La battaglia di Lipari (1339)

Le mire di Roberto d'Angiò sulla Sicilia

L’evento più significativo di questo periodo è la battaglia di Lipari del 17 novembre 1339. Essa  ha avuto non solo rilevanza storica ma ha anche creato, all’epoca, grande emozione da richiamare l’attenzione di  uno scrittore e poeta come Giovanni Boccaccio che viveva a Palermo da dieci anni. Federico III era morto il 20 giugno 1337 e – contrariamente a quanto prevedeva il trattato di Cartabellotta -  gli era succeduto il figlio Pietro II, debole ed inetto. Questo e le tensioni che si erano create fra i nobili siciliani con forme di vera e propria guerra civile prima e poi con fughe presso la corte di Napoli - riacutizzarono le mire di Roberto d’Angiò, re di Napoli, sulla Sicilia. Ma dopo alcuni tentativi infruttuosi d’Angiò si convinse che se voleva conquistare la Sicilia doveva prima appropriarsi delle Eolie ed i particolare di Lipari facendone una testa di ponte.  Così nel giugno del 1339 si armano venticinque galere  al comando del conte di Squillace, Goffredo Marzano che giungono a Lipari e stazionano di fronte al Castello e lungo le due marine. Dalle galere sbarcano una gran quantità di uomini armati ma anche di carpentieri fiorentini che si mettono subito all’opera per realizzare le strutture necessarie all’assedio. L’obiettivo infatti era la resa della città che era praticamente tutta concentrata nel castello con i suoi giurati ed i suoi ufficiali.

La notizia dell’assedio di Lipari giunge subito a corte, che allora risiedeva a Catania, e fa il giro di tutte le città e di tutti i feudi. Hanno inizio allora una serie di incontri – che si protrassero per tutta l’estate - perché era chiaro che in gioco era il regno e con il regno anche molti possedimenti e molti interessi giacché i nobili fuoriusciti hanno indubbiamente propositi di rivincita. Non c’era molto ottimismo ed il primo a covare preoccupazioni ed apprensioni era proprio il re Pietro.

Tutte le discussioni ruotavano intorno a due poli: la debolezza della Sicilia sul mare e quindi la preoccupazione a promuovere uno scontro in mare aperto, e l’esigenza di dovere attaccare al più presto la flotta nemica perché Lipari non avrebbe potuto resistere per molto.

Infatti i liparesi, che avevano rifiutato rifornimenti di viveri da parte degli assedianti, avevano però fatto sapere che se non fossero giunti entro il 18 novembre i soccorsi dalla Sicilia la città, in quella data, si sarebbe arresa.

 

Una flotta per difendere Lipari

 

Finalmente il 15 di ottobre, dopo tante discussioni fra incertezze e tentennamenti, nel porto di Messina si riuscì ad organizzare una flotta composta da 15 galee e sei legni sottili alcune galeotte genovesi e catalane requisite con la forza che sarebbero servite per il trasporto delle armi e delle vettovaglie. A capo di questa spedizione  furono messi i nomi più prestigiosi del regno –  fra cui Giovanni Chiaromonte ed i fratelli del re Giovanni, marchese di Randazzo e Orlando d’Aragona - come a significare che si aveva consapevolezza dell’importanza della posta in gioco. Fatta rotta prima su Milazzo il 15 novembre verso sera le galee giungono nei presi di Vulcano. La flotta degli assedianti, temendo che i siciliani volessero prenderli alle spalle e quindi si apprestassero a girare dietro l’isola, comparendo da Monte Rosa, decidono di lasciare al baia e di porsi loro al largo fuori il monte per avere la visuale della flotta nelle due direzioni, sia se da Vulcano facevano direttamente rotta su Lipari sia se comparissero dietro punta Castagna.

Il Castello e la veduta verso Vulcano

I siciliani interpretano la manovra come una ritirata e pensano che gli avversari non si sentano in grado di sostenere lo scontro e si mettano quindi in posizione di fuga, d'altronde sanno che i liparesi sono ormai allo stremo e se loro tergiverseranno ancora  il 18 si arrenderanno. Sulle torri del Castello le bandiere del re di Sicilia sembrano spronarli e incoraggiarli alla lotta e i comandanti della flotta siciliana pensano che il momento non può essere più rinviato. E’ l’alba del 17 novembre, di mercoledì, e così ordinano alle galee di  affrontare le  navi angioine. Questi vedendo i siciliani dirigersi verso di loro indietreggiano. Ma è solo una mossa tattica per disporsi in ordine sparso e tentare l’accerchiamento. La flotta capitanata da Giovanni di Chiaromonte cade in pieno nel tranello credendo che gli avversari stiano fuggendo. Così si avventano loro addosso e sarà una sconfitta clamorosa. In capo ad un paio d’ore le sorti dello scontro saranno chiare: poche le navi che si salveranno, la gran parte saranno colate a picco e gli equipaggi uccisi, le galeee dei condottieri con Giovanni di Chiaromonte, Giovanni marchese di Randazzo, Orlando d’Aragona ed il fior fiore della nobiltà siciliana cadranno in mano agli angioini e gli equipaggi vengono fatti prigionieri. I liparesi che hanno assistito dagli spalti del Castello allo scontro col cuore in gola, ammainano i gonfaloni in segno di resa e  i loro sindici scendono dal Castello a sottoscrivere con i i capitani angioini i patti di resa che erano stati decisi prima del giorno dello scontro. Il documento fu quindi inviato a Napoli, insieme ai comandati siciliani in catene, perché il re lo approvasse.

Il Castello, oggi

La sconfitta dei siciliani e i patti di resa

Ecco che cosa prevedeva la resa il cui testo, in volgare, non è giunto a noi in originale ma in un trascritto riportato nel “Registro Angioino”[1]. Nelle trascrizioni qualche capoverso è stato probabilmente accidentalmente saltato e qualche termine riportato in forma errata, per cui alcuni dettagli risultano incompleti o di dubbia interpretazione.

  1. I liparoti si arrenderanno se entro il 18 novembre  il re di Sicilia non invii gli aiuti richiesti. Trascorso questi termini l’isola e il Castello di Lipari saranno immediatamente consegnati al re di Napoli e gli stessi liparoti immetteranno nel possesso dell’isola e del Castello i capitani del re.
  2. A tutti gli abitanti di Lipari saranno garantiti la vita e gli averi con indennizzo al doppio del valore per le cose che a cagione della guerra fossero andate in rovina; indulto generale per gli omicidi commessi.
  3.  Ai liparoti sarà concesso di prelevare tavole, carbone e travi dai boschi di Squillaci in Calabria, con promessa di avere, provenienti da fuori, quaranta muratori e venti falegnami per rifabbricare le case distrutte. Tutto, compreso il trasporto dei materiali, a spese del re Roberto d’Angiò.
  4. A titolo di contributo per le riparazioni la comunità liparota avrà 270 gigliati d’oro da parte della tesoreria di Napoli.
  5. Entro il termine d’un anno a ciascun abitante, escluso i poppanti, sarà fatta elargizione di una salma di grano.
  6. Come è consuetudine, per la riparazione delle mura della Città e della Cattedrale – tolto il necessario al sostentamento dei monaci – si utilizzeranno gli introiti della Chiesa.
  7. Gli isolani non saranno tenuti a fornire vitto e alloggio gratuiti al presidio che il re avrebbe tenuto nell’isola.
  8. Tutti gli atti pubblici rogati sotto la dominazione aragonese dovranno essere considerati validi, riconosciuti i notai in attività, confermati i privilegi, compreso quello, per i cittadini, di portare armi in ogni luogo del regno.
  9. Le cause eccedenti il valore di 10 onze saranno portate avanti al capitolo di Calabria essendo esso più vicino che Napoli.
  10. Intanto i capitani del re Roberto consentano a Pietro Formica e alla sua famiglia di portarsi in Sicilia entro il 15 di novembre; lo stesso valga per tutti quelli che abitano al Castello.

 

Per i liparesi un risultato soddisfacente

 

Si può osservare che, tutto sommato, per i tempi che correvano, andò bene ai liparesi. Non solo venivano garantiti la vita ed i beni ma anche una salma di grano, 270 gigliati d’oro, e la ricostruzione delle case andate distrutte che, visto il ricorso al legnane ed ai falegnami, per la gran parte dovevano essere di legno. Il Formica, a cui veniva consentito di abbandonare l’isola con la sua famiglia doveva essere, probabilmente, un ufficiale militare come militari dovevano essere quelli a cui veniva concesso di trasferirsi in Sicilia prima del 15 novembre.

In relazione al punto 6, in coda alla richiesta, il re Roberto annotò in latino alcune righe che facevano riferimento ad un “monaco nominato”, alla facoltà di esigere le “dette rendite”, ad un accordo col Pontefice, e ad una assoluzione. Queste righe risultano un po’ oscure forse perché si riferivano a parti del documento che nelle trascrizioni sono state saltate o mal riportate. Secondo Iacolino questa annotazione potrebbe così intendersi: “ Se le rendite della Chiesa Liparitana sono da destinarsi quasi unicamente alla riparazione delle mura e della Cattedrale, prospetteremo al Sommo Pontefice l’opportunità che egli, per alcuni anni, soprassieda alla nomina del vescovo titolare, giacché il vescovo con la sua corte e la sua famiglia, assorbirebbe parecchio degli introiti ordinari della Mensa”. Quanto al “monaco” che non è nominato perché nella trascrizione è saltata la parte che lo riguardava, potrebbe essere Pietro de Aloysio, vescovo eletto ma non consacrato. Infine il riferimento all’assoluzione riguarderebbe uno degli interdetti dei pontefici verso la Sicilia per cui re Roberto avrebbe chiesto, “con lettera sigillata”, la revoca al papa[2].

 

Meno bene per la flotta siciliana e Orlando d'Aragona

 

Eleonora d'Aragona

Meno bene andò invece ai capi della flotta siciliana che dovettero riscattare la libertà con le proprie risorse. Giovanni Chiaromonte dovette vendere ad uno zio una parte dei suoi beni e col ricavato, 10 mila fiorini, sua moglie ; Eleonora d’Aragona, si recò alla corte di Napoli per negoziare la liberazione guadagnandosi una citazione di Giovanni Boccaccio, affascinato dalla sua bellezza e dalla sua dignità e commosso dal suo gesto, che la definisce “ninfa sicula per cui si meravigliaron gli occhi miei” la quale “… già perdéo l’amato sposo, in cieco marte speso allor che tutto vinto si rendéo in Lipari lo stuolo…[3].

Più travagliata la vicenda  di Orlando d’Aragona che si guadagnò anch’essa l’attenzione del Boccaccio[4]. Di lui il re, che forse non disponeva nemmeno dei 10 mila fiorini, se ne lavò le mani continuando a sostenere che i capi della spedizione non erano stati ai suoi ordini. Orlando forse sarebbe rimasto a lungo in prigione se non fosse intervenuta una nobildonna senese che viveva a Messina di nome Camìola che Orlando aveva conosciuto quando era in quella città, in ottobre, per approntare la spedizione. “Vedova, donna famosa delle bellezze del corpo e de’ costumi, di cortesia e laudabile onestà”, dice di lei il Boccaccio. Sarà lei che raccoglierà e sborserà tutta la somma necessaria per la taglia del fratellastro del re che le aveva promesso di sposarla. Ma una volta libero Orlando non vuole tenere fede a questa promessa adducendo la differenza di natali. Allora Camiola si appella al re e chiede che le sia fatta giustizia in Tribunale. Ma ottenuta la sentenza favorevole ricusò di sposarsi e preferì entrare in convento dove, ci dice lo storico Caruso, “menò una santissima vita[5].

  



[1] G,B Siragusa, Le imprese angioine in Sicilia, in “Archivio Storico Siciliano, anno 1891- XV, pp. 283-315. G. Iacolino, Le Isole Eolie…, vol. II, op.cit., pag. 360-363.

[2] Idem, pag. 262.

[3] G. Boccaccio, Amorosa visione,canto XLIII, vv.23-32. S. Tramontana, Una fonte trecentesca nel “De rebus sicilia” di Tommaso Falzello e la battaglia di Lipari del 1339, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e Archivio Muratoriano”, N. /5, Roma, 1962, pp. 227-255. G. Iacolino, Le isole Eolie.., vol. II, op.cit., pag. 335.

[4] Volgarizzazione di maestro Donato da Cosentino dell’opera di Messer Boccaccio “De claris muliiebris” rinvenuto in un codice del XIV secolo dell’Archivio Cassinese, pubblicato per cura e studio di D. Luigi Tosti monaco della Badia di Montecassino, seconda esizione, Milano 1841, pag. 434. G. Iacolino, idem, pp. 348-349.

[5] G.B. Caruso, Bibliotheca Historica Regni Siciliae, 1. edizione Palermo, 1723. G. Iacolino, Le isole Eolie.., vol.II, op.cit., pagg 357 e ss.

 

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