I conti con la realtà eoliana

Ma prima dell’esperienza di Sindaco c’è quella di consigliere comunale e prima ancora la promozione del movimento degli operatori economici. A monte di tutto, poi, c’è la presa di contatto con il mondo politico eoliano, per me una pagina tutta da scoprire visto che ero andato via da Lipari da bambino e i ritorni estivi erano pura e semplice vacanza. Inoltre anche se a Pavia prima e poi a Roma avevo fatto e facevo politica, era un mondo del tutto diverso. D’altronde la mia esperienza politica, salvo una breve parentesi giovanile, era tutta legata all’associazionismo e quindi al tema dei contenuti, della formazione, dell’iniziativa sociale. Così la sera  del 18 agosto 1989 fu una occasione importante per conoscere questo mondo che fino all’ora avevo osservato di sfuggita e dall’esterno.
Ma non tanto il dibattito che quella sera si svolse sulla lettera pastorale del nuovo Vescovo nel giardino del Centro Studi organizzato dalle ACLI di Lipari che poi eravamo il Centro Studi ed io. Anche se fu un dibattito affollato come pochi, dove in molti presero la parola a cominciare dai sommi referenti della DC locale. Esso però non poté registrare che la povertà di idee della classe dirigente sullo sviluppo delle Eolie ed il grande imbarazzo di questi democristiani a parlare di fede e politica, avendo della religione una visione tutta formale e strumentale. Ciò che a me fu chiarissimo era la crisi della vita politica eoliana che dipendeva innanzitutto dalla mancanza di un progetto condiviso per le Eolie. Mancando questo progetto di lungo respiro tutto cadeva, necessariamente, nella mediazione spicciola e nel clientelismo.
Più istruttivo fu il dopo dibattito quando, si andò tutti insieme, a cena in un ristorante di Pianoconte: Vescovo, onorevoli, amministratori, giovani del centro studi ed il sottoscritto.
Ho quell’evento ben scolpito nella memoria. Lo scenario del terrazzo del ristorante in una di quelle sere d’agosto eoliano calde ma non afose dove tutto invita alla convivialità e quindi a diluire e smussare i punti di contrasto; la tavolata con decine di commensali che conosci per lo più a distanza scambiando si e no un buongiorno e buonasera che diventano tuoi interlocutori diretti e sei sollecitato a fare discorsi impegnativi; la ragione politica della cerimonia – perché di questo si trattava con un suo rituale preciso che credevo esistesse solo nella letteratura - rimaneva evanescente come dissimulata da un alone di pudore, mozziconi di discorso accennati en passant dai leader nella conversazione, parole buttate lì come distrattamente di tanto in tanto che ad un ascoltatore distratto apparivano avere ognuna capo a sé e che invece per orecchie esperte ed aduse, che non erano certo le mie, costruivano un discorso preciso ed inequivocabile.
Una cena consumata tutta all’insegna della riappacificazione delle diverse correnti democristiane, questo l’obiettivo del convivio che allora in qualche modo intuivo ma che mi venne spiegato, nella sua raffinatezza liturgica, solo più tardi.
La concordia delle correnti e delle forze politiche che il Vescovo aveva auspicato aveva ben altro spessore ed altro significato di quello che emergeva nella cerimonia conviviale.
“Ridurre il suo forte monito – pensavo - ad una riappacificazione intrademocristiana che nulla mutava del modo di governare era decisamente mortificante e mistificante”.
Ciò che appariva chiarissimo a me  non poteva non esserlo per Mons. Miccicché che d’altronde veniva da Palermo la capitale di questo ritualismo bizantino.
Personalmente, oltre all’indignazione, avvertivo tutta la difficoltà e forse l’impossibilità di dialogare con questi personaggi. Ciò che mi colpiva era la completa assenza di un atteggiamento autocritico, la sicurezza e l’arroganza di perseverare nei propri comportamenti politici. La loro era la vera ed unica politica, una politica diversa non esisteva e non poteva esistere, la sua evocazione erano fantasie e romanticherie. Poteva fare gioco mostrare una qualche attenzione alle voci critiche ma non più di tanto. Era appunto, il gioco, “pi’ fissiari”, ma la realtà seria e concreta rimaneva la loro, eterna ed immobile.
Questo pensavo, mentre intorno a me, nel cicaleccio di conversazioni che si intrecciavano ed si accavallavano, si dissolvevano grandi portate di maccheroni alla casereccia, di risotti alla pescatora, di arrosti misti di pesce e di carne.
Una esperienza traumatica. Da far passare ogni idea di ritorno alle Eolie se questa più che nella consapevolezza non fosse stata radicata nel profondo della coscienza.
La lettera ai politici di Mons. Miccicché non rimane un fatto isolato. Già il 7 ottobre  pubblica “Il Piano Pastorale per l’anno sociale 1989-90” dal titolo “Insieme missionari nelle Eolie” nel quale – dopo avere ribadito che “la fede deve incarnarsi e diventare stile di vita, modo di essere nel sociale, nel politico, lì dove l’uomo vive la sua esistenza”,  afferma la scelta dei giovani come priorità pastorale (la seconda è la famiglia): “La teologia della speranza deve farsi strada nel cuore e nelle menti di noi tutti attraverso una sincera e profonda attenzione ai giovani, speranza della Chiesa e del mondo”. La scelta dei giovani deve articolarsi lungo tre linee: la politica, la fede e le varie vocazioni.
Il 13 febbraio del 1990, in occasione della ricorrenza dell’arrivo a Lipari delle spoglie di San Bartolomeo, Mons. Miccicché inviava una lettera aperta al nuovo Sindaco di Lipari sul problema della casa che in quei giorni era esploso nel capoluogo dell’arcipelago con urgenza e tragicità. Dopo il richiamo alle motivazioni religiose che lo spingono a scrivere, il Vescovo da voce ad una precisa denuncia politica: “Vive Lipari l’emergenza casa soprattutto a partire dal terremoto del 1978. Una maldestra politica priva di idealità umanitarie, ha preferito non tentare la via di una radicale soluzione del problema che ha volutamente, caparbiamente ignorato le decine, anzi le centinaia di famiglie poste in locali provvisori di fortuna e che, dopo 12 anni, aspettano ancora una equa risposta. L’edilizia popolare non è decollata come era auspicabile, i fondi per i terremotati hanno preso vie scandalisticamente improprie, quel che rimane resta congelato, il vestito che Lipari indossa è logoro e stracciato; è necessario chi ci sia chi si ponga all’opera per ricucirlo pazientemente…”. Una denuncia precisa che ridà fuoco alle polveri della polemica.
Nell’attenzione ai gravi problemi locali il Vescovo non poteva non imbattersi in quello dei lavoratori della pomice. Miccicché comprende subito che questo sarà uno dei nodi duri della sua esperienza pastorale giacché, da sempre si tratta di un fronte infuocato, sul quale si intrecciano problematiche sindacali, sociali e politiche.
Oggi non ci sono più i gravi problemi della salute che avevano caratterizzato le cave di Lipari nel corso degli anni 50 e 60 e che erano state oggetto di indagini universitarie e di denunce politiche. Ma rimane comunque il fatto che il contratto locale risulta fortemente arretrato rispetto a quello nazionale di settori similari quali i lapidei; inoltre pesa sulle cave l’incognita del futuro di questa industria sia di fronte alle evoluzioni del mercato internazionale sia di fronte alla nuova coscienza ambientale che va maturando.
“Patron” dell’industria della pomice è il dott. Enzo Dambra. Anch’egli fa parte della cerchia degli uomini politici locali. Ma la dinamicità e la fattività del personaggio, le frequentazioni di amicizia che lo legano ad un certo mondo politico e culturale sempre democristiano ma più aperto al confronto ed al dialogo, una asserita condivisione di massima dei giudizi della lettera pastorale sui politici locali, una sua dichiarata disponibilità alla collaborazione, uniti ad una serie di contatti avuti con i sindacalisti e con alcuni operai del Consiglio di fabbrica, fanno ritenere al Vescovo che sia possibile stabilire con l’imprenditore un rapporto diverso e che questo possa dare anche frutti positivi soprattutto sul piano della pace sociale e del miglioramento delle condizioni di lavoro delle maestranze.
La collaborazione parte con la sponsorizzazione da parte della Pumex del Convegno sui giovani che si terrà in giugno in Cattedrale con la partecipazione di esponenti politici regionali e studiosi universitari.  Ed è forse anche per questo che il Convegno non entrerà nel merito delle condizioni di lavoro in quest’industria ed anzi, nella relazione dei giovani, si darà un giudizio sostanzialmente positivo dell’escavazione giudicandola una attività industriale non inquinante ed ormai – con santa ingenuità - parte integrante dell’ambiente delle Eolie.
Sono queste le premesse che portano alle tre esperienze che preparano il ritorno alle Eolie.
Il 1992 è un anno importante perché a giugno si rinnoverà il Consiglio Comunale e sembrano essersi create a Lipari, anche per le posizioni del Vescovo, aspettative di rinnovamento. Questo sembra particolarmente avvertito fra gli operatori economici e  turistici in particolare preoccupati per una politica amministrativa latitante come quella degli ultimi anni, con crisi continue ed una forte litigiosità fra gli amministratori. Come dare una scossa salutare? Un gruppo di operatori interpella il Vescovo prima di Pasqua ed il Vescovo suggerisce loro di interpellarmi.
Ma che posso fare io che vivo a Roma con impegni onerosi? E che contributo posso dare visto la mia scarsa conoscenza del mondo eoliano? Posso fare da animatore mettendo al servizio di un gruppo di lavoro le mie conoscenze in ordine allo sviluppo locale che sono un po’ il nocciolo della mia professionalità. Ma quante volte potrò andare alle Eolie prima delle elezioni? Due, quattro al massimo e saranno sufficienti questi incontri per trovare una soluzione al problema?
Comunque non dico di no. L’esperienza mi tenta e mi stimola. Era l’occasione per sperimentare in concreto quella alleanza dell’associazionismo con le piccole e medie imprese che potevano essere il tessuto connettivo di uno sviluppo autopropulsivo. Avessi conosciuto meglio gli eoliani a cominciare proprio dagli operatori economici mi sarei guardato bene dal buttarmi in questa avventura. Molti, la gran parte degli operatori delle nostre isole non godevano di una reale autonomia. L’economia , come era in genere per il Mezzogiorno, era tributaria al potere politico di aiuti e sostegni, favori e finanziamenti che attendevano un ritorno sul piano elettorale. In occasione delle elezioni nazionali e regionali ma anche di quelle comunali giacché era attraverso i comuni che si gestiva la rete locale degli interessi e delle clientele.
Tutte cose che conoscevo bene a livello teorico, su cui avevo scritto e dibattuto. E allora? Forse presuntuosamente pensavo che le Eolie potessero rappresentare un punto di rottura? E perché mai? Per l’azione di alcuni personaggi paracadutati dall’esterno anche se uno di questi era un vescovo illuminato e coraggioso? Oppure perché l’interesse al rinnovamento poteva essere divenuto lì particolarmente forte sotto le sollecitazioni di una inedita domanda turistica maturata a livello mondiale, contro la conservazione rappresentata dal sistema democristiano?
Certamente giocarono un misto di presunzione, di illusione e di generosa incoscienza. Il fatto è che mi gettai in questa esperienza senza mezze misure mettendo fra parentesi persino il mio lavoro e il mio impegno nelle ACLI. Ed il risultato non poté essere che disastroso.
Non è che gli operatori economici snobbassero l’iniziativa. Tutt’altro. Si creò un comitato – sempre molto partecipato - che cominciò a lavorare sullo statuto dell’associazione e sul programma. Si fece anche una assemblea all’ex cinema Eolo , allora unico locale pubblico di una certa capienza dove si potevano fare assemblee. Si parlava apertamente di una lista civica promossa dall’Associazione Operatori  Economici Eoliani, si discuteva di organizzazione, di sviluppo, di programmi…
E mentre si vivevano settimane di fervore con l’illusione di tracciare una via nuova per le Eolie, in luoghi più discreti si riuniva il comitato cittadino della DC per discutere di come andare alle elezioni. Anzi a dire il vero più che discussioni, quelle loro, per ciò che mi era dato sapere, erano delle lunghe partite silenziose come quelle che nei paesi si fanno con le carte, dove alcuni di tanto in tanto calano una carta e gli altri stanno intorno a guardare. Il fatto è che si stava giocando una partita dei nervi fra i due schieramenti che erano venuti definendosi negli anni e che facevano capo ai due notabili locali con responsabilità nazionale o regionale: Dalìa e Merlino. Le elezioni sarebbero stata la grande resa di conti dopo anni di congiure e veleni e quindi ognuno dei due schieramenti voleva scrollarsi l’altro di dosso ma esitava a fare la mossa decisiva perché non voleva addossarsi la responsabilità della rottura e soprattutto voleva lucrare il diritto ad utilizzare il simbolo del partito.
Che cosa aveva a che fare l’iniziativa degli operatori con questo balletto della mattonella? Nulla. Eppure – ne fossimo coscienti o meno - il destino delle elezioni non lo dettavamo noi, ma quelle dieci o dodici persone che settimanalmente si rinchiudevano in conclave per alcune ore.
Avremmo fatto la lista civica? Si, se ci fossimo legati allo schieramento soccombente e perciò privato del simbolo. No, se ci fossimo collegati allo schieramento vincente beneficiato del simbolo. Era impossibile pensare che fra le due posizioni se ne potesse delineare una terza autonoma? Io continuavo a sperarlo ma ogni giorno appariva meno realistico anche volendo essere ottimisti sullo spessore della nostra iniziativa. Ma che questa non avesse un grosso spessore, e alla prova dei fatti risultasse inferiore a quello sperato, fu chiaro quando finalmente il balletto cessò e si delinearono i due schieramenti democristiani. In quel momento anche il movimento degli operatori si spaccò ed i promotori si indirizzarono verso i tradizionali "patron” di riferimento. Dimenticando quanto si era fatto e pensato. Non fu una rottura indolore perché nelle settimane di lavoro in comune era maturato un rapporto di conoscenza e forse anche di amicizia. Ma i richiami erano troppo forti perché ad esse si potesse resistere, e pescavano dentro storie personali legate alle stesse posizioni imprenditoriali.
A dire il vero poteva esserci anche l’alternativa de “La rete” di Leoluca Orlando che faceva capolino anche a Lipari. Ma i suoi promotori si erano tenuti distanti dalle nostre iniziative e quando decisero di aprire un dialogo già i giochi erano fatti.
La maggior parte degli operatori seguì la lista che aveva ottenuto il simbolo ed anch’io ob torto collo fui della partita anche perché di questo schieramento facevano parte i giovani del Centro studi e Dambra con cui si erano intanto infittiti i rapporti, auspice lo stesso Mons. Miccicché che pensava potessi aiutarlo a trovare una conclusione rapida e positiva della vertenza della pomice che, anche se non ancora formalmente, di fatto si era aperta  da qualche mese.
Volevo illudermi che questa era la scelta giusta e comunque la migliore perché era stata messa alla porta la parte più legata agli interessi ed alla clientela. Ed anche se di qua vi erano molti personaggi corresponsabili della crisi della politica eoliana a cui aveva fatto e faceva riferimento nelle sue denunce il vescovo, pensavo che facendo leva su un gruppo nuovo forse si darebbe potuto condizionare il futuro.
Che si trattasse di pura illusione già avrebbe dovuto essere palese per come si svolse la campagna elettorale. Praticamente mano libera nella stesura del programma e nessuna campagna elettorale comune da parte della lista. Niente manifestazioni pubbliche, niente comizi, ognuno per proprio conto con i propri contatti ed i propri collegamenti, con alleanze ristrette visto che allora si potevano dare fino a tre preferenze.
Con Nino Paino e Nino Saltalamacchia avevamo appunto costituito – in seno alla lista – il gruppo delle ACLI con lo slogan “Ricominciamo da tre”. Con qualche risparmio e qualche aiuto degli amici delle ACLI a livello nazionale e provinciale, avevamo costituito un fondo elettorale con cui avevamo stampato un depliant con il programma, prodotto dei gadget, organizzato una serata di festa – in un locale in collina - a base di pizza, aranciata e birra. I miei compagni ebbero un notevole successo io fui eletto per il rotto della cuffia: l’ultimo per quattro o cinque voti di scarto. Né poteva consolarmi il fatto che molti di quei centosessanta voti erano voti secchi, personali.
La verità era che quel po’ di attenzione che ero riuscito a richiamare sulla mia persona mi presentava come un simbolo del cambiamento cosa che appariva poco coerente con la lista che mi ospitava. Inoltre praticamente nessun appoggio diretto mi era venuto dalla DC, i cui maggior enti erano stati ben felici di utilizzare la novità che rappresentavano ma si auguravano che non venissi eletto perché avevano cominciato a comprendere come non fossi uomo da ordini di scuderia.
Nessuna contraddizione col fatto che una volta eletto venissi designato come capogruppo consiliare. Formalmente era un riconoscimento per quel che rappresentavo a livello nazionale e per il lavoro fatto nei mesi precedenti del quale indubbiamente tutti avevano beneficiato, in realtà era un modo per cercare di vincolarmi costringendomi ad un gioco di squadra di fronte ad alcuni scenari che non potevano essere di mio gradimento. Quali? Il primo ed il più significativo quello della riappacificazione delle due liste democristiane costituendo così in consiglio comunale, almeno sulla carta, una maggioranza di tipo bulgaro (24 consiglieri su 30).
“Ma come è possibile – mi chiedevo e chiedevo – che dopo una campagna elettorale durissima, dove avevamo spiegato alla gente che noi eravamo il buono e il rinnovamento e gli altri quanto  di peggio vi era sullo scenario politico, a sole poche settimane dal voto, senza un vero dibattito chiarificatore, si tornava tutti insieme senza che niente era successo, a riprendere la politica di sempre dei veleni e delle imboscate dietro le quinte? Ma allora è stato tutto un imbroglio. Quella che per alcuni e soprattutto per me era stata una scelta strategica si rivelava come pura e cinica tattica elettorale”.
“Ce l’ha imposto Messina”, rispondevano i notabili locali. “Se ci rifiutiamo ci collochiamo fuori dal partito”.
Non ero il solo a protestare per questo tradimento dell’elettorato. In realtà, con diversi gradi di resistenza, vi era un gruppetto di sei sette consiglieri che rifiutavano o mal digerivano questa decisione. Si poteva costituire un gruppetto di opposizione? Impensabile, la quasi totalità dei membri del gruppetto erano disposti a protestare ma non fino alla rottura formale. Più facile puntare su una forma di opposizione interna. Comunque non potevo rimane capogruppo. Da qui le dimissioni. Dimissioni che non vengono mai discusse ed accettate e questa diventa una strana  situazione che si trascina per circa due anni .
Una sorta di responsabilità ricoperta a fasi alternate. Infatti, di fronte a problemi importanti ( la formulazione dello Statuto comunale, il dibattito sul Piano regolatore…), mi lasciavo convincere che potevo svolgere un ruolo positivo e le dimissioni finivano con l’essere dimenticate. Ma non passava che qualche settimana ed ecco scatenarsi una nuova crisi interna che, dimostrandosi che il gruppo era ingovernabile ed in balìa di input quasi mai trasparenti, mi ricacciava nella precedente determinazione.
D'altronde proprio la mia presenza saltuaria a Lipari favoriva questo approccio discontinuo. Vi trascorrevo brevi periodi anche se con una certa regolarità. Nominato commissario straordinario delle ACLI di Catania, infatti, dovevo venire in Sicilia praticamente  tutte le settimane. Arrivavo al sabato mattina e ripartivo il lunedì sera, dividendo il tempo fra Lipari e Catania grazie anche ad una vecchia Alfa 90 che, se non mi lasciava per strada, mi permetteva di fare la spola fra la città etnea e Milazzo.
Comunque quella di consigliere non fu una esperienza tutta negativa. Mi consentì di conoscere un po’ meglio il mondo politico locale e come non ci si potessero fare illusioni sulla classe politica locale.  Un po’ tutta la classe politica, salvo poche eccezioni, sia di maggioranza come di opposizione anche se con diverse responsabilità. Ma se gli uomini della maggioranza mi apparivano scarsamente autonomi, condizionati dalle logiche dei notabili che non sempre apparivano comprensibili ad un osservatore esterno ma anche semi-interno come me; quelli dell’opposizione si rivelavano scarsamente concludenti più portati alla polemica in Consiglio su qualsiasi argomento si proponesse, senza avere presente una strategia e degli obiettivi politici. 
Ma soprattutto mi permise – come già accennato - di approfondire e di dare un contributo su due importanti problemi amministrativo: lo Statuto municipale ed il Piano Regolatore generale svolgendo spesso un ruolo di collegamento fra maggioranza ed opposizione e comunque di traino. Lo Statuto riuscì ad arrivare all’approvazione e credo che tutto sommato sia stato un buon lavoro soprattutto per lo spazio dedicato alla partecipazione ed alle consulte anche se su argomenti come il difensore civico è risultato velleitario ed inapplicabile avendo scelto la strada dell’elezione popolare diretta. Un passo in avanti fece anche il Piano Regolatore il cui incarico risaliva a cinque anni prima ed il cui iter di avvio era stato faticoso dando vita a sospetti e preoccupazioni. Si fecero gli incontri con i comitati di quartiere delle isole e varie assemblee popolari nelle contrade di Lipari che strapparono il discorso dai tavoli tecnici e dalle enclave dei politici. Si raccolsero tutta una serie di giudizi e di documenti e si sarebbe arrivati probabilmente a fare approvare le prescrizioni esecutive per i progettisti se la crisi del Consiglio Comunale non fosse precipitata.
Il Consiglio Comunale verrà sciolto il 27 dicembre 1993 per le dimissioni di 17 consiglieri su 30. La crisi del Consiglio Comunale riflette la crisi della DC che si era trascinata per due anni e mezzo manifestando la sua impotenza e la sua incapacità di decidere. Il via alle dimissioni lo danno i tre consiglieri delle ACLI, finalmente concordi senza distinguo. Ora forse ci sono le condizioni per un cambiamento. C’è la nuova legge con l’elezione diretta del Sindaco e c’è la riforma elettorale che a maggio porterà alle urne col sistema uninominale
In questi due anni e mezzo di pendolarismo fra Roma, Catania e Lipari non mi ero limitato a fare il Consigliere Comunale anche  se solo questo impegno significava un carico pesante visto il tempo limitato che dedicavo alle Eolie. Oltre all’esperienza del Consiglio Comunale ho partecipato alla fondazione del mensile “Questeolie” ed ho concorso attivamente per  cercare una soluzione avanzata ma concordata alla vertenza della pomice.
Una vertenza che sembrava semplice in partenza. I lavoratori ed il sindacato reclamavano che le condizioni economiche e normative dell’industria eoliana si raccordassero con quelle nazionali della categoria dei lapidei che era l’industria di riferimento. Dambra sembrava d’accordo a concedere questo raccordo a condizione però che il contratto fosse autonomo della pomice e non dei lapidei.
“Si prenda lo stesso contratto dei lapidei e si cambi la copertina scrivendo “contratto della pomice” ed io non ho alcuna difficoltà a firmarlo”. Questa era la posizione che gli si attribuiva. In realtà, quando cominciarono gli incontri, si scoperse che non era questa la sola ed accettabile richiesta. Ve ne erano altre, apparentemente “secondarie”, che però rischiavano, se fossero passate di colpire diritti consolidati e di trasformare il successo nella classica vittoria di Pirro creando un nuovo differenziale fra lavoratori eoliani e quello del resto del Paese. E’ il caso della cosiddetto “premio di produzione per detrazione” e cioè una quota salario intorno alle cinquantamila lire che  verrebbe sottratta  ai lavoratori per assenze di qualsiasi genere, anche di malattia.
“Una misura contro l’assenteismo – lo giustifica l’azienda – di chi rimane a casa per fare un doppio lavoro”.
“Questa misura – replica il sindacato – non colpisce gli assenteisti opportunisti che non hanno alcun timore di perdere le cinquantamila lire giacché con l’altra attività ne recuperano molto di più. Punisce invece l'assente per giustificati motivi, che non può compensare”.
E così una vertenza semplice si complica e si trascina nel tempo, nell’esasperazione dei lavoratori che temono di dover cedere per stanchezza.
L’esperienza di Questeolie  meriterebbe una trattazione a parte, sia per l’importanza dell’esperienza che dura due anni con la pubblicazione di almeno 17 numeri impegnando nella sua redazione e diffusione almeno una trentina di giovani e meno giovani, sia per dare una risposta pubblica alla Procura della Repubblica di Messina che il 28 luglio del 2001, a nove anni dal verificarsi dei fatti, mi ha inviato un avviso di garanzia insinuando che “l’iscrizione al registro di stampa della pubblicazione Questeolie, sconosciuta in ambienti giornalistici, sia stata fatta ad hoc” al fine di ottenere una pubblicità di 3 milioni dall’ENAIP di Messina.
Con buona pace della Procura di Messina – che a oltre 4 anni di distanza dalla notifica del procedimento non ha ancora trovato il tempo di chiarire la vicenda sebbene mi sia immediatamente premurato a presentare i numeri in mio possesso, le fatture delle tipografie, gli atti della Cooperativa editrice, ecc.ecc. – Questeolie non solo è esistita ma ha svolto, ritengo, un ruolo importante nell’ambiente eoliano promuovendo una informazione attenta ai problemi locali ed allo stesso tempo ispirata a valori politici e sociali di riforma istituzionale e politica, di rinnovamento etico e sociale, di sviluppo ecosostenibile, di partecipazione. Uscì fino a gennaio del 1994 cioè quando si configurò una mia possibile candidatura alla Camera proprio perché non si pensasse che un’esperienza così importante finisse con l’apparire strumentale  a questo scopo.
Sfogliando oggi il centinaio di paginoni che compongono la raccolta si ritrovano oltre a giudizi critici fino a divenire durissimi sulla vita amministrativa locale eppure sempre propositivi, un campionario di problemi della comunità che hanno indubbiamente costituito il canovaccio per la stesura di quello che è stato il programma elettorale del Sindaco nelle Elezioni del giugno 1994 .
Ma Questeolie ha voluto essere di più di un giornale. Ha voluto concorrere a promuovere nelle Eolie un turismo nuovo e diverso, attento ai problemi della natura e della cultura, cadenzato da eventi di qualità. Indicativi a questo proposito due esperimenti. La pubblicazione, alla vigilia della stagione estiva di “Tutteolie”, una piccola guida per il turista che alternava indicazioni sulle località da visitare, i beni culturali, le manifestazioni con la pubblicità di ristoranti, alberghi, bar, negozi. Una iniziativa che ebbe successo tanto che negli anni seguenti è stata ripresa da altri e rilanciata, divenendo un appuntamento abituale dell’estate eoliana. Meno successo ebbe l’iniziativa “Natale alle Eolie”. L’idea era di creare un calendario di eventi  (spettacoli, dibattiti, feste paesane…) per un periodo abbastanza ampio che coprisse tutto dicembre e i primi dieci giorni di gennaio. L’organizzazione doveva occuparsi non solo di organizzare il calendario garantendo le iniziative, ma anche di promuovere un  pacchetto di partecipazione settimanale completo di albergo, trasferimenti ed eventualmente dei voli aerei. Pensavo che l’iniziativa potesse coinvolgere sia l’ENARS nazionale che è l’ente delle ACLI per il turismo, sia gli operatori turistici locali, sia soprattutto l’Amministrazione comunale. In realtà le cose andarono diversamente e fu un miracolo se le perdite furono contenute in circa 50 milioni che ripianai più tardi  con la mia liquidazione di dirigente delle ACLI.
Se lo scopo fosse stato quello di promuovere un’attività economica si sarebbe potuto parlare di un completo fallimento, se invece si voleva sondare la possibilità e l’interesse ad una iniziativa di destagionalizzazione del turismo, indubbiamente i dati raccolti erano di grande interesse e degni diriflessione.  
“Per la pomice agosto di fuoco” è la testata con cui si presenta il n.8 di “Questeolie” che esce il 7 agosto 1993. Una vertenza che si trascina dall’autunno 1991 e si concluderà solo a gennaio del 1994 tutto sommato con un successo dei lavoratori che vedono crescere di circa un terzo il loro salario e sul piano normativo incassano l’aggancio ai contratti nazionali. Ma proprio a fine estate  si raggiungerà il massimo della tensione con una forte manifestazione a Porticello sotto una pioggia torrenziale. Quell’estate si consuma anche l’illusione di un Dambra imprenditore aperto e lungimirante e si deteriorano i rapporti non solo con me che, constatata ogni possibilità di conciliazione non mi rimaneva che manifestare a fianco dei sindacati e dei lavoratori, ma anche con il Vescovo che aveva patrocinato la via pacifica all’accordo sollecitando il mio interessamento in questa direzione.
“Sento mio dovere – scriverà il 16 luglio Mons. Miccicchè in una coraggiosa ed accorata lettera di solidarietà ai lavoratori – ricordare a tutti che al di là del profitto c’è la dignità della persona umana che bisogna rispettare e i cui diritti, non ultimo il diritto al lavoro, a nessuno è lecito, per qualunque motivo, conculcare”.
Con lo scioglimento del Consiglio Comunale, la chiusura di Questeolie e la conclusione del contratto della pomice  si esaurivano tre esperienze che mi avevano fortemente coinvolto. Potevo dire che il mio ritorno alle Eolie si era adempiuto e quella che si apriva era una fase nuova. Ma non ancora quella del… gabbiano. Mancava infatti la decisiva esperienza elettorale della primavera 1994 a cui avevo cominciato a pensare già da diversi mesi in accordo con la Presidenza nazionale delle ACLI che aveva avallato la mia idea di trasferirmi a Messina per seguire le vicende politiche in quella provincia.
Nel corso del 1993 era venuto delineandosi in tutta la sua profondità la crisi del sistema politico che aveva governato l’Italia nel dopoguerra. Scomparivano i grandi partiti storici a cominciare dalla DC, dal PCI e dal PSI ed al loro posto facevano la comparsa soggetti nuovi come il Partito Popolare, il Partito Democratico della Sinistra. Inoltre la nuova legge elettorale basata sul sistema uninominale spingeva alla polarizzazione degli schieramenti. A livello nazionale avevo partecipato alla costituzione del Partito Popolare ma seguivo attivamente – ero membro del comitato promotore - la nascita dei Cristiano sociali di Gorrieri e Carniti.
A Messina la situazione era piuttosto confusa. La DC era entrata in crisi ma il Partito Popolare stentava a nascere. Molti dei vecchi leader rimanevano alla finestra a guardare per capire meglio come si delineava la situazione. Indubbiamente la tendenza del gruppo dirigente popolare a non scegliere una coalizione con la sinistra ma a cercare di creare una alternativa al centro insieme al movimento di Antonio Segni, limitava di molto le prospettive di successo e rischiava di ridimensionare fortemente il PPI rispetto a quella che era stata la DC. Questo, per molti di noi che si erano battuti per un effettivo rinnovamento politico che chiudesse con l’intreccio affari-politica che negli ultimi anni aveva asfissiato la democrazia ad ogni livello, non era un fatto di per sé negativo. Se molti notabili di ieri cambiavano dislocazione finalmente sarebbe potuto nascere il partito che aveva pensato Luigi Sturzo. Negativo era che in molte realtà la situazione rimaneva bloccata in una impasse snervante.
Era il caso di Messina. La vecchia DC non c’era più, il nuovo PPI stentava a sorgere. Fu così che, ancora una volta, auspice Mons. Miccicché, che nel frattempo aveva trasferito la sua residenza abituale all’Arcivescovato di Messina, ma tenendo i contatti anche con l’Arcivescovo Mons.Cannavò, nacque un tavolo di discussioni fra esponenti delle varie organizzazioni cattoliche della Diocesi dalle ACLI, alla Azione Cattolica, a Comunione e Liberazione, allo MCL, alla CISL, all’Agesci, al Meic. Qualche settimana ed il tavolo si trasforma in un movimento dal nome programmatico dei  “Liberi e forti”.
La prima apparizione pubblica a Messina nell’Auditorium della Camera di Commercio è un successo. Inizialmente il movimento si pone il problema del rinnovamento della vita politica anche nella prospettiva delle prossime elezioni per il Parlamento ma non fa una scelta di schieramento anche se è subito chiaro che le preferenze vanno soprattutto al partito di Martinazzoli ed in qualche misura ai Cristiano sociali di Gorrieri. Ma via via che l’esperienza procede si comprende  come la sola strada praticabile è quella di cercare di qualificare la nascita a Messina del Partito Popolare ed anche questa scelta non è indolore perché provoca la fuoriuscita di qualche esponente di Comunione e Liberazione.
Appare subito chiaro che problemi per la mia candidatura nel collegio Milazzo-Lipari non ve ne sono, ma se questa vuole avere una qualche possibilità di successo dovrebbe essere proposta con un accordo di desistenza con i Progressisti. Una ipotesi che viene esplorata ma che si rivela impraticabile. La mia decisione di candidarmi in Sicilia, in un collegio che viene giudicato privo di prospettive, sconcerta molti miei amici di Roma. Sono ancora il Vice Presidente nazionale delle ACLI e posso ambire ad una candidatura in qualche modo “protetta” e dai cristiano-sociali mi giugono offerte in questa direzione che però mi porterebbero lontano da Messina e dalle Eolie vanificando il lavoro di questi anni.
La campagna della primavera del 1994 fu intensa, stressante ma anche appassionante. Lo slogan scelto puntava sulla domanda di novità che era nell’aria e sulla partecipazione: “Il nuovo? La tua, la nostra, l’iniziativa della gente”. Facevo la conoscenza di un mondo che mi era ignoto, muovendomi in ambiente dei quali non avevo pratica alcuna, visitando paesi che scoprivo per la prima volta, bussando a porte senza sapere come venivo accorto. I riferimenti politici tradizionali erano tutti saltati. Il deputato democristiano locale vincitore delle passate elezioni si era schierato col Polo e non riuscivo a comprendere come, paradossalmente fra molta gente lui rappresentava la novità ed io invece la continuità con una politica che era sotto accusa. Ma la novità non era Dalìa, era Berlusconi. E se lì dove il raffronto era più ravvicinato, come nelle Eolie, questo si riusciva a spiegarlo, fuori, invece, risultava più difficile malgrado i comizi, la pubblicità sui giornali, i manifesti, i depliants ed anche qualche raro passaggio sulle televisioni locali. Dalìa non fece comizi, non apparve alla Tv, fece una campagna molto defilata. Da vecchia volpe aveva capito che meno avessero visto il suo volto, più sarebbero state le probabilità di vittoria perché la gente doveva pensare non di votare lui ma Berlusconi. E così fù. Ottenne la maggioranza assoluta nel collegio ma non le Eolie dove invece lo superai pur con  pochi voti di scarto. Nelle Eolie un buon successo l’avevano ottenuto anche i Progressisti .
Fu così che fin dal giorno dopo gli esiti elettorali si cominciò a pensare e parlare a Lipari di una coalizione di centro-sinistra con me candidato a Sindaco. La persona su cui puntare c’era, c’erano i voti, c’era anche un programma ambizioso che era venuto maturando, come si è visto, negli ultimi cinque anni. Anzi si poteva dire che esisteva – anche se ancora “in nuce” - un grande progetto per le Eolie.
 

Note.
Sull'esperienza con gli operatori economici. La manifestazione all’ex cinema Eolo di Lipari si tiene il 5 maggio 1991 alle ore 10 per “continuare il confronto con i cittadini sul futuro e lo sviluppo delle nostre isole”. In quell’occasione è stato presentato anche lo Statuto ed il Programma. Invitato Mons. Miccicché fa pervenire una lettera di auguro e di sostegno. Fra l’aktro nella lettara si legge:” Oggi voi vi scuotete dal torpore che poteva risultare letale, vi ponete con responsabilità davanti ad un futuro incerto e nebuloso, carico di incognite e volete operare da protagonisti e non da trainati, intendete sceglier eil vostro domani, dando una virata alla rotta clientelare, frammentaria, disgregante della politica di questi ultimi anni”.
Sull'elezione del Consiglio Comunale del 1991. L’elezione del Consiglio Comunale avviene il 16 giugno 1991. La lista dello scudo crociato prende 16 consiglieri (la maggioranza sufficiente per governare), gli “andreottiani” sotto il simbolo del “Vascelluzzo” ne ottengono  8. Due vanno alla Rete (Favaloro e Cnicotta), uno il PDS (Maggiore), due “Partecipazione eTrasparenza” (Longo e Fumia), uno il PSI (Cassarà). Il 23 settembre riunione dei due gruppo Dc congiunta col segretario provinciale. Giacomantonio rende pubbliche le dimissioni da capogruppo.. 13 dicembre dimissioni della Giunta Bruno. 24gennaio 1992 elezione della nuova Giunta Bruno con due “andreottiani”. 21 aprile Consiglio Comunale a Ginostra sul problema dello scalo.20 giugno rieletto Giacomantonio capogruppo dopo le dimissioni del settembre 1991. 5-10 luglio la ricomposizione della DC si frantuma in Consiglio Comunale. Giacomantonio ripresenta le dimissioni. Il 14 luglio le ACLI esprimono un giudizio duro sul Consiglio. Prima dello scioglimento perà, sostengono, è bene aspettare la nuova legge elettorale. E’ necessaria una verifica. Il 14 settembre il Sindaco Bruno rimette il mandato alla decisione del gruppo DC. 20-26 settembre , due riunioni del gruppo che discuta e poi approva un documento di critica ed autocritica preparato da Giacomantonio e altri. Il documento è approvato è approvato all’unanimità e Giacomantonio ritira le dimissioni. Il 17 ottobre il gruppo consiliare DC approva all’unanimità il documento programmatico di base della nuova amministrazione e per acclamazione designa a Sindaco il prof. Tommaso Carnevale che accetta con riserva. L’1 novembre Carnevale non riuscendo a comporre la Giunta scioglie negativamente la riserva. Il 16 novembre viene definita una Giunta di transizione, in attesa della nuova legge,  presieduta da Carnevale e tre obiettivi programmatici; lo statuto, il piano regolatore, il riordino dei servizi comunali. Sono le condizioni minime per cui Giacomantonio continua a fare il capo gruppo.  Il 9 gennaio 1993 il Consiglio Comunale approva all’unanimità lo Statuto. .Il 16 marzo Giacomantonio ripresenta le dimissioni. Il 3 aprire nella riunione di gruppo Giacomantonio propone una giunta di solidarietà comunale a termine (8 mesi) che viene ignorata. Il 20 aprile Giacomantonio invia una lettera al Sindaco Carnevale in cui afferma che le dimissioni sono ineluttabili ma non vuole renderle pubbliche immediatamente per non intralciare il lavoro sul PRG che sta procedendo positivamente. Il 23 aprile i progettisti presentano lo schema di massima del PRG e fra il 29 e il 30 maggio si svolgono ben cinque assemblee per la sua verifica con la popolazione. 17 giugno, un Consiglio Comunale di sconto durissimo sullo schema di massima. Il 28 luglio i tre aclisti (Giacomantonio, Paino e Saltalamacchia) abbandonano il gruppo DC e costituiscono ufficialmente il gruppo ACLI in Consiglio.Il 3 ottobre il Consiglio Comunale approva la delibera quadro relativa alle modifiche dello schema di mssima del PRG. E’ una riunione infuocata che si conclude con le dimissioni da Sindaco di Carnevale. 23 novembre, firmato il protocollo di intesa per il rinnovo del contratto di lavoro del settore pomice. 27 novembre, viene eletta una nuova amministrazione con Sindaco l’avv. Emanuele Carnevale. L’1 dicembre Carnevale viene arrestato con grande clamore per motivazioni che riguardano la sua professione forense ( e che in seguito si riveleranno infondate). Il fatto crea grande impressioni e sono in molti anche dentro la DC a chiedere le sue dimissioni. Il 20 dicembre, Giacomantonio, Paino e Saltalamacchia presentano le dimissioni da Consiglieri comunali Il 22 i dimissionari salgono a 12. Il 24 il loro numero è salito a 17 e quindi il Consiglio è di fatto decaduto.
Su Questeolie. Gli incontri per la progettazione di Questreolie cominciano il 14 marzo e l’11 aprile esce il primo numero che porta come sottotitolo “ Il giornale della gente”. Alla sua presentazione ufficiale presso il Centro Studi intervengono Giacomantonio, il prof. Marcello Saija, la prof.ssa Santina Giambò e Mons. Francesco Miccicché. Il 20 luglio viene ufficalizzato il progetto turistico “Natale alle Eolie” che avrà una buona accoglienza da parte della Regione ed il piano disinteresse dell’Amministrazione comunale. A fine gennaio del 1994, dopo 17 numeri, il giornale sospende le pubblicazioni. Indicativi alcuni titoli del mensile: “Emergenza alle Eolie”, “Attendendo il Piano Regolatore”, “Palazzetto dello sport addio”, “Come difendere Ginostra”, “Che fare per le terme di San Calogero?”, “Acquacalda aspetta il museo della pomice”, “Per il Parco delle Eolie”, “Vulcano: la risorsa dei fanghi”, “C’è un futuro per la pomice?”, “Valorizziamo il Caolino”, “A proposito di aliscafi”, “Cronache del Palazzo: fra marescialli e gattopardi”, “Turismo d’inverno”, “Una ipotesi: l’acquacoltura”, “La ‘carta’ di Lipari”, “Spostare gli aliscafi. Si, ma…”, “IL caos di via Balestrieri”, “Il turismo va organizzato”, “Salviamo la torre di Mendolita”, “Settanta incendi a Lipari”, “Pensando a nuovi indirizzi scolastici”, ”Anche le sorgenti sono risorse”, “Vivere le Eolie da universitari”, “Rifiuti e …stili di vita”, “L’agricoltura del nostro futuro”, “I giovani e il ‘nuovo possibile’ “, “La pesca, una carta vincente”, Lavorare la ceramica a Lipari”, “La biblioteca dei Cappuccini”, “Per non morire di immondizia”, “Eolie al femminile”, “La tragedia dell’Italpomice”, “Viaggio nel disagio sociale: inquilini del cimitero”, “Se il turismo va in crisi..”, “Il nodo dell’abusivismo”, “San Calogero: che fare?”, “Un centro sociale come casa dei giovani”, “PRG in dirittura d’arrivo?”, “Emergenza ambiente”, “Quelle spiagge non più bianche”, “Nel turismo il futuro di Acquacalda”, “Pumex: nulla di nuovo”. “Quella domanda di verde”, “La gente discute il Piano”, “Volontari per l’ambiente”, “Amare i poveri a Lipari”, “Per la pomice agosto di fuoco”, “Scoperto un nuovo tesoro archeologico”, “Tutti a mare con ordine”, “Evitare ora la crisi per votare a primavera”, “Braccio di ferro per l’Italpomice”, “Anche per lo smaltimento dei rifiuti occorre managerialità”, “Quando i vicoli si animano”, “Una alleanza per cambiare”, “Obiettivo: una stagione di sette-otto mesi”, “Giuseppe Sinopoli si racconta”, “Valorizziamo il centro storico”, “Quel torrente Calandra è una minaccia”, “La biblioteca come motore culturale della comunità”, “Il lungo inverno dei giovani”.
Sulle politiche del 1994. Nelle Eolie contando anche i voti di Salina, superai Dalia di qualche decina di voti, nelle isole del Comune di Lipari invece Dalia (polo) ottenne 2499 voti, Amendolia (Progressisti) 1130 ed io (Patto per l’Italia) 2489. L’importanza di questo voto risalta ancora di più se si verificano i voti dei partiti al proporzionale. Mentre la somma del PPI e del Patto per l’Italia che erano i due maggiori partiti di centro raggiungevano a malapena 1306 voti quindi oltre mille voti sotto quelli da me conquistati, Forza Italia da sola (senza contare il Movimento sociale e il CCD) vantava 2606 voti e cioè oltre cento in più di quelli andati a Dalia. Grosso modo si può dire che ci furono circa 1000 elettori che nelle Eolie scelsero me al maggioritario ed i partiti del Polo al proporzionale.

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