L’impresa di Garibaldi in Sicilia

Le premesse siciliane dell'impresa di Garibaldi

Francesco II di Borbone e Maria Sofia

La rivoluzione che non riuscì nel 1848 ebbe tutt’altro destino nel 1860. Intanto al trono del Regno delle Due Sicilie, a Ferdinando II, il 22 maggio del 1859, era succeduto il figlio Francesco II, giovane ed inesperto, che dovette vedersela da una parte con le turbolenze sociali e politiche che non mancarono  dopo la sollevazione del 1848, e, dall’altra, con l’isolamento politico in cui il regno si era relegato, mentre l’esercito e l’amministrazione dello stato erano sempre più demotivati e disorganizzati.

Quindi la insurrezione del 1860 ebbe tutt’altro esito  grazie anche all’apporto di Garibaldi e delle sue camice rosse. Ma la spedizione dei garibaldini ha una premessa tutta siciliana come riconobbe lo steso Garibaldi.

“Io ero in Caprera – scrive nelle sue memorie il generale -  quando mi giunsero le prime notizie d'un movimento in Palermo: notizie incerte, or di propagante insurrezione, ora annientata alle prime manifestazioni. Le voci continuavano però a mormorare d'un moto; e questo, soffocato o no, aveva avuto luogo. Ebbi l'avviso dell'accaduto dagli amici del continente. Mi richiedevano le armi e i mezzi del millione di fucili: titolo che s'era dato ad una sottoscrizione per l'acquisto d'armi. Rosolino Pilo, con Corrao, si disponevano a partire per la Sicilia. Io conoscendo lo spirito di chi reggeva le sorti dell'Italia settentrionale e non ancora desto dallo scetticismo in cui m'avevano precipitato i fatti recenti degli ultimi mesi del 1859, sconsigliavo di fare, se non si avevano nuove più positive dell'insurrezione. Gettavo il mio ghiaccio di mezzo secolo nella fervida, potente rivoluzione di 25 anni. Ma era scritto sul libro del destino! Il ghiaccio, la dottrina, il pedantismo seminava il vano di ostacoli la marcia incalzante delle sorti Italiane! Io consigliavo di non fare, ma per Dio! si faceva; ed un barlume di notizie annunciava che l'insurrezione della Sicilia non era spenta. Io consigliavo di non fare? Ma l'Italiano non dev'essere ove l'Italiano combatte per la causa nazionale contro la tirannide? Lasciai la Caprera per Genova; e nelle case de' miei amici Angier e Coltelletti si cominciò a ciarlare della Sicilia e delle cose nostre. A villa Spinola, poi, in casa dell'amico Augusto Vecchi, si principiò a fare dei preparativi per una spedizione”..

L’insurrezione di cui parla Garibaldi è quella del  4 Aprile 1860 quando un gruppo di patrioti mazziniani e liberali si barricano, nel centro storico di Palermo, nel complesso della chiesa e nel convento di S.Maria degli Angeli conosciuta come la  Gancia, un ricovero francescano per forestieri, e da lì danno il segnale della rivolta contro il governo del Borbone. Malgrado siano un piccolo gruppo essi riescono a resistere per diversi giorni anche se in città vi è una forte guarnigione militare. Ma i ribelli hanno la solidarietà dei frati e inoltre la popolazione, che  è sempre più ostile ai Borboni, fa loro da cordone di protezione quantomeno a livello di opinione anche se va osservato che la protesta del popolo aveva una motivazione ed una dinamica sua propria che non sempre riusciva ad essere controllata dai liberali che appartenevano, per lo più, ad un ceto culturale . Dei frati parla anche Garibaldi nelle memorie della spedizione: “Il contegno dei poveri frati della Gancia fu lodevolissimo. Essi non pugnarono, non macchiaronsi di sangue, ma identificaronsi colle aspirazioni d’un popolo generoso ed oppresso, lo favorirono e ne divisero i pericoli e le miserie”[1]

Palermo i primi moti del 1848

Così Palermo accende la scintilla. E  malgrado tutti gli uffici pubblici rimangano chiusi e la città è isolata fino al 12 aprile per cui l’unico collegamento possibile è quello con le navi militari, il fermento si propaga in tutta la Sicilia.

 Il 6 Aprile gruppi di rivoltosi attaccano le guarnigioni borboniche di Monreale e Boccadifalco. L'8 Aprile, giorno di Pasqua, a Messina viene dichiarato lo stato di assedio. Per tutto il mese di aprile nelle strade e nelle piazze di Messina circolavano, in atteggiamento minaccioso, non meno di venticinquemila fra braccianti agricoli, pastori e montanari.

Il 10 Aprile Rosolino Pilo e Giovanni Corrao, entrambi mazziniani, dopo un colloquio con Garibaldi, sbarcano in Sicilia, tra Messina e il capo di Torre Faro, incitando alla resistenza in attesa del prossimo arrivo del generale. In molte città vengono ripristinate le guardie nazionali che erano state istituite durante l’insurrezione del 1848. Questo toglie all'amministrazione borbonica il controllo della sicurezza pubblica demandandola alla borghesia.

Ai primi di maggio – commenta una lettera scritta in quei giorni – “la bandiera tricolore sventola da per tutto, la guardia Nazionale è da per tutto ordinata, il dazio sul macino non si paga. Dove sono i soldati, ivi la compressione, dove soldati non sono, ivi l'indipendenza[2] .E furono soprattutto i piccoli centri a sperimentare questa maggiore indipendenza che spesso si delineava abbastanza confusa fra la rivendicazione dei popolani e dei contadini che erano soprattutto sociali e spesso molto elementari, quelle dei liberali e democratici che erano essenzialmente politiche e miravano alle libertà costituzionali ed all’unità d’Italia ed infine quella dei nobili e di molti borghesi che fiutavano il clima e stavano attenti a che – come fa dire Tommasi di Lampedusa al Principe di Salina nel Gattopardo – tutto cambiasse perché nulla cambiasse.

 

Garibaldi accellera i tempi

La partenza dei Mille da Quarto

I sommovimenti di Sicilia sollecitano Garibaldi a fare presto.  Il 4 maggio  a Torino si stipula il contratto per l’acquisto dall'armatore Rubattino dei due vapori Piemonte e Lombardo. La sera del 5 la spedizione di circa 1162 volontari si imbarcava dallo scoglio di Quarto armati di vecchi fucili. L’11 sbarcava nel porto di Marsala proclamandosi dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II. Il 14 è a Salemi dove viene accolto con grande entusiasmo dalla popolazione. Il 15 a Calatafimi c’è il vero primo scontro con i borbonici. Garibaldi ha le sue camice rosse e 500 “picciotti” del barone di Alcamo, il gen. Landi aveva invece 2.300 uomini, uno squadrone di cavalleria e 4 pezzi d’artiglieria. Lo scontro fu cruento e durò quasi tutta la giornata ma alla fine  i garibaldini ebbero la meglio. La strada per Palermo era così spianata.

Garibaldi sbarca a Marsala

Garibaldi pose il suo quartiere generale a Gibilrossa una piccola frazione di Misilmeri a 12 chilometri da Palermo. Qui sosta dal 19 al 26 maggio attendendo le squadre siciliane .di La Masi, che nel frattempo erano cresciute per nuove adesioni e contavano circa 3000 uomini. A Palermo si aggregano all’esercito di Garibaldi anche alcuni liparesi. I primo a farsi presente è don Filippo De Pasquale che viveva in quella città ed era amministratore dei beni Magione e Ficuzza e che il generale incaricherà di amministrare i beni della casa reale. Un altro liparese che si fece onore in battaglia fu Antonino Natoli che raggiunse il generale  a Gibilrossa “dopo aver piantato il vessillo tricolore in Baucina” dove abitava  e poi partecipò alla battaglia nelle strade di Palermo[3].

A Gibilrossa Garibaldi decide di dare l’assalto a Palermo nella notte. Ci si muove alle 4 di mattina e Garibaldi pone il suo quartier generale  a palazzo Pretorio, nel cuore della città. Subito le campane suonarono a festa e la popolazione insorse. Molte carceri furono aperte e parecchi detenuti si unirono ai rivoltosi costruendo delle barricate in diversi quartieri della città mentre i borbonici si rinchiudevano in alcune postazioni come Palazzo reale, la Prefettura, il Forte di Castellammare. Il gen. Lanza, spaventato e disorientato, diede ordine di sparare sui quartieri occupati dai garibaldini dalle navi nel porto e dal forte. Fu un bombardamento che durò per tre giorni  con diverse centinaia di morti e di feriti fra la popolazione. Il 30 si cominciò a trattare per l’armistizio su sollecitazione degli inglesi. Questo fu concluso il 31 mentre l’esodo dei borbonici avvenne fra il 7 ed il 19 giugno.

Garibaldi entra in Palermo

 

La piazzaforte di Milazzo

 

Per scacciare completamente i Borboni della Sicilia era necessario prendere la piazzaforte di Milazzo. I garibaldini con i “picciotti” che crescevano continuamente di numero al comando del Gen. Medici marciarono da Palermo verso lo stretto di Messina mentre Garibaldi era ancora a Palermo e raggiungerà il resto dell’esercito il 19 con una nave di volontari che venivano dal continente sbarcando a Marina di Patti. Lo scontro di Milazzo vide di fronte 6000 uomini di Garibaldi contro 3.400 al comando del gen. Del Bosco anche se questi ultimi erano meglio organizzati ed armati. Lo scontro fu durissimo: si sparava fra le case, dalle barche del porto e dalla  fortezza. Le truppe di Garibaldi persero mille persone. Il 20 trascorse combattendo tutto il giorno mentre il 21 ed il 22 furono giornate relativamente tranquille con gli eserciti che si sorvegliavano dalle barricate. Il 23 si trattò tutto il giorno e la notte fra il 23 ed il 24 si firmò la titolazione dei borbonici. Ora tutta la Sicilia era liberata ed ai borbonici rimaneva solo la cittadella di Messina.

La battaglia di Milazzo


[2]  Da una lettera del 2 maggio pubblicata nel volume “I cento anni della provincia di Palermo”, Manfredi editore, Palermo, 1961.

[3] Antonino Natoli, classe 1817. Per decreto del “Generale Dittatore” il 3 novembre 1860 è nominato sottotenente della brigata Corrao. Lascerà il servizio e il grado il 27 novembre dello stesso anno. A Lipari farà il negoziante e morirà a 86 anni il 21 agosto del 1903. Il figlio Giuseppe morirà ad Aspromonte il 30 agosto 1862. La documentazione in Giuseppe Iacolino, indedito cit., Quaderno VII, pp.219 a-b.

 

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