Gli undici giorni di passione di Lipari.

Le fonti della "ruina"

 

 

Sugli undici giorni in cui durò l'attacco a Lipari, prima della sua caduta, abbiamo diverse versioni. Innanzitutto quella di Pietro Campis ed è probabilmente la più importante perché se è vero che egli scrisse il suo Disegno Historico nel 1694, per quanto riguarda la storia della “ruina” utilizzò, come lui stesso dice[1], “un manoscritto di quei tempi conservato appresso Giovanni Cesario  Gentiluomo di essa città”e quindi le informazioni che egli riporta non solo sono di un contemporaneo ma di uno che doveva aver vissuto la tragica vicenda dall’interno. In secondo luogo il racconto di Geronimo Maurando che abbiamo già citato e che partecipò alla “ruina” dalla parte di Ariadeno in quanto era cappellano di una galea del re francese Francesco I , anche lui testimonio diretto, partecipe della vicenda ma sullo schieramento opposto. Quindi il poemetto epico di Giovanni Andrea De Simone composto all'indomani della “ruina[2]”, un contemporaneo di Messina[3] che apprese della “ruina” forse da testimoni diretti ma che a questa non ebbe parte . C'è inoltre una “Relazione della fondazione del 26° convento dei P.P. Cappuccini che è quello di Lipari”, un manoscritto, forse del 1683, di frate Bonaventura da Troina  che si trova nell'Archivio del Convento dei Cappuccini di Messina che contiene sui fatti una memoria raccolta sul finire del 600, “per relazione dei suoi antecessori” [4].

Comunque grazie a questi documenti è possibile tracciare il racconto comparato dal 30 giugno, che era un lunedì, fino al 17 luglio[5].

Il Maurando, oltre a parlarci dello scontro ci dà alcune interessanti informazioni sulle Eolie. Innanzitutto ci parla di Lipari. Questa isola di Lipari – dice - è assai grande, abitata, ed  è sede episcopale. La città è fortissima e i borghi grandi. A mio giudizio, prima di essere distrutta dai Turchi, vi erano tra la città e i borghi duemila case.

Di Lipari ci fornisce uno schizzo con in primo piano la rocca del Castello, il borgo della marina di San Giovanni, la piccola altura di Sopra la Terra e della Maddalena dove spicca la Chiesa ed il Convento di San Bartolomeo, una costruzione con un alto campanile. Sul disegno la scritta “Lipari è facta cusì”.

 

Una stampa con i galeoni di Barnarossa

Di Salina dice che vi sono “bellissime vigne. Non di uva per far vino, ma solo da far zibibi; dove se ne fa una grandissima quantità, ed i mercanti ne portano fino a Costantinopoli” confermando quanto abbiamo detto a proposito dello sfruttamento delle nostre miniere e delle nostre terre collegati con traffici  commerciali in tutto il Mediterraneo. Di Stromboli afferma che era la casa di Eolo;” dal fumo che esce dal cratere i paesi delle isole vicine capiscono quali saranno i venti dei prossimi tre giorni; e per questo Eolo è dai poeti detto Dio dei venti” .

Lo schizzo di Maurando che raffigura Stromboli

Infine parla più a lungo di Vulcano dove ha fatto una escursione conclusasi con una scalata al cratere. Vulcano è disabitata e assai grande. “Prima era divisa in due isole, Vulcano e Vulcanello. Al presente sono un'isola perché l'abbondante cenere uscita dalla bocca del cratere ha chiuso il passaggio bloccando il braccio di mare che divideva le due isole e così si è realizzato un bel porto...” Si tratta di una notizia importante, osserva Angelo Raffa, perché alcuni naturalisti hanno sostenuto che questo fenomeno si fosse verificato solo con l’eruzione del 1550.[6]

Mi è stato riferito da certi Liparoti ,- racconta ancora il prete francese - che delle volte questo monte di Vulcano buttò fuoco in modo così forte ed orribile che arrivò nell'isola di Lipari incendiando un bosco e insidiando col fuoco persino la città che si sentì in gran pericolo. Così tutte le donne di Lipari fecero un voto: che se Dio le avesse guardate da questo pericolo, non avrebbero mai più bevuto vino e sarebbero andate sempre a piedi nudi. E ottenuta la grazia, le donne hanno osservato sempre il voto: non bevono vino e sempre vanno scalze”. Anche di Vulcano Maurando ci lascia uno schizzo nel quale si vedono Vulcano e Vulcanello.

Il disegno di Maurando di Vulcano.

Una descrizione  colorita del “castello o città di Lipari” c’è fornita dalla memoria dei cappuccini. Questo castello situato “sopra una petra circondata di muri “ distanti da una parte all’altra “circa d’un tiro di muschetto piccolo” e complessivamnette ampia “due salmate e mezza o tre[7]”. Le strade erano anguste e strette come i nostri corridoi ed alcune addirittura più strette. Dalla parte del mare queste case erano alte “56 piche circa[8]ed erano a strapiombo “di maniera che gettando alcuna cosa cade dentro al mare”. L’entrata era da una sola parte “et entrandovi bisogna passare per  cinque porte, all’ultima delle quali vi è il presidio de’ soldati…”.

Il Campis prima di [9]iniziare il racconto delle giornate di scontro richiama alcuni antefatti. Il vicerè di Napoli ha notizia delle intenzioni di Ariadeno qualche tempo prima, forse addirittura diversi mesi e, informandone i Liparesi, tende a tranquillizzarli: le navi sono molte ma i soldati sono pochi (!?!). I Liparesi decidono di organizzarsi e mandano a Messina Bartolo Comito per procurarsi palle, polveri e micce. Qualcuno propone anche che si mandassero sulla terraferma le donne e i bambini e che a difesa della Città rimanessero i soli abili. Ma la proposta non ebbe seguito[10]. Prevalse l'idea che la gente avrebbe combattuto con più impegno se avesse difeso anche la propria famiglia oltre alla patria.

 

Si organizzarono sei quartieri  assegnandovi per ognuno, al comando, due “gentiluomini”. Il Castello fu così ripartito: il quartiere di Terranova che andava dalla Verdesca sino alla porta di città; un secondo quartiere dalla Porta di città alla torre di Jacopo Tovatino ora ribattezzata il Bastione Medina; un terzo ,dalla Torre di Trovatino sino alla Torre di Cirino; un quarto dalla torre di Cirino alla casa di Japichello Anza dove era la porta falsa; un quinto da qui a Santa Maria delle Grazie; infine il sesto da S.Maria delle Grazie alla Verdesca. Ai due capi, in ciascuno di questi quartieri, erano sottoposti centosessanta uomini  d'armi, restando in tal modo tutto il recinto della mura di città ben guardato e difeso non mancando dell’artiglieria.[11]

 

Lunedì, 30 giugno

 

L'ultimo del mese di giugno comparve a Lipari Ariadeno con 150 galere, alla qual vista si spopolò tutto quel borgo correndo a refugiarsi nella Città Murata colle loro robe” (Campis).  Vengono  mandati sulla più alta cima di Salina due osservatori, Bartolo Stanca ( Zanca?) e Polverino, i quali ritornati riferiscono alla gente riunita nella piazza della Matrice. I liparesi stringono il patto di solidarietà.  Il Capitano disse:

“E’ bisogno chi fazamo prova!

Veniti tutti con l’armi in lin mano;

 di iornu e notti nixuno si mova

 di la moraglia con lo cori sano,

 a tali che si dica per memoria

 chi Lipari di Turchi happi vittoria”[12]

A sera l'avanguardia della flotta si vede dispiegata all'altezza di Capistello. Nel corso della notte sopraggiungono le altre navi (De Simone).

“Erano già arrivati i navilli nelli mari di Lipari e dicono le genti del presente, per relazione dei suoi antecessori, che dal Capo delle fiche, che è dell'isola chiamata della Salina, lontana da Lipari dodici miglia, si poteva viaggiare passando da un navilio all'altro per aversi messo et ordinati a filo quasi toccandosi l'un l'altro” (frate Bonaventura).

 

Martedì 1 luglio

 

Ariadeno fa sbarcare parte degli uomini e venti pezzi di artiglieria a Portinente. I Liparoti aprono il fuoco, e le galere turchesche, dopo che due restano sommerse, vanno a riparare dietro la punta di Capistello. Durante la notte però i Turchi riescono a mettere in terra, a Portinente l'artiglieria, e a piazzarla nei pressi del convento francescano e della chiesa di S. Bartolomeo alla Maddalena “dove il terreno restava alquanto più alto”. ( Campis[13]).

Dopo che due galere vengono colpite Ariadeno ordina il ritiro delle navi nella rada di San Giorgio, cioè a Portinente e colà fa eseguire dei riti divinatori che si rivelano non propizi. Il rais Dragut, dal canto suo, assicura la vittoria al Barbarossa e, avanzando in salita da San Giorgio, arriva a piazzare 17 pezzi di artiglieria nei pressi della chiesa francescana di San Bartolomeo. (De Simone).

“Il primo del mese di luglio, l'armata al far del giorno [a le doe hore di matina ] giunse tra l'isola di Lipari e di Vulcano, e qui, nel canale, diede fondo. [ e qui trovarono Sala Rais[14] che era giunto con 60 galere e le navi Conterina e Delphina ]...Giunto Sala Rais (capitano dell'avanguardia) all'isola di Lipari, subito discese in terra con le cinque insegne dei Turchi, e si diresse ai borghi della Città ma non vi trovò nessuno, perchè tutti i Liparoti si erano ritirati nel forte. Entrati nel borgo i turchi andarono ad assediare ed attaccare quelli del forte che difendendosi valentissimamente al primo assalto ammazzarono quaranta Turchi. Sentito  Ariadeno ( il signor Bassan) da Sala Rais che i Liparoti erano entrati nel forte con animo di resistere e difendersi, la notte seguente fece discendere  a terra tre grossi cannoni e colobrine, “in numero pese 16”, che furono piantate accanto al monastero, sul monticello all'inizio del borgo, di rimpetto al forte di Lipari. Piantata la l'artiglieria Ariadeno fece mettere in terra il suo “pavaglione” . Quella notte stessa discese Ariadeno e tutti i turchi che erano in numero di 5550. E appena scesi aprirono il fuoco contro il forte. Ne rimase ferito al ventre uno dei capi turchi.” (Maurando).

 

Mercoledì 2 luglio

 

Per alcuni giorni la città di Lipari viene sottoposta ad intenso bombardamento con “grandissimo danno delle muraglie”.(Campis).

Don Giovanni d'Aragona

“Sono in terra sette o ottomila infedeli comandati da Draut. Si dà inizio ad una intensa carica di artiglieria. Vengono sparate non meno di trecento cannonate. I Liparoti rispondono al fuoco. Lo scambio dei colpi prosegue nel corso della notte e  per altri giorni ancora. Sempre al due di luglio, martedì, al largo di Messina sopraggiunge Giannettino Doria con trenta galere. Le forze della città si mettono in allarme e si organizzano perché quelle navi sono credute barbaresche. Poi si tributano onori al Doria il quale si consulta col Presidente di Sicilia don Giovanni Aragona, marchese di Torrenova e, insieme con questi, parte per soccorrere Lipari. Ritenendo però di non essere in grado di affrontare l'armata di Ariadeno, i due si ritirano e dislocano i loro contingenti qua e là, lungo la fascia costiera, tra Capo Peloro e Patti, col proposito di impedire ai Turchi l'approvvigionamento di acqua alle fiumare. Milazzo è in agitazione, pronta a difendersi. A Messina si studia ancora di portare aiuto a Lipari, ma l'impresa appare rischiosa. Intanto sui colli San Rizzo gli osservatori recepiscono le segnalazioni di fumo e di fuoco che trasmette l'uomo di Monte Guardia di Lipari. Trenta galeotte turche, allontanatesi da Lipari, accostano ai lidi di Patti per fare rifornimento d'acqua. Sbarcano 400 uomini i quali operano devastazioni nell'abitato della marina. Si comporta da eroe il pattese Coletta Rosio con tre suoi congiunti. ( De Simone)

Il 2 di luglio, continuando l'assedio e la batteria dei Turchi contro quelli di Lipari, dalla città uscirono tre dei capi e vennero da Ariadeno per cercare di patteggiare. Avrebbero dato ad Ariadeno 15 mila ducati d'oro se l'armata se ne andasse via senza fare nessun male agli uomini e senza danneggiare i beni. Ariadeno rispose che sarebbe stato felice di salvare uomini e città ma voleva 30 mila ducati d'oro e 200 bambini e 200 bambine. Altrimenti non sarebbero partiti prima di avere conquistato la città e bruciato e distrutta l'isola. Avendo compreso i Liparoti che Ariadeno aveva più propositi di guerra che di pace, tornarono mesti in città a riferire quanto avevano appreso. Partiti gli ambasciatori Ariadeno fece continuare a tirare cannonate ed archibugiate contro la città  (Maurando)

 

Giovedì 3 luglio

 

Al fine di scongiurare il peggio, i giurati di Lipari inviarono al Barbarossa quattro messaggeri, Ferrante Russo, Bartolo Comito, Lorenzo Proto e Bartolo Damiani. Barbarossa pretendeva centomila scudi per abbandonerebbe l'isola. I messaggeri ritornarono ed informarono i cittadini che li rinviarono ancora una volta dal grande ammiraglio per proporgli una più ragionevole cifra. Barbarossa però è irremovibile e continua a bombardare l'infelice città. Mentre i Liparoti rappezzano le falle che via via si vanno aprendo nelle muraglie, Barbarossa fa uscire da Capistello il grosso dell'armata e fa sbarcare il resto degli uomini e dell'artiglieria. Oramai i cannoni del Castello sono inutilizzabili e tacciono. Le mura restano “fracassate” in più settori.(Campis).

Barbarossa spedisce al Castello di Lipari due dei suoi cristiani rinnegati con l'incarico di invitare alcuni rappresentanti della città a portarsi a conferire con lui. I Liparoti mandano una delegazione composta da Lorenzo Proto,Comito e Mini (Minico) di Muni. Costoro offrirebbero 20 mila scudi che Barbarossa sprezzante rifiuta. Con altere parole Lorenzo Proto fa intendere al turco che la fortezza di Lipari è inespugnabile.

…”Nui semo dotati

di vettovaglia e bon’artelaria.

Semu più forti che non è Citati

in tuttu Imperio, e sia quali si sia.

Io vi consigliaria che vi ni andati

con vostro honuri per la vostra via,

cie quista fantasia che vui tiniti

con poco honuri vui la rexiriti.”[15]

Barbarossa ribatte con minacce e congeda i tre uomini i quali vanno a relazionare ai cittadini. Con più accanita determinazione riprende il martellamento dell'artiglieria nemica (De Simone).

Edizione francese del 1901 del libro del Maurando

Maurando unifica la cronaca dal 3 al 5 e dice che “mai cessarono i turchi di notte e di giorno di sparare cannonate e archibugiate contro la città e soprattutto contro i bastioni che si trovavano proprio di fronte al monastero dove stava l'artiglieria dei Turchi. Ma proprio la copertura dei bastioni oltre alla città, difendevano gli abitanti, che proprio al riparo dei bastioni i Liparoti sparavano sui Turchi e ne ammazzavano parecchi.

Dalla cronaca dei cappuccini apprendiamo che il bombardamento fatto dal Monastero  non bastò ad aprire brecce utili ad un eventuale assalto delle truppe perchè i muri sono terapianati e “anco di questa parte segue la pietra soda”. Così Barbarossa ordinò che l'artiglieria si portasse ad altro posto, poco distante, dove oggi c'è la chiesa di San Pietro, e lì si fece spazio gettando alcuni muri per terra. Secondo il Barbarossa quindi la parte più debole delle mura e più facilmente espugnabile era quella occidentale.

 

 

Venerdì, sabato, domenica, lunedì 4-5-6- 7 luglio

 

A prima sera si verifica un'eclisse totale di luna. Tristi presagi. I bombardamenti proseguono pesantissimi nei giorni successivi. Il bastione meridionale della città crolla. Si hanno i primi corpo a corpo tra Liparoti e Turchi sul filo della breccia. Sulle abitazioni continua a cadere la pioggia dei proiettili. Gli ottomila assediati resistono oltre ogni umana possibilità. Di notte, calandosi per le scarpate, mettono in salvo alcuni bambini e donne.(De Simone).

Il giorno 5 le galere turche andarono per cercare acqua nell'isola di Salina. Il sesto del mese, continuando i Turchi ad attaccare e colpire la città di Lipari, quelli da dentro tirarono un colpo di cannone che ammazzò 18 Turchi e uno spagnolo rinnegato, ingegnere di Ariadeno, fu ferito in modo grave da un sasso alla testa . Il 7 si continuò tanto dai Turchi che dai Liparoti a sparare e tirare cannonate. La notte seguente, verso le tre, fuggirono 20 uomini dalla città e di questi ne furono presi 4, i quali condotti da Ariadeno dissero che se i turchi avessero continuato a sparare sulla città come facevano, la città si sarebbe arresa a discrezione, perchè i capi ed i governatori di questa erano fra loro divisi. Inteso ciò, Ariadeno fece mettere questi Liparoti alla catena e comandò di intensificare il tiro contro la città (Maurando)..

 

Martedì 8 luglio

Giannettino Doria

Al fine di ottenere una tregua i Liparoti inviano allo stato maggiore nemico tre gentiluomini: Bartolo Comito, Lorenzo Proto e Jacopello Marazzita. Barbarossa rimane sordo ad ogni loro richiesta e dà ordine di continuare a fare fuoco contro la città. ( Campis).

L'8 si continuò a battere la città e sparare, e quelli da dentro a difendersi. E la notte seguente,verso le tre o le quattro, Giannettino Doria con 30 galere viene all'isola di Vulcano dalla parte di Milazzo. Ma saputo che le nostre galere (cioè del Barbarossa) lo andavano cercando, se ne fugge (Maurando).

Le galee di Giannettino Doria

 

Mercoledì, 9 luglio

 

Per mitigari un tanto atroci mali” Bartolo Comito e Jacopo Camagna, senza prendere accordi con alcuno, si recano dal Barbarossa e lo supplicano di desistere dall'assedio. Il feroce turco respinge le loro preghiere. Gli oratori replicano che, affidandosi alla di lui clemenza, Lipari è disposta ad arrendersi. Barbarossa accenna a voler fare qualche concessione. A questo punto il Comito e il Camagna scongiurano il corsaro che conservi almeno sessanta casate liparesi ( ogni casata comprende più famiglie), delle quali gli presentano una lista. Chiedono inoltre che non vengano molestati uomini e donne di età superiore a 60 anni, il clero secolare e quello regolare, dandosi facoltà, a quanti lo volessero, di riscattarsi per 20 scudi a testa.

Rispusi Barbarussa:”Orsù, sia fattu

comu voliti.Resto per contenti”

Così senza scriptura né contrattu

Lipari fu venduto con le genti.

Poi a conclusioni di lu fatti

-comu di supra, e dico ciaramenti -,

lu Mércuri e li novi di Iugnettu

conclusu fu quistu dogliusu effettu.

Così conclude il poeta, Camagna i suoi concittadini, li “vendio senza denari”[16].

 Lipari è ormai posta in ginocchio, tant'è che Milazzo non coglie più segnalazioni dall'isola. I due rientrano in città e riferiscono alla cerchia del loro parentado. Poi adunano il popolo in assemblea. Camagna sostiene che non c'è altra possibile alternativa al disastro totale se non quella già prospettata al Barbarossa .

Audendu quistu, assai si contentavano

Timendu di chiù peiu non aviri,

e multi respondendu replicavano

dicennu: “Megliu volimu moriri”.

Li donni tutti quanti lacrimavanu;

con li figlioli in brazzo, con sospiri,

dicianu:”O figli, quali crudu cori

vi darìa in manu di Turchi e di Mori?”[17].

Nell'animo delle donne affiorano funesti presentimenti. Rabbia negli uomini e pianto di fanciulli. Nel clima di generale smarrimento, Comito vorrebbe affrettarsi dal Barbarossa per ratificare gli accordi, ma cerca ancora di convincere il popolo che non è possibile trovare diversa soluzione. Le donne ritengono accettabili i patti, ma sono molti i cittadini i quali sostengono che arrendersi per paura è disonorevole. Le polemiche si vanno attenuando. Infine, quando la maggioranza appare concorde, Comito e Camagna tornano dal Barbarossa.(De Simone).

Mentre De Simone descrive lo strazio delle donne liparesi che pensano ai figli da consegnare ai turchi e ai mori, Maurando esalta il suo “signor Bausan” cioè il Barbarossa.

Il giorno nove si continua a combattere e sparare tanto da i Turchi che dai Liparoti.  Ariadeno, non mai sazio di compiere opere di carità, nonostante che a porto d'Ercole avesse riscattato parecchi cristiani, a Vulcano riscattò un napoletano con la sua donna e un figliolo: ancora riscattò tre bambine da 12 fino a 14 anni e un bimbo di 4, e donò parecchi denari in elemosina a certi poveri cristiani per potersene tornare alla loro patria.(Maurando).

 

 

Giovedì, 10 luglio

 

La cronaca che Pietro Campis fa del giorno 10 praticamente ripercorre, grosso modo, il racconto che De Simone ha collocato nella giornata del 9 con alcune differenze sulla conclusione dell’accordo col Barbarossa.. Il capitano d'armi e i giurati di Lipari, constatando la situazione disperata del paese, decidono di inviare al Barbarossa, l'anziano Jacopo Camagna – uomo pieno di acciacchi, ma di “buona pratica delle cose e prudenza nel maneggio degli affari”, perchè insieme con Bartolo Comito, raggiunga un “qualche ragionevole conventione “ col nemico onde non “ restare tutti morti per mano de' Turchi”. Al tiranno il Camagna dichiara : “siamo pronti ad aprirvi le porte quando voi promettiate libertà a quanti siamo in quel piccolo recinto di mura”. Dal canto suo il Barbarossa pretende avere tutto e tutti . “Troppo tardi veniste – disse al Camagna – non è più tempo di clemenza. Dove apprendeste offerirmi quel che è già mio. Tutti sarete miei schiavi![18]”. Comunque – come ha sempre fatto, dice, nelle sue conquiste – “sarà atto di gran pietà se venti soli famiglie farò esenti dalla schiavitudine”. Il Camagna e il Comito scongiurano che le famiglie da salvare siano non 20, ma 26, più cinquanta uomini con le loro mogli, più tutti gli ecclesiastici secolari e regolari, e tutti i cittadini di età superiore ai 60 anni. Barbarossa acconsente, ma, benché insistentemente pregato, non cessa di martoriare la città con l'assiduo fuoco della sua artiglieria. Alla relazione del Camagna e del Comito i cittadini tumultuano e gridano al tradimento. Devono salvarsi tutti o nessuno, dicono. Si propone, pertanto, di rinviare i due oratori al grande capo per chiedergli che conceda ad ogni singolo cittadino la facoltà di riscattarsi per 20 scudi. Intanto il Camagna, perché è sospettato di voler salvare sé e i suoi parenti, e anche “ per scansare le furie della plebe”, si ritira in casa. Comito, invece, fattosi calare dalle mura ( o sceso attraverso la porta falsa), va ( o finge di andare) a compiere la nuova missione e torna affermando che il Barbarossa ha  accettato il nuovo compromesso.( Campis).

Anche il manoscritto di padre Bonaventura riporta alcune righe che devono riferirsi a questo giorno. Righe che raccontano i fatti già descritti da De Simone e da Campis con più succinta crudezza, sposando esplicitamente la tesi del tradimento già adombrata da De Simone. “Vedendosi così crudelmente combattuti, giudicando non potendosi difendere per lungo tempo, uno dei principali della città gli [al Barbarossa] fece a sentire che, perdonando la vita a lui et a suoi parenti, et anco la roba, la mattina seguente gli darìa la chiave della città”. Il Barbarossa acconsente per evitare il rischio della lotta, considerando le perdite subite e giacché in fondo aveva poche speranze di conquistare la città visto “che gagliardamente si difendeva”.

Sempre si continuò a cannonare e sparare tanto dai Turchi che dai Liparoti.(Maurando).

 

Venerdì, 11 luglio.

La piazzetta della Maddalena dove avviene l'incontro

Con in testa il capitano d'armi, i giurati e gli esponenti del paese, tutto il popolo di Lipari – racconta il Campis - si porta ai piedi di Barbarossa il quale, sempre impenetrabile sotto la sua scorza di arroganza, sta seduto su di un tronetto improvvisato accanto alla Chiesa di San Bartolomeo alla Maddalena. Dopo di aver passato in rassegna uomini, donne e fanciulli, rinvia tutti nella città murata e ad un suo scrivano ordina di prender nota delle ventisei famiglie “delle più cospicue” che non devono essere molestate ( il Campis non fa più menzione delle altre cinquanta).Poi fa l'ingresso in città lo stesso Barbarossa seguito da un immenso stuolo di suoi uomini. Dichiara “franche” le ventisei famiglie, e i loro mobili fa, per cautela, trasportare nella casa del Camagna. Sotto questo suo apparente comportamento di correttezza, egli nasconde nell'intimo l'intenzione di “non perdonare ad alcuno”. Infatti dà ordine di iniziare il saccheggio e l'incendio.” …non solo spogliarono le case, ma a molte di esse posero il fuoco riducendole in mucchi di pietre. Non la perdonarono né pure alle Chiese incendiando la Chiesa di San Bartolomeo vicino a Porto di Gente et incenerendo il nobile Monastero ad esso unito dove soleva mantenersi un buon numero di religiosi di San Francesco dell’Osservanza…Di più messero anco il fuoco alla Chiesa Catredale eretta già con Regia magnificenza dal Conte Rugiero Normanno… tutta fabbricata di vive pietre di smisurata grandezza, che, nondimeno, molto patì dalle fiamme, le quali consumarono e ridussero in cenere tutto il gran suffitto di essa e quanto vi era di legname con danno assai considerabile, oltre l’abrugiamento di tante sacre pitture che rendevano non meno adorno che ricco quel tempio. E perché unito a quello si trovava l’archivio in cui tante pubbliche scritture si conservavano ad eterna memoria sì della Chiesa che della Città di Lipari, il tuto s’incenerì: perdita tanto deplorabile non potrà mai bastantemente piacersi per tutti i secoli d’avenire essendosi in tal modo smarrite memorie di gloria non ordinaria e consumati registri d’opere meravigliose”[19](Campis).

Barbarossa, con le sue numerosissime genti, entra nella città. I suoi intenti sono di distruzione e di morte. I turchi cominciano a saccheggiare le case, a cercar denari, a spogliar le donne, a dissigillare le sepolture nelle chiese e depredare vasi sacri. A spintoni trascinano le genti verso il mare. Scene di strazio. Seduto alle porte della città, Barbarossa assiste alla miserevole sfilata dei prigionieri e si stupisce del gran numero. Altre scene di strazio. Eseguiti i conteggi e la selezione, Barbarossa fa avvisare tutti alle galere. Sono novemila individui. Altre scene di dolore e di crudeltà. Avviene l'imbarco.

“ A l’undici lu misi di Giugnettu

di Venneri fu tuttu quantu quistu,

lu iorno quando con tanto rispettu

per redimiri a nui fu mortu Cristu,

per cui lu Suli, ch’era chiaru e nettu,

si persi havendu tali murtu vistu.

Di tali iornu fu vintu e pigliatu

Lipari afflittu, persu e ruinatu”[20]

( De Simone).

L'11 luglio, facendo Ariadeno più presto del solito tirare le cannonate contro la città di Lipari, alle 8 del mattino, uscirono quattro liparoti  responsabili della città ed andarono per trattare. I Liparoti avrebbero data la città con tutto quello che essa possedeva, salvo 70 case, le quali sarebbero state salve con tutti gli uomini e le donne, i bimbi e le bimbe, e tutta la roba de contenevano. Trovato l'accordo gli ambasciatori ritornarono in città e raccontarono al popolo che cosa si era deciso. Il popolo subito si levò ad una voce, e chiese altri ambasciatori proponendo : o tutti liberi o tutti schiavi. Mandati altri ambasciatori essi proposero la resa a discrezione e Ariadeno di buona voglia l'accettò. Così si potè conoscere di quanto male è occasione la differenza e la divisione tra i cittadini. Non solo questa maledetta divisione e parzialità civile è stata la causa della distruzione della città di Roma che era “domina e signora di tutto il mondo” al tempo di Giulio Cesare, di Augusto e di altri Imperatori, ma anche della distruzione tutta l'Italia, e ora di questa povera città di Lipari. Se dentro quella città ci fossero stati 200 soldati insieme con i cittadini non l'armata che noi eravamo, ma il doppio, non ce l'avrebbe fatta a prenderla nemmeno in sei mesi. Perché la città è posta sopra un balzo di rocce tutte intorno così alte come il castello di Antibes dalla parte del mare. E nonostante che per il sito sia fortissima, era anche circondata di bellissimi muri e fortissimi robusti cinque bastioni fatti di pietre e calcina (“et fortissimi beroardi sive bastioni fatti di prede et calsina”).

 

La resa di Lipari

 

Arresa che fu la città di Lipari, dopo tante cannonate che queste mura avevano subito, quelli che dentro la città avevano cercato di entrare vi erano riusciti con grande difficoltà perchè restava ancora alta la breccia da cui passare – l'altessa di una bona pica e mezza”  - e bisognava salire uno per  uno a gattoni e con difficoltà (“et era forsa montar ad uno ad uno in quattro piedi e con difficultà”). La presa di questa fortissima città ha creato ammirazione in tutta la Cristianità ma probabilmente Lipari è caduta per i suoi peccati. “ e il giusto Idio scorrosatto (scoraggiato) manda questi flagelli ne la Chiesia proprio Babilonica, non Cristiana, vindicandose dei soy inimici per li soy innemici” . E dico questo, per come mi è stato riferito da un Marsigliese che abitava a Lipari e lì si era maritato, la cui moglie fu presa quando la città si arrese, “questi Liparoti erano deditissimi al peccato sodomitico, in tanto che se avveseno visto uno bello giovene, per aver piacer del giovene, era[no] contenti che lui usasse con le loro done, era presente il marito”.

Preso che ebbe Ariadeno i Liparoti e la loro città a sua discrezione, fece cessare i bombardamenti e comandò che tutti quelli che erano dentro uscissero e venissero fuori di fronte a lui che stava seduto nel borgo presso la città. E per fare uscire i Liparoti e anche per evitare che i Turchi non cominciassero il saccheggio mandò quattro guardie. Tutti i Liparoti che furono trovati dentro la città furono menati da sua Signoria, e tutti li faceva passare dinnanzi a sé individuando gli uomini e le donne invalidi, e il resto, uomini e donne, bimbe e bimbe, mandò schivi sulle navi e le galere. Certo, il vedere tanti poveri cristiani e maggiormente tanti bimbi e bimbe procurava una grandissima pietà.

Fra le altre crudeltà praticate dai turchi la più grave fu quella accaduta nella chiesa episcopale di Lipari. Qui furono trovati un certo numero di uomini e donne vecchissimi ( a mio giudizio avevano più di cento anni), questi presi, furono subito spogliati e squartati vivi, e questo per prendere il fegato. Chiesi perché usassero una così grande crudeltà a questi poveretti e mi risposero che quel fegato aveva grandi virtù. Usciti fuori da Lipari tutti i cristiani e distribuiti fra le navi e le galere, fu caricata sulle galere anche tutta l'artiglieria trovata. E subito fu messa  a sacco e fuoco la misera città e questo avvenne alle quattro dopo mezzo giorno dello stesso giorno. Quindi  Ariadeno comandò di fare confluire tutte le galere turche al porto di Lipari mentre le nostre navi ( quelle dei francesi) dovevano tenersi alquanto distanti. Perchè avesse fatto questo, non lo sapemmo. Venuta tutta l'armata al porto di Lipari, Ariadeno si imbarcò con tutta l'artiglieria.

In un'altra parte del suo scritto Maurando parla di Iacopo Camagna e lo definisce “mal Cittadino” perché “ essendo padrone di una nave, e trafficato avendo con salvacondotti, più volte in Levante e in Barbaria, era conosciuto e amico del Barbarossa”.

La versione di  p. Bonaventura  sul giorno della resa inizia affermando che “la mattina seguente della promessa fece quel traditor della patria trovar le porte aperte. Vi entrò il tiranno incrudelito, la saccheggiò, con dar fuoco ad alcune parti, e fra gl’altre al vescovato, dove si vedono oggi le pietre sopra dell’Archivio liquefatte a modo di vetro squagliato”.  Barbarossa, continua p. Bonaventura, fece prigioniera tutta la gente e cioè da nove a dieci mila persone visto che allora Lipari contava sedici o diciasettemila abitanti, Tra gli altri fece anche prigioniero “il traditore con tutti i suoi, e questa fu la paga e premio della promessa e del tradimento”.

 

 

Sabato e domenica, 12 e 13 luglio

 

L'incendio perdura in questo e nei giorni seguenti. I mobili che stavano ammucchiati nella casa del Camagna vengono caricati sulle galere. Alla stessa casa del Camagna si appicca il fuoco. Furono ottomila i cittadini condotti schiavi. ( Campis).

Le giornate del 12 e del 13, sabato e domenica, i Turchi le impiegano a razziare le campagne dell'isola. Catturano varia gente fuggitiva e tutto il bestiame possibile.(De Simone).

Il giorno 12 continuando il fuoco nella città, il resto dei Turchi con tutti i bagagli si imbarcarono. Il 13, continuando il fuoco, fu fatto riscatto di certi cristiani, che erano stati presi all'isola di Ischia. Il numero dei turchi scesi a terra per combattere ed assediare la città di Lipari erano cinque mila (5550). L'artiglieria era formata da tre cannoni e  16 pezzi di colobrine grosse di bronzo . L'artiglieria presa dentro Lipari fu un cannone rinforzato, una “mezana”, due “esmeriglj”, tre  pezzi che gettavano palle di ferro. I turchi morti  nell'assedio furono 343; i Liparoti 160 fra feriti e morti. 9000 furono le presone dei due sessi, prese schiave, senza contare quelli che “messo il fogo ali quatro canti de Lipari, furono trovati ascosi dentro le sotterranee caverne”. Quindi 10 mila in tutto. I Turchi hanno tirato contro il forte di Lipari 2800 colpi di cannone. Chi avesse avuto l'animo più crudele della tigre, vedendo pianti, gemiti, singhiozzi dei poveri Liparitani che abbandonavano la loro città per essere condotti schiavi, il padre guardando il figlio, la madre la figliola, non avrebbe potuto contenere i propri occhi dall'abbondante pianto, mentre quei cani parevano lupi rapaci in mezzo a timide pecorelle. Il 13 l'armata parte da Lipari e va in Sicilia per cercare acqua nel capo di Mortelle...( Maurando).

Anche p. Bonaventura parla dei giorni seguenti. Il Barbarossa – dice il cappuccino – si trattenne altri otto giorni per cercare i liparesi che si trovavano per l’isola nascosti e non si erano rifugiati nella città. Ma senza successo perché questi non si arresero per la fame, come Ariadeno pensava, ma preferirono nutrirsi di erbe e del poco pane che avevano conservato.

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Questo libro narra la storia di un deportato in Turchia al tempo di Barbarossa

 

14 luglio, lunedì

 

(Campis non dà la successione dei giorni): L'armata turchesca lascia Lipari e giunge nei pressi di Messina, dove alcuni Liparoti prigionieri, tramite gli amici messinesi, trattano il loro riscatto. Barbarossa è ben felice di liberarsi di tanta merce scomoda a prezzi di convenienza. Anche il Camagna si riscatta. Trattenuto in Messina per essere giudicato dall'accusa di tradimento, è assolto. Dopo qualche mese rientra a Lipari. (Campis).

Al mattino i Turchi fanno vela alla volta di Messina. Colà Giannettino Doria attende l'opportunità di potersi scontrare col temibile avversario, ma Barbarossa, sospettando eventuali agguati da parte del Doria, si stringe alle coste di Calabria. A Messina si sta sulle difensive. A tarda sera le navi turche appaiono ancorate, lontano, nell'area dello Stretto. Le ciurme di trenta galeotte, composte di cristiani rinnegati, saltano in terra presso Fiumara di Muro, frugano per i boschi e su per le colline e braccano la popolazione fuggitiva. Fanno così una retata di 2000 prigionieri (De Simone).

 

Martedì, mercoledì, giovedì, 15- 17  luglio.

 

Alle prime ore del mattino i giurati di Messina spediscono al Barbarossa un messaggero autorizzato ad avviare trattative di riscatto a favore dei Liparoti prigionieri. Barbarossa si dichiara disposto a cederli escludendo, però, le donne e gli uomini validi. Il messo, che vorrebbe contrattare a vantaggio di tutti, in blocco e senza eccezioni, fa ritorno alla base. I giurati sperano che il tiranno si trattenga ancora per qualche giorno sì da poterlo convertire a più miti consigli. Invece Barbarossa fa ripartire alla volta del Levante un primo contingente dell'armata che porta il triste carico umano non senza prima aver fatto sbarcare alcuni Liparoti di rango, i vecchi e gli inabili. Alle prime luci del giorno seguente, 18 luglio, venerdì, salpa anche lui. “Partito. Che dio li pozza profundari!”. ( De Simone)

Dalle parti di Catona in Calabria

Maurando narra che il 16 e 17 luglio  i Turchi fecero il baratto dei cristiani presi a Lipari nel porto di Catona in Calabria. I Messinesi venuti presentarono 15 mila ducati per tutti i cristiani presi in Lipari, e Ariadeno oltre i 15 mila domandò per il riscatto 8 mila quintali di biscotto. Il prete però non sa come la trattativa fu conclusa perché il mattino seguente la squadra francese partì.

La cronaca cappuccina parla di una trattativa solo sulla base dell'offerta di “rinfresco” ( rifornimento di viveri). Barbarossa avrebbe risposto che “gli darebbe le cose sacre ed ecclesiastiche e le presone vecchie e decrepite”. Dopo due giorni, non mutando le offerte dell'ammiraglio turco, la trattativa “ non ebbe effetto”. I poveri Liparoti andarono in Turchia e Ariadeno per il rinfresco ottenuto regalò a Messina, fra le altre cose, la campana grande di Lipari. Quella che oggi è nel castello di Rocca Guelfonia.

 

Castello di Rocca Guelfonia oggi


[1] P.C. Campis, op.cit., pag. 306.

[2] G.Iacolino, I turchi alla marina di Lipari, 1544, Lipari, 1985.

[3] G.Iacolino. I turchi…, op.cit. pp 75-84.

[4] “Il manoscritto di P. Bonaventura da Troina (+1704)” trascritto dal prof. Giuseppe Lipari, Libro III, Messina 1999. Alcune pagine alla vicenda dedica anche R.Pirri in Sicilia Sacra, Panormi, 1733, vol.II, Notitia Octava Ecclesiae Liparensis , riportate in G.Iacolino, I turchi…, op.cit., pp- 69-74. Il Pirro non aggiunge quasi nulla alle notizie che abbiamo sulla vicenda, salvo confermare quanto riportato dal Maurando che le accuse che alcuni fecero ricadere sul Camagna si basavano sul fatto che  egli era amico del Barbarossa, che aveva avuto abboccamenti con il nemico reiterati e senza testimoni, quindi l’esenzione accordata (ma non mantenuta) a lui, parenti amici e proprietà. Il Pirri fu a Lipari intono al 1630 e raccolse le memorie degli anziani e probabilmente ebbe mondo di conoscere lo stesso manoscritto al quale , nel 1694, attinse anche Campis.

[5] Una comparazione fra il racconto del Campis e quello di Se Simone è fatta da G.Iacolino,. I turchi alla marina, op.cit.,pp. 39-47, a cui abbiamo largamente e liberamente attinto.

[6] A. Raffa, op.cit., pag. 97.

[7] M.C. Cannella , “Le unità di misure locali e il sistema metrico decimale nella scuola elementare”, Tesi di laurea dell’Università degli studi di Palermo, Facoltà di scienze della formazione, anno accademico 2004-2005, pag. 62 e ss..Il valore della salma cambiava da località a località della stessa Sicilia.

[8] La pica era un’altra unità di misura del tempo derivante dalla lancia di guerra,  probabilmente intono al metro o poco più.

[9] P. Bonaventura da Troina, manoscritto, op.cit.

[10] Secondo P. Bonaventura sarebbe stato il vicerè di Napoli a dare l’ordine “che mandassero le donne, figlioli e figliole a Milazo”, ordine che fu eseguito solo in parte.

[11] P. Campis, op. cit.,pag. 159-160.

[12] G.Iacolino, op.cit., pag. 99.

[13] Campis, op.cit., pag.298-299

[14] Si tratta di Chanchelubin, uno dei capitani di Barbarossa.

[15] G. Iacolino, I turchi…., op.cit., pag. 118.

[16] G. Iacolino, I turchi…, op.cit., p.147.

[17] Idem, pag. 152. La più parte dei cittadini approva l’operato del Camagna e del Comito, altri invece preferiscono morire combattendo.

[18] P.Campis, op.cit., pag.302.

[19] P. Campis, op.cit., pag. 304-305.

[20] G. Iacolino, I turchi---, op.cit., pag.170.

 

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