Il tempo di Federico III d’Aragona

Il vescovo Pandolfo fra angioini ( a Lipari) e aragonesi ( a Patti)

Caltabellotta è il paese della Sicilia dove si conclude la vicenda del Vespro.

In capo a poco più di tre settimane, tutta la Sicilia aveva messo alle porte i francesi esclusa Messina e alcune terre vicine e, fra queste, l’arcipelago delle Eolie, che erano rimasti fedeli agli angioini. E Lipari continuò a rimanere  angioina anche quando, finalmente,  Messina si ribellò. Da quel momento le Eolie dovettero trovarsi al centro di un via vai  di navi militari, sia aragonesi che napoletane.  La piazzaforte del Castello dovette allora essere presidiata da forze provenzali e napoletane e da contingenti militari del luogo. Certamente non mancarono agli isolani momenti di paura per gli  scontri cruenti, dinnanzi alle loro coste,  nello specchio di mare fra le isole e Milazzo.

La realtà delle Eolie aggregate a Napoli e Patti alla Sicilia, dovette avere dei riflessi gravi sulla diocesi e dovettero travagliare duramente la vita del vescovo Pandolfo II mandato dal papa Onorio IV, nel febbraio del 1286 a reggerla. Pandolfo, prima di essere nominato vescovo era stato cappellano del papa e questo fatto lo mise in cattiva luce presso Federico che lo riteneva schierato con gli angioini e gli attribuiva la responsabilità di alcuni moti che si erano verificati a Patti e per questo prese a perseguitarlo fino a costringerlo ad abbandonare prima Patti e poi la diocesi[1].

Comunque il problema della Lipari angioina in un contesto aragonese ebbe a risolversi con la pace di Cartabellotta firmata il 31 agosto del 1302 che per quanto ci riguarda riportava le Eolie sotto il potere aragonese di Federico III anche se questi non poteva chiamarsi re di Sicilia ma solo di Trinacria e il possedimento della Sicilia  gli veniva attribuito  a titolo personale, fino alla morte, dopo di che sarebbe tornato agli angioini.

 

Federico e il conflitto con i vescovi

 

Se Federico non andava d’accordo col vescovo Pandolfo e finì per scacciarlo dalla Sicilia, non si trovò in migliori rapporti col suo successore, il vescovo Giovanni che era stato nominato il 31 gennaio del 1304, a qualche mese di intervallo dalla morte di Pandolfo. Anche Giovanni entrò in contrasto con il re e per questo fu espulso nel 1312.[2] Lo stesso Federico nominerà nel 1325 vescovo un frate domenicano di nome Pietro. E con Pietro si apre un periodo buio e confuso[3] dove anche le notizie, almeno quelle sin’ora rinvenute, sono scarse.

Federico III

Di tutti i tempi – commenta Rosario Gregorio[4] , giurista e storico del Medievo - non mai presentansi si oscuri e digiuni gli annali delle chiese siciliane che quei di quest’epoca, in cui sino la successione dei vescovi è incerta e in più luoghi interrotta: argomento chiarissimo che non lasciarono di sé gloriose e lodevoli ricordanze”.

Ma nella storia delle Eolie Federico III non può essere ricordato principalmente per i suoi conflitti con i vescovi, in particolare quando questi venivano nominati dal papa, ma soprattutto per l’apporto che diede allo sviluppo della nostra municipalità. Nel 1312 infatti,sicuramente Patti ma probabilmente anche Lipari, venivano dotate di un corpo giuratorio elettivo con precise funzioni di gestione municipale.

 

Il potenziamento della municipalità

 

Non si trattava di una scelta isolata e improvvisa. Era dal 1296 che Federico ci pensava, e questo perché aveva bisogno di un rapporto più intenso e pronto con i territori e quindi i municipi rappresentavano una rete di referenti della corona[5].

Obblighi e diritti dei giurati divennero più complessi e impegnativi: rappresentatività giuridica dell’Universitas civium et habitatorum di fronte allo stato, scrupolosa gestione dei beni e del denaro comune, obbligo di organizzare l’archivio e di tenerlo in ordine, provvedere alla pubblica annona con creazione dei centri di stoccaggio delle derrate e di nominare un tesoriero, un notaio, un addetto alla colletta dei tributi ed un esperto di arte edificatoria per la manutenzione delle opere di pubblica utilità come le muraglie della città alta alle cui periodiche riparazioni per lo più provvedeva il vescovo, di curare l’ordine pubblico e la disciplina dei vari settori della vita cittadina e di mantenere la “sciurta” cioè il corpo di vigilanza notturna in terra e diurna in mare. A loro fianco i giurati potevano tenere dei consulenti e avvalersi di ambasciatori ed individui di cultura chiamati sindici (voce di origine greca che significava procuratore, avvocato o difensore) quando bisognava conferire col sovrano o ufficiali di corte e, in caso di guerra, interloquire con  potenze straniere.

Le elezioni dei giurati e di alcuni ufficiali si svolgevano ogni anno sul finire di agosto. Alle operazioni, che si tenevano molto semplicemente, presiedevano inviati del re e poi del viceré e un ecclesiastico.

Abbiamo una copia del  verbale[6] di una votazione del 24 agosto 1618 ma si ha ragione di ritenere che le votazioni di 300 anni prima non fossero di molto differenti. Aveva diritto al voto circa un decimo della popolazione che lo esprimeva  a voce per i tre giurati del comune, per il baglio, per il credenziero, per il segretario, per i due catapani (guardie municipali), per i due giudici “annali”( revisori dell’operato degli eletti) e per due serventi. Le cariche duravano un anno ma spesso venivano confermate, tutti di comune accordo, per dare stabilità e continuità agli organi.

Nella particolare situazione di Lipari  in cui i funzionari cittadini erano di emanazione o del re, o del vescovo o della universitas, certamente la riforma di Federico andava a potenziare al curia civile cioè quella che veniva emanata direttamente dalla universitas.

 

Il privilegio dello scranno in Cattedrale

 

Lo scranno oggi in Cattedrale lo occupano le autorità civiche durante le più importanti funzioni religiose.

Nel 1325 al Comune di Lipari, Federico III d'Aragona concesse un singolare privilegio. Trovandosi egli a navigare nel Basso Tirreno, sorpreso da un fortunale o, forse, da un tentativo di agguato, si rifugiò a Lipari. Era la vigilia della festa di S. Bartolomeo, quella del 24 agosto e volendo partecipare alla cerimonia della Messa, gli fu allestito in Cattedrale uno scranno quasi dirimpetto al soglio vescovile. Il suo seggio, opportunamente ampliato, egli volle che in seguito venisse occupato dai membri del Municipio ogni qualvolta intervenissero in Cattedrale, alle grandi solennità liturgiche. Con il tronetto dei rappresentanti municipali, eretto in Cattedrale, sormontato da pensilina e con sull'alzata di tessuto lo stemma reale e quello civico.

Federico d'Aragona, da convinto ghibellino, intese affermare che l'autorità laica era da considerarsi paritaria, in dignità, a quella ecclesiastica, ma al tempo stesso volle dare un riconoscimento alla Amministrazione di Lipari per la calorosa accoglienza fattagli dalla cittadinanza.[7]



[1] L.Zagami, op.cit., pag. 187. Dice Iacolino – Le isole Eolie…, vol.II, op.cit. p.328-9 – che probabilmente Pandolfo avendo ricevuto lo sfratto dal regno di Sicilia si trasferì in un primo tempo a Lipari fino a quando il 4 luglio 1290 il papa , pur lasciandogli il diritto  titolo di vescovo di Lipari e di Patti non lo nominò amministratore apostolico in Sardegna probabilmente per toglierlo da una situazione difficile e insostenibile. Come vescovo  Pandolfo ebbe cura di rimettere ordine nella complessa documentazione dei diritti della sua chiesa facendoli tradurre in latino e facendoli confermare per farla valere nei confronti delle due signorie che governavano nel suo territorio, gli aragonesi su Patti e gli angioini su Lipari. Oltre a questo di lui si ricorda che fu nella delegazione di tre vescovi che nel luglio del 1294 andarono da Pietro di Morrone per comunicargli l’avvenuta elezione a Papa. Morì a Roma, dove nell’ultimo decennio aveva  a lungo dimorato, sul finire del 1303.

 

[2] Non si ha notizia certa della morte di Giovanni: chi dice il 1320, chi il 1324, chi nel 1325 all’età di 75 anni. Comunque secondo Iacolino, - Le isole Eolie… vol.II , pag.331 e ss. - nel 1325 Giovanni era già uscito di scena, infatti nel 1325 Federico nomina vescovo il frate domenicano Pietro, siciliano, anche se la curia pontificia che si trovava ad Avignone non saprà mai di questa elezione o si rifiutò di riconoscerlo. Comunque a Pietro il re avrebbe attribuita la facoltà di giudicare nel suo tribunale le cause civili e criminali degli ebrei residenti in diocesi.

[3]R. Gregorio, Libro V, pag. 146. Infatti dopo Pietro troviamo un Francesco de Petro che nel 1352 risulta essere cappellano maggiore di re Ludovico, nel 1342 un Pietro de Aloysio che sarebbe stato eletto dai capitoli monastici e secolari di Lipari e Patti. Tutti prelati, questi ultimi tre, che dalla Santa Sede non ebbero mai né conferma e quindi nemmeno autorizzazione ad essere consacrati (G. Iacolino, op.cit., pag.345, 347).

[4] . R. Gregorio, Libro V, pag. 146.

[5] R. Gregorio, vol.II, libro IV, cap.III, par.120; G. Iacolino, Le isole Eolie…,vol.III, pag. 242-245.

[6] G. Iacolino, le isole Eolie..,vol.II. op.cit., pag. 333-334; G. La Rosa, Pijrologia topo storiografica dell’Isole di Lipari, a cura di Alfredo Adornato, Lipari 1997, Parte II, pag. 25 e ss.

[7] G. Iacolino, Le isole Eolie…,vol.II, op.cit. pag. 3338 e pag.340-342; G.Iacolino, Le isole Eolie…, vol.III, op.cit. pag. 49-50.

 

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