Il vescovato di Lipari sempre al centro di tensioni

La pratica dello "spoglio" ridesta il conflitto

 

Innocenzo X

Se durante il vescovato di mons. Giuseppe Candido la tensione pubblica fra il vescovo e  le autorità di governo sembra assopirsi  essa riprende di nuovo fuoco improvvisamente – segno che la situazione era tutt’altro che tranquillizzata – con il suo successore che era anche suo cugino, mons. Agostino Candido[1]. A dar fuoco alla miccia è la decisione della Nunziatura Apostolica di Napoli di praticare lo “spoglio” in seguito alla morte del predecessore sospettando il lascito di un ingente capitale liquido. Il capitale non si trova ma scoppia un conflitto che si allarga a macchia d’olio chiamando in causa prima il vescovo, che pure aveva tentato di tenersi in disparte, poi i giurati e quindi anche i referenti esterni a cominciare dal viceré di Sicilia sollecitato dai giurati che avevano preso le parti del vescovo, e del Nunzio di Napoli che inviò un suo rappresentante il quale si appellò  al capitano d’arme. Infine la vicenda viene portata per ben due volte alla Santa Sede, la prima dal vescovo che era stato sospeso da un procuratore del Nunzio di Napoli, la seconda dai suoi avversari che avevano accusato Mons. Candito di avere ceduto alla Real Monarchia di Sicilia mettendo in discussione il diritto del Pontefice. Ed è nel corso di questo viaggio, dopo aver chiarita la situazione col papa, che mons. Candido muore, nel luglio del 1650, colpito dalle febbri delle paludi romane[2].

Alla fine lo “spoglio” si fece malgrado il nuovo vescovo, mons. Geraci, avesse preso posizione contraria. Questi però seppe trarre insegnamento dalla vicenda e curò, durante il suo governo, di depositare periodicamente presso il banco del Vaticano – garantendone la disponibilità per la chiesa liparese – le somme eccedenti della sua amministrazione.[3]

Comunque la chiesa liparese – al di là di momentanei chiarimenti - continuò a vivere in un intreccio di tensioni e di ambiguità fra Santa Sede, Nunziatura Apostolica di Napoli e Tribunale della Regia Monarchia di Palermo. E che a queste tensioni contribuivano anche gli uffici vaticani lo mette in risalto la lettera che il 19 dicembre 1650 – in occasione della nomina del nuovo vescovo mons. Benedetto Geraci[4] – a nome del papa Innocenzo X veniva inviata all’arcivescovo di Messina. In essa si ripristinava il suo ruolo di metropolita nei confronti del vescovo di Lipari, in aperta contraddizione di quanto aveva disposto Urbano VIII nel 1627 e quindi si ridava fiato alle mire di Palermo di interferire nella diocesi di Lipari. Comunque quest’atto, qualunque ne sia stata la ragione e la causa, rimarrà isolato e la S.Congregazione del Concilio, in futuro, farà sempre riferimento alla bolla di Urbano VIII.[5].

E fu proprio mons. Geraci che  sperimentò direttamente come fra la prepotenza della Real Monarchia e le ambiguità e la lontananza della Santa Sede, spazio al vescovo per difendere l’autonomia della sua diocesi ne rimaneva ben poca. Così dovette piegare la testa sulla vicenda dello “spoglio”, ma in qualche modo dovette subire – malgrado le riconferme formali del vaticano della particolare condizione della diocesi nei confronti del regno di Sicilia - anche l’ingerenza del Tribunale della Real Monarchia che nominò un suo commissario a Lipari, ed infine ebbe partita persa nella difesa del “diritto d’asilo” che cercò di far rispettare nelle chiese della sua diocesi ma ricevendo i rimbrotti del viceré[6].

 

Ma qual è la rendita annua della Mensa vescovile?

 

Prima di partire per Roma per effettuare la sua visita “ad Limina”, fissata per i primi mesi del 1660, Mons. Geraci scrive una sua relazione alla Sacra Congregazione del Concilio[7] dove fa il punto sulla situazione economica e finanziaria della diocesi. Egli sostiene che i proventi annui della mensa sono di circa 3 mila ducati di moneta d’argento siciliana quindi ben 1.500 in meno degli introiti dichiarati da mons. Candido. Se poi si pensa che da questi 3000 bisogna sottrarne 1.500 per le pensioni romane[8] e rimanevano da pagare gli stipendi ai due collettori delle decime, i contributi per il mantenimento delle guardie diurne e notturne della Città e delle isole, le elemosine da erogare ai poveri della città alta – dove risiedevano 3 mila abitanti - che erano molti, e a quelli del borgo – che contava 2 mila anime – che erano ancora di più, si poteva capire che le risorse a disposizione del vescovo fossero veramente poche e da qui le lamentele per non potere riparare la cattedrale che mostrava segni di decadimento.

Ma se questo si diceva nella relazione, la realtà doveva essere ben diversa perché risulta che egli avesse messo da parte ben quattordicimila scudi d’oro con i quali intendeva creare un fondo per costituire a Lipari un “monte di Pietà per beneficio delli Popoli di questa Città”. E contava proprio di approfittare della vista “ad limina” per versarlo in una qualche banca romana. E non ne aveva parlato nella relazione perché reso edotto delle travesìe subite al suo insediamento non voleva che questa somma finisse nello “spoglio[9]”.

Purtroppo il viaggio per Roma fu avventuroso e durò un paio di mesi passando per tempeste spaventose. A Roma, qualche mese dopo il vescovo morì e dei quattordicimila scudi d’oro, che era riuscito a salvare dalla tempesta, non si riuscì a sapere che fine avessero fatti[10].

 

Basiluzzo fa parte delle Eolie?

 

L'isolotto di Basiluzzo

Comunque che il vescovo avesse messo da parte una somma cospicua si doveva essere diffusa la voce perché subito , questa volta, partì l’operazione di “spoglio” avallata dal nuovo vescovo, mons. Adamo Gentile[11], che era un napoletano. Ma delle somme sperate non si trovò nulla e si dette sfogo ad una caccia alle streghe con incriminazione di furto ed arresto nei confronti di un povero prete e quindi reazioni delle autorità civili  e quindi del viceré di Palermo che mal sopportavano l’accondiscendenza del vescovo allo “spoglio”[12]. Il vescovato di Lipari rimaneva così al centro di tensioni e turbolenze. Anzi mons. Gentile nel poco tempo che fu alla guida della diocesi, riuscì ad unificare contro di sé giurati, governatore, nobili e capitolo della Cattedrale. Sull’onda della vicenda dello “spoglio” l’attenzione del vescovo fu attratta dal cercare di capire dove erano andati a finire i 4.600 scudi annui che dovevano avanzare, fatte tutte le detrazioni, visto che la Mensa percepiva ben 6.600 scudi e non 3.000 come asseriva il suo predecessore. E quindi il prelato era divenuto sospettoso di tutti e pronto a entrare in lite con chi scopriva evadere i censi e le decime. In particolare la sua attenzione si appuntò sui possessori di terreni di Basiluzzo, ricchi borghesi ed ecclesiastici che vivevano a Lipari e nulla pagavano alla diocesi. Il vescovo li diffidò e costoro ricorsero al Tribunale della Regia Monarchia. Ed il tribunale candidamente sentenziò che Basiluzzo non faceva parte del lascito di Ruggero Normanno perché nell’elenco delle isole da questo fatto nel documento, Basiluzzo non compariva. Era chiaramente un dispetto fatto al vescovo liparese giacchè era naturale che Basiluzzo non fosse presente nell’elenco visto che era considerato poco più di uno scoglio e quindi nelle pertinenze di Panarea[13].



[1] Mons. Agostino Candido divenne vescovo il 12 giugno del 1645. E’ sotto il suo governo che ufficialmente tornano i cappuccini a Lipari (anche se probabilmente la decisione era già stata presa l’anno precedente) e si stabiliscono dove ora c’è il cimitero comunale ottenendo il terreno per il convento dal vicario episcopale don Benedetto Gualtieri.

[2] La narrazione puntuale di questo conflitto si trova in G. La Rosa, Pyrologia Topistorigrafica dell’Isole di Lipari, Lipari 1997, Primo volume, pp 186 – 191.

[3] G. Iacolino, manoscritto cit.,  Quaderno IIC, pag. 43.

[4] Mons. Benedetto Geraci venne nominato vescovo di Lipari il 19 dicembre 1650 e morì a Roma , dove era andato in visita ad limina il 13 agosto 1660.

[5] La lettera di Innocenzo X all’arcivescovo di Messina in G.Oliva, Le contese giurisdizionali della Chiesa liparese nei sec. XVII e XVIII, Messina 1905, doc. III, pag.36. In G.Iacolino, manoscritto cit, Quaderno II C, pag 42g,h.i.

[6] Sull’indipendenza della Diocesi si veda G. Oliva, op.cit., pp.97-98 e G. Iacolino, manoscritto cit., pag.43, a, b..Per quanto riguarda il diritto d’asilo si veda G.La Rosa, op.cit. vol.II,­ pag.110-111. Migliore successo ebbe invece mons. Geraci nel promuovere iniziative devozionali come la nomina di Sant’Agatone a copatrono della diocesi e la Vergine Immacolata a patrona universale delle Eolie. Fece anche consacrare la Chiesa Cattedrale anche se non mancava chi sosteneva che questa fosse già stata consacrata quando fu rimessa in piedi dopo la ruina. Il 28 maggio del 1651 emise un severo “Editto per le magàre” rivelando come i liparesi mischiassero nella loro pietà la devozione dei santi con pratiche di esorcismo e di stregoneria.

[7] Relazione di Mons. Geraci alla S,Congregazione del Concilio del 1659, in Archivio  Segreto del Vaticano. Cass. 456 A, ff.133-135,

[8] A carico della diocesi di Lipari che era ritenuta una delle più ricche della Sicilia ogni anno, da oltre un secolo, pendeva l’obbligo di rimettere alla Santa Sede sotto la voce “pensionamento” o stipendio per un paio di cardinali millecinquecento o duemila scudi.

[9] Su queste vicende si vedano i documenti in Archivio Vescovile Lipari, Civili,9. G.Iacolino, Manoscritto cit., pagg. 46 b3,c,d.

[10] G. Iacolino, Gente alle Eolie, Lipari 1994, p.160; G. Iacolino, manoscritto cit.,pag. 46d,47,47°.Mons. Geraci a Roma andava ad abitare presso un amico medico, Terenzio Tornatore, e fu questi che si incaricò delle esequie e su cui si appuntarono molti sospetti per la perdita degli scudi d’oro.

[11] Mons. Adamo Gentile, di Caserta, nominato il 15 novembre del 1660, giunge a Li pari nel maggio del 1661 muore 18 mesi dopo la sua elezione.

[12] G.La Rosa, op.cit., vol.I97-203, vol. II pag. 113-114.

[13] G.La Rosa, op.cit., vol I pag.203, vol.II pag.115-116. La polemica con i canonici si sviluppò a partire dalla richiesta di questi di aumentare la loro prebenda e di regolarizzare il servizio in Cattedrale che lasciava molto a desiderare specie nei confronti delle chiese conventuali. Si discusse anche come reperire i fondi visto che la Cattedrale pretendeva anche lavori di restauro e si arrivò così col parlare degli introiti della Mensa e qui scoppiò il dissidio. I canonici scrivono due lunghe lettre di reclamo – una al viceré e una al Tribunale della Regia Monarchia – dove fra l’altro si accusava il presule di non curarsi del culto divino e del bene spirituale della diocesi e di lasciar deperire la Cattedrale. La risposta del vicerè, comunicata al vescovo e a lui giunta il 7 giugno del 1662, è una dura reprimenda soprattutto per la condizione della cattedrale. Il vescovo – letto il dispaccio – “divenne una vipera che si avventava contro chiunque se li parava d’innanzi, di modo che, non potendo sfogare la sua còlera, se la volle pigliare contro il nostro Glorioso Protettore Apostolo S.Bartolomeo”  ed abolì la festa del 17 giugno che scadeva pochi giorni dopo. Ci si immagini la reazione della cittadinanza a cominciare dai giurati. Così quando a metà di novembre mons. Gentile si ammalò e, nel giro di pochi giorni, il 28 novembre morì a solo quarantaquattro anni di età, il giudizio popolare non potè non attribuire questa ad una punizione del Santo.

 

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