La colonia coatta e la situazione igienico-sanitaria

Un grave problema: a situazione igienico-sanitaria

Ma se la situazione dei servizi e delle infrastrutture mostrava qualche segno di progresso, quella sociale e morale era sempre più a livello drammatico e questo in particolare per la diffusione di numerose malattie provocate dalla povertà e dalle condizioni igieniche  a cui si aggiungeva l'effetto della presenza dei coatti. 

La tisi e il vaiolo erano le piaghe dell’epoca. Nei confronti di codeste infermità – ribelli ad ogni terapia, malgrado fosse diffusa la pratica dell’innesto del vaiolo – c’era soltanto la paura ossessionante di venirne sorpresi. Una volta colpiti, gli infelici si rassegnavano e si isolavano in remoti casolari per contare in solitudine i giorni dell’agonia. Il minimo di sussistenza veniva garantito dai parenti che gettavano loro le cibarie da lontano, come si fa con i cani sconosciuti o rognosi.. Di questa triste situazione, osserva Iacolino , non esistono documenti diretti  se non le annotazioni sul registro dei morti, ma vi è una lettera di Mons. Natoli dell’1 gennaio 1889 al Vicario foraneo di Salina con la quale l’Amministratore Apostolico si rammarica per le notizie avute dal Prefetto di Messina e cioè che a Rinella sono morti, scappati da Alicudi, alcuni vaiolosi privi di ogni aiuto e soccorso. Essi avevano trovato riparo in alcune grotte “come belve”. Ma la cosa più grave era, osserva il vescovo, che i preti di Salina, “ministri di carità”-  che allora erano ben quindici - si erano rifiutati di assistere gli infermi. Indubbiamente la dolorosa vicenda dei vaiolosi di Rinella era un fatto marginale, ma essa apre uno squarcio su una realtà ignorata e dimenticata.[1]

Sopra, Rinella in quegli anni. Sotto, le grotte oggi rifugio per le barche e ricovero dei vaiolosi sul finire dell'800.

Della situazione igienico-sanitaria della gente di Lipari del secolo XIX ne fa una seria analisi il dottore in medicina e filosofia don Ferdinando Rodriquez[2] fratello del canonico don Carlo che abbiamo avuto già modo di conoscere. Egli parla di malattie contagiose della pelle che traevano origine “dal luogo arido e secco” e dalla cattiva alimentazione degli abitanti. E siccome il contagio diffonde le malattie, la prima indicazione sarebbe l’isolamento del rognoso e della sua roba, la pulizia privata e pubblica che a Lipari in quel periodo era molto carente. La moltitudine era miserabile e sudicia; in ogni “tetro abituro” coabitava con gli uomini un “immondo animale” e il popolo si nutriva di cibi malsani come il ferrigno caulo, farina di granturco, legumi, tonnina.. Della scabbia parla anche Luigi Salvatore d’Austria osservando che” è comune tra la povera gente che abita case piccole e malsane che si nutre scarsamente abusando di alimenti salati. Fino al 1870 colpiva in media 200 persone l’anno con recrudescenze che spingeva il dato a 900. Oggi ( 1890) è in fase decrescente.”

Diffuse e numerose erano anche le “ affezioni reumatiche”. Da sole costituivano il 30% delle malattie: reumatologie fisse o vaganti congiunte con forme catarrali che causano anche infezioni gastro-reumatiche, gastroenteriti, pleuriti e pnoumopatie. Colpivano in genere 1200 persone l’anno. Frequenti anche le affezioni biliari ( 600 persone l’anno).[3]

Nel 1890 imperversava anche la sifilide. “La sifilide – scriveva Ferdinando Rodriquez - ha sparso la sua influenza in ogni classe sociale. E la sifilide produce la tubercolosi, la rachitide e la stuma…E tutto ciò lo si scorge soprattutto nei bambini abbandonati, nei figli del  meretricio. La gotta, la litiasi ed i mali uretro-vescicali, la stuma e il rachitismo possono congiungersi alla sifilide, ed anche essere da questa prodotti[4].

Per mettere argine  a tutto ciò il Rodriquez aveva proposto al Comune di riunire le meretrici del paese  per sottoporle a visite mediche e cerusiche, e condurre gli infermi nei nosocomi civili, per cercare di riparare in tempo ai progressi della sifilide, “sorgiva inesausta di pubbliche calamità[5]

 

L'influsso della colonia coatta

Anarchici e coatti al castello. Non sempre questi ospiti creano problemi. Qui sono raccolti in un momento di riflessione pasquale con un predicatore evangelico.

Il prosperare della sifilide era legata alla forte diffusione della prostituzione e questa alla presenza dei coatti. Stazionava infatti nella cittadina di Lipari una nutrita colonia di domiciliati coatti calcolabile fra le 700 e 1000 persone che istituita dal governo borbonico verso il 1790 e ulteriormente potenziata dai regnanti di Savoia, durò ininterrottamente fino al 1915.

Come abbiamo avuto modo di vedere, il considerare Lipari luogo di confine e di detenzione risaliva indietro nel tempo fino a Roma imperiale. Ospiti illustri furono inviati al domicilio coatto sia nel 295 d.C. quando Settimo Severo fece uccidere Caio Fulvio Plauziano accusato da Caracalla, primogenito dell’imperatore di aver complottato contro di lui, e fece relegare a Lipari i figli di lui, Plauzio e Plautilla, moglie di Caracalla, che qui morirono fra privazioni e stenti; sia all’inizio del V secolo quando vi fu mandato Attalo Prisco che Alarico, re dei Visigoti, aveva voluto imperatore di Roma; sia nel VI secolo quando i bizantini relegarono chi aveva favorito i Goti; sia all’inizio del IX secolo quando Nicofero I, imperatore d’Oriente, vi invia – e vuole rinchiusi in prigione – abati e vescovi che avevano ostacolato il Patriarca d’Oriente.

Al domicilio coatto venivano inviati condannati per reati comuni e per reati politici. Riguardo ai primi l’intento era quello di togliere dal loro ambiente persone che dimostravano una persistente tendenza a delinquere con l’illusione che in un ambiente diverso, più ristretto e quindi più controllato, e con l’opportunità di lavorare potessero redimersi. Solitamente il domicilio coatto, per questi condannati, durava da uno a cinque anni. Essi potevano circolare liberamente durante il giorno, ma dovevano passare la notte al Castello.

Stipati in cameroni privi di pavimento – racconta Leopoldo Zagami -, in maggior parte senza finestre, senza luce e con difficoltà di areazione, tranne quella proveniente dalla porta di accesso, che al tramonto veniva da i sorveglianti chiusa dall’esterno, essi trascorrevano le ore notturne in una situazione veramente spaventevole. In ogni camerone venivano ospitati oltre sessanta coatti; tra un letto e l’altro non vi era spazio di sorta sicché tutti i letti, per il modo come erano ammassati, venivano a costituirne quasi uno solo… Niente lenzuola, né guanciali e coperte, ma un magro pagliericcio ripieno di paglia spesso marcita, per cui quasi tutti si coricavano vestiti, specie nel periodo invernale. Molti usavano mettere sotto una delle testate del pagliericcio un sasso perché così rialzato potesse adempiere anche alle funzioni di cuscino.

Tutti i cameroni erano privi di qualsiasi locale igienico, non esistendo alcun tipo di fognatura o pozzo nero; per le naturali necessità i coatti nelle ore notturne provvedevano con dei ‘buglioli’, ovvero con dei recipienti di legno, che rimanevano entro gli stessi cameroni per tutto il corso della notte e che solo al mattino venivano portati via e svuotati. Vecchi e giovani, uomini di tutte le età, vivevano in un’atmosfera di vizio e di degenerazione[6]”.

Queste condizioni erano aggravate nei periodi di punizione che venivano impartite dal direttore della colonia.  Si poteva venire puniti con la cella a pane e acqua da uno a trenta giorni; per i reati più gravi anche con l’applicazione della camicia di forza o con la cella oscura o ancora con la camicia di forza e ferri alle mani e catene ai piedi. Inoltre, nei giorni di detenzione, si veniva privati del sussidio giornaliero.

 

Il lavoro dei coatti presso i privati

A Vulcano i coatti furono impiegati nella solfatara di Nunziante.

Integravano il magro assegno di Stato, cinquanta centesimi al giorno, con lavori presso i privati. Lavori che non era facile trovare in un’isola e con la fama che si portavano addosso. Inoltre, non potendo allontanarsi dalla cerchia cittadina e dovendo a mezzogiorno presentarsi per l’appello pena il carcere, non potevano andare a lavorare in campagna. Quindi lavori spesso saltuari, i più umili e faticosi, remunerati pochissimo e comunque lavori che facevano comodo alla borghesia del tempo che li strumentalizzava anche per calmierare le richieste dei lavoratori liparesi. Vivere con cinquanta centesimi al giorno ed i pochi soldi che si riuscivano a ricavare dal lavoro non era sempre possibile e così molti coatti si indebitavano con i bottegai o i borghesi e finivano col diventare doppiamente schiavi. Anzi la persecuzione dei creditori spesso era più grave di quella dei carcerieri e molti coatti, per sfuggirvi, facevano di tutto per essere carcerati o essere spediti fuori Lipari al penitenziario di Gavi.

Comunque per molti liparesi il confino era un affare. Per questo, almeno per molti anni, su di loro non si riuscì ad avere una posizione unanime nella popolazione circa la richiesta di allontanamento, perché  per alcuni erano fonte di entrata e per altri lavoro a basso costo. Comunque, spia della loro emarginazione sociale era  il fatto che risultavano rari i loro matrimoni con isolane. Le leggi eccezionali del 1894 e del 1898 condussero poi alle Eolie anche numerosi relegati politici.  .

Ma se la loro presenza poteva tornare di giovamento a qualcuno, i danni che provocavano non erano di poco conto. “Coloro che, qui nell’isola, scontano la pena del domicilio coatto,  - scriveva in una relazione alla Santa Sede  il vescovo  mons. Bonaventura Attanasio[7] - vivendo in ozio continuo, si lasciano irretire dalla turpe corruttela, dando pubblici scandali che vanno poi a contagiare i costumi di molti. Da qui il fenomeno delle donne peccatrici, dedite ad ogni genere di oscenità, ingannate esse stesse e ingannatrici, sedotte e seduttrici”.

Questo stato di cose non poteva non influire sui giovani e sui costumi della società in generale.

Mentre in tutto il mondo si corre verso un progresso di idee e di civiltà, da noi i giovani – osservava ancora il prof. Ferdinando Rodriquez [8]- sembrano sciolti da ogni dovere, sono attenti solo al loro piacere, e compiono quindi ogni genere di cose sconvenevoli. In questo degrado finiscono col coinvolgersi i giovani di tutte le classi corrompendosi a vicenda e commettendo quei misfatti prodotti dall’avarizia, dalla libidine, dall’ira. Così la gioventù liparese si da al bel tempo, è intricata in futili occupazioni e si pasce solo di ozio e di accidia. In un paese destinato a luogo di relegazione essa viene a contatto con la marmaglia e così finisce col fuorviare dai limiti dell’onesto  essendo stata abituata ad oggetti ignobili, ai piaceri sensuali e non a grandi e meritorie azioni, né a sentimenti umanitari”.

Queste forti denunce devono farci comprendere  come  fossero molte le donne ingannate, sedotte, frustrate, senza un focolare sicuro e senza garanzia di tutela. Infatti – osservava  il Vescovo – si era diffusa la consuetudine fra giovani di frequentarsi intimamente per molti anni prima di giungere al matrimonio. “Così molto spesso ragazze, di onesta famiglia, nella prospettiva di un futuro matrimonio, non si vergognavano di convivere, né temevano di diventare madri prima di essere spose. Così talvolta restavano solo madri e non diventavano spose…[9].

 

Una triste condizione morale

Il centro di Lipari

Da questo stato di cose veniva di continuo incrementato il numero dei figli di nessuno – detti “figli della Chiesa”[10] – spesso del tutto abbandonati a se stessi, cresciuti nella più totale ignoranza vivendo di miserevoli espedienti.

La prostituzione e la debolezza – osservava il canonico Carlo Rodriquez[11] - danno dei risultati infelici producendo degli esseri che vengono esposti e, svezzati appena, in preda all’ozio rimangono, alla miseria, alla fame e quindi ai vizi tutti di quelli indivisibili compagni. Perciò si veggono in Comune tanti giovanetti di ambo i sessi fino al numero di 100 circa o interamente nudi o coverti di inutili cenci, presentare un terribile schifoso spettacolo che inorridire fa la vista, rabbrividire il core…”.

Ma se la colonia influiva negativamente sui costumi dell’isola. Le prime vittime erano i confinati stessi. Abbiamo visto come molti di loro si trovassero perseguitati dai debiti ma prima di questo e insieme a questo ciò che colpiva era il loro degrado fisico e mentale. Erano moltissimi quelli che cercavano di risolvere i problemi a cominciare da quelli della fame rifugiandosi nell’alcool. “Era sufficiente – osserva Leopoldo Zagami – mettere piede entro il Castello per sentire un insopportabile tanfo di vino. Bastava all’ora della ritirata osservare i relegati per rendersi conto dell’orrendo scempio che l’alcol andava facendo su tante vite. Gruppi barcollanti di ubriachi, aiutandosi l’un l’altro, si portavano su al Castello, incespicando ad ogni passo e cadendo spesso per terra dove l’aiuto di altri confinati li soccorreva in modo che potessero continuare nel cammino e giungere al posto di riunione dove venivano prontamente prelevati dagli agenti di custodia e rinchiusi in celle di punizione[12]”.

La denutrizione, l’alcolismo, le punizioni finivano col logorare l’equilibrio mentale di molti relegati e così li si vedevano girare per le strade ed i vicoli della cittadina gesticolando, parlando da soli, gridando parole oscene ai passanti ed accrescendo la repulsione dei locali nei loro confronti.

Proprio per la presenza della colonia coatta, il Castello era diventato un luogo da cui tenersi distanti. In esso risiedevano ormai – oltre la colonia – dieci o venti famiglie di liparoti che, per necessità o interessi particolari, se ne restavano lassù entro squallidi tuguri; e quasi tutte erano legate ad attività o mestieri – talvolta tristi e sciagurati mestieri – connessi alla presenza della colonia di coatti. C’erano pure un paio di bettole che facevano affari d’oro rispetto alle altre sessanta mescite di vino che risultavano sparse per ogni vicolo della città bassa.[13]

Gaston Vuillier

Gastone Vuillier che visitò le Eolie verso il 1895 ci da di questa colonia una immagine molto suggestiva. “Stasera, dopo aver gironzolato per le strade… siamo andati alla cittadella, per una salita molto ripida. Ho udito suonare una tromba sui bastioni..E’ la ritirata dei coatti. Questi coatti girano tutto il giorno liberi per la città;  sono obbligati ogni sera, quando suona questa ritirata, a rientrare nella città vecchia ove restano rinchiusi sino alla mattina…Lo stato dà loro 50 centesimi al giorno, li fa alloggiare al Castello e li riveste; però la loro veste è ornata di due grandi lettere rosse le quali denotano il loro stato sociale…. Giungevamo sotto le oscure arcate del portone,  che dà accesso al Castello, insieme coi coatti; soldati, carabinieri e guardie di finanza stanno di guardia all’ingresso, queste ultime come rinforzo alla guarnigione durante la sera. Da tutte le parti della città che noi potevamo scorgere, vedevamo sbucare i coatti i quali si dirigevano verso la città vecchia; alcuni, passandoci dinnanzi, si toccavano il berretto, ed altri, preoccupati, camminavano in fretta senza guardarsi attorno. Tosto che i coatti si trovavo stipati nella via principale del Castello[14] aveva luogo la chiamata, e nel frattempo il mio compagno mi condusse nella parte orientale della città vecchia. Ivi tutto è in rovina : antichi sepolcri spalancati, case sfondate e baluardi che, da pezzi di muraglie rovinati, lasciano scorgere, ad una profondità spaventosa, i neri scogli della riva. Eravamo giunti all’abside della Cattedrale dove un fico gigantesco, circondato da cactus contorti, sporgeva i suoi rami aggrovigliati…. Ci avviciniamo alle prigioni; le case rovinate del castello sono state utilizzate e trasformate in carceri. Dopo la chiamata…erano stati messi i chiavistelli su quei disgraziati. Alcuni erano isolati e chiusi in stanze basse, altri riuniti in gruppo dentro stanzoni, e da ogni parte, alle finestre, agli usci muniti di saldi cancelli di ferro, si attaccavano mani dalle dita adunche come artigli e si vedevano occhi cattivi e scintillanti. Oh quegli occhi!.. La maggior parte facevano venire i brividi a guardarli; lampeggiavano come acute lame di acciaio!... Quegli uomini erano rinchiusi là dentro come bestie feroci e respiravano avidamente, alla luce morente del giorno, gli ultimi buffi dell’aria libera[15]

I coatti non solo razzolavano all’esterno dei luoghi di culto ma spesso penetravano nelle sacrestie delle Chiesa delle Grazie e dell’Immacolata demolendo mobili e asportando legname e suppellettili per alimentare i fuochi nelle giornate di freddo. Quanto alla Cattedrale, comitive di coatti avevano presa l’abitudine di introdursi – scardinando le inferriate che c’erano alle finestre di levante – nella cripta funeraria dell’abside e di intrattenersi colà a giocare a carte in mezzo ai corpi mummificati dei canonici[16].

 

 

L'insofferenza verso la colonia

 

L’insofferenza per questa situazione andava crescendo nella cittadina. Erano cose di tutti i giorni i ferimenti, le aggressioni, i furti, le risse. Specie le donne non potevano circolare tranquille per la paura di trovarsi di fronte a qualcuno di loro. Qualche volta gli abitanti esasperati avevano bastonato un coatto che si era fatto più intraprendente o aggressivo. E il malumore della gente non poteva non coinvolgere Amministrazione e Consiglio comunale  che, su questo stato di cose,vi tornarono sopra a più riprese. Il 24 maggio del 1867 il Sindaco propone di chiedere al governo di autorizzare  i liparesi a portare armi per la difesa personale visto che i coatti sono liberi di circolare e la forza pubblica è esigua. Il 13 aprile del 1871 si pongono al governo tre alternative:” che la colonia fosse tolta da Lipari, che si sospendesse l’invio di nuovi coatti, o che per lo meno fossero obbligati a risiedere dentro la Città murata e non uscire fuori dall’ambito della medesima.” Questa idea di lasciare il Castello ai coatti e di spostare quindi tutte le attività a cominciare da quelle religiose nella città bassa, circolava da diverso tempo. Il Sindaco nella seduta del Consiglio Comunale del 24 maggio 1867 invitava a deliberare – cosa che avviene all’unanimità - la richiesta al governo di 120 mila lire per la costruzione di una Cattedrale “nel circolo dell’abitazione del paese”[17]

Ed è in questo clima e di fronte a questa situazione che il vescovo matura l’insano progetto – trovando naturalmente concorde il Consiglio comunale - di cedere la Cattedrale al Governo “a prezzo discreto e prudenziale…che, per la vastità del locale e il benefizio delle molte conserve d’acqua che i sé contiene, potrebbe inservire alla truppa, ai condannati o ad altri usi più utili cui piacerebbe al governo destinarla[18] in cambio del finanziamento per una nuova chiesa da costruirsi nella città bassa a fianco del Vescovado. In questo senso scrive al Prefetto di Messina nel marzo del 1867 spiegando che “al di fuori e intono ad essa, non si osserva che una frequenza di esuli, di detenuti e di soldati, che talvolta, per militari circospezioni, vietano lo ingresso agli stesi paesani ed al Capitolo, e sono non di rado le loro intemperanze motivo di scandalo e di temenza e di pericolo alle giovani donne che son costrette indispensabilmente a passare tra mezzo di esse per recarsi a compiere i loro doveri religiosi in detta Cattedrale[19].

Per fortuna tale progetto fu presto abbandonato, già dallo stesso mons. Ideo, che lo sostituì con quello di  una gradinata d’accesso partendo da via Garibaldi[20]. E fu questo progetto che il suo successore mons. Palermo, nel 1885, – dopo aver verificato che la costruzione della Cattedrale era impossibile perché il costo sarebbe stato altissimo – decise di promuovere stanziando 40 mila delle 100 mila del lascito di mons. Ideo e cominciando “a comprare il terreno della città murata lungo la linea che sarà percorsa dalla strada suddetta e sgomberare il terriccio e le macerie che lungo esso si è ammonticchiato”[21]ed avviando i lavori “per la congiunzione della vetusta Chiesa Cattedrale col centro della nuova Città di Lipari[22]che però languiranno dopo un paio d’anni e verranno ripresi verso il 1910. La scalinata si realizzerà definitivamente solo il 23 agosto del 1931 quando era Vescovo, Mons. Bernardino Re[23].

Le tensioni non erano solo fra coatti e cittadini ma anche fra direzione dei coatti e coatti stessi. Rivelatore di queste tensioni fu l’evento del 3 marzo 1892. I coatti d’inverno avevano diritto ad otto ore di libera uscita che andavano dalle otto di mattina alle 16. Inopinatamente nel 1892 questa libera uscita viene ridotta a quattro ore - dalle 8 alle 12 - questo provvedimento viene chiamato “contr’ora”.

 

Sommosse e repressioni

 

Il malumore fra gli internati è notevole anche perché diversi hanno impegni di lavoro in città che a questo punto vedono pregiudicati. Ma da che cosa deriva questo provvedimento? Si diffonde la tesi che sia una manovra per favorire una cantina che si trovava al castello e notoriamente godeva della protezione dell’autorità. Infatti a mezzogiorno avveniva la distribuzione della “massetta” che era la somma di cinquanta centesimi al giorno che spettava ad ogni detenuto. Questa somma doveva servire per vitto, vestiti, lavanderie, e tutte le necessità dell’esistenza ma era anche vero che la gran parte veniva spesa nelle cantine dove i coatti passavano il loro tempo. Rinchiudendoli dentro il castello dopo la distribuzione della “massetta” era chiaro che si favoriva l’unica bettola che era dentro le mura. Per protestare contro questo provvedimento i coatti decidono di riunirsi pacificamente a Marina San Giovanni. Ma saputolo il direttore fa suonare la ritirata a passo di corsa. I manifestanti non si muovono. Allora il direttore da ordine di bloccare tutte le uscite dalla Marina da guardie, carabinieri e soldati. Ad un segnale carabinieri e guardie si precipitano sui coatti colpendoli a calci, a pugni, a sciabolate e sparando colpi di pistola. Fu una repressione orrenda. I liparesi che avevano casa alla Marina guardavano inorriditi da dietro i balconi. Al pestaggio non parteciparono i soldati. Il capitano comandante del presidio, più volte sollecitato a dare l’ordine ai suoi di sparare sul gruppo di manifestanti, tutte le volte si rifiutò. Anzi un tenente del presidio diede l’ordine di lascia passare quei poveretti che immediatamente ne approfittarono per fuggire. Ma la caccia e il pestaggio continuò, per ore, in tutto il paese sotto gli occhi sconcertati e terrorizzati dei liparesi.

E la repressione non finì con i pestaggio. I feriti portati in infermeria passavano da questa alle celle di punizione e poi al carcere e quindi al Tribunale di Messina. Per questo molti feriti preferirono nascondere le loro piaghe sotto i vestiti per non incorrere in gravi sanzioni. Diversa gente di Lipari chiese di poter testimoniare in Tribunale a favore dei  coatti ma non fu loro permesso. Non fu nemmeno interrogato il capitano del presidio[24].

Tra il 1894 ed il 1898[25]  nella colonia, accanto ai delinquenti comuni che vivevano nell’ozio, nell’alcolismo e nel sudiciume, arrivano politici ed intellettuali. Una categoria sociale del tutto diversa che, se poteva essere temuta per le idee giudicate “sovversive”, era però composta di persone umanamente e culturalmente   di tutto rispetto a cui si accostarono – con riverente timidezza - i primi simpatizzanti liparesi del socialismo. Fra questi Edoardo Buongiorno che nel 1895, appena sedicenne, fondava una sezione del Movimento Operaio Socialista che ebbe però vita breve[26]

Il domicilio coatto ebbe termine nel 1915. Alcuni dei relegati, scontata la pena si stabilirono nell’isola aprendo piccole botteghe o andando a cavare pomice. Qualcuno mise su anche famiglia sposando donne del posto. Purtroppo però, come vedremo, non si chiude l’esperienza di Lipari isola di confine.



[1]              Giuseppe Iacolino, inedito, Quaderno X. ; Archivio vescovile, Bull. Vol.IV, f.59.

[2]              Ferdinando Rodriquez.(1814-1864), Storia delle malattie endemiche ed epidemiche dell'isola di Lipari, Palermo 1856.

[3]                Luigi Salvatore d'Austria.

[4]              Ferdinando Rodriquez in Iacolino, inedito cit., Quaderno VI, pp.291 a-e.

[5]           Anche i Vescovi, sotto i Borboni, come abbiamo visto,avevano pensato ad opere di questo genere.

[6]              L.Zagami, Confinati politici e relegati comuni a Lipari, Messina 1970, pp.  28-29.

[7]              Archivio segreto vaticano, cass. 456 B f.196 v. In G. Iacolino, inedito cit. Quaderno VI pag. 391 e.

[8]              Storia delle malattie endemiche ed epidemiche dell’Isola di Lipari…, op.ci. , Palermo 1856..

[9]              Giuseppe Iacolino, ideito cit, Quaderno VI, pag. 391 e.

[10]              Perché prima che arrivasse il governo dell’unità era la chiesa che provvedeva ad essi (protei). Infatti, fino al 1770, questi fanciulli  erano accolti dal Vescovo in una sorta di asilo e mantenuti a sue spese ma poi, quando il Comune avocò a se  il diritto all’assistenza dei poveri e diseredati, l’istituzione deperì fino alla chiusura.

[11]             Can. Carlo Rodriquez, Breve cenno storico dell’Isola di Lipari, Palermo 1841.

[12]             L.Zagami, op. cit., pag. 32.

[13]             Giuseppe Iacolino, inedito, Quaderno IX.

[14]             Verso il 1890 di coatti in Lipari c’enerano circa settecento.

[15]            G. Vuillier, La Sicilia, Milano 1897, pag. 391 -97 citato da Giuseppe Iacolino, inedito Quaderno IX.

[16]             Fu probabilmente per questo che intorno al 1872 il vescovo assunse un sacrista laico per la Cattedrale con l’obbligo di abitare nelle due stanzette dell’ex Palazzo vescovile che ancora erano restate al Vescovado. Era un giovane pugliere, Angelo Pastore, che allora era internato a Lipari. La famiglia Pastore rimarrà a lungo, di padre in figlio, a servire la Cattedrale.

[17]             Archivio Comunale. Delibere di consiglio.

[18]             A. Lo Cascio da Giardini, Due saggi di Storia Liparitana, Messina 1975, pp.29-31.

[19]             Idem.

[20]             A proposito di questa scalinata il successore di mons. Ideo, mons. Palermo scrisse: “Mons. Ideo, due o tre anni prima di morire, offriva L.25.000 ai Signori del Municipio per detta via, se esso ne avesse preso l’iniziativa, ma nessuno si mosse perché nessuno qui ha  a cuore di fare il bene che non sia il proprio. Però l’idea restò ed era da molti vagheggiata prima che io venissi” ( A.Lo Cascio da Giardini, op. cit., p-35).

[21]             A. Lo Cascio di Giardini, op. cit., p.39.

[22]             Antonino Natoli in “Sua Eccellenza Rev.ma Mons. D. Mariano Palermo Vescovo di Lipari e i Cittadini Liparesi, Palermo 1886, pp5-6.

[23]             Veramente la gradinata era stata completata da Mons. Angelo Paino nel 1912 ma rimase aperta solo pochi anni perché il 5  marzo del 1915 crollò un muro nella fiancata di sostegno di sinistra provocando la morte di tre ragazzi che stavano giocando. La scalinata fu nuovamente chiusa e riparata e riaperta al pubblico da Mons. Re.

[24]             La vicenda  è stata raccontata qualche anno dopo da un detenuto politico raccogliendo le testimonianze di numerosi liparesi oltre che dei reclusi. E.Croce, Nel domicilio coatto. Noterelle di un relagato, Lipari 1900, pp-96-97.;una conferma di questo episodio in avv. A. Natoli La Rosa, Studii politco-sociali, Palermo 1896, p.123: “Per monopolizzarsi a profitto di alcuni cointeressati la minuta vendita del vino in Lipari, si ordinò a quelli ottocento domiciliati coatti di ritirarsi giornalmente alle ore 12 di mattina  in Castello… Contro un tale sopruso i coatti pacificamente reclamarono giustizia. Ma lor si rispose terrorizzando, massacrandoli spietatamente”.

[25]             Nel 1893-94 il governo Crispi avendo represso i Fasci siciliani dei lavoratori mandò al domicilio coatto numerosi anarchici e socialisti con la legge n. 316 del 19 luglio 1894. Altrettanto farà qualche anno dopo Rudinì dopo i fatti di Milano del 1898 con provvedimenti del 17 luglio di quell’anno..

[26]             J. Busoni, Confinati a Lipari, Milano 1980, p.101.

 

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