La belle epoque eoliana

Le serate pubbliche e...

Via Garibaldi era sul finire dell'800 la strada principale di Lipari ed era lì, all'altezza del Municipio che si teneveano le serate di musica

“Belle époque” fu chiamata, a partire da Parigi, quella stagione un po’ spensierata e di grande fiducia nel progresso che caratterizzò l’ultima fase dell’800 ed i primi anni del ‘900 sino alla prima guerra mondiale. In qualche modo anche Lipari ebbe la sua “belle epoque”.  Il simbolo di questa stagione è il maestro Concetto Abate[1] che portò il corpo bandistico di Lipari ad un buon livello di qualificazione. Il maestro , nella stagione primaverile ed estiva,  nelle sere di sabato e di domenica, teneva in via Garibaldi, là dove la strada si allarga formando come una piazzuola, dei concerti pubblici che erano molto seguiti ed applauditi. Non c’era palco ma solo una pedana per il maestro e, al di sopra del corpo bandistico, veniva montata, grazie alla competenza di Giuseppe Rodà, stagnino, una illuminazione primordiale fatta di tubi, dentro i quali scorreva l’acetilene, e di coppe di vetro che lasciavano trasparire le fiammelle. Altri lumi erano fissati sulle porte dei negozi e degli esercizi pubblici di via Garibaldi da Marina S. Giovanni alla Civita  facendo di questa via il primo salotto di una Lipari che si lasciava alle spalle gli anni della povertà e della fame e voleva credere in una nuova epoca di benessere. Mentre la banda suonava, la gente  stava seduta sulle sedie che si portava da casa o passeggiava fermandosi nei diversi locali a consumare. Ed in via Garibaldi c’erano allora  la trattoria di Corsini, il ristorante “Due colonne “ di don Vittorio Paino, la trattoria di don Peppinello Zuccaro ; le putìe – che qualcuno cominciava a chiamare bar, all’inglese o anche caffè   – di don Pasquale Pagano, di don Peppino Cappadona soprannominato Sabina,  di don Filippo Maggiore e lo spaccio di gassose con annessa sala di bigliardo del fratello don Fedinando che aveva fama di poeta. A poche decina di metri, su via Vittorio Emanuele  vi erano le caffetterie di don Francesco Orioles e di don Giuseppe Cusolito.  Nelle putìe o bar o caffetterie si servivano dolci e gelati.

 

...le serate private

 

Il maestro don Giovanni Acunto suonava il piano

Ma oltre alle serate pubbliche vi erano le private, nelle famiglie o nei circoli, come quelle che organizzava don Giovanni Maria Bartolomeo de Ficarra quando riuniva gli amici, approfittando della venuta a Lipari della sorella,  la baronessa Lidia sposata Satriani che era cantante lirica a Roma e accondiscendeva ad esibirsi, pressata dal fratello, in serate familiari accompagnata al piano dal giovane maestro don Giovanni Acunto che si era diplomato in pianoforte. In quelle serate anche don Giovanni non disdegnava di esibirsi cantando una romanza in voga o anche qualche canzone d’amore che lui stesso componeva e che nelle notti di luna, indirizzava alle belle ragazze liparesi sotto i loro balconi. E non era il solo don Giovanni perché quello fu il tempo in cui fiorirono le serenate ed i cantanti. Era però quello più in vista e di cui più si parlava tanto che don Giovanni Maggiore gli dedicò – sotto il titolo “A Giovanni Maria de Ficarra dei Baroni di Cianciania e Taviani, drammaturgo insigne” -  questi versi ironici:

“O fortunata Lipari,/ che desti a Lui i natali,/vanne orgogliosa! osservalo:/siede fra gli immortali.”

“E dal Parnaso il cantico/ di melodiosi accenti,/segue a salir per l’etere,/ peri vasti firmamenti”.

Dedito alla poesia piuttosto che alla canzonettistica era appunto don Giovanni Maggiore che era stato ufficiale dell’esercito nell’Italia del nord e rientrato a Lipari partecipava  al cenacolo dei socialisti dove si discuteva anche della poesia di Pascoli, di Ada Negri, degli Scapigliati e dove il Maggiore leggeva agli amici anche quelle che lui componeva e che aveva pubblicate in un libretto  dal titolo “Versi”. In queste composizioni traspariva, anche se con immagini ingenue, la sua passione politica, come in quella intitolata “Momenti:

“O voi, ricchi signori, che gettate/ tant’oro in feste e pranzi, ricordate/

Che lacero disteso in sul letame/ il povero marcisce e muor di fame”.

Oppure la scanzonata allegria della “Dichiarazione”:

“Signorina, mi slancio, mi slancio ad ogni costo

Non posso più resistere, non so più stare a posto…

Io v’amo alla follia, v’amo perdutamente

Talché, se ricusate, mi coglie un accidente.

Pensate che il rimorso d’avermi sotterrato

Vi brucerà poi l’anima come un ferro infocato”.



[1]              Concetto Abate (1865-1938) era nato a Piazza Armerina ed aveva cominciato una bella carriera come  professore di violincello al Teatro Massimo di Palermo. Improvvisamente all'età di 30 anni decise di stabilirsi a Lipari. Il maestro ben volentieri – annota Giuseppe Iacolino, da cui abbiamo tratto queste informazioni ( in Inediti, doc. cit. ,Quaderno X) – si prestava a preparare e a dirigere il coro e l'orchestra per le liturgie solenni che si svolgevano in cattedrale. Dei testi musicali, che scrisse ed arrangiò, si conserva appena qualche foglio, giacché nulla egli pubblicò all'infuori di un ridottissimo manualetto di “Elementi di musica” di trentadue pagine, uscito per i tipi di Pasquale Conti nel 1900, ed uno studio critico di “Falstaff” di pagine 78 edito dallo stesso Conti nel 1907. Cf. anche Renato de Pasquale, Momenti. Riflessioni e ricordi, Lipari, 1993, pag.69

 

Theme by Danetsoft and Danang Probo Sayekti inspired by Maksimer