Il confino politico del fascismo a Lipari con i più importanti oppositori del regime

Il governo pensava ad un confino politico 

1913. Raduno di anarchici e coatti al Castello. E' Pentecoste e sta parlando il pastore evangelico Renzi.

Era vero che il Governo pensava a Lipari come luogo di detenzione. Ma non per i delinquenti comuni come era avvenuto per lo più nel passato. Questa volte si aveva in mente un confino tutto politico sulla base del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza che sarà promulgato il 6 novembre 1926[1]. E’ l’articolo 184 che recita: “Possono essere assegnati al confino di polizia, con l’obbligo del lavoro, qualora siano pericolosi alla sicurezza pubblica: 1. gli ammoniti; 2. coloro che abbiano commesso, o manifestato il deliberato proposito di commettere, atti diretti a sovvertire violentemente  gli ordinamenti nazionali, sociali o economici, costituiti nello Stato e menomarne la sicurezza.

Le forme della detenzione sono, grosso modo, quelle che vigevano per i coatti. Si veniva alloggiati al Castello in delle camerate, sotto la rigida sorveglianza della polizia e della milizia fascista. Per i primi anni le camerate dovettero essere quelle stesse dei coatti sistemate in qualche modo soprattutto dopo la sommossa del 1926. Nel 1927 cominciarono i lavori per creare al Castello – fra la vecchia porta di ingresso e la Cattedrale – due grossi, esteticamente orribili casermoni, oggi occupati dal Museo archeologico. I lavori furono completati nel 1930 e i due edifici furono dedicati uno ai militi fascisti e l’altro ai confinati[2].

Al mattino non si poteva abbandonare il Castello prima di aver risposto all’appello ed aver incassato la “mazzetta” come era chiamata la piccola paga giornaliera di dieci lire. Alla sera si doveva rientrare entro le 19 d’inverno e la 21 d’estate. Era permesso circolare liberamente per il paese, non si poteva però superare una ben determinata linea di demarcazione che circondava il centro abitato e che era controllata in continuazione dalla milizia fascista. Il mare era sorvegliato da motoscafi armati di mitragliatrici.

Era anche permesso prendere in affitto un alloggio nell’abitato dentro la cerchia di vigilanza. Ed era questa la scelta che facevano praticamente tutti. “Anche i più poveri – annoterà Emilio Lussu -  si sottopongono ad ogni privazione pur di vivere in una propria cameretta, sia pure squallida…La quasi totalità dei deportati provvede con questa somma [dieci lire] al vitto, l’alloggio, agli abiti, alla luce, all’acqua; l’acqua in estate manca nell’isola, e vi viene portata con navi cisterne. Pochi sono quelli che possono trovare lavoro sul posto:qualche meccanico,elettricista, sarto, calzolaio o muratore. Un centinaio ha ottenuto la facoltà di far vivere con sé moglie e figli: tutti campano sulle dieci lire del capo famiglia[3]”.

Il confinato – racconta Jaurés Busoni – che arrivava veniva munito di carta di permanenza, consistente in un libretto da portare sempre con sé e dove venivano scritti eventuali permessi. I confinati potevano affittare appartamenti o camere dietro permesso rilasciato dal comando di Polizia; rispettando però gli orari di uscita e di ritirata come gli altri. Chi otteneva questo permesso doveva lasciare sempre la porta di casa aperta per permettere alla Polizia di compiere controlli a qualunque ora del giorno e della notte, senza chiedere permessi a nessuno”[4].

All’inizio, sul finire del 1926, sono poche decine, ma nella primavera del 1927 già sono più di 200. Le risse non mancano e le punizioni anche. Fin dai primi mesi vengono denunciati gli  abusi, le provocazioni, le negligenze.

Francesco Fausto Nitti, un modesto impiegato di banca, serio, riservato, desideroso di anonimato, alla morte di Matteotti avverte una forte indignazione morale ed entra in contatto con la vedova Matteotti e il mondo dell’antifascismo. E’ condannato al confino sul finire del 1926 e nel marzo del 1927 giunge a Lipari.

“Sbarcammo nel centro del paese, ove si trova il porto, sotto la massa oscura e imponente del vecchio castello. Condotti alla direzione e subite le solite formalità, fummo lasciati liberi.

Nei primi giorni della mia vita liparese, abitai in una camera d’albergo . Era uno dei tre modestissimi alberghi che Lipari offre ai viaggiatori. Poco dopo lasciai l’albergo ed alloggiai in una vecchia casa del vicolo Sparviero, una viuzza stretta, male acciottolata e quasi sempre sporca…

La mia pena, la mia sofferenza aumentarono ogni giorno: cercavo di occupare il mio tempo, leggevo, studiavo, davo qualche lezione a un gruppo di deportati, bravi operai desiderosi di apprendere. Ma la mia vita era sempre più triste e vuota. Spesso, seduto al mio tavolo, con un libro aperto davanti, mi sforzavo a leggere e non ci riuscivo… Il libro era aperto là, innanzi a me, ma il mio pensiero era lontano, infinitamente lontano, né mi riesciva dominarlo. Esso correva verso una meta agognata, desiderata, sospirata: la libertà[5]

 

Lipari lè la principale colonia di confine

 

Nel corso del 1927 Lipari diventa la principale colonia di confino degli oppositori del regime. I confinati diventano cinquecento provenienti da ogni parte d’Italia, di tutti i partiti, di tutte le classi sociali. Personaggi illustri e meno illustri. Saranno confinati a Lipari Domizio Torrigiani gran maestro della massoneria, Ferruccio Parri che presiederà il primo governo della liberazione,lo scrittore Jaurés Busoni, e i protagonisti della fuga Rosselli, Nitti e Lussu. Nella piccola cittadina, nel microcosmo della colonia, si riflettevano tutte le contraddizioni della società italiana, le differenze di classe, i contrasti ideologici, le gelosie regionalistiche ma anche la voglia di discutere, di condividere le esperienze della tavola, della cultura e dell’amicizia[6].

  

A sinistra Domizio Torrigiani e a destra Ferruccio Parri

Vi erano anche agenti provocatori in veste di deportati politici. Si dicevano “fascisti dissidenti”. “Erano individui loschi e pericolosi – scrive Nitti - , pronti a tutto, desiderosi di riguadagnare la stima e la simpatia di quei capi del fascismo che, dopo averli usati nelle peggiori azioni, li avevano gettati come avanzi nelle isole”.Vi erano  circa cinquecento fra carabinieri, agenti di PS, militi fascisti, guardie di finanza ed equipaggi di motoscafi della marina incaricati della sorveglianza costiera.

Per sopravvivere e potere mandare qualcosa alle famiglie rimaste a casa i confinati si industriano come possono. Vi è persino chi fabbrica krapfen e li vende per le strade di Lipari su un improvvisato vassoio appeso al collo.

Il momento più atteso era quello della distribuzione della posta che veniva sottoposta a controllo dalla Questura e, se ritenuta del tutto innocente, le veniva apposto sopra un timbro con scritto “Verificato per censura”. Ma bastava una frase, una parola sospetta che la corrispondenza, in arrivo o in partenza, veniva sequestrata oppure cancellata con china. La distribuzione della posta avveniva al castello presso la caserma della milizia e veniva fatta da un poliziotto. “Con quale animo – commenta Nitti – tutti noi ci recavamo a quella distribuzione! E come tristi scendevamo dal Castello quando non ricevevamo nulla!”.

I confinati erano avidi di notizie,  sia da casa ma anche degli eventi italiani ed internazionali. E siccome dei giornali non si poteva fare conto perché erano tutti asserviti al regime  come unica fonte erano gli stessi deportati politici, “Quelli che giungevano ci portavano le ultime notizie – racconta Nitti – il resoconto degli ultimi avvenimenti, non già deformati dalla censura fascista e falsati dai giornali, ma la verità autentica. In una piccola isola sperduta noi avevamo un vero ufficio di informazioni. Le notizie che ci venivano da ogni parte erano vagliate, confrontate, esaminate”.

“Recarsi a veder giungere il piroscafo – è sempre Nitti che racconta -  era una delle occupazioni nostre più importanti. Era anche un avvenimento, oltre che un’occupazione. Alle 11  circa arrivava l’Adele o l’Etrna: i due piroscafi che a turno facevano il quotidiano viaggio Milazzo- Lipari. Molti di noi erano accalcati agli sbocchi delle strade nella piazzetta del porto. Non potevamo avvicinarci al porto oltre un certo limite, durante le operazioni di sbarco. Ma anche da lontano vedevamo l’arrivo della nave, le barche che si recavano intorno, prima tra le quali quella della polizia con un brigadiere, degli agenti, uno dei carabinieri e due poliziotti. Quegli uomini salivano a bordo del piroscafo per primi, si ponevano presso la scaletta e verificavano le carte di tutti coloro che desideravano scendere”.

 

I confinati aprono una scuola e una biblioteca

Approfittando del fatto che al confino ci sono diversi uomini di cultura e di ingegno i confinati chiedono il permesso alla direzione ed aprono una scuola ed una biblioteca per i deportati e per i loro figlioli. “Avevamo organizzato – aggiunge Nitti -  corsi di istruzione elementare e secondaria, di lingua inglese, francese, tedesca e spagnola, di storia di matematica, di fisica, di disegno. Il Gran Maestro della Massoneria, Torregiani, aveva accettato di tenere un corso di letteratura italiana, io ebbi un corso di storia. Avevamo un vasto locale, preso in fitto con la contribuzione di tutti, e lo avevamo diviso in classi, facendo costruire da alcuni deportati del mestiere,cattedre, panche, lavagne. Ricordo che la mia classe era composta di circa cinquanta operai pieni di zelo e che facevano molto profitto delle mie lezioni”. Ma l’esperienza dovette cessare perché un confinato, per acquisire meriti presso la direzione della colonia, affermò che la scuola serviva a mascherare la propaganda politica.

Progetti di fuga ed azioni di provocazione da parte di finti deportati si intrecciano e si moltiplicano . Un primo progetto di fuga che doveva avvenire la notte di Natale del 1927 fallisce perché proprio alcune settimana prima  scatta una grande retata dietro denuncia di un agente provocatore che sostiene che a Lipari si stava tramando per fare cadere il regime.

  

Emilio Lussu in alto e Carlo Rosselli sopra.

Si avvicinava – racconta Lussu – il Natale del 1927. La colonia si preparava a celebrare la festa. Erano pronti gli alberi e i doni per i bambini dei nostri compagni. Quando ecco arrivare nella notte , una nave da guerra. Sorpresa generale per il fatto straordinario. Scesero 200 carabinieri, militi, ufficiali, commissari, ispettori e il Procuratore del Re presso il Tribunale Speciale. Duecentocinquanta confinati furono arrestati nella notte e condotti al Castello. Il giorno dopo la città sembrava in stato d’assedio. Gli arrestati furono interrogati il giorno successivo. A notte tarda 200 di essi furono messi in libertà. Solo allora il mistero si chiarì. Si trattava di un ‘complotto’ contro la sicurezza dello Stato miracolosamente sventato. Quattrocento deportati politici, in un’isola così vigilata,  mettevano in pericolo l’autorità dello Stato!. I cinquanta e più indiziati furono  imbarcati, all’indomani, sulla stessa nave da guerra. Squadre di ammanettati, tenuti uniti tra di loro con lunghe catene, sfilarono per la città. Agli altri deportati era vietato assistere alla partenza e avvicinarsi alle banchine. Ma l’ambiente era elettrizzato. Tutti i confinati si ribellarono al divieto e si riversarono sulla banchina. I cordoni armati furono impotenti a respingerli. Era la prima rivolta collettiva contro un ordine superiore. In seguito a questi arresti, furono fatte chiudere le trattorie cooperative che i deportati si erano organizzate per risparmiare sul vitto, i piccoli clubs sportivi. La vita divenne più pesante.

A fine dicembre del 1927 giunge al confino di Lipari un altro ospite illustre: Carlo Rosselli[7]che arrivava con la fama di chi aveva organizzato la fuga di Turati in Francia . La descrizione che egli fa di Lipari in una lettera alla madre  del 31 dicembre è lusinghiera.” Non ci sono possibilità di confronti fra Ustica e Lipari per quanto attiene la vita materiale. Già questa è una cittadina ricca e pulita con due grandi strade lastricate. Si trova di tutto. Quattro farmacie, salumerie ( ce n’è una bellissima e fornitissima), macellerie, orologerie, bazar, negozio di mobili ec. Insomma un vero Eden per chi ricorda Ustica Petrosa[8].

Meno lusinghieri sono gli interrogativi che si pone suoi costumi e la religiosità di questo popolo. “E’ incredibile – scrive in una lettera alla madre il 22 agosto del 1928 – il numero delle feste e conseguenti processioni in questi paesi. Non meno del doppio del normale. Strano che non se ne stufino; giacché sono sempre eguali e soprattutto sono sempre i medesimi a doversi vestire, incolonnare, camminare per ore ed ore. E’ evidente che c’è qualcosa della psiche locale che ci sfugge. Un qualcosa che non è vero profondo sentimento religioso: forse un misto di superstizione, estetismo grossolano, solidarietà paesana, amor di tradizione. Tant’è vero che anche persone evidentemente incredule e miscredenti si guardano bene dal mancare a queste cerimonie ufficiali del clan[9].



[1] Per la redazione di questo paragrafo abbiamo fatto riferimento soprattutto a L. Di Vito e M. Gialdoni, Lipari 1929. Fuga dal confino, Bari, 2009.

[2] G.Iacolino, Strade che vai, op. cit., pag. 174.

[3] Idem, pag.8. Le frasi sono riportate da Emilio Lussu, Memoria di Lipari, in “Archivio sardo del movimento operaio, contadino e autonomistico” quaderno 8/10, 1977.

[4] J. Busoni, Confinati a Lipari, Milano, 1980.

[5] E. Lussu, op. cit.

[6] L. Di Vito e M. Gialdroni, Lipari 1929, op. cit., pag.13.

[7]  Carlo Rosselli. Appena trentenne aveva insegnato economia politica all’Istituto Superiore di Firenze. Aveva aderito al socialismo subito dopo la morte di Matteotti e con Ernesto Rossi aveva creato a Firenze il periodico clandestino “Non mollare”.Aveva organizzato l’espatrio clandestino in Francia del capo del socialismo italiano Filippo Turati.

[8] L. Di Vito e M. Gialdroni, Lipari 1929, op. cit. pag. 67.

[9] Idem, pag.123.

 

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