Il vescovo Stefano e la fine della dinastia dei normanni.

Matrimonio di Enrico VI con Costanza d'Altavilla

 

Il vescovo Stefano

Chi era Stefano? Un monaco benedettino senza dubbio ma che forse aveva avuto in passato esperienze di corte e quindi una buona scuola di diplomazia. Potrebbe essere infatti lui quello Stefanus cappellanus domini regis di cui parla Evelyn Jamisn[1]. Comunque  l’impegno di Stefano fu quello di “mantenere ed accrescere il patrimonio rurale della Chiesa e, in modo particolare, a definire la sua capacità di azione politica in un contesto caratterizzato da precari equilibri di potere, nel tramonto della dinastia normanna e nella temperie dell’affermazione sveva”[2]. Così  in diverse occasioni il vescovo aveva avuto modo di confermare la convergenza della sua Chiesa con gli orientamenti della monarchia e a dimostrare abilità diplomatica come nel caso dell’incarico dato a Riccardo Goito nel gennaio del 1186, cancelliere e segretario di Guglielmo II, a proposito di un possedimento alle porte di Palermo, di recuperare i diritti perduti, ricondurre all’obbedienza i villani che avevano abbandonato le terre, incrementare la proprietà e mantenere alta la produzione. In più, si stabiliva, che alla sua morte “ tutto ciò che egli avrà edificato, piantato, seminato e migliorato nelle terre della stessa Chiesa, tutto per intero rientrerà in potere della stessa Chiesa[3].

Secondo Catalioto[4], lo spessore politico di questo vescovo ed i suoi rapporti con la organi regi sarebbero dimostrati, fin dal suo insediamento, a cominciare dal primo atto di cui si ha notizia, nel dicembre del 1180[5], e cioè la disputa con l’arcivescovo di Messina per alcuni diritti di decima. Nella quale oltre ad avere confermati dei diritti che erano più consistenti di quelle di altre chiese, ottenne il riconoscimento di una nutrita serie di prerogative[6]. In questa luce deve essere anche letto l’affitto nel 1194  concesso ad un influente personaggio di corte di una casa in Termini[7]. Una prerogativa quella di saper dialogare con la corte che non venne meno con la caduta della dinastia normanna ma continuò con la dinastia sveva fin dal suo insediamento.

 

Federico I (o II)

Nascita di Federico a Jesi

Abbiamo visto che  nel dicembre del 1194 Enrico VI occupava Palermo e si incornava re di Sicilia, ma già ai primi del 1195 doveva correre in Germania per sedare insubordinazioni  e così lasciava il regno nelle mani della moglie Costanza, figlia del normanno Ruggero II, assistita dal gran cancelliere Gualtiero di Pagliara, vescovo di Troja diocesi della Puglia.  L’anno dopo proclamò il figlioletto Federico Re dei Romani  irritando il Papa che lo scomunicò. Nel 1197 il re scoprì o credette di avere scoperto una grande congiura ai suoi danni e diede sfogo ad una violenta ferocia contro i nobili uccidendone ed accecandone a centinaia. La repressione cessò solo nel mese di novembre di quello stesso anno quando Enrico morì a Messina. L’anno dopo il papa, supplicato dalla regina Costanza, incorona re di Sicilia il figlio di lei, col nome di Federico I, che non aveva ancora 4 anni. Alla morte della mamma, qualche mese dopo, il papa prese sotto la sua tutela il bambino, inviando il cardinale Cencio Savelli a curarne l’ educazione e creando una corte di gestori del regno con a capo Gualtiero di Pagliara. Seguirono anni burrascosi e difficili per il piccolo re ed il suo regno insidiato, fra gli altri, dal barone Marcovaldo di Anweiter che morì a Patti nel 1202 dopo aver giocato una complicata partita di alleanze e tradimenti con Gualtiero di Pagliara.

 

Il Vescovo Stefano, dopo la grande rivolta del 1197, nel mese di luglio è testimone  a Linara presso Patti in un documento di Enrico VI ed in quella occasione gli assicura fedeltà[8]. Un altro documento di un certo rilievo è del novembre del 1200.  Sono anni difficili e Gualtiero di Pagliara cerca di rastrellare fondi per far fronte al governo ed alla guerriglia. E’ in questa occasione che Stefano versa 17 mila tarì e Gualtiero gliene è così grato che  gli fa indirizzare una lettera dal piccolo re Federico in cui si dice che “il Vescovo di Patti, a Noi fedele, in un momento di emergenza con molta liberalità offrì 17.000 tarì al nostro diletto e fedele consigliere e cancelliere Gualtiero ai fini della preparazione dei Nostri armamenti[9]. Per questo servigio il re concede l’altra metà della terra di Naso che era tornata di proprietà della corona perché il proprietario era stato riconosciuto traditore.

Il documento viene rilasciato però nel 1201, l’anno successivo, quando Gualtiero fa l’accordo con Marcovaldo contro il volere del papa. Significa che Stefano condivise questa scelta malgrado l’ostilità del papa? Così sembrerebbe e per questo si può pensare che quando, l’anno dopo, Marcovaldo morì a Patti in seguito ad un’operazione chirurgica, al suo capezzale ci fossero Stefano e i suoi monaci[10].

Federico

Dai documenti rimasti riguardo al suo vescovato si possono arguire altri tratti della personalità e del modo di operare di Stefano. Come il fatto che fosse un vescovo che viaggiasse molto, che andava spesso a Palermo – ed è per questo che nel documento a Riccardo Goito del 1186 rivendica i diritto dell’ospitalità per se ed il suo seguito nel possedimento alle porte di Palermo che aveva in affido[11] - ma soprattutto che visitava i diversi luoghi della Diocesi e i possedimenti più remoti.

 

La presenza di Stefano a Lipari

 

Doveva venire spesso anche a Lipari ma i documenti segnalano solo le visite ufficiali di governo non quelle di ordine spirituale e pastorale. Relativamente a Lipari ed alle Eolie sono due le notizie che ci sono state tramandate.  Nel marzo del 1190 si sa di una seduta giudiziaria in cui il vescovo processò e condanno dei razziatori di falconi ed emanò delle norme sulla gabella dei conigli e la disciplina della caccia, per combattere l’evasione fiscale ai danni della Mensa vescovile. Vengono comminate anche pene come il carcere e l’esilio. Il documento è interessante perché conferma la presenza nell’isola di uno stratigoto, cioè un giudice con giurisdizione criminale, e di un certo numero di boni homines incaricati di avanzare richieste di natura amministrativa verso la corte di giustizia del vescovo. Ed a questo proposito va ricordato  un altro documento, del settembre 1191, nel quale ambaxatores civitatis,  dotati di rilevanti prerogative,  rappresentarono gli abitanti di Patti, davanti al re Tancredi, in una contesa col vescovo relativa a terreni di Librizzi acquisiti dalla Chiesa  fin dal 1117.[12]

La seconda notizia ha come fonte il Campis[13]. Essa ci parla di un conflitto fra il vescovo Stefano ed una parte dei cittadini di Lipari nel 1199 che protestavano per gli effetti del precetto del vescovo Giovanni di 65 anni prima. Questo conflitto ha una prima conclusione: i cittadini riescono a piegare il Vescovo alla cessione gratuita e perpetua dei poderi di Alicudi e di Salina. Un successo che si ritorse però contro gli stessi perché “quel Dio che custodisce con gloria le ragione delle Chiese  e ai violatori di esse fa sempre provare castighi – commenta il Campis – non volle che li usurpatore delle due Isole ne andassero impuniti, e così rendè sterili quei terreni, per altro fertili e ubertosi, del tutto aridi e sterili.  Onde in due anni che da quelli Cittadini furono coltivati non produssero alcun frutto; anzi invece di grano, quale vi seminavano, cresceva in copia grande  erbe selvatiche et inutili senza vedersi una spica di grano, e l'Isola stessa di Lipari non ebbe per un anno né pure  un'occiola d'acqua dal cielo”. I contestatori allora pentitesi si buttarono ai piedi del prelato e con una supplica scritta gli chiesero perdono e rimisero nel suo possesso le due isole usurpate che apportarono quindi abbondantissimi frutti.

I documenti ci parlano ancora di uno Stefano scrupoloso nelle pratiche amministrative. Siccome esistevano due Capitoli monastici, uno a Lipari e l’altro a Patti, Stefano prima di prendere decisioni di una certa importanza li interpellava entrambi come nel 1198 quando vuole assegnare ad un confratello una casa di proprietà della Chiesa[14].

Infine  White sostiene che in Stefano vi era lo stesso spirito litigioso che aveva riscontrato in Giovanni da Pergana[15]. Addirittura “cronico” quello coll’arcivescovo di Messina  tanto che il 9 febbraio del 1183 Papa Lucio III scrisse da Velletri ai Vescovi  di patti e Cefalù raccomandando devozione ed obbedienza verso il vescovo metropolitano. Richiesta che dovette cadere nel vuoto visto che la sollecitazione fu ripetuta il 25 luglio 1184-85 da Verona[16].

Probabilmente Stefano rimase vescovo e abate fino al 1201 anche se sembra vivesse fino al 1205. Gli successe Anselmo che però non compare fine al 1207[17].



[1] E. Jamisson, Judex Tarentinus, in “Proceeding of the Britich Academy”.LIII (1968), pp. 331 e seguenti, n. 2 citato in E. Catalioto, op. cit., pag. 126.

[2] E. Catalioto, op.cit. pag. 126.

[3] G. Iacolino, op.cit. , pag. 191-192. Testo originale in latino in E. Catilioto, op.cit., pp. 232-3, L.T. White, pag. 432.

[4] E. Catalioto, op. cit., pag.127

[5] Secondo Iacolino, op.cit. pag. 190 indica il 1179.

[6] E. Catalioto, op.cit. pag. 127.

[7] G.Iacolino, op.cit., pag. 192; E. Catalioto, op.cit., pag. 127-8.

[8] E. Catalioto, op.cit. ,pag. 128-9; G. Iacolino, op.cit., pag. 197.

[9] G: Iacolino, op.cit., pag. 197-8; E. Catalioto, op.cit., pag. 129.

[10] G. Iacolino, op.cit., pag. 198; E. Catalioto, op.cit., pag. 129.

[11] G. Iacolino op.cit., pag. 192.

[12] Idem, pp. 134-5.

[13] P. Campis, Disegno Historico…, op.cit., pag. 224. G. Iacolino, op.cit.,pp 193-4.

[14] G. Iacolino, op.cit., pag. 195

[15] L.T.White, op.cit., pag . 154 “Lo spirito dell’abate Giovanni era dappertutto nei suoi monasteri”.

[16] Idem, pag. 153.

[17] Idem., pag. 153. E. Catalioto, op.cit., pag. 125 vedi la nota n .34 con riferimenti bibliografici relativi a Stefano.

 

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