Il governo del Vescovo

La città di Lipari all'inizio del XIII secolo

Fra la fine del secolo XII e gli inizi del XIII, probabilmente Lipari aveva raggiunto i mille abitanti. L'abitato era distinto nella Città alta (“il Castello”) e nel Borgo. Nella città alta  vi erano la Cattedrale con monastero che ospitava il vescovo, la chiesa delle Grazie, ed una nuova cappella dedicata a Sant’Andrea nell’area dove ora sorge l’Addolorata e più tardi, sempre in quell’area, sorgeranno altre due chiesette dedicata una alla Madonna dell’Odigitria patrona dei viandanti e dei pellegrini e la Vergine Addolorata voluta dai militari spagnoli. Sempre al Castello si trovava anche  il sistema difensivo nel quartiere detto della Verdesca e il presidio militare nel quartiere della Comandata; per il resto la cittadina consisteva in un insieme di case di cubatura limitata affastellate le une alle altre con vicoli strettissimi e tortuosi  che confluivano in una strada principale che dalla Comandata andava alla Cattedrale e poi a S. Maria delle Grazie e che collegavano questa con gli spalti[1].

Fuori delle mura della città alta le abitazioni si dividevano in due nuclei: quello di Sopra la Terra che dalla chiesa di San Bartolomeo (dove ora c'è San Giuseppe), il "templum magnum" di cui parla Gregorio da Tours,si estendeva fin al vallone del Ponte e quello ai piedi della rocca sulle pendici di quello che verrà chiamato il Timparozzo. In città stava la borghesia del tempo formata da contadini fittavoli poi divenuti proprietari di estesi appezzamenti, mercanti e piccoli armatori; nel borgo i lavoratori: modesti contadini, mezzadri, braccianti, pescatori, carpentieri, bottai, tintori e artigiani d'ogni genere. E nel Borgo le strade ed i vicoli prendevano nome da questi artigiani: strada dei Bottai, vicolo dei Tintori, vicolo dei Carpentieri,ecc.

Il "templum magnum" disegnato dal Maurando nel 1544

Da Lipari si esportavano zolfo, allume, pesce in salamoia, scope di fascina, sale raccolto nel laghetto di Lingua; mentre si importavano granaglie di diverso tipo, lana, canapa grezza, legname, ferro, rame, calce e altro materiale edilizio. Il mare rappresentava una importante risorsa e non solo per la pesca o per l’impiego su imbarcazioni di passaggio, ma anche per quanto si poteva recuperare da imbarcazioni che rimanevano incagliate fra gli scogli versando al vescovo la decima del recuperato. La decima bisognava pagarla – a pena del carcere e della scomunica -  anche per quanto si prendeva o catturava nelle isole che erano per lo più deserte:  conigli, falconi, capre e porci selvatici, frasche, legna da ardere, ecc.  Per via dei commerci si vennero a stabilire rapporti con le principali città marinare della Penisola da cui si importarono, oltre a merci ed esperienze, anche devozioni come San Nicolò da Bari, San Giovanni Battista da Genova, la Madonna dell'Arco da Napoli. Ad essi fù dedicata al Castello una cappella che oggi non esiste più. A San Nicolò e San Giovanni vennero dedicate le due marine. A Sant'Andrea patrono di Amalfi oltre che una cappella oggi inglobata nella chiesa dell'Addolorata, fu intitolato, al Castello, un quartiere.

 

Il vescovo fra religione e governo

 

Il Vescovo racchiudeva in se la duplice funzione religiosa e politica. Pontificava in Cattedrale e sul sagrato amministrava la giustizia.  Era coadiuvato dai due Capitoli di Lipari e Patti che avevano la funzione oltre che di eleggere i vescovi, di amministrare la diocesi durante la vacanza della sede episcopale. Nel Capitolo il vescovo sceglieva il teologo, il cantore, il penitenziere e il tesoriere e, più tardi, l’arcidiacono e il vicario generale[2]. I Capitoli della diocesi erano conventuali cioè formati da monaci benedettini ma probabilmente, proprio alla fine del XII secolo, a fianco a questi vennero a formarsi Capitoli dei canonici regolari, cioè preti che facevano vita comune con i monaci o abitavano in un fabbricato vicino, condividendo le pratiche religiose. Una forma di transizione che non durò molto ma che aprì la strada all’istituzione capitolare non più conventuale che affiancò il vescovo e che rimase in funzione fino ai giorni nostri.

Intanto la Santa Sede cominciò ad esercitare un più stretto controllo sulle diocesi a cominciare dall’elezione del vescovo. La rivendicazione di un diritto che non fu facile imporre perché si era creata nei territori una situazione di interferenza e di contrasti fra centri di potere diversi. E probabilmente proprio a questi contrasti si deve la vacanza – non si sa quanto lunga – che travagliò la dicesi di Lipari-Patti alla morte di Stefano[3].

 



[1] G. Iacolino, op,cit. , pag. 205.

[2] G.Iacolino, op.cit., pag. 199-200.

[3] G. Iacolino, op.cit., pag. 199-201.

 

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