Il XVIII secolo: fra progetti di sviluppo e carità cristiana

L’economia eoliana nel 700

 

Allo sguardo ampio dello studioso[1] l’economia eoliana  nel XVIII secolo può apparire in lenta ma progressiva ripresa a cominciare da alcuni segni esteriori come la città che continuava decisamente ad allargarsi nelle zone circostanti del Castello; il disboscamento e la messa a coltura di ampie zone di Flicudi, Salina ed Alicudi; un naviglio che percorreva tutte le rotte del basso Tirreno malgrado il pericolo dei pirati; l’amalgama della popolazione gli “oriundi” ed gli immigrati del dopo “ruina”; un buon numero di artigiani; una borghesia sempre più padrona dei processi economici dell’arcipelago.

E sull’onda della crescita dell’economia cresceva anche la popolazione, anche se non con il ritmo[2] del secolo precedente. Nel 1789, data del primo censimento ufficiale, risultò essere di 12.482 abitanti[3]. Ormai  le borgate sono diventate una realtà per l’isola di Lipari ed a metà del secolo abbiamo Canneto, Acquacalda, Quatttropani, Lami e Pianoconte. Mentre nelle isole Stromboli aveva raggiunto i 700-800 abitanti, circa 600 Filicudi, 1500 Salina mentre pochissimi erano i residenti ad Alicudi e Panarea quasi tutti contadini e pescatori. La borghesia continuava a risiedere a Lipari. Un discorso a parte deve farsi per Vulcano che continuava a rimanere disabitata. La gente andava a lavorare di giorno, nei campi, ma preferiva tornare a Lipari all’imbrunire suggestionata dalle storie che volevano il cratere grande come la bocca dell’inferno da cui la notte uscivano gli spiriti maligni  ed imperversavano sull’isola.

Nei campi eoliani crescevano fichi d’India, fichi, gelsi, capperi soprattutto ma anche ulivi, castagni, agrumi, susini; si coltivavano le viti, i legumi, gli ortaggi dai pomodori, ai cavoli, ai carciofi, ai peperoni; si allevava il bestiame. Dei prodotti della terra si esportavano uva passa, capperi, fichi secchi e vino a cominciare dalla malvasia sulle rotte di Napoli e Venezia. E’ in questo secolo che diventa una voce importante della esportazione la pomice – da 500 a 700 tonnellate l’anno -  tanto che quando arriverà a Lipari Jean Houel nel 1771 andrà ad abitare dal console di Francia, don Giovanni Rodriquez,  che si interessava soprattutto della pomice che si estraeva a Canneto ed Acquacalda[4].

Si importava invece il grano, utensili vari, panni e stoffe e il sale in grande quantità che serviva per la conservazione dei pesci e dei capperi.

Una carpenteria per costruzione dei vascelli si trovava a  Marina S.Giovanni ed alimentava la marineria di Lipari che contava 150 e più feluche che sostenevano il traffico con la Calabria ed il regno di Napoli[5].

Marina S. Giovanni

 Dal punto di vista sociale, all'inizio del 700 – sostiene Arena – accanto ad una massa di gente per un verso o per l'altro ben sistemata, risiedeva nelle Eolie un'altra massa di persone che aveva una vita alquanto tribolata, per poche possibilità di lavoro e insufficienti mezzi di sussistenza. Si può ipotizzare che gli indigenti raggiungessero le mille unità[6].

 

Ma quanti sono i poveri?

 

Una lettura diversa invece proprio della realtà sociale di Lipari ci è fornita dal vescovo Girolamo Ventimiglia in una lettera al papa in occasione della visita “ad Limina” del 1696: “Il numero degli abitanti nella città e nel Suburbio ammonta a circa diecimila, ma quanto grande sia la povertà di cui essi soffrono non si hanno sufficienti parole per dirlo; basti pensare che soltanto due volte la settimana – e talora una sola volta – si macella un bue o una vacca per una così numerosa popolazione che, per l'estrema povertà in cui versa si nutre di frutta, di legumi e di pesce, e non raramente senzapane”.Le abitazioni, continua il vescovo, sono anguste, speso attendamenti e tuguri coperti di canne e di paglia che sono alla base di tutta una serie di violenze domestiche e di problemi morali. “Una gran massa di fanciulli e fanciulle ogni giorno assediano il Vescovo chiedendo pane, ma non c'è chi lo spezzi loro, benchè giornalmente ai più si dia uno scudo... Io tremo e mi rattristo vedendo più di seimila perone affamate e nude”.

Quindi non mille su una popolazione di 10 mila sarebbero gli indigenti ma la grande maggioranza. Certo questa è la percezione di chi giunge nelle Eolie e trova una realtà più critica di quella che si era immaginata. Di più, siccome la lettera ha lo scopo di sollecitare il papa ad una maggiore considerazione  della realtà delle isole cominciando, per esempio, a sgravare la Mensa vescovile dell’obbligo di versare annualmente una pensione di 500 scudi per un cardinale, potrebbe darsi che in mons. Ventimiglia la verve del predicatore abbia avuto la meglio sulla serenità dello studioso, ma comunque il malessere sociale doveva essere più profondo di quanto le considerazioni economiche lascerebbero ipotizzare.

  

Vecchia Salina e Stromboli

Guardando alle isole minori alle considerazioni sociali si aggiungono quelle morali e pastorali ed il ritratto d el presule diventa più cupo. “Ci sono abitanti in ognuna di queste isole ma, all’infuori di Salina, tutte le altre non hanno né Chiesa né Sacerdote né Messa né Sacramenti, cosiché queste isole e queste genti odono da lontano la Buona Novella di Cristo e il Suo insegnamento e, cosa che è assai dolorosa a dirsi, in mezzo a questi gruppi permangono ancora tracce di incivile superstizione mentre non vi si scorge segno alcuno della Religione Cristiana, tranne che a Filicudi dove c’è una Cappella non ancora portata a compimento”. Il vescovo riconosce che sarebbe suo obbligo andare nelle isole, predicare, portare con sè dei collaboratori. Ma a che servirebbe se non ci sono i mezzi per edificare una chiesa e per mantenervi un sacerdote? La mensa vescovile vive dei frutti delle isole e del mare che le circonda. In passato queste entrate arrivavano fino a sei- settemila scudi ora però la situazione è peggiorata. Si sono esauriti i banchi di corallo ed il mare è divenuto più avaro per cui i pescatori sono costretti a spingersi nell’Adriatico o sino in Sardegna; mentre per quanto riguarda la terra le viti sono invecchiate e non danno più vino come un tempo e dai 30 mila del passato si è arrivati a 10 mila dello scorso anno. Anche le altre entrate sono state colpite. Le esportazioni dalla guerra[7] e dal timore dei pirati; i censi per via della riduzione delle aliquote praticate dal regno di Sicilia che dal 8-10 per cento le ha portate al 5. Ma se una volta la Mensa rendeva 6-7 mila scudi, quanto pensa mons. Ventimiglia che possa rendere ora? Il suo predecessore aveva appaltato il servizio di raccolta a 5 mila scudi ma fu costretto a scendere a 4.100 scudi, mentre ora non è riuscito a trovare appaltatori nemmeno per 3.500 scudi. Con ogni probabilità si otterranno solo 3 mila scudi che corrispondono, osserva, a 2.600 in moneta romana.

Rimane il fatto che questa somma la si introita per lo più in natura ed in natura vengono pagate le pensioni dei canonici, il maestro dei chierici, il cappellano di Salina, il parroco della Cattedrale e l’uomo di vedetta su Monte Guardia, cioè tutti i carichi della mensa. E poi ci sono altre spese – olio, cera, predicatori, musica, ecc.- per il servizio della cattedrale ai quali deve praticamente provvedere il vescovo[8].

Inoltre, come il suo predecessore mons. Arena, anche il Ventimiglia era un vescovo prodigo con i poveri ed i bisognosi in genere[9].

 

Le iniziative di valorizzazione e sviluppo

 

Ma dove trovare i denari, visto che oltre alla costruzione di cappelle nelle isole si riprometteva di realizzarne anche a Lipari a cominciare dalla Cattedrale che quando la vide le parve più “una spelonca di ladri che una casa della preghiera”[10]?

Visto che noi nostri mari , per la sconfitta che avevano subito i turchi a Zenta nel 1697, si era alquanto attenuato il pericolo corsaro mons. Ventimiglia sollecitò i liparesi a colonizzare le isole minori anche Stromboli e Alicudi che erano le più lontane. A Stromboli i primi coloni giunsero nel 1702 e si stabilirono a Ginostra che era una località meno esposta ad eventuali incursioni. Anche ad Alicudi inizialmente l’abitato sorse sul pendìo della montagna.

I risultati si fanno subito vedere e nella relazione del 15 marzo 1705 il vescovo dà notizia che il gettito della mensa è cresciuto di 300 scudi all’anno e già pensa di investirli nella realizzazione del seminario e nella costruzione di una chiesa a Stromboli dove “la fertilità del suolo, che ben si adatta alle culture, a poco a poco va allettando gli abitatori, e la posizione dell’isola, che è come una stazione obbligata di transito, richiama un gran numero di marinai e di viaggiatori[11]. Inoltre la Santa Sede gli è venuta incontro è dopo l’abolizione di una pensione già concessa all’inizio del suo mandato, ora nel 1700 ha ridotto a solo 300 scudi la seconda pensione e duecento “sono stati assegnati a beneficio delle Isole[12].

  

In alto contadini di Stromboli . Sopra, antico disegno di Vulcano

Dopo la colonizzazione di Alicudi e Stromboli il vescovo pensa a valorizzare anche Vulcano. Le risorse dello zolfo, dell’allume e del boro, se estratti con sistemi razionali ed efficienti, avrebbero potuto creare occupazione e altre risorse per la Mensa.

Così nel 1696 il Ventimiglia aprì le concessioni – gli “arbitrati” si chiamavano - per lo sfruttamento dello zolfo e dell’allume e immediatamente molte persone di Lipari scelsero di andare ad operare. Ma la cosa non piacque ai nobili ed alla borghesia locale che paventavano che questa nuova occasione di lavoro facesse lievitare i salari dei lavoratori che coltivavano le loro terre a Lipari e Salina ma anche nella stessa Vulcano. La motivazione che addussero per contrastare l’iniziativa fu che i fumi emanati dalle officine per la raffinazione di prodotti danneggiavano le coltivazioni non solo dell’isola ma giungevano fino a Lipari e Salina e producevano danni soprattutto alle viti.

Si creò quindi un influente partito contrario all’iniziativa che polemizzò col vescovo e spinse i giurati ed il giudice civile di Lipari a emettere un bando che vietava di “arbitrare” nell’isola di Vulcano. Il vescovo vide in questo provvedimento una ingerenza nel patrimonio ecclesiastico e scomunicò giurati e giudice. Questi ricorsero sia al Tribunale della Regia Monarchia per essere liberati dalla scomunica ed al viceré perché sospendesse l’impresa avviata dal vescovo giudicata dannosa per l’ambiente e l’agricoltura.

Se si poteva pensare che il Tribunale avrebbe assolto i giurati riaprendo così la questione annosa dell’autonomia del vescovo e della sua dipendenza solo da Roma, più complesso era il discorso dell’inquinamento giacché l’apposita commissione di esperti che era stata istituita a Palermo per  valutare il problema, a gran maggioranza negava che l’industrializzazione di Vulcano potesse produrre i danni paventati.

Ma mentre si attendevano i responsi per i due ricorsi fu lo steso mons. Ventimiglia che chiuse la partita. Assolse giurati e giudice  e ritirò le concessioni date a Vulcano. La ragione? Con ogni probabilità il Ventimiglia valutò che il rischio di riaprire la controversia sulla competenza del foro di appello non valeva la partita. Lo sfruttamento industriale di Vulcano era una grande idea ma per il momento andava rimandata.

Comunque la vicenda aveva lasciato da una parte e dall’altra diffidenze e prevenzioni e certamente nella borghesia liparese, miope nelle sue vedute e dalla mentalità angusta, vi era chi pensava che questo vescovo fosse pericoloso e bisognava aspettare l’occasione buona per liberarsene.

 

Chi era mons. Ventimiglia

 

Ma chi era mons. Ventimiglia? Chi era questo vescovo che univa carità cristiana e progetti ambiziosi di sviluppo? Famoso a Roma e nelle grandi capitali del mondo, come erudito, diplomatico e grande predicatore, aveva insegnato a Parigi e tenuto conferenze a Madrid, Vienna[13] ed in numerose città d’Italia,  quando venne nominato vescovo di Lipari, don Gerolamo dei Principi di Ventimiglia, era un perfetto sconosciuto proprio nell’arcipelago.

A mons. Ventimiglia si era pensato come vescovo di Lipari anche prima della nomina di mons. Castillo ma sempre aveva rifiutato. Quando accettò, volle fare il vescovo con scrupolo e si documentò coscienziosamente sulla diocesi che andava a governare. Presentò a Innocenzo II una sorta di promemoria programma dove si mettevano in risalto: la grave situazione sociale (fame e miseria) delle isole; la grave situazione ecclesiastica ( il capitolo non aveva plebenda fissa, mancava il seminario, la Cattedrale abbisogna di urgenti restauri); occorreva una piccola banca di prestito (Monte di Pietà) a favore dei contadini per sostenerli nell’acquisto delle sementi e degli strumenti di lavoro[14].

Il papa si mostrò disponibile ed immediatamente abolì - visto che il cardinale che ne beneficiava era morto – l’obbligo di versare a Roma ogni anno una delle due pensioni che erano a carico della mensa vescovile di Lipari. Cinquecento scudi che furono destinati, per esplicita volontà del papa, alle necessità più urgenti delle isole[15]. Oltre a questi, con preciso riferimento ai punti che il nuovo vescovo aveva evidenziato, il papa garantiva un assegno annuo di 294 ducati d’oro e due giulii.

Era passato un anno intero dalla sua nomina ma, con questi risultati, il Ventimiglia arrivò a Lipari il 17 luglio del 1695.

    

La volta della Cattedrale con i dipinti voluti da mon s. Ventimiglia

L’impegno più importante a favore delle chiese il vescovo lo riversò nella Cattedrale creando un ampio sagrato[16], rinnovando la facciata che con tre porte dava l’impressione delle tre navate, rifatto il pavimento in marmo rosso e così il coro e l’altare maggiore, realizzata una cantorìa pensile  al di sopra della porta centrale e vi installò un nuovo organo. Ma sicuramente il contributo più suggestivo all’abbellimento di questa chiesa fu l’affresco della volta cinquecentesca con sedici scene bibliche realizzato fra il 1705 ed il 1708.

Questo impegno per la Cattedrale creò una spinta di emulazione che portò le confraternite ad impegnarsi nel rifacimento di altre chiese come la Chiese della Madonne delle Grazie, un gioiello di architettura barocca realizzato in soli otto anni dal 1700 al 1708[17]e la chiesa di S.Pietro nel Suburbio[18].

  

La Chiesa della Madonna delle Grazie. A sinistra la facciata. A destra, l'artistico coro ormai pericolante da tre anni nell'incuria generale.

Ma il suo pensiero costante – lo scrive  il 20 ottobre del 1696 - è la mancanza di un Seminario per  garantire una adeguata formazione del clero giacché “quasi tutti gli ecclesiastici sono cresciuti e crescono senza una soda preparazione culturale e spirituale, mentre l’indole del popolo è portata alle pratiche devote ed è aperta all’apprendimento così come lo è per la vita libertina e poco operosa”. 

Le uniche due chiese che in Lipari funzionano dal punto di vista pastorale sono la Cattedrale e San Giuseppe dove “ogni domenica si spiega ai fanciulli la Dottrina Cristiana”.

Pessimo è invece il giudizio sulle altre chiese della città e fuori le mura specialmente quelle cappelle che stanno a due e tre miglia fuori, sopra le montagne o in fondo alle valli. Sono in tutto quattordici e benché “risultino erette dalla grande devozione popolare, tuttavia sono sedi di una religiosità rozza e irriguardosa” dove i canonici nelle feste dei Santi titolari arrivano correndo a dorso d’asino o in barca “ per buscarsi i legati di due scudi (talvolta anche meno)”, cantano i vespri e le messe e poi , con la stessa precipitazione ritornano di corsa  in Cattedrale “per non perdere le distribuzioni corali”. Talvolta in queste chiese si cantano in fretta e furia tre o quattro messe. “Questa vergogna che non si addice affatto alla dignità capitolare, non è possibile eliminarla a causa della estrema povertà che grava sul Clero”.

Fuori della città si distinguono per vivacità e bellezza le chiese dei francescani osservanti e dei cappuccini. Ma mentre i cappuccini, pur essendo pochi, si distinguono per esemplarità di vita e cultura, i francescani non brillano per serietà di costumi e dottrina. Di più, pur essendo calabresi, per eludere  l’interdetto emesso nei loro confronti dalla Curia Vescovile si sono rivolti al Tribunale della Monarchia creando problemi di competenza per cui subito il vescovo ha dovuto informare a Roma la Congregazione dell’Immunità[19].

Per rimediare alle carenze del clero il Ventimiglia teneva dei corsi di aggiornamento per gli ecclesiastici, la sera nel coro della Cattedrale. Poi, verso il 1704 decise di rilanciare e riqualificare la “Scuola di grammatica” che era stata istituita da Mons. Arata, introducendo nuove discipline ed affidando l’insegnamento a frati fatti venire da fuori. Cambiò il nome alla scuola e la chiamò “Seminario delle Lettere” o “Ginnasio” lasciandola aperta  a tutti i giovani fossero chierici o laici.

Impegnato su più fronti il vescovo non trascurava i suoi contatti col mondo esterno e spesso si recava a Palermo, dove aveva un rapporto di familiarità col viceré, e a Roma dove spesso predicava i quaresimali nella basilica di S. Andrea della Valle.

Ed era proprio a Roma, in visita “ad Limina” quando il 27 settembre del 1700 muore Innocenzo XII. Ed è Mons. Ventimiglia che viene chiamato all’inaugurazione del conclave, il 9 ottobre,  a parlare ai cardinali.



[1] G.A.M. Arena, L’economia delle isole eolie dal 1544 al 1961, op.cit., cap.III, pp.25- 36.

[2] Le tappe di questa crescita per il 600 si possono così stimare: 4.566 nel 1630, 6000 nel 1651, 10.000 nel 1693

[3] Nel 1761 gli eoliani, soprattutto originari di Salina e Filicudi, contribuiscono  al popolamento di Ustica con duemila(dice Iacolino, invece 600 dice  Arena) persone.

[4] J.Houel, Viaggio pittoresco alle isole Eolie, Lipari 2003.

[5] G. A.M. Arena, op.cit., pag. 27; G.Iacolino, note a P.Campis, op.cit., nota 32 p. 454.; Libro delle Corrie, f. 185.

[6] Idem, pag. 32.

[7] E’ la guerra della Lega di Augusta che dal 1688 è durata sino al 1697.

[8] ASV, Cass. 456A, ff. 265v-269 in G.. Iacolino, manoscritto cit., Quadermo III,  pp.77a-g.

[9] G.La Rosa, op.cit., vol.I, pp 250-251.

[10] ASV. Cass.456B,f.1. Della Cattedrale mons. Ventimiglia ne parla in due relazioni “ad Limina”. Quella del 1696 dove  e quelle del 1700. G. Iacolino, idem.

[11] ASV, Cass. 456B, ff.10,10v.

[12] ASV, Cass, 456 B, ff 2, 2v.

[13] Nella capitale austriaca erano circolati due libretti dedicati a Mons. Ventimiglia scritti da vari poeti e dallo stesso imperatore in cui si elogiava “l’opere ammirande e chiare/ di sua eloquenza, onde l’Italia e ‘l mondo/ stupinne”.

[14] G.M. Cottone, De Scriptoribus Domus S. Joseph, Palermo 1733, pag. 156.

[15] ASV, Cass, 456 A, ff. 266v-267.

[16]  Acquistando alcune aree e radendo al suolo alcune abitazioni.

[17] Purtroppo per la realizzazione di questa chiesa dovette sacrificare la chiesetta medioevale che ricadeva nella stessa area.

[18] Un ingrandimento della chiesetta che si era realizzata all’indomani della “ruina”. Questa chiesa di S.Pietro rimarrà fino al 1929 quando verrà abbattuta per fare posto all’attuale struttura.

[19] ASV, Cass. 456 A, ff. 264-265v .

 

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