Il conflitto fra Vescovado e Comune

A Lipaeri si segnala un recupero di cultura

Quello che un tempo era l'ex Ospedale dell'Annunziata

Circa il deperimento delle funzioni del vescovo abbiamo già fatto cenno all’assistenza ed alla beneficenza che divengono di competenza comunale[1]. Lo stesso bisogna dire per l’istruzione pubblica. Così nel 1862 a Lipari si istituiscono le prime scuole elementari  e nel giro di un quindicennio l’istruzione primaria raggiunge le isole minori[2]. Nel convento dei Minori sopra la Civita - quando questo diventa l’edificio delle scuole liparesi - vengono programmate, all’inizio degli anni 70, anche delle cattedre supplementari per diversi insegnamenti specifici: una “ scuola di lingua italiana, lingua latina, letteratura italiana e letteratura latina”; una “scuola d’istruzione letteraria lingua francese e disegno”, una “scuola di aritmetica e contabilità” e “una scuola d’algebra e geometria”. Sopra la Civita viene chiamata così Piazza degli studi e la stradina che dalla Civita porta Sottomonastero, l’attuale salita Meligunis, viene chiamata salita degli Studi.

Sul finire del secolo nella città di Lipari almeno la metà della popolazione poteva dirsi alfabetizzata. Scolari e studenti ammontavano ad oltre 1200. Le tre classi del ginnasio inferiore, istituito verso il 1888, accoglievano una trentina di allievi. Fu nel 1893 che il Comune volle impiantare anche le classi superiori del Ginnasio ma l’esperimento non ebbe successo  e venne soppresso nel giro di un decennio. Poi, nel 1906 si opterà per la creazione di una scuola tecnica destinata a durare più a lungo. Non bisogna trascurare che a Lipari, in quegli anni, operavano tre biblioteche e quella del Seminario era aperta al pubblico.

Negli anni 80 si sviluppano movimenti di solidarietà fra lavoratori e piccoli borghesi come la “Società operaia di mutuo soccorso sussidiata dal Municipio per mantenimento di una scuola elementare serale pei figli dei soci[3]” e una “società cooperativa tra gli esercenti di arti e mestieri”. Vengono rifatti, per iniziativa dell’avv. Rosario Rodriquez, gli ospedali di S. Bartolomeo e dell’Annunziata[4]

Fra il 1890 e il 1905 crescono di importanza le stamperie[5] ed alcune nascono proprio in questo periodo. E con le stamperie giungono pubblicazioni di carattere diverso. Vedono la luce nel 1890 anche due pubblicazioni periodiche – Il Gazzettino liparese e L’indipendente – che  ebbero però brevissima durata [6], ma anche il libretto a nome del popolo di Salina di cui si è detto, regolamenti di confraternite, libri di poesia[7]…Verso il 1900 un ex relegato trapanese Filippo Bellet (divenuto poi Belletti) apre il primo centro vendita giornali in via Garibaldi.

Il libretto dei salinari contro le decime

Come si vede, nel decennio di fine secolo si ha a Lipari, un notevole recupero di cultura  sia negli ambienti laici e laicisti sia in quelli cattolici ed ecclesiastici.

Se nell’ambito degli ecclesiastici – osserva Giuseppe Iacolino[8] - si registrò come una rimonta di qualificazione, ci fu pure tra i laici una certa ansia di aprirsi alla vita politica, culturale e artistica del tempo, i cui fermenti venivano mutuati all’esterno attraverso la stampa quotidiana, periodica e libraria.

Ancora  in questo periodo, grazie alle rimesse degli immigrati o al fatto che questi facevano ritorno portando con sé il gruzzolo acquisito, non era raro che nei centri urbani di Lipari, Salina e Stromboli si vedessero fabbricati interamente rinnovati nei prospetti, nella strutturazione degli interni e nella funzionalità dei servizi. Nella disposizione degli ambienti, cucina e bagno cominciavano ad assumere un ruolo di importanza mai prima immaginato. Questo non voleva dire che la povertà fosse scomparsa;  anzi risultava ancor più rilevante in larghe fasce della popolazione. Soddisfacente remunerazione ricevevano invece gli artigiani qualificati e i maestri muratori. Sino a tarda sera il centro di Lipari era animato dalle botteghe dei falegnami, fabbri, stagnari, scalpellini, sarti, calzolai e barbieri, mentre nei vicoli adiacenti si sfornava il pane e si discuteva nelle cantine.

 

La borghesia liparese nei confronti della religione

 

Nonostante che le classi scolastiche fossero differenziate per sesso, i genitori della piccola e media borghesia ostacolavano la frequenza delle loro figliole. E mentre i più abbienti provvedevano a loro spese all’insegnamento privato, si cominciò a parlare di un istituto di educazione ed istruzione per fanciulle, gestito dalle suore. Anzi già il 15 gennaio del 1864 gli amministratori avevano dichiarato di avere avviato contatti con le “Suore di carità dello stabilimento di Milano” ma le trattative risultarono infruttuose. Per avere le suore di Carità a Lipari bisognerà attendere il 1886[9].

Può sembrare incomprensibile questa iniziativa se non si entra nello spirito della società liparese di allora dove, come abbiamo visto, i massoni[10] avevano l’egemonia. E sebbene spesso i rapporti fra vescovo e comune fossero molto tesi – sia per le ragioni viste in ordine alle decime ed ai beni ecclesiastici sia per i terreni pomiciferi   – la stessa borghesia esigeva la presenza della Chiesa nelle cerimonie importanti (nascite, matrimoni, funerali). Concepivano cioè – si direbbe oggi – la religione cattolica come “ religione civile”. Per questo il 17 aprile del 1866 il Consiglio Comunale poteva deliberare a maggioranza con 8 favorevoli e 4 astenuti che Sindaco e Giunta facessero quanto  in loro potere per conservare a Lipari la Sede Vescovile. E passò addirittura all’unanimità  la disposizione di rendere più agevole e comodo l’esercizio del culto visto che la Cattedrale, per via della presenza dei coatti e dei gendarmi, era impraticabile in particolare alle donne, le quali, costrette ad attraversare la zona maledetta, erano fatte oggetto di commenti sconci.

In molte altre occasioni invece i comportamenti della borghesia liparese e dello stesso Consiglio Comunale nei confronti dei vescovi e della Chiesa furono di scontro arrivando fino alla richiesta di allontanamento. Così fu – come vedremo - nei confronti di mons. Mariano Palermo[11] per l’interdetto di questo sul camposanto, nei confronti di mons. Giovanpietro Natoli[12] per lo scontro sul demanio comunale[13] e più tardi ancora nei confronti di mons. Nicolò Maria Audino, di mons. Francesco M.Raiti  e infine – come avremo modo di dire - di mons. Angelo Paino.

 

Una borghesia aggressiva ed una chiesa sulla difensiva

Questo scontro più o meno esplicito, fino  a manifestazioni clamorose, non aveva alla base però una questione di potere e di egemonia. Non c’era cioè nei Vescovi la volontà di riappropriarsi di quel ruolo detenuto fino al regno borbonico e che poi avevano perso. C’era piuttosto l’esigenza di sopravvivere giacché veramente le leggi cosiddette eversive avevano privati dell’essenziale il Vescovo e il clero.

 “Ora io stanco di tutte queste traversie e da questa diuturna e tenace lotta, - scriveva a Pio IX mons. Ideo il  9 ottobre 1877  - e giacché mi mancano i mezzi idonei per la difesa delle decime, mi vedo costretto, almeno per il momento, a desistere ed a chiedere alla Santità Vostra ( lo dico con sommo mio dolore!) come io possa continuare privo come sono, ormai da sette anni, di ogni provento o beneficio!… Nutro poi un grande timore che , senza compenso alcuno [per il clero] e, per così dire, senza alcuna speranza di emolumenti per l’avvenire, si possa tirare avanti, specie se si osserva come l’obbedienza dei sacerdoti vada sensibilmente scemando”[14].

Ed il suo successore mons. Palermo doveva ben presto constatare che  il Capitolo dei Canonici della Cattedrale si disgregava e si scioglieva giacché perdeva l’ultima sua piccola risorsa consistente nelle offerte di messe che provenivano da obblighi gravanti su beni immobili di cittadini privati[15],  obblighi che la legge sullo “svincolo” aveva abolito. Venuto meno l’interesse economico il vescovo si appellava al sentimento religioso chiedendo ai canonici di non trascurare il servizio del coro. Un appello dello stesso tipo veniva rivolto ai fedeli chiedendo di provvedere spontaneamente ai bisogni della chiesa con nuovi sistemi e nuove tariffe.

Appelli che dovettero avere scarso successo, soprattutto a Lipari, perché “questo popolo –  constatava il vescovo con amarezza - si attacca con i denti alla roba non sua e la vuole tutta per sé” e non mancavano “ avvocatuzzi, satelliti del Demonio, che inculcano e fomentano questa persecuzione[16].

Proprio la vicenda delle decime evidenziava come la rottura tra la Chiesa e il popolo si fosse fatta profonda, e il povero vescovo trovava il suo campo  tutto cosparso di triboli e spine.

 

L’interdetto sul cimitero

Il cimitero di Lipari

 Oltre al problema dei mezzi di sussistenza economica i vescovi vivevano in quegli anni una particolare situazione di tensione perché si sentivano assediati dalla massoneria che direttamente o indirettamente influenzava l’amministrazione civica ed aveva incidenza anche sull’opinione pubblica. D’altronde anche le notizie che riguardavano la situazione nazionale non erano più rassicuranti. Nel luglio del 1881 a Roma la salma di Pio IX, mentre veniva traslata in San Lorenzo al Verano, subì un’aggressione da un gruppo di facinorosi che voleva gettarla nel Tevere E così poteva succedere che in un clima così esacerbato, ci si abbandonasse a qualche gesto inconsulto le cui ripercussioni non erano state ben considerate e che andavano ad accentuare le tensioni del vescovado non solo con la massoneria ma anche con il popolo. E’ questo il caso dell’interdetto sul nuovo cimitero di Lipari, inaugurato da soli sette anni, che arrivò all’interno di un urto frontale, a metà aprile del 1884, fra il vescovo e l’amministrazione civica.

Tutto ebbe inizio il 12 aprile quando a Vulcano morì la signora inglese Costance Emily, giovane moglie di Antony E. Narlian, fattore degli Stevenson che aveva sostituito il vecchio Picone . Fu richiesto un loculo dove seppellirla e il sindaco, don Emanuele Rossi, firmò l’autorizzazione senza pensare minimamente che la signora era protestante. La cosa non sfuggì invece a mons. Palermo che vide in questo atto una ennesima angheria dei massoni tesa ad umiliare la chiesa violando “l’ultima dimora dei cattolici” per avervi seppellito una persona che era “vissuta e morta Protestante”,ed il giorno stesso dell’inumazione, il 15 aprile, emette l’interdetto e dichiara dissacrato il Cimitero. Per conseguenza, a cascata, rimane interdetta la chiesa attigua al cimitero, in essa non potranno aver luogo più le funzioni  funebri; i parenti dei defunti morti “nel bacio del Signore” potranno celebrare il funerale in altra chiesa e poi trasportarlo al cimitero, da questa chiesa però sino al cimitero il cadavere non doveva essere trasportato da nessun sacerdote, i morti che direttamente dalla loro abitazione saranno portati al cimitero potranno essere accompagnati da sacerdoti ma questi dovranno ritirarsi ad una certa distanza da esso; i sacerdoti che contravvenissero a quiete norme oltre che alle pene “fulminate dai Sacri Canoni in simili casi, resteranno ipso facto sospesi a divinis per quel tempo che Noi crederemo opportuno”.[17]

La decisione del vescovo provocò grave turbamento nella popolazione della città, non solo rinfocolò le polemiche da parte dei “laici” nei confronti del vescovo, ma anche la gente devota, considerando il disagio che provocava, giudicarono troppo rigido l’atteggiamento di mons. Palermo non solo ma si interrogavano dove poteva essere seppellita la povera signora inglese e comunque tendevano a scusare il Sindaco che non pensava assolutamente di provocare un simile tafferuglio. Le polemiche andarono avanti sulla stampa e fu pubblicato anche un libello con espressioni pesanti nei confronti del vescovo tanto che i rappresentanti di un Comitato chiamato “Verità, Onestà, Giustizia ed Ordine Pubblico” con a capo don Antonino Natoli sentirono il bisogno di esprimergli solidarietà sia per “la violenta guerra che pochi tristi fanno alle rendite, che formano il vitale sostegno del Vescovo e delle Chiese di tutta la Diocesi Liparese”, sia “contro le ree calunnie che, per farsi onta della Chiesa, ognor sacrilegamente  anche con pubblica stampa sonosi lanciate su la sacra persona della E.V. Rev.ma, che è il nostro Pastore e Padre venerato”.[18]

Comunque al di là delle solidarietà formali la frattura fra popolo e vescovo era un fatto reale del quale forse il presule non si rendeva conto, tanto che non approfittò nemmeno del cambio del Sindaco al Comune quando nell’ottobre del 1886 venne eletto l’avv. Ferdinando Paino settimo figlio di don ‘Nofrio il pirata.

Era una situazione insostenibile per tutti e dovette essere probabilmente per cercare di dare ad essa una soluzione che la Santa Sede il 14 marzo del 1887 trasferì mons, Palermo alla diocesi di Piazza Armerina incaricandolo però anche dell’amministrazione apostolica di Lipari. Una mossa di  prudenza diplomatica chefaceva preludere ad una soluzione.

E fu probabilmente perché assente in seguito a questo trasferimento che mons. Palermo non era a Lipari quando una mattina proprio del 1887(la data non è il 1887 ma il 1902 come si spiega nel documento in appendice al paragrafo) la regina Margherita sbarcò all’improvviso a Marina S. Giovanni per una breve visita all’isola. Ad accoglierla arrivarono, subito informati, il Sindaco, il vicario generale in rappresentanza del vescovo assente ed i carabinieri. E dopo una rapida visita al Municipio la regina volle visitare il Castello e la Cattedrale. Ed fu proprio mentre il piccolo corteo visitava la Cattedrale che si verificò un fatto destinato a rimanere nella memoria della regina e dei liparesi a cominciare dal Sindaco. Improvvisamente dalla porta della chiesa entra un gruppo di coatti che si dirige a passo lesto verso la regina. Vi è un momento di perplessità è di panico nel piccolo corteo. La regina sbianca in volto ma ecco che i relegati si inginocchiano di fronte a lei e le baciano il piede. In mano hanno una supplica. Ma è comunque tanto l’emozione che la regina vacilla e sarebbe forse scivolata a terra se il Sindaco non fosse stato pronto a sorreggerla e accompagnatala fuori dalla chiesa ed a farla adagiare sulla portantina vescovile che aveva accompagnato il corteo dalla Marina sino al Castello. Una rapida sosta a casa di don Ferdinando Paino per bere un  bicchiere d’acqua e poi subito Margherita volle tornarsene a bordo per ripartire immediatamente.[19]

Regina Margherita di Savoia

 

Una soluzione per il cimitero

 

Malgrado la lontananza del vescovo il pensiero dei liparesi, e non certo con benevolenza, andava a lui ogni volta che c’era un funerale. E in quello scorcio di mesi funerali di spicco ce ne furono diversi perché il 27 aprile 1887 morì don Giovanni Canale, il 4 giugno 1887 fu la volta di don Filippo De Pasquale, il 26 febbraio 1888 toccò a donna Francesca Salpietro mamma del povero Policastro.

Ma il vicario can. Tommaso Paino aveva finalmente trovato una soluzione. Aveva fatto isolare con cancellata ed ingresso separato, l’angolo dove stava la sepoltura della signora Costanza dichiarandolo “terreno segregato per seppellirvi gli acattolici” . E così finalmente con decreto del 18 maggio 1888 mons. Palermo poteva revocare l’interdetto sul camposanto e quindi anche le sospensioni a divinis per i sacerdoti che avessero accompagnato i feretri nel camposanto e celebrato la funziona nella chiesetta dei cappuccini[20].

Intanto, a seguito all’effervescenza di Vulcano iniziata il 3 e 4 agosto 1888 mentre entrava in fase di quiescenza il cratere centrale si videro spuntare sull’arenile del porto di levante,nuove e più vivaci effusioni di acqua marina fangosa e bollente che investirono anche il palazzotto merlato che a poche decina di metri si era costruito lo Stevenson . Spaventato da questi fenomeni l’imprenditore decise di abbandonare baracche, calcaroni e palazzo e tornarsene alla sua Glasgow. Il 3 ottobre del 1903 il dott. Giuseppe Favaloro e i fratelli Conti acquistavano, assistiti dal notaio Bonucci, per 37 mila lire, tutta la proprietà immobilire e mobiliare degli eredi Stevenson sita nell’isola di Vulcano[21]



[1]                Di Ospedali a Lipari nel XIX secolo ve n’erano due, il S.Bartolomeo a Marina lunga nei pressi dell’attuale chiesa di S.Maria di Portosalvo che era sorto nel XVII secolo per iniziativa di un privato e continuò a vivere con  il sostegno della civica amministrazione ed uno femminile, l’Ospedale dell’Annunziata, che aveva sede al Pozzo ad angolo fra l'attuale via Vittorio Emanuele e l’attuale via Emanuele Carnevale ed era stato voluto nel 1782 dal Vescovo Mons. Giuseppe Coppola..  

[2]              Nel periodo precedente all’Unità, vi erano state, come abbiamo visto, scuole promosse dai vescovi. Erano però  scuole a cui vi accedevano per lo più i figli del ceto borghese mentre le famiglie dei contadini e dei lavoratori le guardavano con diffidenza. Peraltro la borghesia per la prima istruzione ricorreva all’insegnamento privato e per gli studi superiori avviava i giovani alle scuole ed alle università di Napoli e Messina. (cfr. Giuseppe Iacolino, inedito, cit. Quaderno XI).

[3]              Alla nascita questa società era presieduta dall’avv. Onofrio Carnevale e dal 1884 al 1891 dall’avv. Emanuele Carnevale.

[4]              S. Salomone, Le province Siciliane, III, Provincia di Messina, Acireale 1888, pag. 95.

[5]              C’era a Lipari la Tipografia Aliberti che fu rilevata ed ammodernata da Pasquale Conti di Malfa e trasferita da via Vittorio Emanuele a Via Maurolico; lo Stabilimento Tipografico Caserta e Favaloro, la Tipografia Carlo Accattatis in via Vittorio Emanuele, la Tipografia economica F.Amendola di Carlo con officina e cartoleria in via Garibaldi

[6]              G. Arena, op, cit. pag. 51; : Arena, Politica ed economia nelle isole Eolie del tardo ottocento. Fonti giornalistiche a confronto, Messina 2006.

[7]              Fra questi un libretto di don Ferdinando Maggiore (1865-1938) intitolato “Versi”.

[8]              Giuseppe Iacolino, Inedito, Quaderno XI.

[9]              Il 16 dicembre 1886  - dopo circa due anni di trattative tra il vescovo e la curia generalizia delle suore - giungevano a Lipari le prime tre monache, delle quali una, superiora e maestra patentata, era  suor Luisa Mandalari. A questa si assegnava un compenso annuo di l. 600 e 550 ciascuna alle altre due. Le loro scuole parificate si dissero “ Scuole private vescovili”. Il concorso di fanciulle – e pure di maschietti – andò al di là del previsto. Dalle Suore di Carità si andava, non soltanto per frequentare la scuola vera e propria, ma anche per il catechismo domenicale, per l’apprendimento del cucito, del ricamo, della musica. (cfr Giuseppe Iacolino, inedito Quaderno XI).

[10]              In consonanza con quanto avveniva in Italia con la forte espansione di ideologie laiche e spesso anticlericali, nell’ambito della Città di Lipari fece buona presa l’attività della locale sezione della loggia massonica del Grande Oriente che si  era inaugurata nel 1864. Probabilmente fu dovuto alla iniziativa di questi “ fratelli” se in Lipari si crearono movimenti di solidarietà fra i lavoratori e fra i piccoli borghesi ( società operaia di mutuo soccorso sussidiata dal Municipio per il mantenimento di una scuola elementare serale per i figli dei soci, società cooperativa per gli esercenti di arti e mestieri). Per il resto, i massoni, qui, si dedicavano ad una critica spicciola e corrosiva verso la Chiesa e il clero, ostentando, pur nella correttezza apparente dei comportamenti, spregiudicatezza paganeggiante nella condotta di vita e stoica degnazione nell’accettare l’ineluttabilità del mistero della morte. Coloro che ebbero potere al Comune riuscirono perfino a far bandire dallo stemma civico la tradizionale immagine del protettore S. Bartolomeo. Su molte tombe della buona borghesia facevano spicco le simbologie massoniche  mentre erano rarissimi i simboli cristiani.  I servizi religiosi erano comunque richiesti, anche da parte dei non credenti, ed era palese il tentativo di strumentalizzare i riti sacri ai fini puramente mondani dello sfarzo in occasione di battesimi, di nozze, e di funerali. Cfr. Giuseppe Iacolino, inedito., Quaderno XI.

[11]               Mons. Mariano Palermo era nato a Maletto in provincia di Catania il 17 dicembre 1825. Venne eletto vescovo di Lipari il 13 maggio del 1881 all’età di cinquantasei anni. Prese possesso della diocesi il 12 giugno successivo. Con ogni probabilità gli fu impedito di prendere possesso del Palazzo vescovile come accadde a diversi vescovi italiani in quel periodo perché la legge detta delle Guarentigie pretendeva – per potere accedere ai benefici ed ai vescovadi – le nomine dei vescovi fossero sottoposte a exequatur (gradimento) del ministero italiano del culto mentre la S. Sede aveva dato precise disposizioni in contrario. Così mons. Palermo dovette stabilirsi in Seminario. E’ una situazione di disagio che durerà fino al 1883 quando il papa prenderà una posizione più prudente. Il 4 marzo del 1887 mons. Palermo viene trasferito a Piazza Armerina dove reggerà la diocesi sino al 1903. Rimarrà Amministratore apostolico di Lipari fino a quando il 15 giugno del 1888 viene nominato a questo ruolo il canonico Giovanpietro Natoli.

[12]               Il canonico Giovanbattista Natoli era nato a Lipari il 17 aprile del 1829. Il padre, don Giuseppe, era stato sindaco dal1828 al 1832, la mare era una La Rosa., il fratello era quel don Antonino Natoli che abbiamo già incontrato. Probabilmente la scelta sul can. Natoli cadde perché dalla Santa Sede si cercava una persona che per vincoli di sangue e affinità avesse buoni rapporti con la classe dirigente dell’arcipelago e quindi potesse aiutare a superare la grave situazione di contrapposizione.. Il can. Natoli fu Amministratore apostolico dal  1988 al 1990. Il 23 giugno del 1890 venne nominato vescovo di Lipari. Fra le sue iniziative l’editto del 4 gennaio 1891,da leggere e commentare in tutta la diocesi nel giorno dell’Epifania , sulla “liberazione della schiavitù degli Africani” e la particolare attenzione dedicata alla evangelizzazione dei coatti tenuti “circoscritti per migliorarli e convertirli al bene”.( Da una lettera di mons. Natoli del 6 novembre 1895 in  Avv. A. Natoli La Rosa, Sul beneficio Vescovile di Lipari e sue rivendicazioni , Note rischi arative, Messina 1896, pp.33, Archivio Vescovile, Bull. Vol. IV ff 64-65). Mons. Natoli introduce una nuova festa di S. Bartolomeo, quella del 16 novembre per lo scampato pericolo del terremoto e così le feste diventano quattro. Mons. Natoli morì il 27 gennaio 1898.

[13]               Giuseppe Iacolino, inedito,  Quaderno X. Il sindaco avv. Onofrio Carnevale propose al Consiglio di Comunale  il 27 ottobre 1893, di chiedere ai ministri di grazia e Giustizia e dei culti ed al ministro dell’Interno di adoperasi per la rimozione del Vescovo Natoli da quest’Isola ed in ogni caso che gli fosse tolto il Regio Exquator e questo perché “egli non trovasi all’altezza della propria missione, giacché, invece di essere elemento di pace e di carità cristiana, è causa di perturbamento morale e civile”.

[14]             Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456 B, ff.246 e 243 v. ; G. Iacolino, indedito cit., Quaderno IX, p.241 b. Malgrado Mons. Ideo lamentasse la situazione di indigenza in cui era caduta la diocesi alla sua morte lasciò in eredità di L.100 mila in titoli , con l’interesse annuo di L. 5000, per la costruzione della Cattedrale o in alternativa , se non fosse stato possibile, il seminario e altre indicazioni che crearono qualche conflitto fra i successori del vescovo e le suore di Carità che erano a Lipari. A questa contraddizione faceva riferimento polemicamente l’opuscolo  “A S.E. Mons. Nicolò Maria Audino Vescovo di Lipari – Breve risposta del Popolo di Salina alla Lettera Pastorale del Vescovo di Lipari del 24 ottobre 1899, Lipari 1900. Comunque anche il suo successore mons. Palermo trovava il fatto “sorprendente” (Archivio Stato Vaticano, Cass. 456 B, f.258 v).

[15]               Si tratta dell’obbligo di stornare una percentuale dei redditi della terra per la celebrazione dei suffragi.

[16]             G. Iacolino, inedito cit., Quaderno IX. Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456 B, f. 261.

[17]             Archivio Vescovile, Bullario vol. IV, f.50.

[18]             “Sua Eccellenza Rev.ma Mons. D. Mariano Palermo Vescovo e i Cittadini Liparesi, op.cit, pp3-4.

[19]             Don Ferdinando Paino fu sindaco di Lipari fino al dicembre 1887 ma verrà rieletto nel biennio 1897-99.La visita della regina fece guadagnare a don Ferdinando la commenda di Cavaliere ufficiale della Corona d’Italia. Ma soprattutto gli permise di vantasi tutta la vita di avere ospitato a casa sua la regina anche se per un breve momento.

[20]             Archivio vescovile, Bull. Vol.IV f. 58.

[21]             G.Iacolino, inedito.cit. Quaderno XI, pag. 518.

 

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