Il turismo ed oltre il turismo negli anni 70

La vocazione turistica delle singole isole

Alla fine di questa convulsa fase di sviluppo, intorno alla metà degli anni 80, come si  qualificano le diverse isole nei riguardi del turismo? Cominciamo da Lipari che richiama circa il 50% dei flussi che si dirigono alle Eolie. Lipari attira nel suo territorio due tipi di turismo: sia quello di tipo residenziale amante della natura e della cultura ma che non riesce a rinunciare alle opportunità offerte dalla civiltà urbana anche se qui percepita in misura ridotta; sia quello di transito dove l’isola svolge la funzione di centro logistico e di smistamento per escursioni nelle altre isole dell’arcipelago. Il risultato è stato che Lipari ha dedicato molto del suo territorio sia agli alloggi che ai servizi privati e pubblici e questo ha inciso profondamente sul paesaggio. All’inizio degli anni 80 il turismo costituiva la componente più importante dell’organizzazione dell’isola ma non la sola. Infatti a Lipari si avvertiva l’importanza delle cave di pomice e della pesca.

Vulcano. Il villaggio francese all'inizio degli anni 50

Cosa che non esisteva a Vulcano dove tutta l’organizzazione economica ruotava introno al turismo. Un turismo soprattutto residenziale, da seconda casa ed in quegli anni furono molti i borghesi siciliani che comperarono un alloggio o fra il verde di Vulcanello, o lungo la spiaggia di Ponente, o sull’altopiano di Lentìa. A questo turismo residenziale si aggiungeva una sorta di turismo pendolare nelle domeniche e giorni festivi di gente che dalla costa tirrenica veniva a trascorrere una giornata nell’isola spalmandosi il fango sulla pelle e camminando avanti e dietro per le spiagge ostentandolo come un cimelio. Vulcano, l’isola selvaggia della Magnani, a distanza di pochi decenni si qualifica come l’isola dell’improvvisazione e della speculazione per eccellenza che avrà anche portato benessere alla popolazione locale ma con uno spreco di risorse naturali ed ambientali veramente impressionante. Così all’inizio degli anni 80 a Vulcano Porto si concentrano caratteri che non sono certo quelli di un turismo naturalistico e di qualità: abbondanza di cemento, rumori e traffico, scempi paesaggistici. A Vulcano, - scrive Raffa – per costruire ed aprire piste, sono state sventrate formazioni di zolfo e di allume; sono stati distrutti o asportati prodotti vulcanici caratteristici, come le ‘ bombe a crosta di pane’, sono state spianate e sbriciolate rocce di forme particolari o è stato sbarrato l’accesso che vi conduce, come per la ‘Valle dei Mostri’ nella penisoletta di Vulcanello; si è costruito fin sul demanio marittimo”[1].

Anna Magnani in una scena del film Vulcano

Eppure nonostante questo, in quegli anni, proprio Vulcano poteva vantare di raccogliere una fetta cospicua, il 25%, dei flussi delle Eolie.

Stromboli invece veniva al terzo posto con il 13 %. E’ un centro turistico residenziale ma qui il paesaggio non ha subito, in quegli anni, violente trasformazioni. Naturalmente non mancano anche qui improvvisazione, abusivismo, speculazioni ma proprio il grande patrimonio edilizio abbandonato – come abbiamo sottolineato - dagli isolani in fuga sul finire degli anni ’40 ha frenato il proliferare di nuove costruzioni. Anche a Stromboli ormai il turismo è tutto anche se c’è da dire che non sono stati opportunamente sfruttati, con centri di interesse organizzati, né la storia del vulcano con i suoi fenomeni, né i luoghi immortalati da Rossellini e dalla Bergaman. L’attenzione al turismo più che volta a promuovere servizi culturali era diretta soprattutto alla ricettività ed alla ristorazione. 

A Panarea, invece, gli abitanti sono rimasti per lungo tempo spettatori dello sviluppo turistico dell’isola affidato appunto all’intraprendenza di persone venute da fuori e soprattutto, come abbiamo detto, dal nord Italia. A partire dagli anni ’60 sono stati infatti i nuovi proprietari delle seconde case  a dettare le linee di gestione del territorio, tese alla “conservazione” dell’integrità della natura, requisito indispensabile per il loro soggiorno, arrivando persino ad osteggiare l’introduzione di servizi importanti – soprattutto per chi nell’isola doveva viversi tutto l’anno – e cioè la luce elettrica ed il telefono.

A Salina, il turismo, benché si sia manifestato solo a partire dagli anni 70, sul finire degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 ha mostrato di poter diventare un polo di attrazione determinante accentuando la sua qualità di “isola verde” una immagine che ormai né Vulcano, né Lipari potevano più offrire. E certamente l’esempio proprio di queste isole ha prodotto nella consapevolezza dei salinari un netto cambio di prospettiva nei confronti di certe tendenze, che come abbiamo visto, pure a metà degli anni 70 si erano cominciate e manifestare nell’isola.

La scelta di un turismo che tenesse conto dell’ambiente naturale con una tendenza all’edilizia turistica “sparsa” e non “concentrata” in voluminosi impianti, si è evidenziata in particolare nell’iniziativa dell’agriturismo che in quegli anni si propose a Malfa con buoni risultati. A Salina si può dire che il turismo ha avuto un effetto meno stravolgente sull’agricoltura. Non è mancato anche qui un certo esodo agricolo, ma l’intreccio fra la crescente domanda turistica con il rilancio della malvasia ha sollecitato un miglioramento ed incremento della cultura della vite.

Ma se la vocazione turistica a Salina seppure tardiva si manifesta molto veloce dimostrando non solo una volontà di recupero ma anche una capacità di saper fare tesoro degli errori degli altri, in quegli anni Filicudi ed ancora più Alicudi rimangono ai margini del fatto turistico assorbendo rispettivamente l’1,3% e lo 0,2% del flusso nell’arcipelago. E questo malgrado il tentativo di farne luogo di soggiorno obbligato per i presunti mafiosi fosse fallito e l’evento della rivolta avesse destato una certa curiosità ed attenzione.

Avrà influito certamente la loro perifericità che ha scoraggiato l’intervento di investitori forestieri e così si è dovuto aspettare che maturassero nei locali la cultura e le risorse per fare degli investimento nelle attività ricettive e nella ristorazione.

Anche qui, come per Panarea, hanno svolto un certo ruolo turisti che hanno cercato di imporre le loro logiche elitarie calando le loro esigenze su quelle della popolazione locale ed in qualche modo condizionandola. 

Le altre risorse: l'inustria della pomice

Di tutti i settori economici del territorio comunale di Lipari, sul finire degli anni 70,  quello che è in forte crescita insieme al turismo ed all’industria della pomice,  è il settore dell’edilizia coerentemente con una prospettiva di turismo basata sulle costruzioni e le speculazioni.  Le imprese locali del settore erano a metà degli anni settanta 23 con 150 dipendenti contro le 10 imprese edilizie non locali con 120 dipendenti;  se ci riferiamo a Vulcano la maggior parte degli imprenditori che operavano nell’isola importavano mano d’opera dalla Sicilia,[2] Per l’edilizia a cominciare da quella abusiva il turismo ha fatto da volano, come anche per il commercio ed i servizi[3]. Nessuna influenza invece il turismo ha avuto sull’industria della pomice, a meno di fare riferimento al prodotto adoperato nell’edilizia locale soprattutto con la fabbricazione di blocchi per le costruzioni, che comunque rappresentava una percentuale minima rispetto alle centinaia di migliaia di tonnellate esportate.

A metà degli anni 70 alla lavorazione della pomice si dedicavano la Pumex spa di Canneto, la Italpomice di Acquacalda e la Cooperativa San Cristoforo di Canneto. Le prime due lavoravano per il 75% circa per l’esportazione, mentre la cooperativa si occupava solo di produzione. La Pumex era sorta nel 1958 dalla graduale fusione di diversi gruppi imprenditoriali che nel passato avevano concessioni per lo sfruttamento del giacimento. La Italpomice, che sfruttava le cave di Acquacalda, era stata costituita nel 1956 dal tedesco H. Leonholdt, dopo che la famiglia Saltalamacchia cedette cave  e impianti di lavorazione.

In alto la Bergman in una delle scene drammatiche e conclusive del film "Sreomboli, terra di Dio". Qui sopra la locandina del film.

Dopo la crisi della prima guerra mondiale il commercio ebbe una ripresa nel 1922 con 27.221 tonnellate di materiale esportato e un andamento favorevole, per il crescente impiego nell’edilizia. Questo fino al 1940 quando la produzione fu di 41.801 tonnellate.

Nel secondo conflitto mondiale  l’industria della pomice subì la stessa sorte delle altre industrie.

 

Agli inizi degli anni 50 l’esportazione si intensificò e nel 1953 si raggiunsero le 114.840 tonnellate pur essendo allora caratterizzata la produzione da modeste aziende individuali che operavano con mezzi tecnologici e impianti rudimentali. Cominciò allora un lento processo di aggregazione nella Pumex delle aziende Th. Ferlazzo, F. La Cava, Eolpomice e Angelo D’Ambra.

Nel 1969 si esportarono 496.999 t di pomice di varie qualità. Cioè la produzione in sedici anni si era pressoché quadruplicata sia per miglioramenti produttivi sia per la ricerca di nuove strade commerciali. Fra il 1969 ed il 1976 la produzione avrà degli alti e bassi oscillando fra le circa 600 mila tonnellate del 1972 e le poco più di 200 mila del 1975. In questi anni cambiano anche i mercati di esportazione  e nel 1976 l’area del mercato comune europeo soppianta gli Usa come principali importatori della pomice di Lipari mentre al terzo posto si attestano sempre i paesi africani. Sulla riduzione delle importazioni dagli Usa  ha influito la crisi internazionale di quel periodo ma anche la concorrenza della pomice greca che era favorita sia sul piano fiscale che su quello del costo della manodopera.

Nel 1977 lavoravano nell’industria della pomice 226 persone la grande maggioranza nella Pumex: 186 contro i 29 dell’Italpomice  e gli 11 della Cooperativa S. Cristoforo. Altre 250 persone erano addetti ad attività complementari. 

  

Ma c’era un problema che immediatamente non venne avvertito. Era cambiato il procedimento di estrazione per lo sfruttamento dei giacimenti.  In passato l’estrazione avveniva a cava, a taglia e in galleria. L’estrazione a cava consisteva nel praticare ampie buche nel terreno, entro un’area più convenientemente sfruttabile.  L′estrazione “a taglia” veniva praticata in superficie, a cielo aperto, per la produzione dei materiali pomicei più comuni e di minor valore commerciale quali, ad esempio, i “lapilli”, pomice ricca di impurità. I cosiddetti “tagliaroli”, coordinati dal capo-taglia, scalfivano la montagna sino a realizzare tre o quattro buche profonde un paio di metri , poste l′una accanto all′altra. Si formava così un grande “ritaglio” di roccia che, sfruttando la naturale pendenza del terreno, veniva fatto “precipitare” verso il basso. Il colpo d′asta decisivo veniva inflitto dal capo-taglia, il più esperto nel riconoscere i punti deboli della roccia e l′esatto momento del crollo definitivo. L’estrazione “in galleria” infine veniva praticata da cavaioli specializzati che, attraverso gallerie, si spingevano all’interno dei giacimenti.

Ora invece il sistema di scavo veniva effettuato attaccando il giacimento per piani orizzontali, dall’alto verso il basso, con ruspe, che spingono il materiale in tramogge ricavate nel corpo della montagna stessa e dal cui fondo, attraverso apposite bocchette di scarico, l’escavato precipitava su un nastro trasportatore che lo convogliava ai canali di produzione.

Certamente questo metodo di lavoro riduceva i rischi di infortuni rispetto a quando si lavorava con picconi e zappe di ferro operando in cunicoli o gallerie o provocando degli smottamenti, ma l’impatto ambientale era di molto più rilevante. I bulldozers operando dall’alto verso il basso affettavano la montagna come un cosciotto di prosciutto cambiandole completamente fisionomia e, a lungo andare, questa attività non poteva non entrare in conflitto con un territorio che voleva sviluppare la sua vocazione turistica, soprattutto se questo turismo doveva essere di tipo naturalistico e legato, per buona parte alla vicenda dei vulcani[4].

 

E il termalismo?

 

Un rapporto virtuoso fra turismo e termalismo è sempre stato nelle aspirazioni degli eoliani ma questo processo non si è mai potuto attuare pienamente.

Per quanto riguarda le Terme di San Calogero[5], dopo la gestione Mancuso lo stabilimento è passato nelle disponibilità del Comune che lo gestiva attraverso l’ufficio Ragioneria. Funzionava per stagioni termali di 92 giorni che andavano dall’1 luglio al 30 settembre e vi lavoravano 4-5 persone. Lo stabilimento continuava ad essere  carente di luce elettrica e telefono che verranno istallati solo nel 1968. La strada di collegamento con la frazione di Pianoconte  verrà completata nel corso del 1964.

Mancava un adeguato impianto di smaltimento reflui e l’acqua corrente per usi umani.

Nel corso degli anni ’60 i pazienti curati durante la stagione estiva si aggiravano intorno ai 150 che era il massimo che lo stabilimento poteva ospitare nelle camere a disposizione. Malgrado i rilievi avanzati dal medico-sanitario il Comune non operava alcun intervento di riqualificazione mentre l’assistenza si rilevava insufficiente, il telefono non funzionava e il trattamento di cucina risultava pessimo. E sarà proprio il peggiorare delle condizioni igienico sanitario che a metà degli anni ’70 porterà alla chiusura delle terme.

 

Giustamente Pino La Greca osserva che più che una chiusura si tratta di un abbandono infatti l’impianto viene utilizzato per alcuni anni come bivacco da parte dei turisti e dopo il 1978 l’Amministrazione ci collocherà i terremotati.

Nel 1983 l’Assessore al Turismo della Regione Siciliana firma il decreto di finanziamento per l’importo di un miliardo. Si decide di dare il via ai lavori malgrado la somma sia insufficiente e la portata dell’acqua della fonte è di 25 litri/minuto mentre era preventivata una portata di 104 litri/minuto. La nuova costruzione stravolge completamente l’antico edificio. Quando nel 1994 i lavori verranno consegnati l’Amministrazione comunale  scopre che per potere diventare operativo l’impianto ha bisogno di tutta una serie di importanti supporti ma soprattutto ha bisogno di conoscere su quale volume di acqua termale si può far conto. 

L’altro termalismo operante nelle Eolie e molto utilizzato, a partire dagli anni 50 - anche se privo di ogni  assistenza e controllo non solo medico ma anche di natura igienica - è quello dei fanghi di Vulcano a cui si accompagnano le fumarole ed il mare che bolle. Fin dall’agosto del 1957 furono richieste concessioni per lo sfruttamento delle acque termali. Ma gli interventi operati dalla ditta Castrogiovanni fra il 1957 ed il 1965 produssero solo una devastazione del territorio nella zona di Porto Levante senza arrivare a nessun risultato utile. Nel 1970 voleva provarci la società Hephaistos ma scatenò una tale reazione che non se ne fece niente. Qualche tentativo di organizzarne in qualche modo l’utilizzo è stato avviato a partire dal 1998, anche qui con forti resistenze da parte di chi voleva che la fruizione rimanesse libera.

 

L'agricoltura e la pesca

 

Più volte abbiamo detto che l’agricoltura, che aveva rappresentato in passato l’attività forte dell’arcipelago,  già nel 1950 era ridotta ad una attività praticamente marginale salvo forse per l’isola di Salina. La coltura della vite, importante per la produzione  del vino “malvasia” e dell’”uva passa” aveva subìto il tracollo maggiore con la conseguente scomparsa di oltre il 50% delle aziende prevalentemente viticole ed una riduzione della coltura che nel 1970 arriverà a 210 ha.[6]

“L’agricoltura eoliana – scriveva  nel 1979 Carmelo Cavallaro – si trova in grave dissesto; pur se il carico umano gravante sulle campagne è diminuito notevolmente in questi ultimi anni, esso deve però essere considerato la causa dell’attuale crisi, determinata, salvo rare eccezioni, dal frazionamento eccessivo della proprietà fondiaria; dall’indirizzo economico delle aziende agricole basate sull’autarchia familiare e quindi su culture non adatte ai terreni; dalla limitata possibilità di lavorazioni meccaniche a causa della morfologia dei terreni; della mancanza di organizzazione commerciale per la trasformazione dei prodotti e dall’eccessivo carico fiscale. A queste cause  si aggiunga il miraggio dell’attività turistica e di sicuri guadagni che ha indirizzato ulteriore manodopera verso lavori meno faticosi”[7].

Così il turismo che poteva essere il volano per il rilancio di produzioni di pregio come la malvasia, la passolina ed il cappero, nella versione speculativa che le Eolie hanno conosciuto a partire  dagli  anni 60, ha finito col dare il colpo di grazia fatale ad un settore in crisi. Dovranno passare diversi anni perché si comincia a ragionare in termini di sinergia fra il turismo e l’agricoltura. Comunque nel 1974 la “Malvasia delle Lipari” diventa doc.

Il turismo certamente ha stimolato la pesca tanto che il naviglio complessivamente è aumentato di 99 unità passando dalle 359 del 1963 alle 458 del 1979. Di queste 458 unità da pesca – barche remo veliche, moto barche  e moto pesca – 281 erano concentrate a Lipari, 100 a Salina, 45 a Stromboli, 23 a Panarea e solo 9 a Filicudi. A Lipari erano concentrati anche la gran parte di pescatori: 975 su  1.033 iscritti nelle apposite liste.

Visto che nel 1954 gli iscritti dell’arcipelago erano solo 235 si potrebbe parlare di un incremento notevole di attività. Probabilmente questa crescita però non è dovuta solo al turismo ma anche, osserva Cavallaro, alla facilità di potere usufruire di vantaggi assistenziali e previdenziali. Comunque rimane il fatto che il “consumo locale è aumentato, in particolar modo nel periodo estivo, per la richiesta  dei gestori di alberghi, locali pubblici della ristorazione  e dai forestieri soggiornanti in case private[8]”.

Questo incremento di consumo e di produzione aveva portato, nel corso degli anni 70, ad un tentativo di autogestione fra i pescatori promuovendo una cooperativa che gestiva il centro ittico di raccolta e smistamento. L’impianto ricettivo accoglieva il pescato dei cooperatori in alcuni locali di proprietà comunale a Marina corta. Il centro ittico contrattava il pescato con i commercianti al dettaglio e con gli incettatori che provvedevano a collocare il prodotto sui mercati di Milazzo, Messina e Palermo. I locali erano inadeguati ad moderno centro di raccolta e fra i pescatori non era matura la cultura della cooperazione. C’era sempre qualcuno che cercava di socializzare le perdite e di privatizzare i profitti. E così alla lunga la cooperativa dovette chiudere.

Proprio fra il 1967 e il 1970 un allarme veniva lanciato dall’Istituto di Zoologia dell’Università di Messina che costatava il progressivo e preoccupante depauperamento dei fondali di gran parte delle isole.  La responsabilità veniva attribuita alla pesca di frodo , esercitata in alcune zone su larga scala per inefficienza degli organi di vigilanza e alla pesca sportiva subacquea accusata di causare il progressivo allontanamento delle specie  verso zone di maggiore profondità.

Che questa fosse una preoccupazione molto presente lo dimostra la polemica che accompagnò l’organizzazione del IX Campionato di pesca subacquea organizzato nelle Eolie dal 5 al 10 agosto 1969 e che interessò anche giornali nazionali come il Corriere della sera e regionali come il Giornale di Sicilia. La candidatura delle Eolie era stata promossa dalla Azienda turismo delle Isole Eolie che pensava al grande ritorno pubblicitario che l’arcipelago avrebbe avuto visto inoltre che al campionato si era abbinato anche un rally nautico. A questa iniziativa si contrappose un “Comitato per la difesa dell’ambiente delle isole Eolie” costituitosi per l’occasione per iniziativa soprattutto di forestieri che avevano scelto le Eolie come luogo di residenza o di villeggiatura. Il Comitato attraverso lettere a firme di una “cernia bruna” che viveva nei fondali di Panarea, chiedeva che fosse impedita la manifestazione che avrebbe provocato una catacombe di pesci ma anche una distruzione delle loro tane. La manifestazione si svolse lo stesso anche se per la carenza di strutture – porti, banchine, strade, energia elettrica nelle isole minori, mancanza di comunicazioni, punti di rifornimento carburanti,… - essa  attirò numerose critiche ed il Notiziario delle isole Eolie la definì questa candidatura “un atto garibaldino[9].

Una bella cernia bruna

Si cominciò a parlare allora di un parco marino con particolare riferimento a Panarea ed al XIII Convegno nazionale di Italia nostra tenutosi a Roma nel dicembre del 1971 anche di un Parco nazionale delle Isole Eolie per la protezione dell’agricoltura, del mare e dell’ambiente in genere.



[1] A. Raffa, Le trasformazioni ecc., op. cit., pag. 189.

[2] C.Cavallaro, Evoluzione e prospettive della regione turistica…, op. cit., pag. 59.

[3] Tra il 1951 ed il 1971 l’edilizia è passata dal 5,2% al 14,3%, il commercio dal 5,8% al 12,5%, i servizi hanno raggiunto il 10,1%. Pressocché stazionaria l’industria e la pubblica amministrazione, in forte calo l’agricoltura dal 48,3% al 18,5%. In A. Raffa, La trasformazione dell’ambiente naturale…, op. cit., pag. 185.

[4] Nel dicembre del 2000 le isole Eolie sono Patrimonio dell’Umanità, inserite dall’Unesco nell’Heritage List con la seguente motivazione: “I peculiari aspetti vulcanici delle Isole rappresentano in maniera esemplare l’oggetto degli studi della vulcanologia mondiale. Grazie  alle ricerche avviate nel XVIII secolo, le isole hanno consentito l’approfondimento dei due tipi di eruzione – vulcaniana e stromboliana – e la trattazione dei temi più importanti della vulcanologia e geologia moderne contribuendo alla formazione di una classe di scienziati in oltre 200 anni di ricerche. Le isole continuano ancora oggi ad essere un ricco terreno di studi e continui processi che ancora stanno mutando l’aspetto del paesaggio e la composizione geologica dell’arcipelago”-

[5] Anche per questa parte continuiamo a fare riferimento al G. La Greca, Le Terme di San Calogero, op. cit. , pp.89 e ss.

[6] C. Cavallaro, Le recenti modificazioni dell’attività agricola e della pesca nelle isole Eolie., in “Annali della Facoltà di Economia e Commercio” dell’Università di Messina, n.2 del 1979.

[7] Idem, pag. 15.

[8] Idem, pag. 25.

[9] Il Notiziario delle isole Eolie, agosto settembre 1969.

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