisse ricostruito. In pochi anni, però, in quello stesso punto risultò elevata una nuova chiesa che nel 1632 fu intitolata a S. Giuseppe, e divenne chiesa filiale della Cattedrale con delle speciali prerogative: era affidata a sei canonici che là ogni mattina – come avveniva in Cattedrale – il Capitolo di altri canonici si adunava a recitare in coro l’ufficio quotidiano.

Del Vescovo d’Acugna occorre ora sapere tanti particolari che qui daremo: Carmelitano Scalzo, confratello di Santa Teresa d’Avila e di S. Giovanni della Croce, studioso di mistica e del soprannaturale, scrisse un libro intitolato “De arte Divini Amoris”, fu confessore e consultore del viceré di Napoli per almeno tre anni. Di sicuro egli a Napoli apprese tanto della situazione ecclesiastica della vicina Lipari in quel delicato momento di transizione: si stava, infatti, allora provvedendo a rafforzare la compagine del clero, ad allargare il numero dei canonici capitolari, a dar lustro e piena fisionomia e centralità alla Cattedrale di cui San Bartolomeo doveva essere il titolare unico e assoluto. Fu anche causa di queste acquisite informazioni che dal Papa Sisto V il d’Acugna venne nel 1585 a reggere il Vescovato di Lipari.

Forse non sfugge a molti dei nostri lettori che il sec. XVI fu per molte diocesi l’epoca in cui il Santo titolare della chiesa cattedrale si dovesse necessariamente acquisire una reliquia. E, giusto per fare un esempio, a Messina fu rinvenuta una copia della lettera che, nel 42 d.C. la Vergine Maria, in età piuttosto avanzata, aveva inviata ai Messinesi. Si diceva scritta dalla Madonna in lingua ebraica, la tradusse in greco San Paolo, fu consegnata ai Messinesi, e ad un certo momento smarrita. Ritrovata, verso la fine del Quattrocento, fra le vecchie carte, fu dal grecista Costantino Lascaris tradotta in latino.

Dalla morte del Lascaris (1501) per oltre un secolo si discusse sull’autenticità del prezioso messaggio che portava la data del 42 d.C. Ci volle poi un secolo di estenuanti discussioni sino a che la genuinità del sacro scritto venne ufficialmente riconosciuta nel 1716. Era forse stata di ostacolo ll’accettazione immediata anche la composizione della data “nell’anno 42 di Nostro Figlio” , che è una formula di cronologia incentrata sulla nascita di Gesù Cristo (a.C. e d.C.) e che sarebbe stata ideata assai più tardi nel VI secolo dal dotto monaco Dioligi il Piccolo; una formula che di certo aggravava il dubbio dell’autenticità del documento.

Non fu per niente difficile alla chiesa di Lipari venire in possesso della sospirata reliquia di San Bartolomeo. Cadde, si può dire miracolosamente, nelle mani del d’Acugna mentre questi da Roma, dove era stato appena consacrato, faceva viaggio per Lipari. È lui stesso che con una relazione in latino rivelò al clero e ai fedeli liparesi come erano andare le cose.

Prendiamo dal Disegno Historico di Pietro Campis [6] quanto verremo a dire della sua traduzione italiana:

Fu agli ventuno Xmbre dell’anno 1585 la chiesa di Lipari provista di pastore in persona di Don Martino d’Acugna.

Questo nuovo vescovo con tutta sollecitudine si pose in viaggio per la sua chiesa, et essendo giunto a Napoli, dove da’ tempi cattivi fu obbligato a trattenersi per qualche settimana, ebbe sorte di recuperare il più pretioso tesoro che alla Chiesa e Città di Lipari fusse stato rapito da’ Turchi nel sacco datoli da’ soldati di Barbarossa.

Quando alle rapine di quelli infedeli fu dato, con la città di Lipari ogni tempio di essa, vi fu uno di quei barbari che diede di piglio ad’una cassettina in cui si conservavano varie sacre reliquie tra quelli il dito pollice del S.mo apostolo San Bartolomeo protettore di ditta città.

Il tutto fu dal Turco trasportato a Costantinopoli, dove ritrovandosi uno spagnuolo  che si era appena liberato dalla schiavitù, ebbe questa notitia delle reliquie che erano in potere di quell’empio; onde mosso da particolare divotione le richiese al Turco il quale si mostrò pronto a dargliele ogni qual volta gli sborsasse cinquecento scudi. Anco il sangue haverebbe sborzato dalle sue vene nonché la somma richiestali, per un rischiatto  sì pio; per lo che, messi insieme gli scudi 500, li diede a quel barbaro da cui nì ebbe la cassettina con dentro le sacre reliquie, le quali poi trasportò in Italia nel passaggio che vi fece da Costantinopoli con pensiero di restituirle alla Chiesa di Lipari di dove haveva già inteso erano stati rapite da quelli sacrileghe mani, quando li fussero rimborzate le scudi 500 da lui pagate per quelle.

Ma il caso portò che il ditto spagnolo giunto in Napoli si ammalasse, e per curarsi andò allo spidale di San Giacomo dove il male incammio di cedere raddoppiando le forze si ridusse in breve l’infemro all’ultimo dei suoi giorni. Vedendosi dunque lo spagnuolo a tal punto, chiamò a sé il Cappellano e consegnò a lui la cassettina con le sante reliquie dicendogli di spettare alla Chiesa di Lipari, rapiteli da un Turco nel sacco che patì quella Città , et haverle esso ricuperti in Costantinopoli con lo sborzo di cinquecento scudi; per tanto che volesse restituirle a quella Chiesa con farsi prima dare la somma sudetta laquale esso lasciava allo spidale di San Giacomo dove egli era. come si disse, si ritrovava a Napoli di passaggio per Lipari; onde, senza punto indugiare sborsate li ducati 500, ebbe nelle sue mani quelle sante reliquie et egli stesso li portò come in trionfo a Lipari e le ripose nell’antica loro chiesa quando vi si trasferì prontamente”.

Testo che assolutamente non convince. Non si può negare che in siffatta narrazione interagiscano imposture e raggiri, malizia e amenità, aspetti che a quel tempo sfuggivano all’infantile attenzione delle illetterate masse. Oltretutto da noi anche i vescovi ignoravano quel che quarantadue anni prima aveva avvertito il francese Giovanni Calvino nel suo Trattato delle reliquie, ove condannava le devozioni tributate a qualche osso d’asino o di cane, che il primo burlone spacciò per osso di martire [7]. Va d’altro canto consentito, a noi cattolici di onorare reliquie non autentiche se già per lunga serie di anni esse siano state oggetto di assidua venerazione.

Del giubilo che suscitò l’arrivo della reliquia del Sacro Pollice diremo più avanti.

Per il momento ci intratteniamo a spiegare al lettore per quali ragioni, sin da Medioevo, e ancora prima, circolava tanta <<fame>> di reliquie ed era così facile reperirle.

Anzitutto non mancava materiale anatomico umano: a Roma, ad esempio, “molti poveri, o per la loro povertà overo per la lontananza del luogo dove morivano, il più delle volte non erano sepolti in luogo sacro, overo restavano senza sepoltura, e forse cibo di animali”[8]. Era così che di scheletri umani, e anche di animali, era agevole rinvenirne nelle boscaglie vicine ad aree abitate. E non mancava chi sapeva approfittarne.

I primi furono i venditori diretti della materia ossea appositamente ripulita. Costole, braccia, diti, denti e mandibole venivano proposti al clero come appartenuti a Santi anche di notevole antichità. Ma si rivolsero anche a studiosi umanisti della romanità che non esitavano ad acquistare, ad esempio, una clavicola di Tito Livio, o una costola di Virgilio.

Accanto ai venditori ecco altresì gli artigiani che eseguivano più o meno graziose teche di legno nobile con coperchio a vetro. Gli acquirenti, poi, potevano contattare l’argentiere di fiducia per fornirsi di una delle più varie forme di reliquiario. I sacerdoti, in genere, optavano per le forme di piccoli ostensorii. Ma non mancarono le urne a mo’ di braccio tutto d’argento, proprio come toccò al Pollice del nostro San Bartolomeo: braccio con mano che stringeva una spada a ricordo della decapitazione [9].

L’esultanza generale per la nuova reliquia traspare dal giubilo manifestato dal vescovo Francesco Arata (1663 – 1690) il quale, nella visita pastorale del 1681, segnalando le singole reliquie presenti allora in Cattedrale dà inizio alla lista con l’indicare il Sacro Pollice e facendo arretrare in seconda e terza linea le reliquie riguardanti Gesù e la Madonna. Ecco: “il Pollice di San Bartolomeo Apostolo, patrono principale della Città e della diocesi, che si espone al popolo il 24 Agosto e il 13 di Febbraio e il 27 giugno, e negli ultimi giorni del mese si fa la processione ‘pro gratiarium actione’. Il sopradetto Pollice è sito in un braccio di argento la cui mano tiene una spada”. Seguono ben sei frammenti della SS. Croce di nostro Signore Gesù Cristo, e al numero 9 si legge: “in un piccolo vaso c’è un’ampolla di vetro in cui si conserva un po’ di latte della Beata Maria Vergine che dal Capitolo viene portato processionalmente alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie, il 2 luglio di ogni anno”. Seguono altre reliquie [10].

Siamo soddisfatti, giunti a questo punto, di poter segnalare che la chiesa di San Giuseppe era allora affidata alle cure dei canonici onorarii Don Antonino Russo e Don Giovanni Costa come “Cappellani adiutanti del Principale Parroco della Cattedrale”, che era il Vescovo. E così il “Principale ParrocoMons Gaetano del Castillo (1691 – 1694) si prendeva il piacere di dichiarare, nel 1693, la quinta festività annuale di San Bartolomeo.

In seguito Mons Giovanni Maria Proto (1839 – 1844) abolirà la festa del 17 giugno (1840), così le feste annuali si ridurranno a tre. Assai più in là nel tempo, il 16 novembre 1894, per lo scampato pericolo di terremoto, il Vescovo Giovanpietro Natoli (1890 – 1898) proclamerà una nuova solennità, cosicché le feste annuali del Patrono ammonteranno a quattro, che sono quelle attuali, cioè il 13 febbraio, il 24 agosto, il 5 marzo e il 16 novembre.

Le novità che caratterizzarono il Settecento furono, in sintesi il San Bartolomeo d’argento e altre preziosità nella Chiesa Episcopale; sono altresì da segnalare le innovazioni architettoniche quali la bellissima chiesa dell’Immacolata al Castello nel 1772, le due navate laterali alla Cattedrale, e l’arrivo a buona quota nell’innalzamento del campanile.

Intanto, nella vasta e solitaria piana che dalla chiesa di San Pietro giungeva sino all’inizio della Marina San Nicolò (oggi Marina Lunga) i nuovi immigrati andavano fabbricando le proprie casette, sicché il sacerdote Don Pietro Franza nel 1774 pensò bene di innalzare la chiesetta del Rosario del Pozzo per garantire l’assistenza spirituale ai nuovi residenti.

Quello si può veramente definire il momento del risveglio. Si risvegliarono altresì i discendenti dei sopravvissuti alla “ruina” del 1544 o dei soggetti a schiavitù in terre islamiche che s’eran riscattati ed erano tornati ad abitare nella vasta area di Sopra la Terra.

Essi non intesero spezzare il nesso dei ricordi che li legava ad una ben precisa pagina della storia degli antenati.

Lì la loro Chiesa di San Bartolomeo (poi di San Giuseppe) aveva tenuto un’eccelsa preminenza per secoli, e i fedeli ritenevano giusto rappresentare quasi la continuità fisica di una così lunga stagione con un modesto oratorio o cappella, che ora si chiama di San Bartolomeo “extra moenia” , e che fu dotata, sul davanti, di una spaziosa piazzetta.

Le due lapidi, una del 1950 in alto, e l’altra del 1951 qui sopra, affisse sul prospetto della cappella di San Bartolomeo extra moenia furono volute e dettate dal colto sacerdote Don Onofrio Paino, parroco storico della chiesa di San Giuseppe dal 25 gennaio 1919 al primo ottobre 1967. Egli non conosceva e non poteva a quel tempo conoscere taluni dettagli della nostra storia e perciò cade facilmente in errori che cercheremo qui di emendare.

Ecco. Nella lapide a sinistra si legge che, arrivato prodigiosamente il corpo di S. Bartolomeo al Porto delle genti “fu in gioia trasportato…in questa vicina sua Chiesa”.

Sennonché questa cappella non è di quei lontani tempi del terzo secolo, ma degli ultimi vent’anni del Seicento o dei primi del Settecento. Ne abbiamo certezza noi dalla constatazione che la cappella non è indicata nella Visita Pastorale del 1681 di Mons Arata, ma risultò presente nella successiva visita del 1722 di Mons Pietro Vincenzo Platamone (1722 – 1733). Pertanto la struttura di questa cappella risale o agli ultimi anni del Seicento o ai primi del Settecento. Se ne ricava che il Santo nostro Protettore, appena giunto ai

nostri lidi, non poté esserci stato trasportato, né la “Piccola Cappella poteva essere avanzo delle passate disgrazie”, perché al tempo della ruina, compiuta dai Turchi (1544) questa chiesa di San Bartolomeo extra moenia non esisteva ancora.

Lo stesso vescovo Pietro Vincenzo Platamone pare abbastanza soddisfatto di fare apparire che anch’egli “crede” che il Sacro Corpo dell’Apostolo sia stato collocato in quella chiesa. Scrive, infatti, come premessa alla relazione della Visita Pastorale: “si crede che, molto tempo fa, dalla riva dove miracolosamente era giunto il sarcofago di marmo che conteneva il Corpo di San Bartolomeo, esso fu portato in questa chiesa”.

Così, dunque, “si credeva”. Il verbo impersonale comprende tutti e lui stesso, il Vescovo, che appare felice di ammettere che anch’egli “ci credeva” ma non lo dichiara esplicitamente. Collocare, poi, la narrazione nella più remota antichità offriva un motivo in più di dar credito alla strana notizia.

Qui poniamo fine a questa ricerca che è consistita nel richiamare un substrato della storia onde ci riappropriassimo delle nostre radici, le più profonde.

Quanto a noi personalmente si dirà forse che abbiamo toccato punti scottanti

scoprendo irriverentemente certi polverosi altarini e scoperchiato pentole destinate a restar chiuse in eterno. Noi abbiamo fatto chiarezza su intrighi e falsità evidenti, e non ci siamo mai piegati ad accettare talune formule sconvenienti nel trattare il sacro. Dire, ad esempio, che nell’anno 700 la Madonna di Salina (non ancora quella del Terzito) era stata onorata

con la costruzione in muratura di una chiesa nella Piana di Lene e, soprattutto che la festa della consacrazione aveva richiamato le genti del “Regno di Sicilia” attratta dal fatto che “La Regina dei cieli vi si mostrava miracolosissima” sa di soverchia amplificazione e smoderatezza.

A tal proposito così noi scrivevamo nel nostro Raccontare Salina al vol. I, pag. 208: “come ben si vede, non sempre si tratta di vere e proprie bugie. Talvolta fanno capolino incontrollati impeti di zelo o eccessivo trasporto devozionistico, sentimenti che ben si prestano a colmare i vuoti della memoria collettiva, Piae fraudes, insomma. Ben l’aveva lasciato intendere il Prof. Bernabo Brea laddove scriveva che <<di questo più antico santuario si cercò allora di creare una leggenda riferita al Campis, che è evidentemente

di pura fantasia>> [11].

Peraltro l’orientamento critico odierno tende a depurare delle scorie viziate le

sacre legende e a recuperarne – ove è possibile, e c’è davvero – l’autentico sostrato storico. Del resto guardare alla storia, per i credenti, vale, non tanto a ripensare alla fede la quale ha tutt’altre radici, quanto a meglio comprendere le cause accidentali e le motivazioni umane del fiorire di particolari tradizioni locali, che, costituendo una delle componenti più preziose del patrimonio culturale di un paese, per ciò stesso esigono il

massimo rispetto. Un rispetto condizionato soltanto da un dovere morale: quello di non mai ingannare noi stessi o gli altri affinché insieme ci si ritrovi nella trasparenza della verità”.

 

NOTE:

[1] – In Patristica Latina, LXXI, colonna 734.

[2] – In Archivio Vescovile di Lipari (o A.V.L.), da un volume ms, senza numerazione, contenente dati relativi all’Episcopato di Mons. Francesco Arata.

[3] – Per avere più chiare e distinte notizie su Willibaldo si può consultare il nostro Acquacalda di Lipari, edito da Giovanni Iacolino, anno 2003, a p. 14.

[4] – In “Acta Sanctorum Augusti”, Tomo V, pp. 57 – 58.

[5] – Il brano, redatto in latino, è riportato in “Acta Sanctorum Augusti”, Tomo V, a p. 61, con inizio al paragrafo 56.

[6] – P. CAMPIS, Disegno Historico della Nobile e Fidelissima Città di Lipari, ms del 1695, trascrizione di G. Iacolino, edito da B. Famularo, Lipari 1980, pp. 312 – 314.

[7] – In CHIARA MERCURI, La Vera Croce, Ediz. Laterza, 2014, p. 104.

[8] – “Statuti della Vera Arciconfraternita della morte et oratione…” approvato a Roma l’anno 1590, riportato in C. PASCARELLA “Tutte le poesie romanesche”. Grandi tascabili economici NEWTON, p. 54, nota 1.

[9] – Il braccio-reliquiario che veneriamo oggi è diverso da quello antico. L’antico fu interamente rifatto verso il 1810 con la mano che stringeva un coltello a ricordo della pretesa descoriazione. Una vera descoriazione San Bartolo non la subì; si trattò piuttosto dell’epiderma della schiena flagellata da durissime verghe e ridotta a brandelli.

[10] – Archivio Vescovile di Lipari. Visita Pastorale di Mons Francesco Arata, del 1681; da un volume ms. senza titolo ne numerazione, contenente atti riguardanti l’Episcopato dell’Arata.

[11] – L. BERNABO’ BREA e M. CAVALIER, Meligunìs Lipàra, vol. VIII - parte I, Palermo 1995, p. 23.

Theme by Danetsoft and Danang Probo Sayekti inspired by Maksimer