Il tempo degli Arabi

838: incursione o occupazione?
 
Infatti i primi anni del IX secolo sono quelli in cui gli arabi, che avevano iniziato le loro scorrerie nell’isola già nella seconda metà del 600, si fanno particolarmente presenti in Sicilia. Nell’813 probabilmente si ha la prima avvisaglia, di cui si ha notizia, nelle Eolie.  Gli arabi, di ritorno da  un lungo viaggio fin sotto le coste di Civitavecchia, dopo aver depredato Ponza ed Ischia, non mancarono, molto probabilmente di saccheggiare Lipari [1]. Ma è a partire dall’ 827, quando sbarcano a Mazara che la minaccia si fa veramente grave perché inizia la decennale lotta per il possesso della Sicilia. Infatti nell’831 gli arabi conquistano Palermo e le Eolie vengono a trovarsi nella zona di combattimento. Nell’ 835 l’incursione nelle  isole si fa più grave: vengono rapiti numerosi abitanti che saranno poi decapitati.
Ma la grande incursione avverrà nell’838 quando  un’armata comandata da Fadhl ibn Jàqùb opererà devastazione, uccisioni, saccheggio, deportazioni e la dispersione delle reliquie di San Bartolomeo. Torneremo su questa “ruina” – la seconda di cui si ha memoria dopo quella dei romani del 253 a. C. - più avanti, nel prossimo capitolo. Qui vogliamo chiederci se con questo attacco le Eolie passano sotto la dominazione saracena. Secondo Kislinger l’aggressione alle isole Eolie è da considerare un’azione preparatoria e collaterale all’avanzata verso Messina. Lo scopo non era la conquista, l’intenzione era piuttosto quella di saccheggiare e spopolare l’hinterland del nemico ed indebolire così il suo potenziale bellico. “Come nel caso di Messina, distrutta,  nell’844-45 così anche le Isole Eolie non saranno state occupate durevolmente dagli arabi già nell’838, ciò è ipotizzabile soltanto a partire dal 858, dopo la conquista di Cefalù, da dove era possibile disturbare le necessarie spedizioni di rinforzo che partendo da Palermo si dirigevano verso l’isola”[2].
Ma anche questa data, come quella da cui partirebbe l’occupazione, Kislinger la dà tutt’altro che per certa perché, ad est di Cefalù i bizantini tenevano saldamente il triangolo formato dalle piazze di  Demenna ( San Marco d’Alunzio), Remata (Rometta) e  Taormina e di conseguenza possedevano Mylai (Milazzo), una possibile base navale in grado di difendere  o minacciare l’arcipelago eoliano. In quei decenni Lipari si trovò dunque fra due fuochi, era nominalmente con ogni probabilità piuttosto bizantina che araba ed allo stato attuale delle conoscenze, osserva Kislinger, non è possibile asserire se essa fosse del tutto deserta o parzialmente abitata. Quando poi nel 878, dopo che gli Arabi avevano espugnato Siracusa, Costantinopoli inviò massicci rinforzi per la controffensiva e nello Stretto di Messina  i bizantini riportarono una grande vittoria navale. Nell’881-2, in Sicilia le truppe al comando di Musulice sconfiggono gli arabi a Caltavuturo  e la flotta bizantina torna a dominare le acque prospicienti la costa settentrionale. “E’ più che probabile – osserva Kislinger - che in questo momento Lipari si trovasse di nuovo saldamente in mano ai Bizantini”.
Se questa ipotesi corrispondesse al vero allora non è impossibile che il vescovo di Lipari Samuele che dal novembre 879 al marzo 880  partecipa al sinodo di Costantinopoli tenuto da Fonzio, sarebbe un vescovo territoriale e non – come ipotizza Iacolino[3]- un “episcopus in partibus infidelium senza la possibilità di attingere alla sede indicata”.
 
Quando inizia il dominio arabo ?
 
Nell’888, con la rovinosa sconfitta nella battaglia navale di Milazzo le sorti della Sicilia sono decise, Messina era di nuovo perduta e con essa probabilmente anche Lipari[4]. E se non era perduta allora, al più tardi lo fu, con la capitolazione e l’abbandono di Rometta e Demenna nel 902[5]. La popolazione nelle Eolie, a quel tempo, non doveva essere superiore alle 300 unità[6].
E’ quindi dall’inizio del 900 che inizia il dominio degli arabi? Il Rampolli nei suoi “Annali Mussulmani” sposta questo evento ancora più avanti, nel 919. “Da Palermo avendo fatta vela verso le isole Eolie, s’impadronirono di Lipari, il qual sito venne da loro stabilito qual centro delle loro piraterie, eseguendo felici incursioni sul vicino continente e massimamente verso le foci dei fiumi Volturno e Garigliano”[7]. Sulla base delle monete rinvenute Giustolisi[8] ipotizza che l’area occupata dagli arabi - per il tempo che tennero l’isola - fosse il Castello mentre la comunità cristiana, durante l’occupazione mussulmana, risiedesse nell’area denominata “Sopra la terra”. Con l’arrivo dei normanni i luoghi si invertono. I cristiani andarono sul Castello e gli arabi “Sopra la terra”.
E’ da supporre che l’occupazione araba si prolunghi fino a quando intorno al 1083 giungono a Lipari i Normanni. Ed infatti uno scritto di Paolo Tronci[9], canonico della Cattedrale di Pisa, vicario generale dell’Arcivescovo Giuliano de’ Medici – riproposto recentemente da Giuseppe La Greca[10]-  sostiene che nel maggio del 1035 i pisani con 40 galere, al comando di Sigerio Matti, entrarono all’improvviso nel porto, presero parte dei Vascelli che vi si trovavano mentre altri ne affondarono. Misero l’assedio alla città che ben presto capitolò ed il giorno 28 di maggio percorsero tutta l’isola ricavando un grande bottino e dalla Chiesa dedicata all’Apostolo San Bartolomeo, prelevarono le reliquie della testa e di una mano che lì si conservavano. Queste reliquie “ con la dovuta venerazione” vennero trasportate a Pisa e conservate nella Chiesa Maggiore.
 
I Pisani a Lipari nel 1035
 
Lo stesso Tronci riporta anche un’altra versione dell’impresa. “Quando i Saracini ebbero sentore che era mossa contro di loro l’armata Pisana, il di cui nome era già divenuto tremendo, non vollero aspettare per non essere sconfitti, ma presero risoluzione di spogliare tutta l’isola, e lasciarla vuota di robe e abitatori, e fuggirsi in luogo sicuro, e così fecero, credendo, che i Pisani non la dovessero tenere, come paese lontano, e disastroso, ond’eglino sarebbero poi ritornati a riabilitarvi, ma s’ingannavano, perché impadronitisi i Pisani dell’Isola, la tennero, e la munirono”.
Ma, sempre secondo questo testo, i Pisani non tennero Lipari per molto perché l’anno successivo la donarono all’imperatore Corrado che era sceso in Italia “per quietare i tumulti di Lombardia”.
E non sarebbe ancora finita. Secondo Giustolisi l’evidenza numismatica dimostrerebbe ancora una rioccupazione bizantina dell’isola nel secondo quarto dell’XI secolo cioè in concomitanza con la cacciata degli Arabi dalla costa nord-orientale in seguito alle imprese militari di Giorgio Maniace ( 1038-40). Ma nel totale silenzio delle fonti storiche – commenta lo stesso Giustolisi -  è difficile immaginare quale sia stato il destino dell’isola dopo il rientro a Costantinopoli di Maniace e il repentino rovescio delle sorti bizantine.
Con ogni probabilità tornarono sotto il controllo degli arabi che la tennero ancora per qualche decennio. Comunque è difficile immaginare che la popolazione fosse di molto superiore – fra il 1000 e il 1083 – a quella cinquantina di abitanti di cui parlano Iacolino ed Arena[11].
 

[1]  G. La Greca, Lipari al tempo degli arabi, Roma ,2009, pag. 5 che la ricava dagli Annali Mussulmani, volume quarto, Milano, 1823
 

[2] E. Kislinger, op.cit.

[3] G. Iacolino, Raccontare Salina, op. cit. pag. 228.

[4] V. Giustolisi, La lipari bizantina, op.cit.

[5] E. Kislinger, op.cit.

[6] G. Iacolino, op.cit., pag. 229; A.M. Arena, op.cit. ,pag.141.

[7] Gio. B.Rampoldi, Annali Musulmani, vol. V, Milano, 1823, cit. G.La Greca, op.cit., pag. 148. Vedi anche  Carmelo Martorana “Notizie storiche sei saraceni siciliani”, Palermo 1832, Filippo Moise, Storia dei domini stranieri in Italia, vol. IV, Libro I, Firenze 1841.

[8] V.Giustolisi, op.cit.

[9] Memorie istoriche della città di Pisa raccolte da monsignor Paolo Tronci con un’indice copioso delle cose più notabili contenute in dett’opera, Livorno, 1682.

[10] G. La Greca, Lipari al tempo degli arabi, op. cit.

[11]  La Greca sembra invece ipotizzare, basandosi sul testo di Tronci, una consistenza maggiore altrimenti non si spiegherebbe come il bottino sia stato così consistente da permettere ai pisani di costruire in pietra “il ponte di mezzo” che prima era di legno.
 
 

 

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