Il nodo della Legazia Apostolica

Lipari nella Legazia Apostolica

 

 

   Filippo III di Spagna

Uno degli obiettivi del re Filippo III nell’aggregare le Eolie alla Sicilia distaccandole dal regno di Napoli – abbiamo detto - era quello di ricondurle nell’alveo della Legazia Apostolica di cui godeva il regno di Sicilia.

Era la Legazia Apostolica un istituto che risaliva a papa Urbano II ed alla bolla Quia propter prudentiam tuam del 5 luglio 1098. In essa si diceva: “Noi non stabiliremo, nel territorio di vostra pertinenza, alcun legato della Chiesa di Roma senza il volere ed il consiglio vostro. Che anzi tutte le cose che Noi intendiamo fare tramite un legato vogliamo che siano fatte dalla vostra opera come vice legati quando dal Nostro lato le commetteremo a voi per la prosperità delle Chiese che sono sotto la vostra potestà, ad onore di San Pietro e della Santa sua Sede Apostolica alla quale sino ad ora tu hai fedelmente obbedito e che, nelle sue occorrenze, hai aiutato con valore e fedeltà”. E questo per ringraziare Ruggero di aver sottratto l'isola agli arabi e di averla restituita al culto della Chiesa di Roma. Il problema era che lo stesso Urbano II , qualche anno prima, con bolla del 3 giugno 1091 aveva concesso all’Abate Ambrogio la piena potestà sulle Eolie affermando che queste sarebbero dipese direttamente dalla Santa Sede. 

Con l'andar degli anni i sovrani di Sicilia, anche di diversa dinastia, accresceranno a loro vantaggio i contenuti e l'efficacia della bolla e, ad un certo momento, si autodefiniranno legati apostolici mentre la Santa Sede farà di tutto per restringerne  i termini e frenarne gli abusi, fino a definire falsa la bolla di Urbano II che invece era sostanzialmente vera.

Il concetto di Legazia Apostolica si affermerà con maggior consapevolezza tra i secoli XIV e XV e assumerà forme più decise di invadenza a cominciare dal Cinquecento. Per tutto il corso del 1600 e 1700 la diocesi di Lipari, dai pontefici dichiarata “immediatamente soggetta alla Santa Sede” diverrà il terreno di scontro tra i sovrani di Sicilia e la Santa Sede. Sarò' allora, con inizio nel 1711, che esploderà la famosa “controversia Liparitana”, di cui parleremo più avanti.

 

La Chiesa sulla difensiva

 

Per ora, nel 1610, siamo ai prolegomeni. Se Filippo III pensa quindi di ricondurre le Eolie sotto la sua piena autorità, politica e religiosa, il papa Paolo V non solo è deciso ad opporvisi ma probabilmente pensa di utilizzare le Eolie come un grimaldello per scardinare questo istituto e, in questo disegno la diocesi di Lipari doveva essere quella in cui il potere del papa si esercitava in maniera piena e senza nessuna remora. Quindi niente applicazione della Legazia Apostolica ma anche niente più subordinazione di Lipari alla sede metropolitana di Messina che fino ad allora era stata sempre riconosciuta dai vescovi liparesi anche quando Lipari faceva parte del reame di Napoli[1].

Papa Paolo V

Comincia così una corrispondenza fra il cardinale Gallo a nome del papa ed il vescovo di Lipari in cui si raccomanda a mons.Vidal di non permettere che “per causa di detta unione venga fatta alcuna novità intorno alle Cose Ecclesiastiche così in materia di Giurisditione come di Collatione di Beneficij o qualsivoglia altra cosa, ma , pretendendosi qualche Innovatione, faccia che si ricorra prima a Sua Beatitudine  a cui deve  spettare sopra di ciò la totale diliberazione” [2]. La prima lettera della Santa Sede è del 6 maggio cioè ci si muove per tempo prima della formalizzazione dell’incorporazione che avverrà il 30 maggio.

Non sono passati che pochi giorni da questa data  che viene preteso dai Ministri del regno di introdurre nella diocesi di Lipari il Sant’Uffizio  dipendente dall’Inquisizione spagnola come era d’uso in Sicilia. E così  il 16 aprile del 1611 il Cardinale Gallo a nome del papa riscrive a Mons. Vidal  raccomandandogli di non permettere assolutamente questa intromissione. Se i ministri palermitani dovessero insistere il vescovo  mostri pure  la lettera scritta a nome del papa e comunque non si faccia alcuna innovazione senza prima trattare col pontefice. Mons. Vidal è convinto e determinato in questa resistenza e lo fa opponendosi energicamente “non senza – dirà il suo successore mons. Caccamo – gravissimo percolo della sua vita[3]. I  regi ministri minacciarono allora e continueranno a farlo in seguito “la destituzione dalla dignità episcopale e la soppressione della Sede –Cattedrale[4].

 

Il vescovo di Lipari, per antica consuetudine proprio perché si riteneva il proprietario delle isole e dipendeva direttamente da Roma, godeva di specialissime immunità e prerogative ed era esente dai tributi imposti dallo Stato. Questa situazione, proprio negli ambienti politici ed amministrativi di Palermo, era mal tollerata mentre lo stesso vescovo non era ben visto perché giudicato inaffidabile ed un evasore di fatto, e quindi, appena possibile, osteggiato.

 

Le tensioni fra le confraternite

 

Queste tensioni, alcune anche di scarso rilievo ed effimere, si riflettevano nel microcosmo eoliano  facendone un vero e proprio covo di vipere. Prima la guarnigione militare e poi anche le autorità civili e la nobiltà terriera e armatoriale, che mal subivano il pagamento dei censi e delle decime, cominciarono a percepire la figura del vescovo con fastidio e insofferenza, fino, qualche volta, a sfociare in gesti di aperta ostilità, a cui facevano riscontro reazioni durissime col solito ricorso a severissime scomuniche.

Confraternite di Lipari

 

E non deve destare meraviglia se proprio la cerimonie religiose divennero il terreno più proficuo in cui questi sentimenti e queste tensioni presero a manifestarsi. Così da una parte i militari ed i nobili fecero della confraternita dell’Addolorata - che aveva sede nella chiesetta che si chiamava allora della Soledad, nel luogo dove sorge ora la chiesa dell’Addolorata – il loro luogo di incontro e tendevano a manifestare con cerimonie sfarzose il loro potere contrapponendosi a quelle che il vescovo officiava in Cattedrale. In particolare le cerimonie della Settimana Santa diventarono occasione di confronto e di competizione tanto da costringere il vescovo ad intervenire per porre un freno. Per tutta risposta la confraternita si adoperò perché la loro chiesa forse promossa a Cappella di Regio patronato con cappellano indipendente dal vescovo e sottoposto direttamente alla Legazia Apostolica di Palermo. Fu quello il momento di una ricca fioritura di confraternite molte sorte in contrapposizione a quella dell’Addolorata ed in solidarietà col vescovo come la confraternita[5] del S. Crocifisso o dei SS.Sette Dolori che si radunava ogni venerdì nella cappella della Concezione in Cattedrale mentre, sempre in Cattedrale, venne eretto un altare detto dei SS.Sette Dolori.

Anche le situazioni più banali divennero occasione di conflitto e di scontro come l’uso del “chiomazzo”, un cuscino ricamato che metteva il vescovo sotto le ginocchia durante le celebrazioni, divenne occasione di contesa col capitano d’arme che se n’era fatto fare uno simile; oppure il colore del drappo sullo scranno del municipio in Cattedrale che i girati vollero rosso paonazzo mentre il vescovo riteneva che questo colore fosse distintivo degli abiti dei prelati; o la consuetudine che i pubblici ufficiali, nelle feste solenni, accompagnassero il vescovo dalla soglia del palazzo vescovile alla Cattedrale e viceversa, alla fine delle funzioni, che divenne occasione di dispetti e quindi di processi che si imbastivano dinnanzi al Tribunale civile del vescovo[6]. Beghe paesane, frizioni locali che però si inserivano e acquisivano spessore nel più grande conflitto che si andava approfondendo quello cioè dello schierarsi con Palermo o con Roma, con lo Stato o con i vescovo.

 

la sofferenza di mons. Vidal

Il monumento a mons. Vidal nella Cattedrale di Lipari

Questa situazione di tensione e di contrasti doveva essere subìta con sofferenza da un vescovo come Vidal che, come abbiamo visto, proprio in nome della buona convivenza aveva esentato dai tributi alla chiesa i nove decimi dei possessori dei terreni in enfiteusi ed aveva donato al Municipio diversi beni. Così a partire dal 1613, sentendosi logorato e con una piaga nella gamba che lo inficiava negli spostamenti, pur avendo solo 66 anni,  declinò di andare a Roma per la consueta visita “ad limina” e cominciò a pensare alla propria morte. Fece costruire il suo sepolcro che volle in Cattedrale interrompendo l’antica tradizione di seppellire i vescovi nell’ipogeo che si apriva sotto il coro[7] ma soprattutto, uomo sensibile ai problemi della povera gente, volle creare, il 19 giugno del 1617, un fondo perpetuo che permettesse, con i proventi ricavati, ogni anno di dotare di un corredo di vestiario una trentina di persone: dodici uomini al 24 di agosto, festa ufficiale di S. Bartolomeo, e un certo numero di donne al 13 febbraio, ricorrenza, secondo la tradizione, dell’arrivo della cassa di S.Bartolomeo a Lipari, giorno che era comunemente detto della “festa della cascia”. Infine, nella festa del 17 giugno – anche questa dedicata a S.Bartolomeo - dovevano essere consegnate onze 10 “in sussidio di maritaggio d’una povera zitella”[8].

Mons. Vidal moriva il 17 settembre del 1617 a settanti anni di età, colpito da apoplessia. Oltre che, come abbiamo visto, dotato di abilità diplomatica, ed attento alle esigenze della comunità a cominciare dai più poveri, fu anche un vescovo di grande sensibilità pastorale. Indefesso nel somministrare i sacramenti  “ si faceva udire frequentemente – ci informa il Campis – predicando nelle Chiese, o , nel conffessionario, ascoltando, consolando et istruendo i penitenti, oltre il tacito esortare che facevano le sue virtù delle quali era a meraviglia dotato” [9].     

Particolare del monumento a mons. Vidal

 


[1] G.Iacolino, La Chiesa Cattedrale…, manoscritto citato, pag. 33°. Il rapporto di “suffrageneità” di una diocesi ad un’altra si esprimeva soprattutto nella funzione di corte d’appello che il vescovo metropolita esercitava  nei processi ecclesiastici ed anche in alcuni gesti formali di riconoscimento di questa dipendenza durante particolari funzioni religiose come il 15 agosto a Messina, in occasione della festività della Madonna della Lettera, patrona della città, quando nel corso della funzione solenne i vescovi di Lipari, Patti e Cefalù dovevano rispondere alla chiamata del vescovo di Messina pena la commissione di una multa che il più delle volte però non si faceva pagare.

[2] Archivio Vescovile di Lipari – Carpetta Civili 7 “Documenti ritrovati nell’Archivio della Chiesa di Lipari…” in G.Iacolino, La Chiesa Cattedrale…, manoscritto cit., pag. 33°1. Lettera del 7 maggio 1610.

[3] Relazione di mons. A. Caccamo alla S.Congregazione del Concilio, del 1621 circa, in Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456 A,f.46.

[4] Idem.

[5] Sulla storia delle confraternite nelle Eolie vedi G.Iacolino, Confraternite e Pie Associazioni laiche nell’Arcipelago delle Lipari, Lipari 2005.

[6] Su tutti questi avvenimenti si veda G.Iacolino, L Chiesa Catttedrale..,, manoscritto citato pag.33-34; vedi anche Archivio vescovile di Lipari, criminale, anni 1622 e ss.

[7] Nell’ipogeo mons. Vidal stabilì invece che si deponessero i cadaveri dei canonici capitolari, opportunamente essiccati e poi rivestiti dei loro abiti di cerimonia, ciascuno collocato in una propria nicchia verticale, in posizione eretta. Le nicchie non superavano la quindicina. Un minuscolo locale adiacente era destinato ad essiccatoio e colatoio. Vi era uno speciale sistema di trattamento dei cadaveri. Ventiquattr’ore dopo il decesso, il cadavere, senz’altra preparazione, veniva chiuso nel colatoio, adagiato sul coricatoio a grata. L’ingresso veniva poi murato perfettamente con malta per schiudersi allo scadere di almeno un anno. Alla riapertura del colatoio, essendo prosciugato il cadavere, questo veniva rivestito con gli abita da cerimonia. L’aria non lo distruggeva, né c’era più da temere alcuna nociva influenza sulla pubblica igiene. G.. Iacolino, La Chiesa cattedrale…, manoscritto cit., pag. 32b; per il sistema di trattamento dei cadaveri v. una lettera del 9 ottobre 1881, indirizzata al Sig, Soprintendente dell’Ufficio del patrimonio e Beneficenza, n. 5791, pubblicata ida Pierre Thomas in G. De Maupassant, Viaggio in Sicilia, Palermo 1977, pag. 45, in nota.

[8] Archivio Stato Vaticano, Cassetta 456 A, ff.41v-42v. Atto del notaio Alfonso Ferrazzano. G.Iacolino, La Chiesa  Cattedrale…., op.cit.pag. 32 e,f ,g. Questa pratica alimentata dal fondo istituito da mons. Vidal era ancora operante nel 1841.

 

[9] P.Campis, op.cit., pag. 317-318. Stranamente il Campis afferma che mons. Vidal morì ad 82 anni di età (pag. 324), e sulla sua scia l’informazione viene ripresa da altri storici. Ma è lo stesso mons. Vidal che il 3 gennaio del 1613 scrivendo a un dignitario della curia pontificia per scusarsi che le condizioni di salute non gli permettono di andare a Roma per la visita “ad limina” per cui manda al suo posto il canonico La Noara, suo procuratore, afferma di avere, a quella data, 66 anni.

 

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