Il primo scontro Comune - Vescovo per la pomice

Il primo scontro con il vescovo

Lo sfruttamento delle terre pomicifere nel corso del secolo si andò sempre più intensificando , assumendo la piena fisionomia industriale solo a partire dal 1884[1].

Intanto l’esportazione della pomice aveva raggiunta la media annua di 5 mila tonnellate e questo anche per via dei nuovi sistemi di lavorazione e dell’introduzione dei motori a carbone  impiantati dalla ditta Barthe e dalla società anonima Eolia Oltre che a Canneto ed Acquacalda esistevano due forni di essicazione a Lipari , uno al termine di via Santa Lucia con prospetto sul torrente el’altro in fondo al vicolo Ausonia.

   

Il Vescovo Natoli, a sinistra e il prof. Emanuele Carnevale a destra

Fu talmente florida, in quegli anni l’industria della pomice che, col ricavato della concessione – come si afferma nel Consiglio comunale  del 4 aprile 1889 -  si poteva provvedere ai bisogni del Comune  “senza far gravare sulla popolazione imposta alcuna”. Questo spinse il Comune – con delibera del 4 aprile 1889 -  a perseverare nella reintegra delle terre comunali usurpate. Il nuovo sindaco avv. Emanuele Carnevale[2] si intestò questa battaglia, nella quale trovò sostegno nel Prefetto e finalmente il 19 giugno 1891 arrivò l’ordinanza del regio commissario degli affari demaniali che respingeva l’eccezione dell’avv. Natoli La Rosa secondo il quale molte terre pomicifere erano proprietà della mensa vescovile. L’amministrazione successiva, quella del Sindaco avv. Onofrio Carnevale, dall’ottobre 1891 all’agosto 1895,la mise in esecuzione , così “fu delimitato il demanio pomicifero e si fecero oltre duecento esecuzioni” [3].

Di quella esperienza scrisse lo stesso Emanuele Carnevale: “Il Comune aveva un cospicuo demanio pomicifero, e in gran parte era stato usurpato: io lo rivendicai ricercando e raccogliendo per la prima volta i documenti del suo diritto e impegnando un’asprissima lotta con gli usurpatori: ottenni l’Ordinanza di reintegra nel giugno del 1891”[4].

Alle manovre di reintegra operate dal Comune si oppose energicamente il vescovo tramite l’avv. Antonino Natoli La Rosa. Scrive l’avv. Natoli che la volontà di spogliare il vescovo del suo patrimonio si manifestò  prima  nel 1890 e riguardava una parte dei giardini che circondavano l’episcopio, ad opera del Demanio dello Stato. Ma il ricorso al Ministero bloccò quella operazione. Dal 1891 in poi la Rappresentanza Municipale si era impossessata di estese tenute dell’Isola,”molte delle quali da qualche secolo e più furono dai Vescovi concedute in entiteusi. Per questi fondi gli utilisti espropriati, avendo spinto giudizio di rivendica contro il Municipio, minacciano di tradurre presso il Tribunale anche il Vescovo…per garantirli ed indennizzarli della patita evizione[5]” .”Fu nell’anno 1884 che i Municipalisti di Lipari cominciarono a spacciare che quelle terre pomiciose fossero proprietà demaniale  del Comune istesso. L’audace menzogna faceva monopolizzare in mani cointeressate la lucrosa industria delle pomici a tutto danno dei proprietarii utilisti e dei poveri che i vescovi, originari proprietarii, avevano sempre favorito con le contrattuali concessioni delle terre. Quella bugiarda invenzione si rivestiva della officiale autenticità col  contratto del 14 novembre 1884 col quale si dichiarava di locarsi al francese Barthe terre pomiciose di demanio Comunale: terre che il Comune non ha…Quale sia l’eco straziante di queste dolorose note si rivela da …Telegramma: Ministro Interni, Roma. Tormentati Liparesi 1000 privatamente riuniti lacrimando implorano Regio Governo liberarli tormentatore Municipio che rispogliali proprietà e tassali ferocemente. Lipari agosto 1891[6].

La tesi del vescovo era che l'Amministrazione comunale, sin dal 1890 si era inventata “gratuitamente” l'esistenza di un demanio comunale in numerose contrade di Lipari mentre in realtà essere erano della mensa vescovile che fondava il suo possesso – come si è detto - sulla donazione del Conte Ruggero all'Abate Ambrogio, il Breve di Urbano II del 1901, il diploma di Re Ruggero II del 1134, ecc.

“La pretesa demanialità di tale terre non può neanco sostenersi contro le attestazioni positive degli atti e contratti autentici, che loculentemente addimostrano, quelle terre non essere state mai proprietà del Comune , ma bensì di altrui. E oltre a tutto ciò, non può senza un'audacia dissennata, oggi ancor tuttavia ricantarsi una tale demanialità: quando delle asserzioni di proprietà Comunale dell'Ente Comune di Lipari, nel mentovato giudizio contro Barthe, cotanto lungamente ed accanitamente sostenuto, non potette giustificarsene alcuna. E il pretendente Comune non produsse verun atto probatorio della sua pretesa proprietà e possesso su quelle terre !!! La mancanza di quei titoli può dirsi oramai giuridicamente costatata: mentre dopo lunghe e ripetute diffide, e parecchi termini dilatori accordati tanto preso il Tribunale di prima istanza, che preso la superiore Corte d'Appello non fu mai possibile al Comune produrne[7]”.

  

Sulla scorta della pianta topografica predisposta – continuava l’avvocato della mensa vescovile nella presa di posizione contro la reintegra - si era avviata la reintegra con forme di esecuzione forzata di proprietà parecchie delle quali “erano state già concesse ad enfiteusi dalla Mensa vescovile di Lipari “. Era successo che questi possessori per enfiteusi vescovile si erano rifiutati di pagare in censo alla Mensa. Anzi, alcuni di questi, per quieto vivere, erano passati a riconoscere il Municipio come proprietario primitivo. Molti altri invece citarono nel corso del 1894 il Municipio di Lipari chiedendo il rilascio dei fondi, e minacciavano di trascinare in giudizio anche la Mensa vescovile. Così per evitare di essere citato in giudizio, l'avvocato del Vescovo aveva assunto gratuitamente la difesa di costoro.

All'indomani dell'Ordinanza il vescovo,luglio 1892, invitava al bonario componimento le migliaia di  debitori del censo fisso. Ma siccome questi si erano rifiutati il vescovo faceva presente che non poteva più proseguire su questa strada.

Ancora nel 1895, il 28 febbraio, il vescovo Natoli inviava una nota al Ministero di Grazia, Giustizia e del Culto sollecitando  il R. Economato dei Benefici Vacanti, ma questo ugualmente respingeva le tesi della mensa.

A questo punto le acque si calmano. Ancora mons. Audino che succederà a mons. Natoli, alla morte di questo, scriverà ai Sindaci di Lipari e di Salina per lamentare la triste situazione delle finanze della diocesi per via dei diritti negati in censi e decime ma questo non produrrà effetto alcuno.  Una nuova contesa si aprirà con il vescovo Paino dopo che sarà varata la tanto attesa legge sulla pomice.

 

La questione dell’esazione del dazio sulla pomice

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Le risorse provenienti dall’escavazione della pomice rappresentavano oltre il cinquanta per cento del bilancio comunale e – venendo a mancare un affittuario monopolista – le entrate erano diminuite significativamente col risultato che l’ente ne risentiva. Per porvi rimedio era necessario ricorrere ad un adeguato corpo di guardie campestri ma il suo mantenimento  si rivelava molto oneroso. Vi era anche il problema dei luoghi, montagnosi e di difficile raggiungimento, che non permettevano una efficace sorveglianza. In queste condizioni il contrabbando poteva prosperare.  Nel 1891 si avviò la procedura per ottenere il decreto reale che autorizzasse il Comune – come d’altronde avveniva prima del contratto con l’Eolia basandosi sul rescritto sovrano del 25 giugno 1855 - a riscuotere il diritto di percezione sull’escavazione della pomice all’imbarco della stessa. Così infatti la sorveglianza diveniva più agevole concentrandosi sui luoghi di imbarco. Ma la richiesta del Comune, pur avendo ottenuto il parere favorevole del prefetto, non viene accettata dal governo.

Intanto il 23 dicembre del 1902 il Consiglio per cercare di fare quadrare un Bilancio che si trovava in difficoltà decide di aumentare il diritto di percezione sulla pietra pomice raddoppiandola. Contro questa decisione  un centinaio di escavatori ricorrono al Prefetto asserendo che questa decisione li danneggia. In Consiglio il 7 febbraio 1903. si sviluppa una forte polemica fra i consiglieri Esposito e Faraci da una parte e Caserta dall’altra. Caserta che pure si era fatto promotore del raddoppio del diritto nella seduta del 23 dicembre ora, dice ,di essere stato tratto in inganno. La discussione si fa animata  ed il pubblico entrato nella sala partecipa con grida e urla. Ad un certo punto viene decisa la chiusura della discussione togliendo la parola al Caserta ed esplode il caos. Furono rovesciate sedie e tavoli e corsero anche pugni, calci e colpi di bastone. Quando – a distanza di alcuni mesi, il 20 marzo – il Consiglio si riunirà nuovamente l’animosità non si era ancora esaurita.

Il comune torna alla carica sul tema della percezione dei diritti all’imbarco nel 1894 e vuole chiedere la riproposizione del rescritto sovrano. Ma fra le carte del Comune questo non si trova più. Non rimane altra strada che chiedere al Ministero delle finanze una “leggina” che autorizzi il “dazio d’uscita”.. Il Sindaco avv. Onofrio Carnevale – il 2 agosto -  fa presente, in consiglio comunale, come, quando si applicava questa forma di esazione si percepivano dalle 80 mila alle 90 mila all’anno e non era necessario ricorrere, come è invece poi avvenuto, “alla sovraimposta comunale, all’aumento del dazio consumo sul vino e sulla carne e alla tassa fuocatico ( o imposta di famiglia), pesi cotesti che il paese sopporta appena”. Invece il dazio sulle pomici da riscuotere all’imbarco “grava sull’estero,nelle di cui piazze esse vengono esportate,  e migliora le condizioni degli operai, i quali trovano così meglio retribuito il loro lavoro”.

Il 9 gennaio 1895 il Sindaco in Consiglio comunale riferisce la risposta negativa del Ministero delle finanze perché avrebbe per oggetto “una imposizione che è in aperto contrasto col sistema tributario in vigore per i Comuni, e perché costituirebbe un precedente che la tutela dovuta al commercio consigli di prevenire”.

E’ il consigliere avv. Emanuele Carnevale che indica due strade per riprendere con efficacia l’iniziativa. La prima è una verifica dell’attuale sistema di riscossione. E’ vero che il Consiglio ha provveduto alla nomina di un direttore che sovrintenda al sistema ma non ha dato grossi risultati.”Egli con ciò non intende dire che si sia fatto male, perché è certamente la cosa in sé stessa che offre molte spine e difficoltà, ma se mai si potesse usare un sistema più conducente egli ne sarebbe lieto”.La seconda è quella di insistere col Ministero perché ha l’impressione che la questione non sia stata studiata con attenzione “giacché non è l’imposizione di un dazio nel vero e stretto senso della parola che si domanda, ma una modalità di esazione di quel diritto di percezione legalmente riconosciuto e dovuto sull’escavazione della pomice nei demani comunali”.

 

Il "sovrano rescritto"

Nel Consiglio del 26 marzo 1895 si prende atto che il Comune ha richiesto ed ottenuto dall’Archivio di Stato di Palermo copia del “sovrano rescritto” e si delibera di inviarlo ai Ministri dell’Interno  e dell’Agricoltura, industria e commercio per chiedere l’autorizzazione all’esazione all’imbarco delle pomici. Per diversi anni non si hanno riscontri del governo su questo piano. Comunque le delibere del Consiglio per l’esazione del dazio all’imbarco concorrerà alla formazione, come vedremo, della legge n. 10 del 1908.

Nel consiglio comunale del19 ottobre 1899 il consigliere Giovanni Carbone denuncia che  i diritti di escavazione non rendono alla finanze comunali neanche la quinta parta di quello che dovrebbero - visto che l'esportazione supera i 150 mila quintali l'anno - e questo perchè la maggior parte della pomice sfugge alla verifica della Guardie Campestri.

Quello del funzionamento del sistema di riscossione non è problema nuovo. Più volte era venuto alla ribalta in Consiglio. Nel consiglio del 12 novembre del 1894 si era data notizia di aver licenziato quattro guardie campestri perché non svolgevano il servizio con regolarità e quindi lasciavano spazio al contrabbando. Si parla anche di affidare il servizio ad un esattore piuttosto che al tesoriere perché l’esattore può procedere alla riscossione forzata. A questo proposito un problema sorge su chi debba gravare l’agio dell’esattore: sui singoli cavatori o sul Comune? Viene alla fine chiarito e deciso che di esso si debba fare carico il Comune..

quello delle guardie campestri doveva essere un problema spinoso. Nel consiglio del 5 settembre 1895 il nuovo Sindaco avv. Giuseppe La Rosa riferisce che il sistema di sorveglianza lascia molto a desiderare per mancanza di personale perché con quello esistente non si possono organizzare i turni notturni ed il contrabbando avviene soprattutto di notte e per questo servizio servono delle guardie scelte. Il problema è quello dell’età? E’ meglio spingere l’età fino ai quarant’anni per avere persone più responsabili e dotate di esperienza o invece contenerla al massimo ai trent’anni perché siano in grado di affrontare le fatiche di lunghe e escursioni in località impervie e scoscese? Nel 1899 il corpo era composto da un direttore, un caporale, un appuntato e quattordici guardie. Nel settembre del 1902 si  comunica che la Giunta aveva provveduto al licenziamento dell’intero corpo per migliorare il servizio che lasciava molto a desiderare.

Nel corso del 1905 si procede alla modifica del regolamento organico delle guardie. Il corpo prevede due capo guardie, quattro guardie di prima classe e sei guardie di seconda classe. Ma fra il 1905 ed il 1906 scoppia una grave crisi che verrà risolta solo nel 1907. Vi è una inchiesta, vi sono varie dimissioni che – nel luglio del 1906 - sono accolte dalla giunta Faraci che indice un concorso per sostituire i dimissionari. Poi invece emette una delibera di conferma senza tener conto del bando e delle domande pervenute. La delibera di riconferma viene annullata dall’autorità tutoria. Il 9 settembre la Giunta procede allo scioglimento del corpo dando facoltà agli agenti di rimanere in servizio finché non si sarebbe provveduto ad una nuova sistemazione. Ma anche questa delibera viene bocciata ed il corpo rimane affidato a personale avventizio. Finalmente il 30 gennaio del 1907, dopo anni di caos e confusione,  il regio commissario procede alla nuova sistemazione portando le guardie da dodici a quattordici, nominando due agenti provvisori, confermando nel servizio le guardie che non si erano dimesse nel luglio del 1906 mentre quelle che avevano date le dimissioni rimangono come avventizi.



[1] G. Arena, L’economia delle isole Eolie, op. cit., pag. 46.

[2] Emanuele Carnevale nasce a Lipari il 4 marzo 1861 dall’avv. Emanuele Carnevale Salpietro e da Giovanna Rossi. Si Laurea Messina nel 1884 e proprio negli anni universitari inizia a fare politica fra i democratici di Messina. Aderisce alla massoneria di Palazzo Giustiniani e sostiene nelle elezioni del 1882 la lista radicale. Tra il 1884 ed il 1891 dopo aver ricoperto la carica di presidente fondatore di una Società di mutuo Soccorso di Salina, diventa presidente della Società operaia di Mutuo soccorso di Lipari e nel novembre del 1889 diventa primo sindaco  elettivo del Comune di Lipari e lo sarà fino all’ottobre 1891.

[3] O. Carnevale Rossi, Pro veritate, Lipari 1903, p.6.

[4] E.Carnevale, Miei ricordi di vita e di lavoro, palermo 1923, pp.43-44.

[5] A.Natoli La Rosa, Sul beneficio Vescovile di Lipari e le sue rivendiche. Note rischi arative, Messina 1896, pp. 11, 24 e 25.

[6] A.Natoli La Rosa, Studii politico-sociali, Palermo 1896, pp. 95,100.

[7] A.Natoli La Rosa, Il monopolio commerciale per la pomice nell’isola di Lipari, 1889, in G.La Graca, op.cit. ,vol II, pp.32-33.

 

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