Il vescovo che uccise il capitano d'arme

Mons. Caccamo, un vescovo prevenuto

 

Lo scranno (come appare oggi) che scatenò le ire di Mons. Caccamo

Che la ragione di scegliere come successore di mons. Vidal un domenicano di Palermo, teologo e consultore dell’Inquisizione, segnalato alla S.Sede dal viceré di Sicilia don Francesco di Castro che lo conosceva e lo stimava perché confessore della suocera, fosse quella di stemperare il clima e di andare su una personalità gradita al regno di Palermo, è più che probabile. Ed infatti il primo atto del nuovo vescovo fu proprio un atto di deferenza verso il viceré sottoponendo la bolla della sua nomina alla visione del Tribunale della Regia Monarchia che concesse l’exequatur cioè il gradimento. Nominato il 2 aprile del 1618 il Caccamo prede possesso della diocesi tramite un suo procuratore, Alfonso Mercorella, mentre giunge a Lipari solo in estate.

Che non fosse venuto a sedare gli animi ed promuovere la pace lo si comprese subito dal suo primo atto. La prima cosa che vide entrando in cattedrale – tre giorni dopo il suo arrivo - fu lo scanno delle autorità laiche, spazioso e imponente, che attirava gioco forza l’attenzione dei fedeli mentre il soglio vescovile era relegato dentro il recinto del coro. E così immediatamente decide di dare lo sfratto ai giurati e al capitano d’arme, “ruppìo pezzi pezzi detta seggia”, e  colloca al posto del loro scranno “una seggia altissima di sei scaloni per sedere lo stesso Vescovo[1].    

Comunque nei giorni seguenti, venuto a più miti consigli, mons. Caccamo fa ricostruire il seggio giuratorio ma colloca, di fronte a questo, un proprio seggio anch’esso di legno creando in una chiesa che aveva allora solo la navata centrale una strozzatura che intralciava le funzioni.

Questo atteggiamento risentito nei confronti delle autorità dell’isola che ebbe sfogo contro lo scranno in Cattedrale probabilmente fu originato dal fatto che trovò il Palazzo Vescovile per gran parte inabitabile e per l’altra parte occupato da uffici del municipio e dai soldati per cui era stato costretto a prendere alloggio nel casalino fuori città “con evidente pericolo di cadere in mano ai privati”, come egli stesso ebbe a scrivere.[2] .

Il vecchio Palazzo Vescovile oggi sede del Museo Archeologico

Comunque che nell’animo di mons.Caccamo non ci fosse solo un risentimento nei confronti delle autorità locali ma la convinzione profonda che a lui toccasse combattere una santa battaglia contro le ingerenze dei laici e la riaffermazione della preminenza del vescovo sulla città e le isole, lo si vide dagli atti conseguenti a cominciare dai tentativi –non riusciti – di sganciarsi dalla suffraganeità verso l’Arcidiocesi di Messina. Trovata sbarrata questa strada anche per l’intervento del viceré, l’azione del vescovo si concentrò nel resistere alle  richieste della Regia Monarchia a cominciare dal rifiutarsi di trasmettere gli atti dei processi tenuti a Lipari[3] perché si potessero celebrare, presso il Tribunale di Palermo, i giudizi d’appello. In questa resistenza la Corte di Lipari trovò alleata la Corte arcivescovile di Messina  che o non dava corso al processo di revisione o si muoveva con lentezza eccessiva, tanto che il governo di Sicilia col consenso del re decise di inviare a Lipari quello che oggi si chiamerebbe un “ispettore”, cioè un delegato dal giudice della Monarchia, l’abate Rocco Pirri, dottore in teologia e diritto, che nel 1647 sarebbe divenuto famoso pubblicando “Sicilia Sacra”, la storia della chiesa nella regione.

 

 

L'ispezione del Pirri

 

Il Pirri arriva a Lipari con una lettera delegatoria e per giorni e giorni  - anche grazie all’assenza del vescovo che si trovava a Roma  - può operare  nella Curia, interrogare persone, eliminare editti e carte che contenevano anatemi contro l’istituto della Regia Monarchia. Certamente incontrò anche il Capitano d’arme a cui raccomandò che nelle isole si rispettassero gli ordini della regia Monarchia e del suo tribunale.

Non sembra però che il risultato di questa ispezione abbia influito sul comportamento di mons. Caccamo che continuerà a restare fermo nella sua posizione intransigente sull’immunità e’indipendenza della sua diocesi. Aumenterà però la vigilanza dei Capitani d’arme nei confronti del Prelato e questo renderà i rapporti ancora più esasperati.

Una nedaglia dedicata all'abate Rocco Pirri.

Intanto il vescovo pensa anche alle finanze della diocesi e parte col rivendicare il diritto del vescovo ad autorizzare chi vuole andare nelle  isole per coltivarle, cacciare, prelevare frutti e legna e  ricordando che al vescovo spetta, in tutte le isole, una imposta chiamata “laudemio” - dal latino laudare cioè  approvare –consistente in una percentuale sui trasferimenti che avvengono da una persona all’altra. Una particolare attenzione il vescovo dedica all’isola di Salina per valorizzare circa metà del territorio a ridosso del Monte delle Felci, verso ponente, che dovrà essere disboscato e destinato a colture redditizie attraverso contratti di enfiteusi. E’ nella redazione di questi contratti che emerge, come testimone di molti di essi, un personaggio, Alfonso Mercorella, che abbiamo incontrato come procuratore del vescovo nel suo insediamento a Lipari e che diventerà uno dei più facoltosi possidenti di Salina.

 

Il vescovo si scontra con i possidenti

 

Nel procedere in questa operazione dei nuovi contratti di enfiteusi il vescovo si imbatté in numerose persone che risultavano senza titolo nel possesso del terreno e non pagavano il censo alla chiesa e siccome egli partiva dal presupposto che Salina, come tutte le isole, fosse di proprietà della chiesa ritenne che si trattasse di abusivi e intimò loro l’esibizione dei documenti pena l’esproprio. La decisione scatenò forti proteste e molti di questi proprietari veri o presunti, quasi tutti residenti a Lipari,  ricorsero avanzando due obiezioni: i titoli non esistono perché con la “ruina” sono andati persi o negli incendi o nella deportazione inoltre se il vescovo rivendica la proprietà di tutte le isole come mai allora di Lipari possiede solo alcuni terreni e la gran parte hanno invece dei proprietari? Per questo si chiede di fare a Roma delle verifica negli uffici degli “spogli” per trovare qualche inventario antico e comunque verificare cosa percepivano di censo i vescovi prima della “ruina”[4].

Il ricorso contiene inoltre tutta una serie di notizie - alcune forse veritiere ma diverse probabilmente esagerate o false perché contraddittorie -  sull’operato del vescovo col chiaro intento di metterlo in cattiva luce come persona avida, poco attenta al bene delle anime, che trascura i luoghi di culto.

Non si hanno riscontri sull’esito di questa protesta in ordine ai terreni di Salina ma il fatto è che Caccamo continuò a stipulare contratti aumentando il numero dei residenti e triplicando le entrate della Mensa.

Ed è grazie a queste entrate che egli può mettere mano al casale di Lipari che ormai è divenuta la sua sede, restaurandola ed ampliandola, promuovere lavori nella Cattedrale e procede all’erezione o ampliamenti di chiese ed oratori nella stessa isola di Salina.

 

La colonizzazione di Salina scatena un conflitto fra i poteri locali 

 

Ma proprio la colonizzazione di Salina diventa causa di attrito del vescovo col capitano d’arme Pedro Jurato, tipo borioso ed esibizionista, che voleva intromettersi nel progetto di valorizzazione  forse per perseguire qualche utile personale. Il fatto è che le pretese del capitano dovettero farsi molto insistenti tanto che Caccamo perse la pazienza e si rivolse al viceré che intervenne ordinando al capitano di “non molestare li beni della Chiesa”[5]  Cosa che Pedro Jurato non dovette accettare di buon grado e così la tensione fra il vescovo e i militari aumentò e questo anche quando cambiò il capitano d’arme e a don Pedro Jurato successe don Pedro Manpasso.

Si sviluppano così una serie di episodi che trasformano l’animosità in  fatti incresciosi dove, pur nel contrasto delle diverse versioni, è possibile comprendere che si fronteggiano l’arroganza e la prepotenza del capitano d’arme e della guarnigione militare da una parte e la superbia ostinata - a cui si aggiungeva un temperamento impulsivo che arrivava fino alla perdita di controllo sui propri comportamenti -  di un vescovo che si riteneva il signore  a cui doveva essere riconosciuto il “diretto Dominio e Patroneggio delle isole” e bollava come “figlioli de iniquità[6]”coloro che abusavano del patrimonio terriero della diocesi e non versavano né censi né decime.

Ed è proprio nell’estate del 1623 che si verificano una serie di fatti dove entrano in conflitto le competenze di due autorità, il vescovo e il capitano d’arme, in campo giudiziario ma che finiscono coll’essere così sproporzionati e spropositati che si possono spiegare solo con i particolari temperamenti dei due personaggi. Il capitano d’arme, don Pedro Manpasso - per perseguire dei servi del vescovato, in un crescendo di reazioni e controreazioni - arriva a mettere in stato d’assedio la città alta impedendo di fatto a Mons. Caccamo di abbandonarla per tornare alla sua abitazione, minacciando di arrestare ecclesiastici e laici che lo accompagnavano.. Il vescovo di fronte alla violazione delle proprie competenze e ad azioni che giudica gravissime sopraffazioni, reagisce non soltanto con la scomunica ma col vietare agli ecclesiastici di confessare e di assolvere i militari, persino in “articulo mortis” e privando il cappellano del presidio della possibilità di amministrare i sacramenti[7] .

Indubbiamente questi episodi si ritorcono in modo particolare contro il vescovo che è sempre più isolato e  inviso non solo ai militari ma anche ai nobili ed alle autorità civili, e gli uni e gli altri, inviano “informative” al re ed al papa. E le proteste dovettero andare a buon fine perché il papa Urbano VIII lo richiamò a Roma. Mons. Caccamo che negli ultimi tempi era divenuto sempre più permaloso ed irascibile reagì malamente a quest’ordine e ritenendo che la responsabilità del suo allontanamento fosse soprattutto del capitano d’arme, lo fece convocare ed al culmine di una violenta discussione lo colpì con un coltello ferendolo mortalmente[8]. A Roma il papa lo fece confinare in carcere dove morì il 9 agosto del 1627.



[1] Da un esposto di liparesi al Santo Padre, in Arch. Vesc. Di Lipari, Carp. Civili 7. il documento che contiene altre lamentele ha per titolo “Li pretendentij del Vescovo Caccamo contro questa Città de Lipare”. La versione del vescovo è in Archivio Segreto Vaticano, Relazione di mons. Caccamo del 1631 circa, Cass. 456 A, f. 46v; in G. Iacolino, La Chiesa Cattedrale, manoscritto cit., Quaderno IIB pag. 37 d,e,f.

[2] ASV; Relazione di mons. Caccamo, cit. A proposito del Palazzo vescovile a fianco alla Cattedrale al tempo del vescovo Vidal il Campis scrive che era “ridotto il tutto in frantume di fabrica non abitabile, sol poche stanze restano ad uso del Prelato, e queste esposte nell’estate al caldo intollerabile”(op.cit, p.324). Probabilmente erano quelle poche stanze che negli unici mesi di assenza del vescovo, erano state occupate dai funzionari del municipio e dalle guardie.

[3] Fra gli atti processuali di quegli anni che la Corte vescovile di Lipari si rifiutava di trasmettere a Palermo per l’appello vi era il ricorso contro la scomunica inflitta dal vescovo a Giovanni Maria Israeli che aveva avuto la colpa di avere preso le parti del proprio fratello, il prete don Tommaso, mentre veniva arrestato  nella Cattedrale per ordine dello stesso vescovo  giacchè, don Tommaso, subcollettore del legato pontificio di Napoli , aveva avuto l’ardire di richiedere 2000 scudi da devolvere al Nunzio e alla camera Apostolica per lo”spoglio” successivo alla morte di mons. Vidal.  Era, quello dello spoglio, una antichissima consuetudine per cui i vescovi non potevano disporre, per testamento, del superfluo dei loro redditi beneficiali. Questo superfluo, all’atto della morte del presule, doveva essere individuato e quindi devoluto alla Camera Apostolica. A chi spettava questo compito? In Sicilia, eccetto Lipari fino a prima  dell’unione, era il viceré o il giudice della monarchia di Palermo che, per mezzo di suoi emissari, compiva questa operazione per conto della Santa Sede mentre nelle diocesi dipendenti dal viceré di Napoli era il legato pontificio di Napoli che mandava funzionari di sua fiducia. Anche se i beni andavano sempre alla Santa Sede l’importanza di chi materialmente compiva l’operazione stava nel fatto che a questi – e quindi allo Stato per cui operava ed a tutta una catena di funzionari - andava un largo margine di utile. E non si trattava di utili di poco conto perché quando ( si trattava di un diritto non sempre esercitato) lo “spoglio” veniva fatto esso era così meticoloso e fiscale che prosciugava i fondi delle mense vescovili.

Quindi si trattava di una operazione che in loco non veniva vista di buon occhio e suscitava sempre molte critiche e rancori sia da parte del clero locale che del vescovo di nuova nomina che la vivevano come una aggressione alle proprie risorse. E siccome, per l’esecuzione di questo istituto, Lipari continuò a dipendere da Napoli e   il legato pontificio di Napoli, per questo “spoglio” aveva nominato come suo delegato, sub collettore si diceva, un prete liparese, don Tommaso Israeli. Su di lui si scatenò l’ira del vescovo che fu arrestato, maltrattato e sbattuto in un “damuso obscuro”appena finita la messa cantata con ancora indosso tutti i paramenti. Parimenti l’arresto ma con sequestro di beni e scomunica toccò a Giovanni Maria che aveva cercato di difendere il fratello protestandone l’ innocenza. (Archivio Vescovile di Lipari, Esposto di Giovanni Maria Israeli carp. 7 civili. In G:Iacolino, La Chiesa Cattedrale, manoscritto cit.  Quaderno IIB, pag.13).

[4] Archivio Vescovile di Lipari, Carp. Civili 7; v. G.. Iacolino, La Chiesa Cattedrale…, Quaderno IIB, manoscritto, cit. pp 21-23.

[5] L.Genuardi e L.Siciliano, Il Dominio del Vescovo nei terreni pomici feri dell’isola di Lipari, Acireale 1912,p.81, in G.Iacolino, manoscritto cit., pag. 27.

[6] Archivio.Vesc. di Lipari,Editto del 1624, Carp. Civili 7.

[7] In quella estate del 1623 dovettero verificarsi due diversi episodi che fecero scoppiare il conflitto di interessi fra il vescovo ed il capitano d’arme. Il primo, sul finire dell’estate, in cui  un isolano invasato aggredisce prima degli ecclesiastici e poi il capitano d’arme. In quale prigione doveva essere rinchiuso questo soggetto? Nelle carceri del vescovo  o in quelle del presidio militare? Qui la relazione al re di un tale Gilberto funzionario di Milazzo parla di una reazione inconsulta del vescovo che in abiti pontificali  e accompagnato dai canonici con i paramenti della messa scomunicò il capitano e andò in processione per la città alta  “con atti e con parole ingiuriose maltrattò il detto Capitano”.Sempre secondo Gilberto il Capitano avrebbe scongiurato il vescovo in ginocchio di evitare lo scandalo ma il vescovo in sovrappiù, tolse alla guarnigione la possibilità di accedere ai sacramenti.   Relazione di Gilberto di Milazzo al re del 6 settembre 1623.( Archivio Generale di Simanca, Legajo 1895, n.23. in G. Iacolino, La Chiesa cattedrale, manoscritto cit., pag. 40). Non mettiamo in dubbio che ci sia stato anche questo episodio, ma i documenti che si conservano nel vescovato di Lipari si riferiscono ad un episodio accaduto  il 27 luglio sempre del 1623 il cui abnorme appare soprattutto il comportamento del capitano d’arme. A scatenare il conflitto sarebbe una partenza dei servi del vescovato da Lipari, per  degli acquisti in Sicilia, senza “licenza ‘uscita” contando sulla consuetudine che i famigli del vescovo ne erano esentati. Il capitano giudica la trasgressione gravissima e persegue uno dei due servi fino dentro la Cattedrale violando il diritto d’asilo che vigeva per i luoghi sacri. E’ a questo punto che Mons. Caccamo vuole fare valere la sua autorità scatenando reazioni durissime e impensabili fino a isolare il vescovo, gli ecclesiastici ed i famigli in cattedrale e negli alloggi dissestati del Palazzo Vescovile. Infatti il capitano ordinerà ai suoi soldati di guardia che se il vescovo voleva andar via era libero di farlo ma preti e servi sarebbero stati arrestati ed inviati a Palermo in catene. A questa dichiarazione, il vescovo che vestito dei paramenti, in processione con il clero e i servi era giunto al posto di guardia grida ad alta voce “ Siatemi testimonij che lo Capitan d’arme mi tiene carcerato con i miei creati et clero dentro la Città et non mi lassa andare al mio palazzo fuori Città” . E fatto dietro front se ne tornò processionalmente alla Cattedrale.( La documentazione di questo episodio con ben 14 testimonianze si trova nell’Archivio Vescovile di Lipari, Processi criminali, busta n. 3,1, carp. 33, f. 408 e ss). Con ogni probabilità, il divieto di prestare i sacramenti alla guarnigione, dovette avvenire dopo questo episodio che non sappiamo se sia giunto e come a conoscenza del re del papa.

[8] L. Zagami, op.cit., pag. 241-2.

 

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