Gli anni della polemica nei confronti del Vescovo

Mons. Paino, un vescovo colto ed aperto

 

 La personalità e l’opera di Mons. Paino  venivano ad inserirsi nella vita di Lipari proprio in questi anni di grandi aspirazioni.  Il 22 agosto 1908 Mons. Paino fa la sua entrata solenne a Lipari sbarcando alla marina di San Giovanni.

Angelo Paino fu fatto vescovo di Lipari perché a Lipari c’era bisogno di un pastore che avesse diretta conoscenza degli uomini e delle situazioni del paese, giacché in un breve volgere di anni nelle Eolie s’erano verificati mutamenti sostanziali di cui era bene che la chiesa locale prendesse consapevolezza. Dotato com’era di vasta cultura, di esemplare pietà,  di risoluto dinamismo, di diplomatica prudenza egli sembrava l’uomo adatto al momento.

Nella prima lettera pastorale egli lancia uno sprone forte ai preti:”Troppo dormimmo e dimenticammo che la corona non è degli’infingardi, che la Chiesa non ha che farsi de’ pusilli, che non a riposo c’era data la terra, che il riposo dei forti è il Cielo! Oh! Io non tollererò mai l’ignavia dei miei Curati, che tradirei la mia missione e le speranze della Chiesa…. Si disingannino coloro che sono venuti a cercar agi e riposo all’ombra del santuario, milizia fra tutte la più aspra  e faticosa. Azione ci vuole, zelo, costanza, abnegazione”.

Come primo gesto di amministratore della diocesi è la creazione delle parrocchie, spogliando il vescovo della figura di parroco universale. Così eleva al rango di parrocchie le 15 vicarie curate. Per ogni singola parrocchia istituisce un beneficio in denaro che, fatti salvi i diritti della Suore di Carità, preleva dal legato Ideo col consenso della S. Congregazione concistoriale. Ancora, con i fondi della mensa vescovile rimise mano al progetto della scalinata per la Cattedrale che si era interrotta nel 1903 con la dipartita di mons. Audino. L’opera venne compiuta in meno di tre anni dal 1910 al 1913.

Di preti ne aveva a disposizione quarantadue oltre a sei padri cappuccini[1] e ad uno dei quali affidò la Parrocchia di Porto Salvo. Non vi erano le risorse per far rinascere il Seminario ma il Vescovo cercava di tenersi vicini gli adolescenti creando una sorta di associazione cattolica che ospitò al primo piano del palazzo vescovile ed alla quale assegnò un piccolo campo di gioco nel quadrato che allora si estendeva a ponente del palazzo stesso.

Era di carattere aperto  sebbene a volte poco duttile e alquanto spigoloso, obiettivo comunque e tuttavia appassionato, spesso deluso dall’impatto con la realtà ma restando sempre operante e propositivo. Fu questo carattere a portare mons. Pajno a cacciarsi, come abbiamo visto,  nella grande mischia che, dopo il 5 gennaio del 1908, aveva ripreso a divampare intorno ai campi pomiciferi dell’isola di Lipari.

Arrivo del Vescovo Paino

I progetti che andava delineando di rilancio della diocesi e dell’azione pastorale abbisognavano di risorse sicure. Da qui la richiesta di  accedere ad una parte delle risorse che il Comune si apprestava ad incamerare col dazio sulla pomice. Ma questo fece scattare il corto circuito al di là di quanto egli stesso potesse pensare. Infatti, se ai suoi occhi le richieste che avanzava potevano apparire ragionevoli e moderate, negli uomini della classe dirigente locale, anche in quelli come i popolari che dovevano essere più vicini alle esigenze dei vescovi e della Chiesa, c’era la preoccupazione che un atteggiamento di mediazione, anche un riconoscimento parziale delle richieste della mensa, potesse rappresentare un ritorno al passato, al regime feudale che, per la verità, nessuno rimpiangeva.

 

Una vertenza che mette in gioco il futuro del Comune e della Diocesi

 

Il Sindaco Franza, come abbiamo visto, era fortemente impegnato, tra ingiunzioni e regolari procedimenti giudiziari, a contenere tutti i tentativi di intolleranza verso la legge ed a combattere le usurpazioni ed il contrabbando di fatto dei proprietari dei terreni pomiciferi.. Ora si vede parare dinanzi, inserito tra le fila degli aventi causa del Comune, mons. Angelo Pajno con tutto il peso della sua personalità e l’acume della sua intelligenza, che agiva in nome e per conto della mensa vescovile di Lipari. Era stato eletto il Franza, al di sopra delle parti, proprio per rilanciare il Comune e portarlo fuori dalle secche della crisi. La legge n. 10 era l’approdo di un lungo cammino e il punto di partenza di un percorso ancora tutto accidentato. Come poteva aderire alle richieste del vescovo? Come riconoscere che le terre pomicifere erano del vescovo e non del demanio comunale? Voleva dire rinnegare anni ed anni di lotte. Voleva dire rompere l’unità del Consiglio e del paese che si è creata intorno alla sua persona e consegnare il Comune alle posizioni più radicali bruciando tanti sogni e tante speranze. Se il vescovo di Lipari riteneva di difendere la sopravvivenza della chiesa in un territorio complesso e difficile come era un arcipelago con l’esaurimento delle vecchie provvidenze e l’assoluta mancanza di nuove, del pari con ragioni forti veniva presentata la tesi comunale. Dice infatti l’avv. Carnevale: “La interpretazione dei diplomi normanni ( come quello di Lipari e analoghi, ve ne sono parecchi altri) è grave argomento che interessa tutta la Sicilia, e che non solo richiama l’antico contrasto tra potere ecclesiastico da una parte e autorità civile e diritti delle popolazioni dall’altra,  ma ha insieme evidente attinenza con tutto il vasto problema della riforma agraria e del migliore ordinamento delle terre pubbliche: se la tesi di mons. Pajno avesse potuto trionfare, gli ultimi residui del feudalesimo avrebbero pesato ancora sulle più ardenti aspirazioni delle nostre plebi rurali[2].

Se sono soprattutto il futuro della diocesi e del comune a livello locale che sono in gioco nella vertenza non si può nascondere che essi rimandino a questioni più generali. Forse né il vescovo né il sindaco nel 1910 possono immaginare il rilievo anche nazionale che la disfida sulla proprietà dei terreni pomiciferi finirà con l’assumere. Ed è indubitabile che essa  coinvolga anche forze a livello nazionale. Puoddarsi che sia vero, come afferma il  prof. Carnevale che in appoggio delle tesi del vescovo si muoveva il Vaticano, ma non si può nemmeno escludere, come sosteneva Mons. Paino, che in tutto il corso della procedura dibattimentale ebbero buon gioco le manovre della Massoneria.

Quando si chiude  nel 1921 la lunga querelle  che era durata dieci anni l’attenzione che l’aveva caratterizzata nei primi anni era di molto scemata e questo sia per la difficoltà a seguire un procedimento così lungo e complesso, sia  perché di mezzo si erano avuti eventi gravi come la grande guerra e l’epidemia colerica che ne seguì.

Ma dal 1911 al 1913 la polemica contro mons. Pajno divampò vivace ed anche violenta. Non solo i consiglieri democratici ma anche gran parte di quelli della maggioranza manifestarono il loro risentito sdegno morale perché leggevano nell’azione del Vescovo una volontà  di restaurazione del dominio temporale.

Piazza Mazzini 1900

A quel punto, tutto diventava occasione di polemica  da parte de “La Voce della Patria – Cronaca Mensile delle Isole Eolie”, che è il giornaletto locale che si faceva portavoce del pensiero laico[3].  Il Vescovo  aveva ripreso i lavori per la scalinata della Cattedrale e da un anno questi procedevano alacremente? La scalinata, si sottolinea, è un danno grave al nostro patrimonio storico.  Doveva assentarsi per impegni fuori Lipari e non poteva così presenziare alle feste di San Bartolomeo del 13 febbraio e del 5 marzo 1912? Lo si considera un fuggiasco che abbandona il suo popolo. Indiceva una manifestazione religiosa per solidarietà ai reali che avevano subito il 14 marzo 1912 un attentato fortunatamente fallito? Gli si rimprovera di aver scelto al chiesa di San Giuseppe troppo piccola e quindi è responsabile di un increscioso ma limitato diverbio  che vi capitò. Il 9 maggio, per la Madonna di Pompei organizzava nel viale vescovile un pranzo per i poveri? E’ solo propaganda e non carità perché: “A proposito di carità, scusi, eccellenza, ricorda cosa dice il Vangelo? Ah! Vostra Eccellenza, ‘in tutt’altre faccende affaccendato’. Non può ricordarlo, altrimenti avrebbe proibito simili sistemi nel fare la carità…”.

 

Un carnevale sopra le righe

 

In questo clima si inseriva il Carnevale del  18-20 febbraio 1912. Ecco come ne parlava la Voce: “La prima mascherata, approvata ed applaudita dalla maggioranza  della folla presente lungo le strade, uscì verso le ore 17 dell’ultima domenica. Essa rappresentava la lotta tra il Vescovo e il Paese per la questione pomicifera. Ammiratissime furono le maschere rappresentanti il Vescovo, il fido Alazza e i sagrestani… Di questa mascherata abbiamo disapprovato gli estremi, ma dopo tutto non possiamo dire male. Lungo le strade le donnicciuole e la ragazzaglia trattavano in malo modo la maschera rappresentante il Vescovo..”[4].

Abbiamo disapprovato gli estremi”, scrive “La Voce” ma intanto fra il pubblico che ammirava lungo la via Vittorio Emanuele la sfilata delle maschere si faceva circolare un foglietto a stampa con un lunga filastrocca satirica intitolata “Occhio alla stola”. In questa fra l’altro si leggeva:

“Concittadini, non vi crediate

Che voglion bene alle vostre contrade.

Un mondo, insomma, di fesserie

Van predicando per tutte le vie

Monaci, preti, Chiese e altari,

grasse perpetue e campanari.

Le loro carte logore e belle?

Buone ad avvolgere strutto e sardelle” [5]

Si era così creata una situazione di irrequietezza popolare  alla quale, come abbiamo visto, mons. Paino pensò bene di sottrarsi, abbandonando l’isola nell’estate del 1913[6]. Rimane però Amministratore apostolico della diocesi e rinuncerà a Lipari solo il 20 gennaio del 1921.

Ancora due anni dopo la partenza,  il risentimento nei confronti del vescovo era molto forte come dimostra – fra l’altro – il Consiglio comunale di fronte ad un evento drammatico che si verifica il 5 marzo 1915. 

La scalinata per la Cattedrale con il muro crollato.

 

La famosa gradinata di cui si parlava fin dai tempi di mons. Ideo e che collegava via Garibaldi con la Cattedrale era stata completata finalmente nel 1913 ed inaugurata dal vescovo Paino. Non era sempre accessibile al pubblico perché all’ingresso erano stati posti dei cancelli voluti dalle autorità politiche per ragioni di pubblica sicurezza visto che ancora al Castello vi erano i coatti. Il 5 marzo era una delle tante feste di San Bartolomeo, quella dedicata ai contadini istituita da mons. Lenzi nel 1823, e si svolgeva la tradizionale processione che sarebbe tornata alla Cattedrale per la nuova scalinata e per questo i cancelli erano stati aperti. Ne avevano profittato un gruppo di ragazzetti  per giocarci. Quando la processione è sulla via del ritorno e sta per  accedere alla scalinata ecco che si verifica la tragedia. L’alto muro di contenimento sulla sinistra della salita che era stato posto all’altezza della breccia  nel muro del castello, sotto la chiesa dell’Immacolata, crollò e seppellì tre ragazzini fra i 10 ed i 13 anni. Un evento sconvolgente che rimase impresso nella memoria popolare. Ciò che colpisce è invece il comportamento del Consiglio comunale, almeno per quello che emerge dai verbali. Nessun accenno alla tragedia nemmeno per ricordare i morti nelle riunioni del 9, del 13 e del 17 marzo. Si parla dei tagli ai trasporti marittimi; di norme per la vendita del grano; del mosaico “Il Ratto d’Europa” trovato negli scavi di via Umberto ed ora al museo di Siracusa per il quale si chiede la restituzione; del bando di concorso per il posto di Segretario comunale; ma  non del crollo del muro e delle vittime.

Di questo evento se ne parlerà  esattamente un mese dopo, ma l’argomento sarà affrontato solo per dare conto delle spese che il Comune ha sostenuto per lo sgombero dei materiali, la ricerca dei cadaveri e il puntellamento dei muri non caduti ma pericolanti. Anche qui nessun cenno di cordoglio per le morti da parte di consiglieri che solitamente non sono avari di commossa retorica per la patria, la “santa guerra[7]”, per gli eroici sacrifici dei soldati ecc. ecc. Un clima decisamente polemico si coglie nei confronti del vescovo in particolar in alcuni interventi che però non vengono contrastati. In conclusione si vota un ordine del giorno, con solo tre astensioni, per chiedere al  vescovo la rivalsa della somma spesa “autorizzando il Sindaco al relativo giudizio contro lo stesso, esaurite infruttuosamente le trattative bonarie”[8].



[1] I cappuccini erano tornati a Lipari nell’ottobre del 1900. Erano due padri e un fratello laico; poi, nel giugno del 1901 la comunità sarà composta da tre padri, tre chierici teologi e un fratello laico. P. Agostino da Giardini, I Frati Minori Cappuccini a Lipari, Catania 1962, pp.90 e ss.

[2] E.Carnevale, Miei ricordi di vita e di lavoro, Palermo 1923. G. Iacolino, inedito cit. Quderno  XII  p. 695.

[3] La “Voce della patria “ era un mensile e consisteva di due fogli, direttore era un certo Giuseppe Favorito ed uscì tra il 1911 ed il 1912. L’intellighenzia laica si riuniva presso la tipografia Amendola, quella di Accattatis e la farmacia Esposito. Probabilmente lì si pensavano e si imbastivano i pezzi da pubblicare che non venivano mai firmati ma al più comparivano con le iniziali o con pseudonimi di fantasia. D’altronde così facevano anche gli autori di due o tre pieghevoli di segno opposto che apparvero in quei mesi con la firma “Un gruppo del clero”. Uscì anche un bollettino laico dal titolo “La libertà delle terre di Lipari”.

[4] G.Iacolino, inedito cit., Quaderno XI

[5] G: Iacolino, idem, pag. 708.

[6] Nel 1913 pare che a mons. Paino venga prospettata la possibilità di trasferirsi alla sede di Otranto ma non accetta.  Consigliato anche dalla Santa Sede egli andò via da Lipari perché “pensò che forse miglior partito sarebbe stato, per il bene della anime a lui affidate, restituire all’isola completa serenità allontanandosene”(G. Foti, Un Console per Messina, Messina 1968, p.44).

[7] Sulla retorica del periodo basti  questo saggio tratto dal discorso del Sindaco Notar Gaetano Paino all’apertura del  Consiglio del 10 giugno 1915 : “ In questi momenti solenni per tutti in cui la madre patria è impegnata in una santa guerra d’indipendenza, è doveroso che Lipari, eminentemente patriottica e civile, si unisca agli altri centri per raccogliere, a pro delle famiglie dei soldati di terra  e di mare le offerte cittadine onde alleviarne in parte i disagi e la miseria”.

[8] Verbale del Consiglio comunale del 14 aprile 1915.

 

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