Il sacco dell’838 e la traslazione del corpo di San Bartolomeo

Che Lipari e le Eolie fossero conosciute come l'entrata dell'inferno e del purgatorio con i diavoli che parlavano alle persone forse interessava ed impressionava i cristiani ma non toccava minimamente gli arabi che in quegli anni – come abbiamo visto - invadevano ed occupavano la Sicilia. Diverse volte assalirono e depredarono Lipari ma il sacco dell’838 fu il più tragico e toccò la fantasia di molti scrittori del tempo. Fu un attacco devastante ed un eccidio generalizzato. Da questo si salvarono un certo numero di famiglie del contado che per generazioni e generazioni continuarono a sopravvivere e “tre o quattro monaci che quei barbari avevano stimati degni di commiserazione o di disprezzo[1] . .
In particolare i saraceni si accanirono sulla Chiesa di San Bartolomeo  dove c'era il corpo di San Bartolo – probabilmente quella che si ergeva nei pressi dell’attuale San Giuseppe - e molti  extra voto visto che Lipari era divenuta, proprio grazie al Santo, meta di numerosi pellegrinaggi.
Sulla devastazione della chiesa, la dispersione delle ossa, il loro recupero e la traslazione da Lipari a Benevento che ne seguì, abbiamo “diverse fonti contemporanee o di poco posteriori, una delle quali, peraltro, di gran lunga preminente dal punto di vista storico su tutte le altre”[2]. E’ il cosiddetto manoscritto Lugdunense[3] steso da un anonimo chierico, riportato in Acta Santorum[4] del 1741, che si rifà al racconto di Bartolomeo, vescovo di Narbona che era presente nell'839 alla riposizione delle spoglie del Santo a Benevento. Il racconto della vicenda dovette essere raccolto dal vescovo direttamente dai monaci che erano sopravvissuti e che avevano seguito le reliquie a Benevento e dagli stessi soccorritori, quindi da testimoni diretti e poi dettato al chierico.
“ In quest’isola – dice il manoscritto - che giace nel breve tratto di mare che sta tra la Sicilia e [il principato di]Benevento, l’Apostolo di Dio era circondato dalla venerazione dovutagli nella splendida basilica, di mirabile struttura, costruita in suo onore e nel corso di moltissimi anni aveva manifestato la sua presenza con i molti benefici elargiti a gloria di Dio e salute del popolo cristiano. Improvvisamente, essendo stata la Sicilia devastata e sconvolta dai Saraceni, anche l’isola [di Lipari], a seguito di un’incursione nemica, fu quasi completamente spopolata. Mentre il vescovo del luogo ed il clero, con la popolazione e i monaci, subivano una sorte miseranda o portati via in cattività o passati al fil di spada, [i Saraceni] irrompono anche nel monastero dove riposava il venerabile corpo dell’Apostolo, aggrediscono i monaci, distruggono ogni cosa e, sotto la zelante istigazione del diavolo, disperdono in mare anche le stesse venerande ossa dell’Apostolo, frammiste ad altre ossa, affinchè mai le sue reliquie potessero essere ritrovate e riconosciute. Ma per la clementissima provvidenza di Dio onnipotente furono risparmiati ivi tre o quattro vecchi monaci, che i barbari avevano considerato degni di commiserazione o di disprezzo a causa della loro età. E ad essi, desolati e piangenti, il beato Apostolo si degnò di presentarsi in apparizione e rincuorandoli con dolce consolazione, li invitò a ricercare solleciti le sue ossa rigettate sulla riva e ad adoperarsi a raccoglierle. E ad essi, che gli chiedevano in che modo avrebbero potuto distinguerle dalle altre ossa, disse:’Andate nel segreto silenzio della notte lungo la riva del mare, e dove vedrete un raggio brillare come la luce di una stella, raccoglietele con confidenza e nascondetele diligentemente, perché possano essere di giovamento ai fedeli’. Andarono dunque, e raccoltele sull’indizio del promesso splendore, di nuovo le collocarono con ogni gioia e diligenza sotto il segreto di un altare. Frattanto, mentre ad essi non restava altra soddisfazione che questa e non vedevano altra prospettiva futura che di morire nel grembo del grande Patrono, arrivò per volontà divina una nave di Beneventani, che era stata inviata ad esplorare le preparazioni militari dei nemici. Ed essendo questi [beneventani] sbarcati ed avendo trovato tutta l’isola totalmente spopolata e vuota, spinti da pio sentimento, si affrettarono verso il luogo del corpo dell’Apostolo, che ad essi era notissimo perché frequentemente lo avevano visitato per voto.
La grande fama della virtù dell’Apostolo aveva fatto sì che essi desiderassero, se fossero riusciti a trovarlo, trasferire alla propria città il patrocinio di tanto glorioso pegno, cosa che già da lungo tempo avevano sperato e avevano tentato con molte preghiere ed anche con doni. E avendo trovato quei vecchi afflitti e dopo averli consolati con cristiana pietà, chiedono decisamente ad essi di mostrare loro il dono desiderato. Ma poiché quelli si scusavano e non volevano che questo luogo [cioè l’isola di Lipari]fosse privato di un così grande patrocinio, i beneventani li aggrediscono in modo più brusco, minacciandoli con le spade snudate di una morte immediata se non mostravano loro con somma celerità ciò che essi chiedevano.
Vinti da questo argomento di estrema necessità, esibirono il divino tesoro, pregando ardentemente che, dovunque esso fosse trasferito, fosse concesso anche a loro di seguirlo e di restare con esso. Il che essi immediatamente e molto volentieri accettando e avendolo confermato con giuramento, svuotano il loculo del venerando pegno, e temendo le insidie del nemico, velocissimamente discendono [alla nave]. E in verità non appena, saliti sulla nave, avevano cominciato a solcare il mare con favorevole soffiare del vento, si trovarono ad essere inseguiti dalle navi dei nemici che continuavano ad avvicinarsi pericolosissimamente. Ma implorando essi l’aiuto dell’Apostolo, per mirabile virtù di Dio onnipotente improvvisamente quel soffiare del vento, che sembrava servire ugualmente ai fedeli per fuggire e ai perfidi [nemici] per inseguirli, si divise e incominciò a spingere gli uni, con la desiderabile celerità, verso il [loro] lido, e a gettare violentemente all’indietro gli altri che stupiti, erano respinti più lontano. Ed essendo già, con l’aiuto del beato Apostolo, arrivati ad un luogo sicuro della riva, e avendo deciso di riposarsi ivi un poco per riprendere forza, si addormentarono. Ed ecco che di nuovo il clementissimo Patrono si degnò di aiutare il capitano. ‘Presto gli disse, partite che già una nave di nemici si avvicina’. Allarmato egli accelera la partenza e felicemente entra con i compagni nel patrio porto. E così tutta la cittadinanza di Benevento, avendo ricevuto così felice novella, insieme col Pontefice  e col popolo riceve alacremente il celeste Patrono e, avendo edificato con fede prontissima e devotissima un tempio di opera esimia, colloca in esso i sacri pegni a propria perpetua tutela.
Era in quei giorni, in quelle parti, esule, per l’iniqua ostilità di alcuni, un uomo di grande fede e di venerabile vita, vescovo narbonese, che, per invito del presule della predetta città, dedicò al Signore la nuova basilica dell’Apostolo, vi ripose le beate reliquie e secondo le consuetudini vi celebrò messe solenni. Ed anche, per benedizione di Cristo, inviò parti dei più pegni a molte località delle Gallie, e specialmente alla città di Lugdunum [Lione], dove già la memoria del venerando Apostolo era venerata riverentemente nella venerabile cripta dei martiri. E da lui noi, minimi fra tutti i fedeli, abbiamo appreso, per sicura relazione, tutte queste cose, delle quali per grazia del Signore, abbiamo curato di tramandare la memoria, ad edificazione dei lettori”.
Vi sono altre tradizioni di questa traslazione che “non divergono dalla prima altro che in particolari del tutto secondari e talvolta aggiungono anche qualche elemento nuovo, ma sono meno diffuse, meno precise, e accentuano fortemente l’elemento miracolistico.”[5].
Così la versione del monaco Martino di Benevento[6]  precisa che l’attacco saraceno avvenne nell’aprile dell’838. Dopo avere espugnato e distrutto la città i saraceni stivano la loro flotta di prigionieri e di suppellettili ma “non contenti tuttavia di codesta vittoria, anzi resi più feroci dal trionfo, fecero oggetto della loro rabbiosa furia il corpo di S. Bartolomeo Apostolo e, dirigendosi al sepolcro, sulla rocca, sollevarono il coperchio e dopo aver disperso qua e la le ossa del Santo e dei fedeli che per devozione all'Apostolo erano state tumulate in quella basilica (…). Alcuni cittadini di Lipari, scampati alle mani dei predoni, - continua il racconto - trovarono rifugio in caverne e nei nascondigli di luoghi riparati; e due di costoro – un monaco di nome Teodoro e un suo confratello -, dopo che i siculi si partirono dall'isola ritornarono alla basilica dell'Apostolo della quale Teodoro era stato custode”.
Questo testo oltre a fornirci la notizia che la “ruina” avvenne nell’aprile dell’838, data che risulta la più attendibile rispetto ad altre che pure sono circolate, ci informa anche che uno dei monaci a custodia del sepolcro si chiamava Teodoro, che oltre ai monaci  erano scampati anche alcuni cittadini , e soprattutto che il corpo dell’Apostolo era tumulato nella basilica sulla rocca, in palese contrasto con la testimonianza di Willibald di un secolo prima che aveva visitato il corpo nella basilica sul mare.
Il seguito della narrazione non ci fornisce altre notizie di importanza storica per Lipari e praticamente ricalca, con qualche aggiunta, la versione precedente. Così la versione contenuta nel  Legendorum Vallicellense[7] che si conclude con la data in cui il corpo fu accolto in Benevento e riposto “nell'altare nell'anno dell'Incarnazione del Signore 839, il 25 del mese di ottobre”.

[1] Dal manoscritto detto Lugdunense.

[2] L. Bernabò Brea,  Le isole Eolie dal tardo …, op.cit. pag. 18.

[3] L. Bernabò Brea, idem, pagg.22-23.

[4] J.Stilting, in Acta Sontorum, Augusti, V ,1741.

[5] L. Bernabò Bre, Le isole Eolie  dal tardo antico…, op.cit. pag.20.

[6] Prologo Martini sacerdotis e monachi in Traslatione S. Bartolomei Apostoli. Il documento è del 1078 ed è riportato in S. Borgia, Memorie istoriche della Pontificia Città di Benevento, 1763. Nel suo  Prologo il monaco  si dimostra abbastanza ben informato.

[7] G. Iacolino. Le isole Eolie.., op.cit. pag. 209-210. Questa versione, redatta in latino, è riportata in Acta Santorum Augusti,, Tomus V.1741.

 

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