I normanni alle Eolie

I normanni in Sicilia

Chi erano i Normanni[1]? Letteralmente la parola significa “uomini del Nord” ed erano un misto di popolazioni della Scandinavia, insediati in Danimarca, in Norvegia ed in Svezia, di origine germanica dotati di una propria cultura ed abituati a navigare nel mar Baltico nel mare del Nord, anche se la maggior parte di essi non erano navigatori ma contadini.

Normanni è quindi il nome collettivo di varie popolazioni scandinave, che compirono imprese diverse tra il IX e il XII secolo. La cultura normanna, come quella di molti altri popoli migratori, era particolarmente versatile e aperta al nuovo. Per un certo periodo, questa caratteristica li portò a occupare territori  europei tra loro eterogenei. Dopo l'insediamento in Normandia nel 910, nell'XI secolo  si riversarono in Inghilterra, in Francia  e nell'Italia Meridionale. In Italia i Normanni si accordarono con il Papa a cui davano sicurezza nella vertenza delle investiture con l’imperatore in cambio della legittimazione delle loro conquiste. Proprio nel 1059 a Melfi si perfezionava questo accordo e Nicolò II riconosceva Roberto il Guiscardo vassallo della Santa Sede nominandolo, di diritto ancora prima che di fatto, “Duca di Puglia e di Calabria per grazia di Dio e di San Pietro e, con il loro aiuto, futuro Duca di Sicilia”. In cambio Roberto giurava di sostenere la Santa Romana Chiesa ovunque ce ne fosse stato bisogno.

Ma la meta più ambita dei due Altavilla era la Sicilia a cui guardavano anche incalzati dal papa che auspicava la cacciata degli Arabi e il ritorno dell’isola in seno alla Chiesa di Roma. “In Sicilia, infatti, dopo cinque secoli di dominazione bizantina e musulmana, il rito latino era praticamente inesistente e con i Normanni si presentava al papato l'occasione propizia per rinnovare le rivendicazioni della Chiesa Romana e per avviare la riorganizzazione del proprio clero e la progressiva reintroduzione della giurisdizione romana, attraverso delicate fasi dirette alla ripresa dell'opera di riforma ecclesiastica”[2].

Alla conquista della Sicilia si dedicò soprattutto il fratello minore di Roberto , Ruggero che nel 1059 conquistò Reggio e due anni dopo Messina e la Val Demone dove sopravviveva il cristianesimo greco. Nel 1062 Ruggero reclamò ed ottenne dal fratello la sovranità della parte inferiore della Calabria e piazzò il suo quartiere militare a Mileto.  Mileto era una piazzaforte strategica nella prospettiva della conquista della Sicilia e proprio da lì pose gli occhi sull’arcipelago eoliano e ne valutò l’importanza per il suo progetto.

 

I normanni a Lipari

 

Nel 1081 Roberto lo aveva nominato Conte di Sicilia - Ruggero si fece chiamar però “Gran Conte”-, gli assegnò i pieni poteri sull’isola riservando a sé, oltre i diritti sovrani, metà di Palermo, metà di Messina e l’intero Val Demone, comprese dunque le Isole Eolie. Ma era una riserva formale giacchè gli interessi di Roberto si spostavano sull’altro versante dell’Adriatico, verso l’Albania e la Grecia dove la morte lo colse nel 1085.

Spirito geloso della propria autonomia Ruggero visse un rapporto col papato molto dialettico, con forti momenti di tensione ma senza arrivare mai nemmeno a sfiorare una rottura. Sembra ormai una tesi consolidata e largamente condivisa fra gli studiosi, “il riconoscimento della costante identità di vedute tra Ruggero I e Urbano II, che avrebbero operato senza alcuna divergenza essenziale(...). [Il] giuramento prestato da Ruggero a Melfi, con cui egli si impegnava sostanzialmente alla promozione ed alla salvaguardia degli interessi della Chiesa cattolica, costituisce il cardine attorno al quale si muove la politica del tempo“[3]. Il punto più alto di questo patto, almeno nella prospettiva di Ruggero, fu la concessione dell'Apostolica Legazia con cui Urbano II, nella bolla di Salerno del 1098, attribuiva ufficialmente a Ruggero d'Altavilla il diritto alle nomine episcopali in Calabria e Sicilia[4].

Urbano II

L’obiettivo che si era prefissato il Gran Conte era l’unificazione stabile della Sicilia incentrata su una sovranità autorevole.  L’apertura di Diocesi e di monasteri latini aveva un ruolo ben preciso in questa strategia perché servivano a ripopolare zone disabitate, a rilanciare la coltivazione delle terre e quindi a fondare la propria sovranità. “Cristianizzazione e recupero in chiave economica del territorio sono pertanto due strade che i primi Altavilla percorsero in modo talvolta autonomo, sebbene esse finiscano col confluire in un unico disegno e per costituire, come un blocco omogeneo e inscindibile, la base del potere politico della signoria normanna”[5].

Così Ruggero non si fece scrupolo di perseguire questi due obiettivi – pure quando si trattava di decisioni di carattere ecclesiastico - senza la debita autorizzazione pontificia, ponendo a capo delle diocesi vescovi di propria fiducia. Fu il caso – nel 1080 -dell’istituzione della prima sede episcopale a Troina, affidandogli tutto il territorio della Val Demone che avrebbe dovuto far capo a Messina, nominandovi vescovo un proprio parente, il cognato Roberto.  Papa  Gregorio VII se ne risentì in un primo momento ma poi  fece buon viso a cattivo gioco e riconobbe diocesi e vescovo affermando però che un fatto del genere non avrebbe più dovuto ripetersi per il futuro. Ma Ruggero non se ne diede per inteso e nel 1083 chiamò Alcherio a reggere l’arcivescovado di Palermo.

L’impegno a promuovere una chiesa latina  non  impedì a Ruggero di curare fra l’altro la riattivazione dei monasteri greco-bizantini che trovò in Sicilia. E questo  sia per spirito di tolleranza religiosa  e nella strategia di recupero del territorio ad attività produttive, ma forse anche  per lanciare al Papa un velato avvertimento che in caso di sua indisponibilità a sostenerlo c’era sempre … il Patriarcato di Costantinopoli.

In questo “amichevole” braccio di ferro col Papa rientrarono anche l’apertura dei nuovi monasteri. Ne eresse quattro di sana pianta affidandoli ai benedettini: Lipari, Catania, Patti e Santa Maria de Scalis a Messina. Il primo monastero in assoluto Ruggero lo volle costituire a Lipari: lo intitolò a San Bartolomeo e vi prepose l’abate Ambrogio[6].



[1]              D. Matthew, I normanni in Italia, Milano 2009.;John Julius Norwich, I normanni nel Sud, Milano 1971.

[2]              L. Catalioto, Il Vescovato di Lipari-Patti, op.cit. Pag.31.

[3]              L. Catalioto, Il Vescovato di Lipari-Patti..., op.cit. Pag. 44.

[4]              L.Catalioto, op.cit., pag. 29. G. Iacolino, op.cit. Pag. 82-84. Dice Iacolino: “Il concetto di Legazia Apostolica si affermerà con maggiore consapevolezza tra i secoli XIV e XV e assumerà forme più decise di invadenza a cominciare dal Cinquecento. Per tutto il corso del Sei e del Settecento, la Diocesi di Lipari, dai pontefici dichiarata “immediatamente soggetta alla Santa Sede”, diverrà il terreno di scontro tra i sovrani di Sicilia, che sosterranno le loro prerogative anche sulla Chiesa Liparitana, e i papi, che le osteggeranno. E sarà allora che la vicenda registrerà i suoi momenti di più drammatica conflittualità “(pag.84).

[5]              Idem, pag. 44.

[6]              G. Iacolino, Le isole Eolie... Dalla riforndazione..., op.cit., pagg 24 2 ss. Questo volume ci ha fatto da guida costante, pur negli approfondimenti con altri testi, alla stesura di questo capitolo.

 

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