Il primo Novecento e la speranza di uno sviluppo diverso

Villa Mazzini ai primi del secolo.

 

I fermenti del primo 900

 

Il primo 900 è ricordato nella storia italiana come l’”età giolittiana”, cioè una fase in cui la figura di Giovanni Giolitti - che fu presidente del consiglio dei ministri quasi ininterrottamente per un decennio, dal 3 novembre del 1903 fino al 7 marzo 1913 - svolse un ruolo preminente contribuendo ad ammodernare lo Stato ed a fare crescere la società. Furono gli anni in cui uscirono leggi per la tutela del lavoro delle donne e dei bambini, fu resa obbligatoria l’istruzione elementare, nacquero le ferrovie dello stato, si stabilì un modus vivendi fra governo e sindacati e gli scioperi non vennero più repressi, si svilupparono  movimenti popolari come quelli dei socialisti e dei cattolici, si introdusse il suffragio universale maschile portando gli elettori da 3 milioni e mezzo a circa 9 milioni. Si ebbe cioè, in questo periodo, una notevole crescita della società civile.

Anche Lipari in qualche modo partecipò a questo fermento associativo. Nel novembre del 1903 si costituì un comitato provvisorio “Pro Isole Eolie” sotto la presidenza dell’avv. Gaetano De Pasquale che si proponeva  di “gittare le fondamenta di un’Associazione che abbia lo scopo, in generale, di sollevare un pochino le sorti di tutti gli eoliani, e più particolarmente quelle di molti piccoli proprietarii che il flagello fillosserico, nonché quello d’’emigrazione ha ridotto…a mal partito[1]

Continuavano intanto ad operare la Società operaia di mutuo soccorso animata dall’avv. Onofrio Carnevale Rossi e dall’avv. Francesco Casaceli, il Circolo cattolico, il Circolo dei cacciatori, il Nuovo Circolo che era un’associazione culturale e forse anche una Associazione dei Commercianti.

Inoltre proprio l’1 novembre 1905 nasceva l’ “Istituto delle suore francescane dell’Immacolata Concezione di Lipari”  promosso da una giovane liparese, Giovanna Profilio[2], che era emigrata a New York nove anni prima e li si era fatta suora. Giovanna divenuta suor Florenzia era stata richiamata a Lipari dal vescovo mons. Raiti perché diversi esponenti del clero eoliano avevano convinto il presule che a Lipari ci fosse l’esigenza di un istituto locale che si dedicasse ai bambini abbandonati ed alle ragazze madri giacchè le suore di Carità sembravano privilegiare l’insegnamento per le ragazze delle famiglie borghesi[3].

Suor Florenzia Profilio

In Consiglio comunale si fronteggiavano  il Partito popolare liberal-progressista e del Fascio dei Lavoratori che detenne la maggioranza dai primi del novecento sino alla vigilia della prima guerra mondiale e il Partito democratico che rappresentava l’opposizione e di cui i consiglieri più attivi erano Felice Sciarrone e Nino Marchese che erano anche animatori del movimento degli operai della pomice.

Come abbiamo avuto già modo di dire furono anni questi di grande instabilità amministrativa. Per ben due volte fu nominato un regio commissario. La prima fra i 27 settembre 1903 ed il 22 febbraio 1904 al culmine di uno scontro in Consiglio comunale fra l’Amministrazione del Sindaco Faraci e  il consigliere Caserta che aveva denunciato “ furti e corruzioni che si commettono ogni dì da persone di questa Amministrazione”. I furti e le corruzioni riguardavano il contrabbando che, secondo Caserta, praticavano molti borghesi di Lipari proprietari di terreni pomiciferi fra cui anche esponenti della maggioranza. La seconda nomina del regio commissario è fra il 15 gennaio ed il 15 luglio 1907 ed,  ancora una volta ad essere interrotta, è l’amministrazione del Sindaco Faraci. Il problema è sempre quello del contrabbando della pomice per non pagare i diritti comunali ed è a proposito di esso che viene votata la sfiducia il 27 agosto 1906. La Giunta procede il suo mandato, sebbene in minoranza, fino alla fine di dicembre.

E fu proprio nel periodo del commissariamento che a Lipari maturano nuove prospettive politiche ed economiche. Si ha la certezza che verrà approvata la tanto attesa leggina che istituisce il dazio sulla pomice a favore del Comune garantendo così un flusso di risorse che si prevede notevole e si prospetta una amplissima convergenza – al di là degli schieramenti politici – sul cav. Giuseppe Franza.. Ed il 16 luglio 1907 il Consiglio comunale elegge con 28 voti Sindaco il Franza che presentò il suo programma  nella seduta del 12 agosto.

Nel suo discorso il Sindaco disegnò grandi scenari di sviluppo non solo grazie alle entrate della pomice . Annota il segretario comunale nel verbale che “accenna parimenti ad opere da farsi onde abbellire la cittadina  pel richiamo dei forestieri i quali, trovando tutto il confortabile della vita specie in buoni e decenti alberghi, in amene passeggiate, in fronsute villette, darebbero quell’utile da cui il piccolo commercio troverebbe quell’incremento che attualmente non vede”[4]. Già Franza sogna il turismo.

 

L'esigenza di uno sviluppo diverso

 

Parlare di sviluppo turistico all’inizio del 900 poteva sembrare avventato perché le Eolie allora, a parte i bei paesaggi ed un mare limpido, non avevano proprio nulla di accogliente e non solo in senso ricettivo ma  anche per molti usi e costumi degli abitanti. Un esperto come Luigi Vittorio Bertarelli del Touring Club Italiano – che aveva visitato l’arcipelago alla fine dell’800 e vi era tornato dieci anni dopo - scriveva[5] nel 1909 : Gli alberghetti sono al di sotto di qualunque infima osteria di un paese settentrionale e così sporchi da apparire inabitabili. Il ristorante – quasi l’unico – che passa per il migliore di Lipari è una bottega sudicia ad archivolti bassi, dove si mangia alla meno peggio ma dove il servizio è fantasticamente diverso da quanto s’usa in luoghi rispettosi del viaggiatore. La commissione per il miglioramento degli alberghi del Touring qui nulla potrebbe fare; si troverebbe come un missionario incompreso in partibus infidelium… L’evoluzione è ancora lontana, l’abiezione attuale non è quasi avvertita”.

E facendo il raffronto con i ricordi della prima visita scriveva:” Essa mi è sembrata quest’anno identica alla Lipari di dieci anni fa, quando un’altra volta visitai le Eolie. Anche oggi trovai l’identica mancanza di confort e la stessa sporcizia  per la quale, messo piede nell’Albergo Nazionale, che passa per il principale, fuggii in strada inorridito senza saper bene dove avrei posato il mio scarso bagaglio. Mi indicarono un altro albergo di cui poi da altri sentii parlare come d’un canile, ma mentre mi avviavo, fui fermato per la strada da un bottegaio che mi offrì una camera mobiliata dove stetti discretamente…Non vidi nella pubblica edilizia alcun che di mutato in dieci anni”

A questo punto il Bertarelli si sofferma a descrivere un “vespasiano” che esisteva ancora negli anni 40 ed era alla sinistra, guardando, la chiesetta del Purgatorio.

” Dietro la Capitaneria di Porto vi è ancora come allora (dettaglio zoliano ma caratteristico di cui non posso defraudare i lettori della Rivista )un pubblico ed utile ritrovo. E’ costituito da una sala intorno alla quale corre una specie di divano orientale o gradino, coperto di piastrelle bianche con vaghi disegni azzurrini, opportunamente perforato  nel piano superiore da una dozzina di buchi rotondi di trenta centimetri, come una cucina economica. Su questo bel piano si assidono per le proprie occorrenze i cittadini liparoti, conversando piacevolmente dei propri affari, e dimostrando così una grande attività poiché senza perder tempo compiono due servizi. L’ingegnoso monumento vespasiano ritrae particolare pregio dall’essere impostato sopra una grossa roccia quasi a raso del mare, in cui guardano direttamente i sopradetti trafori. Quando c’è un po’ di maretta gli schiaffi delle onde battono di sotto in su e il rinfresco deve essere detersivo e delizioso”.

Ma il grottesco di questo “servizio pubblico” si sposa ad altri  elementi che farebbero fuggire qualsiasi turista di oggi.

“Le case liparitane hanno –continua il fondatore del TCI -  un aspetto prettamente orientale. La maggior parte sono basse, con tetto a terrazzo lievemente convesso per inviare le acque nelle cisterne. Purtroppo non vi sono nell’isola sorgenti.  Tutta l’acqua che si beve è piovana e , di regola, neppure grossolanamente filtrata[6]. Vi sono dei pubblici serbatoi[7] accanto ai quali furono installate delle piccole pompe col criterio igienico di impedire che nella loro acqua fossero immersi i secchi di tutti ma, forse per non guastar le pompette, queste sono chiuse accuratamente da uscioli di legno, la cui chiave sarà, credo, al Municipio, e così tutti attingono colle proprie corde ed i propri secchielli…

Nelle pittoresche casette, brillanti internamente di sempre rinnovato imbianco, la pulizia privata lascia a desiderare, non meno di quella pubblica, in troppi siti. Dalle screpolature, assai spesso sismiche, che un po’ dappertutto fanno capolino alla superficie degli intonachi, vengono fuori, specialmente alla sera a prendere il fresco, insetti di ogni qualità che non sono abbastanza etmologo per classificare, ma che vanno dai centopiedi e dai ragni, dei quali la dimestichezza non è poi tanto spiacevole, alle blatte e alle cimici di cui guai a preoccuparsi perché non si avrebbe più il coraggio di dormire. E le pulci? Che dire delle pulci? D’estate in generale in tutta la Sicilia sono un flagello..Nulla dico delle zanzare…”

Certo, osserva ancora Bertarelli a “ Lipari vi sono del resto numerose case di ricchi negozianti, di industriali in vino e in pomice e di agricoltori che nulla lasciano a desiderare, ma sono case private alle quali naturalmente non può accedere chi vuole.

Comunque, che a Lipari in quegli anni stia maturando anche un nuovo senso estetico e si cominci a pensare anche all’immagine della propria cittadina, lo dimostra una lettera che abitanti della Marina San Nicolò, proprietari delle case e dei terreni  lungo quella strada, scrivono al Sindaco ed ai Consiglieri per proporre un intervento su di essa.

Se gli on. Signori del Consiglio – si legge nella lettera – si fanno due passi per la detta Marina, che poi in tutti i tempi e più specialmente nelle stagioni calde è la passeggiata preferita anzi ambita da indigeni e forestieri, si accorgono a prima vista degli sconci enormi che essa presenta. Case, che rientrano; case che escono più in fuori; piccole cucine e scale aperte costruite sulla pubblica via. Sembra, ce lo consentano, una strada di un centro ancora adamitico!...Ora, gli esponenti, desiderosi di estetica e di ordine nelle vie, e di vedere con lo sviluppo economico il progresso edilizio e un rinnovamento del Paese, si offrono spontaneamente per l’allineamento del tratto di detta via, sulla quale fronteggiano, pronti a subire la spesa per l’acquisto del terreno, a titolo di vendita o di concessione, pagando la spesa a cui ognuno rispettivamente sarà tenuto”.

In premessa gli scriventi[8] avevano detto che “sarebbero disposti ad incontrare qualsiasi sacrificio, pur di vedere un po’ di quell’ordine nella costruzione dei fabbricati che tanto di bello farebbe acquistare al Paese”. A loro non dispiacerebbe che un tale provvedimento “fosse adottato per tutto Lipari” ma comunque intendono dare un segnale importante ed allegano anche uno schizzo planimetrico. Naturalmente il Consiglio approva all’unanimità. Un solo contrario e due astenuti sul punto della delibera che stabilisce l’allineamento anche per l’ultimo tratto della Marina adiacente alla proprietà Famularo il cui proprietario non era fra gli scriventi.

Se Lipari lascia a desiderare sotto diversi aspetti, ben più grave deve essere, in genere, la vita nelle borgate e nelle isole a cominciare da Canneto che, nel comune, dopo Lipari, è la realtà più popolosa.

Ancora nel 1910 Canneto era un piccolo borgo di contadini, pescatori e cavatori che sul finire dell'800 ed i primi del 900 aveva avuto una crescita esponenziale della popolazione a  causa dell'industria della pomice [9].  Si perveniva per una mulattiera profondamente incassata nel tufo che prima si arrampicava  sul timpuni della Serra e poi scendeva a Canneto di Dentro. Canneto si raggiungeva da Lipari o a piedi, con una buona ora di cammino, o a dorso d'asino, o con il vapore che vi faceva scalo operando con le barche, il cosiddetto rollo. Lungo tutta la spiaggia che si sviluppa a falce sorgevano case bianche alternate con grandi magazzini e baracche che servivano da depositi della pietra pomice. Al centro del paese, come oggi, la chiesa di San Cristoforo che dava direttamente sulla spiaggia, stretta ai fianchi ed alle spalle da  case e casupole nate senza alcun ordine.[10].

Il sentiero che da Bagnamare (Pignataro) portava alla Serra e da lì a Canneto.

 

La condizione di Canneto e i problemi di Stromboli

 

A Canneto nel 1890 erano stati istituiti una collettoria postale e un ufficio telegrafico, quando il Consiglio affronterà il dibattito sul Bilancio del 1900 fra le opere previste si parla del tracciamento di una strada interna nel villaggio parallela alla spiaggia e di una condotta medico-chirugica. Nel dibattito emerge anche la necessità di un cimitero, di una farmacia, di una strada che metta “ in diretta comunicazione quella borgata col capoluogo del Comune”. Nella seduta del 5 novembre 1906 vengono fatti voti al governo perché il piroscafo di linea giornaliera  faccia scalo nella rada della borgata “essendo Canneto, specie d’inverno, tagliata interamente fuori dalla Città di Lipari, ove avvengono gli attuali approdi essendo che tra Lipari e Canneto non hanno alcuna strada rotabile e mulattiera”.

Una testimone[11] ricordando quei tempi lontani, descrive il  villaggio di Canneto come “abbandonato”. “C'erano poche case. Mio padre era considerato benestante perché aveva due case.... A quel tempo erano quasi tutti contadini o pescatori; non sapevano né leggere né scrivere. A Canneto non c'era luce, non c'era gas, né un dottore, né una farmacia. Bisognava andare a Lipari. La gente partiva al mattino per lavorare in campagna e tornava la sera. Oppure si lavorava per cavare la pietra pomice, cento palmi sotto terra[12]. La gente tirava avanti col ricavato della campagna, della pesca e della vendita della pietra pomice. La sera si accendevano i lampioni, che ogni mattina venivano riempiti di petrolio. La sera non usciva nessuno. Il gelato si vedeva per San Bartolo o san Cristoforo. La carne si mangiava raramente e la mangiavano chi aveva galline o qualche coniglio... Si mangiavano legumi. Anche la pasta era scarsa. Dopo la guerra si ritirava con la tessera. Arrivava un vaporetto e tutti si mettevano in fila per ritirarla. Qualche volta anche inutilmente perché la distribuzione finiva prima che tutti potessero avere la loro razione e a volte doveva intervenire un pubblico ufficiale per evitare le particolarità.

Le cose vanno meglio a Stromboli, almeno sotto l’aspetto della pulizia e dell’igiene ma anche qui i servizi, a cominciare dall’acqua, sono completamente assenti.

Gli abitanti – commenta Bertarelli – non hanno segreti né paure, ossia nulla da nascondere moralmente e materialmente: tutte le porte sono aperte, né vi è un solo carabiniere in tutta l’isola. Si guarda perciò liberamente dappertutto, si entra dove si vuole, certi d’essere accolti cortesemente. Davanti ad ogni casa c’è un allegro pergolato; nel complesso le abitazioni hanno un’aria, se non d’agiatezza, per lo meno di decorosa povertà…C’è, complessivamente, una certa pulizia, favorita dal clima sempre secco, anzi purtroppo così secco che la mancanza d’acqua è una grave calamità normale. Come in tutte le Eolie, qui non c’è una sola fonte, o, per essere preciso, ce n’è una la quale dà, goccia a goccia, si e no una bottiglia d’acqua ogni dieci minuti! Tutta l’acqua che si beve è di cisterna, ma talora le cisterne sono insufficienti, e si patisce la sete. D’estate non piove mai e quando le cisterne sono presso ad esaurirsi, l’acqua è veramente pessima. Io mi portai dell’acqua minerale da Lipari, ma siccome non mi bastò, mi provvidi poi di acqua filtrata al semaforo, per gentilezza dei semaforisti”[13].

Forse il problema maggiore degli abitanti di Stromboli è il loro vulcano con cui convivono ma che ogni tanto crea dei problemi. Come nel 1916.

Nella notte tra il 3 e il 4 luglio – scrivono al Sindaco ed al Consiglio trentanove cittadini di Stromboli – questo vulcano esplodendo violentemente, lanciò in aria migliaia di tonnellate di materiale infuocati, di cui una parte cadde sulla sciara del fuoco e quindi in mare ed un’altra parte si riversò sul versante coltivato dell’isola , giungendo fino in prossimità dell'abitato. Si verificarono molti incendi e nei due terzi superiori dell'isola fu distrutto tutto il raccolto ed una gran parte dei vigneti. La scossa dell'esplosione ruppe tutti i vetri dell'abitato e molte imposte producendo pure lesioni alle case. Non si ebbero a lamentare vittime perché tutto ciò successe di notte ed in un'ora in cui tutti gli abitanti erano a letto. Il Governo inviò i professori Ponti e Palonà di Catania per verificare ciò che era successo e il Brigadiere del Regio Carabinieri fece subito un primo elenco dei danni che in seguito, negli ultimi di luglio, furono pure constatati da un Tenente dei carabinieri venuto espressamente. Si calcola che il danno ascenda a più di 150.000 lire[14]”. Gli scriventi  chiedono lo sgravio della tassa fondiaria per almeno dieci anni. Il consiglio all'unanimità fa voti perchè il Governo accolga la richiesta.

Ed è proprio il vulcano che già allora attira turisti. Tanto è vero che Bertarelli ne incontra due nella sua escursione: sono un professore di geografia, polacco e slavo che fa un viaggio di istruzione a spese del governo austriaco ed un giovane fotografo professionista tedesco.

 

Ad Alicudi non c'è serenite nemmeno per i morti

Ma se i servizi pubblici lasciavano a desiderare a Stromboli ed a Lipari la situazione è veramente intollerabile ad Alicudi ,”isola perfettamente dimenticata” come ebbe a definirla il 5 febbraio 1900 in Consiglio comunale Giovanni Caserta pretendendo che si leggesse una lettera inviata il 26 novembre del 1899 dai capi famiglia dell’isola e rimasta in evasa.  Tre sono i problemi che essi fanno presenti al Sindaco, alla Giunta ed al Consiglio comunale: il medico che manca da quattro mesi e non si è potuto fare il vaccino del vaiolo per i bambini mentre nell’ultimo anno ci sono stati morti per malattie infettive  ; la levatrice che non si è mai avuta e che ora viene richiesta pressantemente perché molte donne sono in stato interessante; la mancanza di un cimitero. E a proposito del seppellimento dei morti la situazione che descrivono e degna di un racconto dell’orrore. “Da sei mesi in qua, ogni qualvolta si deve seppellire un cadavere, si dovrà prima piggiare i morti nella sepoltura con dei legni o con i piedi per poter fare andare il morto”.

Ma se non era ancora il momento del turismo certo , grazie all’appoggio del deputato locale e le nuove risorse che vengono dalla pomice, si può pensare a tante cose che fino ad ora si erano trascurate. E fu negli anni del Sindaco Franza che si ottennero miglioramenti nei servizi marittimi, nel rifornimento idrico a mezzo navi cisterne della marina militare, che arrivarono anche finanziamenti per qualche opera pubblica. Si lastricò con basole di pietra lavica per intero via Garibaldi, si accelerarono i lavori del nuovo edificio sulla Civita destinato a sede municipale, si risistemarono e prolungarono di qualche metro le banchinette nord e sud della penisoletta del Purgatorio, si realizzò un pezzo di approdo a Sottomonastero, si attrezzò e prolungò di quaranta metri il molo di Pignataro, vennero progettate le rotabili Lipari-Canneto e Lipari-Quattropani con deviazione per San Calogero anche se ancora nel 1920   non c'erano strade carrozzabili e la cosiddetta mulattiera Lipari-Canneto era in realtà un sentiero da capre, malamente praticabile per gli uomini e per gli asini.

Grazie alla legge n.10 del 1908 i proventi permisero al Sindaco di ridurre notevolmente le tasse ordinarie e di riportare a pareggio il bilancio. La legge prevedeva un regolamento applicativo che fu approntato e pubblicato il 21 luglio e con delibera dell’8 agosto il  Consiglio comunale  fissava l’ammontare delle tangenti a seconda della qualità dei prodotti. Ma per via di contestazioni da parte dei cavatori, nei primi anni, il Comune ebbe serie difficoltà a far rispettare i suoi diritti. Comunque dopo le prime difficoltà i proventi ammontarono a circa L. 100.000 annue. Non erano i 500 mila calcolati, o forse solo sperati,ma si trattava comunque di una buona entrata che poteva permettere a Lipari di guardare con più serenità e fiducia al futuro.

Le contestazioni riguardavano l’esenzione dei materiali  estratti in data anteriore al giorno di pubblicazione del regolamento e giacenti nei magazzini. Ora malgrado il Comune avesse nominato una commissione per accertare  queste giacenze, alcune aziende piccole e grandi, si diedero a praticare una sorta si contrabbando smaltendo le giacenze e ripristinandole via via, in maniera occulta con materiale di recente escavazione.

Comunque – malgrado le forti carenze - la società liparese  sembrava sollecitare uno sviluppo diverso, capace di andare al di là di una agricoltura ormai divenuta insufficiente e di una industria della pomice, per quanto in crescita, sempre limitata di fronte alle esigenze crescenti. Uno sviluppo meno pauperistico ed austero ed in qualche modo già con qualche licenza consumistica.



[1] G. De Luca, L’economia Eolia, Riposto 1926, prefaz. P.IV. Altri componenti di questo Comitato furono il notar Domenico Giuffré, l’avv.Giuseppe La Rosa, il dott. Giuseppe Pittorino, il dott. Favazza …

[2] Madre Florenzia Profilio, al secolo Giovanna, nasce a Pirrera all'alba del 30 dicembre del 1873 da Giuseppe e Nunziata Marchese. Vedi la scheda sulla sua vita.

 

[3] M.Giacomantonio, Florenzia che ha svegliato l’aurora, Cinisello Balsamo 2009.

[4] Verbale del Consiglio comunale del 12 agosto.

[5] L.V. Bertarelli, Escursione alle Isole Eolie, in “Rivista mensile Touring Club Italiano”, agosto 1909, pp.340-342.

[6] Le famiglie più agiate, annota Iacolino (Inedito, cit. Quaderno XI, pag. 528 a 2).disponevano di un filtro ingegnoso costituito da una grossa pietra di natura porosa sagomata a forma di anfora romana, cava all’interno e con la base a punta. Siffatto contenitore veniva collocato su un treppiedi di legno e ferro. Ripieno d’acqua, anche limacciosa, il filtro restituiva dal ‘pizzo’, a goccia a goccia, il liquido discretamente limpido.

[7] Le famose “gibbie” che si trovavano al Pozzo,all’inizio del viale vescovile

[8] Ecco i nomi degli scriventi dotati di senso civico:  Giuseppe Cincotta, Antonino Profilio, Giovanni Gioffé fu Antonino, Bartolo Le Donne di Giuseppe, Giovanni Natoli fu Antonino, Nicola Fazio di Giuseppe, Salvatore Sciacchitano, Caterina Merlino, Matteo Giuffré, Caterina Sciacchitano, Giovanni Tesoriero, Caterina Favorito vedova Paternò Gaetano, Ferdinando Paino fu Onofrio, Nunziata Macrì fu Vincenzo, Giuseppe Casaceli.

 

[9] G. Iacolino,  Strade che vai, ecc., op.cit. pagg. 99-113. Nel 1810 la borgata era ancora “ piccolo casale”, nel 1971 contava 792 abitanti, nel 1907 questi erano saliti a 2.526.

[10] Per la ricostruzione dell'immagine di Canneto come della strada di collegamento ci siamo appoggiati al libro di Luigi Salvaore d'Austria, Le isole Lipari. Vol. III , Lipari, op.cit. pag. 56-60, ritenendo che nel 1912 i cambiamenti rispetto a venti anni prima dovessero risultare minimi. V. anche G. Iacolino, Strade che vai..., op.cit.

[11] Anna Megna vedova Virgona nata a Canneto il 16 giugno 1906 ed avente l'età di 87 anni al momento della deposizione ( 13 settembre 1993). La testimonianza si trova nell'Archivio della Casa generalizia delle Suore a Roma in una cartella denominata “Segnalazioni di grazie attribuite all'intercessione della Serva di Dio Madre Florenzia Profilio”.

[12] Oltre ad essere un lavoro faticoso e pericoloso come lo può essere il lavoro in cava sempre a rischio di crolli nelle piccole gallerie, quello dei cavatori di pomice era un mestiere anche a rischio a causa, come abbiamo visto,  delle “liparosi”.

[13] Idem, settembre 1909, p. 388.

[14] Dal verbale del Consiglio comunale del 22 agosto 1916.

 

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