Il lungo pellegrinare del corpo del Santo: tre appendici

La contesa storica tra Benevento e Roma

 

Con l’arrivo a Benevento non si conclude il lungo pellegrinare del corpo di questo Santo e continuano ad aumentare il numero delle città che ne rivendicano il possesso o almeno di una parte di esso.

A questo proposito dobbiamo parlare di almeno tre episodi. Il primo riguarda la lunga contesa storica fra Benevento e Roma. Il problema è se il corpo dell’Apostolo sia rimasto a Benevento dopo l’839 o invece sia stato trasferito a Roma, sull’isola Tiberina nell’anno 1000[1] come riferisce Pompeo Sarnelli[2] che scrisse nel 1691. A Trasferirlo sarebbe stato il giovane imperatore Ottone III che andò personalmente a chiederlo ai beneventani per adempiere ad una penitenza  che gli era stata ingiunta.  Secondo il Sarnelli, i Beneventani. “con pietosa astuzia gli mostrarono, invece del corpo dell’Apostolo, quello di S.Paolino di Nola che decentissimamente serbavasi nella Metropolitana. Ottone sel’ prese, e partì con tal fraude ingannato”. D’altronde – informa Iacolino[3]- in una ricognizione fatta dal Card. Bertolini, prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, all’interno dell’altare nella chiesa di S. Bartolomeo sull’isola Tiberina a Roma, in seguito alla grande alluvione sul Tevere del 1870, questi ebbe a dichiarare di non avere trovato proprio nulla del Corpo del santo.

 

L'incursione dei Pisani del 1035 a Lipari

 

Il secondo episodio è relativo alla incursione dei pisani nel 1035 nell’isola di Lipari riferita da Paolo Tronci e di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente. Durante questa incursione i pisani, dalla Chiesa dedicata all’Apostolo San Bartolomeo, prelevarono le reliquie della testa e di una mano che lì si conservavano. Queste reliquie “ con la dovuta venerazione” vennero trasportate a Pisa e conservate nella Chiesa Maggiore.

Il Tronci conosce bene che il corpo fu prelevato dai beneventani nell’838 e portato a Benevento e da qui a Roma da Onorio III ma  osserva “che non si deve reputare cosa ripugnante, che quando il Corpo del medesimo Santo, fu traslato da Lipari, ne fosse ivi restata parte per buona, fortuna de’ Pisani”[4]. Si potrebbe pensare che quando i buoni monaci che custodivano il corpo si videro fare pressione da parte dei beneventani perché questo gli fosse consegnato, abbiano pensato di darne solo una parte nascondendo l’altra parte  e confidando, a chi rimaneva, questo sotterfugio di cui a Benevento non parlarono con nessuno. Così, andati via i beneventani, i liparesi rimasti riposero nuovamente le reliquie nella Basilica dove cento anni dopo le ritrovarono i pisani.

D’altronde non deve meravigliare un comportamento di questo tipo che ai santi monaci dovette apparire non solo moralmente praticabile ma anche doveroso per evitare la violenza e non privare i liparesi della reliquia, visto che a Benevento anche il vescovo Bartolomeo preleva una parte delle reliquie per inviarle in Gallia.La vicenda del pollice

 

La vicenda del dito pollice

Infine un terzo episodio riguarda il dito pollice del Santo che insieme ad un pezzo della sua pelle sono le uniche reliquie rimaste a Lipari. Ma mentre per la reliquia della pelle sappiamo come questa è pervenuta e cioè che fu donata  al Vescovo Mons. Angelo Paino, dal Patriarca e dal Capitolo di Venezia nel 1926[5], più incerta è la provenienza del dito. Potrebbe essere rimasta qui dopo i due prelevamenti ad opera dei beneventani nell’838 e dei pisani nel 1035. A questo proposito si può notare che dalla mano prelevata dai pisani manca proprio il dito pollice.

Una storia a proposito di questo pollice affiora qualche decennio dopo il sacco del 1544. La riporta Pietro Campis nella sua Historia[6]che afferma di ricavarla da un manoscritto, andato perduto, di don Benedetto Gualtieri, arcidiacono di Lipari. Durante la distruzione del Barbarossa fu asportata dalla Cattedrale e portata a Costantinopoli una cassettina che conteneva delle reliquie fra cui il pollice di San Bartolomeo. A Costantinopoli uno spagnolo che aveva riguadagnato la sua libertà acquistò quelle reliquie per cinquecento monete d’oro e le portò con se a Napoli. Qui venne colpito da una grave malattia e ricoverato all’Ospedale di San Giacomo. Sentendosi prossimo alla morte consegnò la cassettina con le reliquie al cappellano perché le facesse recapitare ai liparesi dietro compenso di cinquecento monete d’oro che sarebbero andate in beneficio all’Ospedale. Per caso si trovava a passare da Napoli don Martino d’Acugna (1585-1593) che era stato da poco consacrato vescovo di Lipari ed andava a prendere possesso della sua diocesi. Il vescovo informato del fatto sborsò la somma richiesta, prese le reliquie e le portò a Lipari dove, nel 1585 le restituì alla Cattedrale. Oggi questa reliquia è chiusa in una teca d’argento raffigurante un braccio benedicente e se ne fa ostensione ai piedi del Santo in tutte le festività celebrate in suo onore.[7]



[1] Secondo Giuseppe Iacolino ( Le isole Eolie…,op.cit. pagg. 245-263) si sarebbe trattato invece della primavera dell’anno 1001.

[2] P.Sarnelli, Memorie cronologiche de’ Vescovi ed Arcivescovi della Santa Chiesa di Benevento ecc., Napoli, 1691, pp.68-72.

[3] G. Iacolino, op.cit. pag. 261.

[4] G.La Greca, Lipari al tempo degli arabi, op.cit. , pag. 30.

[5] G.Iacolino, Il culto del Protettore San Bartolomeo nelle Isole Eolie, Lipari 1995, pag.32. La reliquia arrivò a Lipari la mattina del 22 agosto del 1926 su una torpediniera della Regia Marina che diede fondo nella baia di Portinente. Essa venne riposta nel Vascelluzzo d’argento  quando fu realizzata nel 1930 e benedetta il 23 agosto di quell’anno in Cattedrale da Mons. Bernardino Re.

[6] P.Campis,  Disegno Storico della nobilissima e fedelissima Città di Lipari, op.cit.  pagg. 312-314.

[7] G. Iacolino, Il culto del Protettore…, op.cit. pag. 31.

 

 

 

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