I vescovi di Lipari al tempo di Federico

I vescovi Anselmo e Giacomo Amalfitano

Papa Innocenzo III incontra una delegazione mussulmana

Il fatto che alla morte di Stefano si tardò ad eleggere il nuovo vescovo potrebbe essere dovuto alle incertezze legate al diritto di nomina conteso e discusso fra il re (o chi per lui giacchè Federico aveva ancora dodici anni) ed il Papa. Proprio nel 1206, fra marzo e dicembre, Innocenzo III fu sollecitato dal suo notaio pontificio Filippo a destinare in una sede della Calabria (Mileto o Sant’Eufemia) o della Sicilia ( la diocesi di Lipari-Patti) l’abate di San Lorenzo di Aversa, dotato di buone doti diplomatiche,  per sostenere, nel regno di Federico, la politica papale; sempre in quell’anno, nel nome di Federico, si staccava dalla diocesi la Chiesa di S. Lucia del Mela col suo territorio a favore di un cappellano di corte.

Comunque a cavallo fra il 1206 ed il 1207 i capitoli conventuali di Lipari e Patti rompono gli indugi ed eleggono abate e vescovo Anselmo, monaco benedettino che probabilmente proveniva da un convento di Catania. Dell’operato di Anselmo si conoscono poche cose fra cui un viaggio ad Augusta, in Germania, nell’aprile del 121in compagnia dell’Arcivescovo Berardo di Palermo probabilmente per incontrare Federico che, in quel tempo, vi soggiornava e probabilmente, sempre con Berardo, lo stesso anno partecipò al Concilio Laterano IV dove incontrarono San Domenico[1]. Invece, realisticamente, senza fondamento sono le voci che vogliono il vescovo Anselmo amico, oltre che ammiratore, di S. Antonio da Padova in quanto Anselmo morì fra il maggio del 1216 ed il giugno del 1219 mentre S. Antonio non venne in Italia prima del 1221[2].

Ad  Anselmo dovette succedere Giacomo Amalfitano meglio conosciuto come Giacomo di Capua. Divenne vescovo di Lipari-Patti fra il 1219 ed il 1221 e conservò il titolo fino al 1227 quando Onorio III lo nominò vescovo di Capua. Fu il primo vescovo della Diocesi non benedettino e probabilmente aveva precedentemente ricoperto l’incarico di notaio reale. Durante il suo episcopato Giacomo visitò Lipari forse un paio di volte e non molto più tempo dedicò a Patti visto che gli incarichi politici che Federico gli affidava lo portavano spesso in giro per il mondo lasciando la diocesi in mano ai due capitoli.  Ma i suoi meriti diplomatici  furono riconosciuti anche da papa Onorio che volle ascoltarlo per cercare di venire a capo del contenzioso  con Federico che non transigeva sul fatto che solo a lui spettasse la scelta dei vescovi   nell’ambito del suo Regno. Durante il  vescovato di Giacomo si ha la fondazione a Patti del primo convento francescano che la  tradizione vuole essere avvenuta fra il 1222-1223 e la attribuisce a S. Antonio da Padova[3].

A Giacomo Amalfitano seguono due presuli eletti e non consacrati probabilmente perché la loro nomina fu voluta dall’imperatore senza accordo col papa. Si tratta di Pagano, forse monaco benedettino, che governò dopo il marzo del 1227 fino a 1232 quando probabilmente morì e di Gregorio Mustaccio. Di Pagano si ricorda solo che curò con molto impegno l’integrità del patrimonio e il rispetto dei privilegi della sua chiesa tanto che nel 1229 è a Sora, nei pressi di Frosinone, dove Federico era impegnato in scontri con le truppe di papa Gregorio, e proprio lì ottiene dal re un diploma che confermava ,appunto, beni e privilegi. Gregorio Mustaccio era quel cappellano di corte a favore del quale e nel nome di Federico, nel 1206, era stato scorporata, dalla diocesi di Lipari-Patti, la Chiesa di S. Lucia. Ora Federico, alla morte di Pagano, lo nomina vescovo ma il papa si rifiuta di confermarlo e gli contrappone il suddiacono della curia romana e notaio Pandolfo, nato a Rieti, che si era impegnato in molte missioni a favore del papa ed allo stesso tempo però era anche stimato dall’imperatore. Il risultato fu che Federico accettò Pandolfo ma scorporò nuovamente S.Lucia dalla diocesi, riaffidandola a Mustaccio. Così Mustaccio sarà vescovo “eletto” di Lipari-Patti solo per il 1232-1233[4].

 

Pandolfo e Filippo

 

Pandolfo governerà la diocesi dal 1234 o 1235 fino al 22 marzo del 1246 come risulta dall’atto notarile relativo allo “spoglio”dei beni e dei crediti da lui lasciati e che venivano requisiti a favore della Camera Imperiale, e di cui parleremo fra poco. Governerà in un periodo turbolento in cui si riacutizza lo scontro fra l’imperatore ed il papa ed in cui eserciterà tutta la sua abilità diplomatica per rimanere al tempo stesso fedelissimo sia al papa che al re. Del suo impegno sul territorio possiamo arguire da quanto è detto nel verbale notarile e cioè che l’ammontare delle decime percepite dalle isole doveva essere elevato, che le isole erano quasi tutte abitate o meglio frequentate da contadini e cacciatori, che probabilmente – proprio per questo - il vescovo adottò, forse lui per la prima volta, il sistema dell’appalto per la riscossione dei tributi ricorrendo a gabellieri.[5]

Innocenzo III

A Pandolfo successe fra il 1246 e il 1247 il vescovo Filippo che governò fino a maggio del 1255, quando la morte lo colse qualche settimana dopo che il papa Alessandro IV, che non l’aveva mai riconosciuto, aveva nominato il suo sostituto. Ad attirare su Filippo i fulmini della Santa Sede, di Innocenzo IV prima e di  Alessandro IV dopo, fu l’eccessivo attaccamento di questi alla causa sveva e dell’impero – non dimentichiamo che il vescovo Filippo sarà nella delegazione dell’imperatore che trattò col papa e sarà ancora lui che celebrerà le esequie di Federico nella cattedrale di Patti - ma è certamente infondata l’accusa che, dopo morto, gli rivolse il pontefice di avere dilapidato molti beni della sua chiesa. Anzi – dai pochi documenti che sono giunti a noi relativi al suo vescovato – risulta  un suo impegno costante nella difesa del patrimonio e una scrupolosa diligenza nel curare gli interessi della giustizia e dell’amministrazione. Comunque il conflitto fra Filippo e la Santa Sede portò il papa Innocenzo ad emettere  il 5 gennaio del 1254  una bolla rivolta al capitolo di Patti dove, ignorando completamente la nomina di Filippo, parla di prolungata vacanza della Diocesi e notifica la nomina del domenicano Bartolomeo da Lentini, che viveva nel convento di Anagni ed era un professore. Si trattava di una nomina che non poteva avere esecuzione pratica ma serviva a segnalare che la Santa Sede non aveva dimenticato i suoi diritti sulla Sicilia. D’altronde che questo fosse il senso della bolla lo dimostrava il fatto che il 6 ottobre dello stesso anno, papa Innocenzo affida proprio a Filippo, insieme al vescovo Gregorio di Siracusa, l’incarico di intervenire in una difficile situazione diocesana. Ma sul finire sempre del 1254 a Messina e nel messinese investendo anche il territorio di Patti, esplode la ribellione contro il dispotismo e l’ambiguità della politica del conte Pietro Ruffo che porta alla creazione di una repubblica autonoma che vede in Filippo un deciso fautore. La cosa non piacque alla Santa Sede che nel gennaio del 1255 riprese in considerazione la consacrazione di Bartolomeo da Lentini che ormai da un anno era stato designato vescovo di Lipari-Patti, dall’altra  chiede a Filippo di presentarsi a Roma il 21 marzo per esporre le sue ragioni. Filippo non rispettò l’appuntamento – probabilmente giudicandolo inutile - e papa Alessandro  ruppe ogni indugio: il 17 aprile comunicò al popolo della diocesi di avere consacrato il nuovo vescovo in sostituzione di Filippo definito “pseudo-vescovo”. Filippo non aveva nessuna volontà di arrendersi ma penserà la sua morte a risolvere questa intricata situazione.

Tomba di Federico II nella Cattedrale di Palermo



[1] G.. Iacolino, Le Isole Eolie…, vol. II, op.cit. pgg. 200-204.

[2] Idem, pag. 203.

[3] Idem, pag.227 e ss.

[4] Idem, pag. 237 e ss.

[5] Idem, pag. 243 e ss.

 

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