Il nodo del patrimonio ecclesiastico

Il problema delle decime

Abbiamo già visto come le rivendicazioni dei salinari, prima ancora che sul tema dell’autonomia, fossero focalizzate sul problema della proprietà delle terre e sui censi e le decime che dovevano pagare alla mensa vescovile e dai quali cercavano di affrancarsi. Questa iniziativa è parte di un problema più generale. Col cessare del regno borbonico e l’affermarsi dell’unità d’Italia e del governo liberale si realizzava nella società liparese un cambio di egemonia. Se prima era stato il vescovado  che aveva potuto continuare a godere, per la particolare collocazione geografica delle isole e per la loro storia , di una serie di privilegi di origine feudale ( il regime dei censi e delle decime) che la Chiesa non aveva più, almeno in questa misura, in altre parti del Paese ora, con  tutta una serie di provvedimenti – che in qualche modo si erano avviati già nel periodo borbonico - si ha un forte ridimensionamento delle risorse e quindi delle funzioni che fanno deperire il ruolo del vescovado e della chiesa locale e crescere, invece, l’istituto municipale.

Cerchiamo di vedere come entrano in crisi le risorse della chiesa liparese. L’iniziativa contro il patrimonio ecclesiastico ed i cespiti della mensa vescovile che gli amministratori comunali liparesi avviano nei primi anni dopo l’unità d’Italia, ha due motivazioni di fondo: la prima è la situazione critica delle entrate del comune che  non permettono di mettere mano ai mille bisogni che vengono sempre più avvertiti dalla popolazione ( l’istruzione, le strade, le risorse idriche,ecc.); la seconda è tutta ideologica e riguarda un sentimento anticlericale, per molti aspetti ispirato alla massoneria  ma che ha sempre serpeggiato nell’animo della borghesia eoliana anche indotto dalle rivendicazioni della mensa vescovili sui terreni se non addirittura sulle isole nel loro complesso.

Francesco De Mauro, importante esponente della massoneria eoliana

Ora questo sentimento si rafforza sull’onda dell’impresa garibaldina visto che proprio Garibaldi veniva proclamato Gran Maestro della massoneria siciliana. Così, nel 1864, anche a Lipari nasce una loggia massonica promossa dall’alta borghesia  che si chiamò “Eolia” e che – con buona pace di mons. Ideo[1] - doveva contare diversi esponenti. Ispiratore di questa battaglia ad un tempo ideologica e civile  era un personaggio di grande rilievo, quel don Filippo De Pasquale che abbiamo già incontrato come sindaco di Lipari, membro del parlamento siciliano rivoluzionario del 1848, vicino a Garibaldi nella presa di Palermo, amministratore fiduciario del dittatore dei beni della Real Casa. Don Filippo conosceva bene il problema delle decime perché vi aveva dedicato un opuscoletto nel 1842 mettendo a frutto l’esperienza ed i problemi che aveva incontrato quando era stato sindaco la prima volta nel triennio 1837-1840, inoltre non gli mancavano amichevoli rapporti con parlamentari liberali e sapeva bene che il governo stava già pensando a requisire i beni ecclesiastici.

Il 10 agosto del 1862 il parlamento aveva emanato una legge che prevedeva l’enfiteusi forzosa redimibile dei beni fondiari ecclesiastici in Sicilia mentre con legge del 19 maggio 1864 – che era stata preceduta  da un decreto di Garibaldi del 1860 - veniva disposta la conversione in denaro delle decime prediali che prima si versavano al vescovo in natura. L’1 agosto 1863 l’ufficio demanio e tasse di Messina, comunicava al Comune di Lipari di avere accolto la richiesta di intestargli, nei registri catastali, 258 salme di terreno vescovile di Vulcano.

Più complesso fu il discorso delle decime. Nell’aprile del 1866 il vescovo, scrivendo al prefetto di Messina, denunciava – alludendo alla seduta consiliare del 4 aprile - che il comune aveva già deliberato e dichiarato soppresse le decime dovute al vescovado e ne aveva chiesto l’omologazione al governo[2]. Effettivamente dal 1866 in poi di decime se ne versarono sempre meno e si esaurirono, praticamente, nel 1870 ma questo non fu solo effetto delle decisioni del governo e del comune ma anche  a causa di inadempienze della mensa vescovile.

La questione nasceva dal particolare sistema di esazione che vigeva nelle Eolie che non era quello in vigore in tutta la Sicilia ma uno più arcaico. In Sicilia, all’atto della riscossione, gli importi in natura o in denaro, venivano annotati a fianco ai fondi di provenienza ed ai relativi produttori e così era facile verificare la produttività di ciascun podere. A Lipari invece le decime venivano riscosse in natura e portati sulla spiaggia nelle varie isole dove il gabelliere, che attendeva per caricarle sulla barca, non annotava né il fondo di provenienza, né il proprietario ma valutava sulla base della conoscenza e dell’esperienza se la raccolta era soddisfacente. Tutt’al più ci poteva essere una qualche contrattazione che si concludeva, eventualmente, con un nuovo conferimento. Proprio questo speciale sistema legato proprio ai problemi dell’insularità aveva richiesto una leggina specifica per le Eolie nel 1836 che adeguasse la legge del 1833.

 

Decime prediali e decime sacramentali

 

Il discorso era ancora più complicato dal fatto che le decime erano di due tipi: quelle prediali (dette anche enfiteutiche o dominicali) che erano dovute al signore – nelle Eolie il vescovo - in quanto proprietario del terreno e le decime sacramentali che erano il corrispettivo dell’amministrazione dei sacramenti e di altri servizi spirituali. Le decime sacramentali erano state soppresse già dai Borboni il 25 luglio 1772 ma in molte parti della Sicilia quel decreto non si era applicato anche perché, spesso, come nelle Eolie, non era facile distinguere fra decime prediali e sacramentali. Garibaldi il 4 ottobre del 1860 aboliva in Sicilia le decime sacramentali e ordinava la conversione in denaro delle decime prediali il cui ammontare doveva effettuarsi su parametri prevalentemente calcolati per ciascun fondo e ciascun debitore. Questa normativa venne reiterata con legge del 19 maggio del 1864. Ma perché la conversione avesse luogo - e così si chiarisse se la decima sussisteva o meno - bisognava che l’avente diritto, il vescovo nel caso delle Eolie,  presentasse alla Commissione enfiteutica della provincia l’elenco dei debitori con i titoli e la descrizione dei fondi, nonché l’ammontare delle decime da ciascun debitore pagate negli ultimi vent’anni .

Visto il sistema di esazione vigente nelle Eolie si trattava di un lavoro praticamente impossibile. “Subito e nel miglior modo che potei – commenta lo stesso mons. Ideo -, preparai quell’elenco, che non era né perfetto né completo, e neanche lo presentai entro il termine fissato di quattro mesi”.

Naturalmente l’elenco non venne accettato e il pagamento delle decime venne sospeso sia dalla Commissione che dai Giudici del Tribunale civile.  Mons Ideo si vide costretto quindi a rifare con pazienza e più cura  l’elenco dei terreni e dei proprietari. “Fu necessario, con grandi spese e fatiche, sfogliare tutti i volumi della fondiaria e ricavare i nominativi dei debitori e i confini dei fondi”. Concluso il lavoro il vescovo le inviò alla Commissione e questa volta – non sappiamo con quali mezzi o espedienti – la relazione venne accolta. Ma dovettero passare quattro anni perché fossero trasmesse alla Commissione provinciale e si procedesse alla conversione delle decime.

Ma a questo punto scattano i ricorsi che soprattutto miravano a sostenere che non di decime prediali si trattava ma di decime sacramentali e quindi abrogate. Ascoltiamo ancora il vescovo: “Una volta pubblicate le dette liste dalla Commissione, la maggior parte dei debitori, istigata dai soliti nemici della Mensa, reclamò innanzi alla predetta Commissione Enfiteutica impugnando e la natura delle decime e l’entità degli oneri che risultavano dalle liste e che, a loro dire, erano esorbitanti”. A questo punto comincia la battaglia legale che è anche dibattito pubblico perché oltre che nei tribunali si svolge nell’opinione pubblica con la stampa di libretti. Cominciano gli avvocati dei ricorrenti che sostenevano il principio della soppressione definitiva delle decime. Il vescovo fa “stilare da colti e rinomati giureconsulti di Palermo” ben tre libretti per ribattere. Finalmente dopo varie deliberazioni la Commissione dichiarò le dicime prediali.

Mons. Ideo

Ma la battaglia di mons.Ideo non è finita. C’è un nuovo impedimento. I ricorrenti chiedono che si esaminino le differenze fra la prima e la seconda lista presentata dal vescovo. Un lavoro per un perito ed un contabile che dovrebbero andare in giro per le isole. La Commissione accoglie la richiesta e stabilisce che l’accertamento deve farsi a carico del vescovo.

Ci sarebbe stato da impiegare – osserva mons. Ideo – molte migliaia di lire, una spesa che io non sono in grado di sostenere. Questo espediente fu trovato dagli avversari per prendere tempo e per porre sul Beneficio Vescovile una pietra tombale che fa loro comodo, ma che rappresenta un’ingiustizia.[3]”.

Ed è su questa base che il Consiglio comunale il 4 aprile 1866 emana la deliberazione soppressiva delle decime. Ma già l’anno prima nel Consiglio del 17 aprile, il Sindaco, precorrendo i tempi, e fondandosi su voci che circolavano, dichiara che nel caso in cui fossero soppresse le congregazioni religiose sarebbe stato utile chiedere al governo di destinare ad uso di cimitero l’orto del convento dei cappuccini mentre la chiesa poteva essere adibita a chiesa del cimitero ed il convento a casa dei custodi; inoltre, per quanto riguardava il seminario, questo doveva essere destinato alla pubblica istruzione. E su entrambe le proposte il Consiglio vota all’unanimità.

Non passano che pochi mesi ed il 7 luglio del 1866 il governo – premuto anche dai problemi finanziari che la prossima guerra contro l’Austria, la terza guerra di indipendenza, poneva – approva la prima legge eversiva “Sulla soppressione delle corporazioni religiose e sull’asse ecclesiastico”, un anno dopo, il 15 agosto 1867, veniva promulgata la seconda legge “per la liquidazione dell’asse ecclesiastico”.

  

La legge sulla proprietà ecclesiastica

 

La prima oltre a sopprimere tutti gli ordini e le corporazioni religiose procedeva all’incameramento dei loro beni da parte del demanio con la facoltà di alienarli a favore dei privati. Una quarta parte di questi immobili poteva essere ceduta ai Comuni. Gli immobili che non fossero edifici monumentali o di particolare pregio dovevano essere adibiti a scuole, a caserme o ad altri servizi ed opere di beneficenza. Non venivano incamerati, se erano in esercizio, gli episcopi, le canoniche ed i seminari.

La seconda legge sopprimeva enti del clero come i capitoli e trasferiva i loro beni al demanio. Era però consentito che i capitoli delle cattedrali potessero sussistere se fossero stati ridotti di numero. Cosa che fecero i canonici di Lipari[4].

A Lipari i due conventi vennero chiusi  ed i frati rinviati tutti alle loro case. E siccome si era saputo che al convento dei minori sulla Civita erano interessati i Carabinieri  il sindaco, don Angelo Florio Paino, riunì il Consiglio comunale – il 28 novembre 1866 – proponendo di chiedere al governo, come era stato stabilito, il caseggiato dell’ex convento dei cappuccini con l’orto per adibirlo a cimitero e asilo di mendicità mentre il convento di sopra la Civita doveva essere destinato a scuola comunale e asilo infantile. E così nel 1867 Lipari ebbe il suo cimitero e la scuola tecnica sopra la civita. Nel 1867 era sindaco Giuseppe Maggiore che però scompare dalla scena politica dal 19 agosto di quell’anno fino al 24 dicembre 1869 e le funzioni di sindaco le  svolgerà don Filippo De Pasquale. E sarà lui a tenere le relazioni con il vescovado e si deve a lui se fu consentito ancora di culto nelle due chiese conventuali incamerate e  ai frati cappuccini, che lo volessero, di tornare ad occupare una porzione del convento con l’incarico di custodi “morali” del cimitero. E quattro o cinque di essi acconsentirono. Non poté essere però concesso il rientro dei frati minori perché il loro convento era stato adibito a scuola[5].

L'ambito convento dei "minori " sulla Civita.

Oltre al Comune anche il governo aveva mire sulla proprietà ecclesiastica visto che i relegati aumentavano. Al Castello oltre a molte case private abbandonate erano state requisite la chiesa di S. Caterina e il vecchio Palazzo vescovile che era stato trasformato in “ospedaletto”. Ora  si sollecitava il passaggio della chiesa di S. Maria delli Bianchi, che era quasi di rimpetto alla chiesa di S, Caterina,  e la chiesa dei SS. Giovanni e Nicolò, vicinissima alla chiesa delle Grazie che si voleva destinare ad infermeria. Il 30 luglio 1866 il vescovo rispondeva che entrambe erano già in possesso dei coatti. Rimangono come chiese, e sono tutte attive, concludeva mons. Ideo, la Cattedrale, la Concezione, l’Addolorata e le Grazie.[6]

Quello che rimaneva dei beni ancora disponibili della Chiesa e delle singole cappellanie eoliane venne ceduto all’asta. L’operazione favorì la concentrazione dei poderi nelle mani dei più ricchi. A Lipari e Stromboli, don Onofrio Paino e i suoi figli figurarono fra i maggiori acquirenti[7]. Non rientrarono nel lotto d’asta le terre boscose, aride ed improduttive e quindi anche le terre pomicifere[8] di Lipari su cui l’Amministrazione civica vantava un esclusivo diritto mentre il vescovo riteneva di essere lui il proprietario. E questa, come vedremo sarà oggetto di un’altra lunga e dura controversia liparitana.

In proprietà della Mensa vescovile rimasero i pochi ettari di vigneto e giardino che circondavano il palazzo vescovile nonchè le inflazionatissime quote censuali che i vecchi enfiteuti continuarono a corrispondere fin quasi al 1935.



[1]              Nel 1874 Mons. Ideo scriveva al S.Padre: “Da qualche anno a questa parte ho più volte umilmente denunciato che gli abitanti di queste isole, fuorviati da pochi astutissimi nemici della Chiesa, si siano rifiutati di corrispondere a questa Mensa Vescovile le decime dei frutti che da tempo immemorabile le si versavano e  che, in questa Diocesi, costituiscono la principale la principale entrata per il mantenimento del culto divino e del capitolo, per elemosine dei poveri e per il sostentamento del beneficio vescovile” .Archivio Vescovile, Corri. Carpetta E.

[2]              Archivio vescovile, Corrispondenza, carp, H , in un volume manoscritto al n.50.

[3]              Lea posizione e le considerazioni del vescovo sono tratte dalla “Relatio ad Limina” di mons. Ideo del 9 ottobre 1877, in Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456 B, ff 243-2489.

[4]              I capitoli erano già stati colpiti dal decreto luogotenenziale generale per le Due Sicilie del 17 febbraio 1861 che venivano privati dei loro beni immobili costituiti da lasciti per messe e celebrazioni particolari a meno che non avessero ceduto allo stato un terzo del valore dei beni in questione. Così fecero i nostri canonici che però per risparmiare sull’aliquota rivelarono i loro beni per un ammontare molto inferiore a quello reale. Ora con la legge del 1867 i beni venivano interamente incamerati ma si dava facoltà agli enti titolari di beneficiare da parte dello Stato di una rendita in denaro commisurata al valore dei beni medesimi. I canonici di Lipari accettarono questa  soluzione e, dopo nove anni di liti e controversie, si videro attribuita la rendita  di l.800, commisurata sulla base di quanto essi stessi avevano dichiarato nel 1862, mentre in effetti nel ’62 la rendita ascendeva a L. 2000. Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456 B, ff. 243v-244. Si veda G. Iacolino, inedito, cit., Quaderno VIII, pp. 298 a-b. Il nostro capitolo perduto l’appannaggio che gli proveniva dalla mensa e da buona parte delle rendite patrimoniali poteva contare solo sulle offerte delle messe e così fra i canonici cominciò a serpeggiare un crescente malumore che non tardò a sfociare in rinunzie e defezioni.

[5]              Complessivamente rimasero dispersi quindici monaci e giacché erano tutti nativi dell’isola tornarono alle loro case, alcuni passando ai ranghi del clero diocesano.

[6]              Archivio Vescovile,  Corrisp. Carp. H, in un manoscritto al n. 66.

[7]              AA.VV, Storia della Sicilia, Napoli 1977, vol.IX, pp.210-214; V. Palumbo in “scritti in onore dell’Istituto tecnico ‘Antonio M.Jaci ‘ di Messina”, Messina 1982, vol.I, pag.7

[8]              Le terre pomicidere  erano quelle “nelle contrade Pilato, Monte Pilato, Russo Rocche Castagne, Grotta delle Mosche, Acquacalda, Possa Castagna, Serro, Uocche Rosse, Chirica, Altapecora, Serro della Chirica, Monte Bianco, Porticello ed altre denominazioni”R. Corte d’Appello di Messina, Comparsa conclusionale per S.E. Mons. Angelo Paino, vescovo di Lipari, contro il Sindaco di Lipari, p.2, opuscolo a stampa senza luogo e data emissione.

 

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