La "controversia": il conflitto si estende

La “controversia” investe tutta la Sicilia

  

A sinistra il duomo di Catania. A destra il palazzo vescovile di Girgenti

Ma ormai la vicenda stava uscendo dalle mura diocesane. Ai primi di febbraio del 1712 a tutti i vescovi della Sicilia pervenne – tramite il vescovo di Catania secondo quanto afferma il documento “Veridica Relatione” - una lettera circolare della S. Congregazione, datata 16 gennaio, con ordine di affiggerla in tutte le cattedrali. In essa si ribadiva la nullità della sentenza assolutoria in favore di Tesoriero e Cristò e, più velatamente, si mettevano in discussione gli esorbitanti poteri di giurisdizione ecclesiastica che la Monarchia soleva esercitare. Ci vollero due mesi per tirare le somme di come era stata accolta dai vescovi siciliani questa iniziativa. I vescovi di Messina, Siracusa e Cefalù rappresentarono alla Santa Sede le loro preoccupazioni, i vescovi di Palermo, Patti e il vicario generale di Monreale chiesero l'exequatur al Tribunale della Monarchia che lo negò, solo i vescovi di Girgenti, Catania e Marsala – e cioè mons. Francesco Ramirez, mons. Andrea Riggio e mons. Bartolomeo Castelli - pubblicarono nello stesso giorno , il 21 marzo 1712, il documento senza nemmeno chiedere l'exequatur[1] . Il vicerè finse di credere che si fosse trattato, per questi presuli, di un caso di omissione involontaria e richiamò cortesemente i contravventori. Questi all'unisono risposero che  trattandosi di materia dommatica, di fede, concernente la salute spirituale dei fedeli e non di pura e semplice giurisdizione, ne avrebbero risposto solo al Sommo Pontefice.

Della vicenda cominciò a parlarsene anche all'estero. In Spagna uscì un libello anonimo polemico contro i vescovi di Lipari, Girgenti, Catania e Mazara dove - rifacendo in qualche modo la storia della “controversia” - si giustificava l'agire del Tribunale della Regia Monarchia contro la diocesi di Lipari[2]. In Sicilia invece il viceré cercava di mantenere la calma e reagì convocando a Palermo una consulta di cinquantanove teologi – di cui parla Sciascia nel secondo atto della sua Recitazione -  per sottoporre al loro esame la circolare della S. Congregazione dell'immunità ecclesiastica. Il responso fu, naturalmente, che non si trattava di materia di fede ma  giurisdizionale e quindi non intaccava né la fede né il dogma.

  

A sinistra il palazzo vescovile di Marsala. A destra una raffigurazione di Mons. Riggio, arcivescovo di Catania

Intanto a Lipari il canonico Hurtado, che teneva i contatti col vescovo, - forte del fatto che il Sant’Uffizio di Lipari era riconosciuto direttamente dipendente  dal Sommo Tribunale del Sant’Uffizio di Roma - decise di convocare, nel maggio del 1712, nel Palazzo vescovile della Lipari bassa, un consiglio di ecclesiastici liparesi, “con sopravveste di Sant' Uffizio”, per definire le opportune sanzioni canoniche contro l'Aucello e gli altri ecclesiastici che continuavano a celebrare messa alle Grazie che era stata interdetta. Il consiglio spiccò un monito di scomunica che fu recapitato al delegato speciale del Tribunale della Monarchia con tutti i requisiti formali.

La reazione dell'Aucello fu dura e scomposta. Fece imprigionare il povero prete che gli aveva consegnato il monito e anche l'altro che gli portò l'ultimatum di Hurtado. Non solo, ma messosi a capo di un manipolo di una cinquantina di soldati spagnoli circondò il Palazzo vescovile , vi entrò con la forza e mise agli arresti domiciliari Hurtado e il confessore del vescovo. Cercò gli altri ministri della corte vescovile e del tribunale dell'inquisizione e incarcerò anche loro mentre lanciò minacce verso tutti quei sacerdoti che si erano dichiarati ubbidienti al papa.

Quindi presentò al vicario una parcella per le spese sostenute da lui e dalla sua scorta nella missione a Lipari e, di fronte alla obiezione, che la mensa vescovile non possedeva quella somma, fece sequestrare i beni personali del vicario minacciando la loro vendita all'asta per cui il malcapitato si vide costretto a cercare prestiti personali per far fronte alla richiesta.

Soddisfatto il problema economico l’Aucello decise di tornarsene a Palermo e di portarsi dietro prigionieri l'Hurtado ed altri importanti ecclesiastici di Lipari. Ma, a suo scorno, l’Hurtado poté opporgli una lettera del Segretario di Stato Vaticano, giuntagli proprio in quei giorni, che gli comandava di non abbandonare Lipari per qualsiasi motivo. Così Aucello se ne partì da solo con la sua scorta intimando però agli ecclesiastici liparesi di raggiungerlo a Palermo entro due mesi. Partì, abbandonando Lipari in una confusione maggiore di quella che aveva trovato al suo arrivo[3].

  

 A sinistra,Papa Clemente XI. A destra ritratto del canonico Mongitore

Roma non poteva lasciar passare sotto silenzio quanto era accaduto. Il 17 giugno 1712 papa Clemente emanò una lettera apostolica nella quale ribadiva che la Chiesa di Lipari era immediatamente soggetta alla Santa Sede e scomunicava l’ Aucello e tutti quelli, di qualsiasi grado e condizione, che gli avessero comandato, eseguito, consigliato e approvato gli atti che questi aveva compiuto contro la diocesi di Lipari. Naturalmente contro questa scomunica l’Aucello fece ricorso al giudice della Monarchia. Della risposta di Aucello e di Palermo ce ne parla il can. Antonino Mongitore nel suo Diario:”Ricorsero al giudice della Monarchia, allora D.Francesco Miranda, spagnuolo, il quale ordinò al canonico che celebrasse, andasse al coro e passeggiasse come al solito; e così ordinò agli altri. E in fatti, senza curarsi di essa, seguitò come se non fosse stato scomunicato, con pubblico scandalo; così fecero gli altri con manifesto disprezzo della scomunica”.[4]

La scomunica dell'Aucello questa volta papa Clemente la comunicò con due Brevi anche al Vescovo di Palermo ed al viceré mentre qualche settimana prima aveva avviato una forte opera di pressione nei confronti dei vescovi che si erano dimostrati pusillanimi mancando di affiggere la lettera circolare della S. Congregazione, lodando invece quelli di Girgenti, Marsala e Catania. Finalmente il 30 giugno 1712 i vescovi renitenti – dopo due mesi di titubanza – si decisero a pubblicare il foglio della S. Congregazione.

Più tempo impiegò il Vescovo di Palermo che pubblicò la lettera insieme alla bolla di scomunica dell'Aucello il 22 febbraio 1713. Ma c'era voluto, per convincerlo, la minaccia di “sospensione a divinis “ da parte del papa.

Un'altra immagine del Canonico Mongitore

Il viceré pazienta diverse settimane e il 22 marzo 1713 emana una ordinanza con la quale si riaffermavano i diritti dei sovrani della Sicilia e si dichiarava nulla la lettera della S. Congregazione dell'Immunità e qualunque altra disposizione  provenienti da “corti estere” che venissero rese pubbliche senza il preventivo regio exequatur. Si scatena una forte contesa fra il potere della Regia Monarchia ed i vescovi costretti ad abbandonare  le loro diocesi e rifugiarsi a Roma. Si cominciò col vescovo di Catania il 18 aprile 1713 – ed è quanto rappresenta Sciascia nell’Intermezzo fra il II ed il III atto – che dichiara di partire cedendo alla violenza.  Mons. Riggio - di temperamento rude e focoso tanto da vantarsi delle ventotto liti che aveva in corso ma che non gli toglievano né il sonno , né l’appetito -  aveva contrapposto all’ordinanza del viceré un suo editto a stampa nel quale bollava l’ingiunzione come “temeraria, orrida, scandalosa e perniciosa”. L’editto appariva come l’ennesima provocazione di questo vescovo nei confronti dell’autorità del viceré fra le quali spiccava la riesumazione di una vecchia scomunica inflitta al capitano d’arme e di giustizia di Catania, barone di Ficarazzi, annullata dal giudice della Monarchia, sentenza che di fatto il Riggio aveva accettata. Ricevuta l’intimazione a lasciare Catania, il vescovo “ bel lontano dal pentirsi di quel che haveva fatto, trascorse più oltre, fino a fulminare nell’atto della sua partenza l’Interdetto nella Diocesi, col pretesto d’essere stato espulso per pura violenza; e nello stesso tempo Scomunicò i due Officiali militari, dai quali gli era stata fatta l’intimatione dello Sfratto[5]

All’espulsione del vescovo di Catania fa seguito quella del vescovo di Messina il 29 luglio, quindi il vescovo di Girgenti che partì il 28 agosto, il 27 febbraio del 1715 se ne partì il vescovo di Palermo  A questo turbine di espulsioni – spesso scientemente provocate e ricercate[6] -i i vescovi reagivano  con interdetti e scomuniche.  Dovette partire  anche il can. Hurtado[7] che abbandonò  Lipari il 24 gennaio del 1714 lasciandosi anche lui alle spalle un editto di interdetto per l'intera diocesi.

 

Gli effetti sociali di scomuniche ed interdetti

 

Questo susseguirsi di scomuniche, interdetti, sfratti, arresti e quant’altro non lasciavano il popolo e molti degli stessi protagonisti indifferenti. La scomunica, come abbiamo visto, colpiva il singolo individuo e aveva effetti nelle relazioni sociali e se c’era chi non li rispettava c’era però chi li metteva in pratica ed anche chi, colpito, se ne faceva un tormento. Più grave. Come si è detto, era l’interdetto che praticamente impediva che nella comunità che ne veniva colpita potessero celebrarsi alcune funzioni religiose ed alcuni sacramenti e non solo la messa in pubblico ma soprattutto i funerali e anche la benedizione nuziale nei matrimoni ed il battesimo poteva avvenire in forma semplice e privata per non parlare dell’impossibilità di seppellire i morti i terra consacrata per cui i familiari dovevano trovare una collocazione provvisoria della salma in qualche giardino o podere.. Cioè la gente veniva colpita in momenti cruciali della vita che in una società com’era la Sicilia del 700 – ancora scarsamente secolarizzata – finivano coll’avere un risvolto sociale, alla lunga, traumatico.

Certo, era possibile trovare preti che ubbidivano alla Regia Monarchia e non tenevano conto di scomuniche ed interdetti ma non erano molti e spesso finivano con l’aumentare nel popolo  confusione e disagio. Come accadde a Catania quando mons. Riggio partì,  fu subito mandato nella diocesi il canonico Gaetano Buglio di Messina, in qualità di delegato del Tribunale della Monarchia e col compito di convincere i fedeli a disattendere scomuniche ed interdetto. Ma presto lui stesso fu raggiunto dalla scomunica pontificia e il popolo non sapeva più cosa pensare.

Fu il periodo in cui nelle zone di Catania, di Girgenti, di Mazara, di Messina ed anche di Lipari - cioè dove la gente era più frastornata da opposte sollecitazioni ad obbedire al re o al papa - cominciò a diffondersi una “cultura religiosa e pseudo teologica” di cui un anonimo[8] ci ha lasciato qualche  memoria. Così la consacrazione da parte dei sacerdoti inosservanti non produceva nell’Ostia la venuta del “Sacrosanto Corpo, anima e divinità di Nostro Signore” ma quella di un demonio; “ si niega lecitamente il debito coniugale dalle mogli osservanti alli loro mariti inosservanti”; non si può pigliarsi nella Chiesa l’acqua benedetta perché in Chiesa inosservante e benedetta da sacerdote parimente inosservante, anzi stimano a grave peccato segnarsi con essa la fronte” e così via.

Per di più la stessa polemica che si diffondeva attraverso la stampa non lasciava indifferenti le autorità e la Regia Monarchia. Quando nei primi mesi del 1713 uscì il libretto “Difesa della verità” attributo a mons. Tedeschi, subito non produsse alcuna reazione, forse si pensò che l’avrebbero letto in pochi e quindi dimenticato. Ma non dovette essere così se Filippo V, nel febbraio del 1716, ordinò al Consiglio di Stato di farlo valutare da esperti per suggerire come farvi fronte.  Ma gli esperti consigliarono al re di non prendere nessuna decisione per non provocare l’autore stimolandolo a procedere nella polemica con quella penna “tan empeinada y ensangrentada” cioè tanto corriva e infuriata[9].  

 

Trovare una mediazione o abolire la Legazia?

 

  

A sinistra, Vittorio Amedeo II. A destra, il card. Tommasi.

 

Intanto il 10 giugno 1713 ad Utrecht, Filippo V di Spagna sottoscriveva la cessione della Sicilia al duca del Piemonte Vittorio Amedeo II di Savoia che veniva ad assumere il titolo di re. Nella disfida fra la Spagna e l'Austria il Piemonte, che in un primo tempo era schierato con la Spagna, era passato con l'Austria e, quando fu firmato il trattato, ottenne la Sicilia grazie alla volontà dell'Inghilterra che lo preferì ai Borboni ed all'Austria. Il nuovo re indugiò a prendere possesso della Sicilia e lo fece solo il 10 ottobre 1713.  Egli per cercare di pacificare la situazione agì su due fronti. Da una parte confermò viceré e ministri e li esortò a tornare in lizza mentre intimò a preti, frati e fedeli di disattendere i moniti e i consigli di Roma minacciando carcerazioni, esili e confische. Dall'altra però cercò di intrecciare col Vaticano trattative diplomatiche tentando di fare intervenire anche l'ambasciatore di Francia.

Le attese della corte di Palermo dopo il cambio di regnante, sono espresse chiaramente nella seconda parte de la “Veridica Relatione[10]: “Credevasi da ogni persona di buon senso, che la Corte di Roma, trovandosi sciolta verso del nuovo dominio, da quell’impegni, che haveva presi col precedente governo, non solamente si sarebbe astenuta dal far nuovi procedimenti ne’ primi mesi dell’acclamatione, ed incoronazione di Sua Maestà, ed in tutto quel tempo, che fusse necessario al nuovo Rè, per informarsi di questa contesa, ma di più havrebbe ricercate in ogni occasione le aperture, che potessero darle qualche speranza d’adequamento”.

Papa Clemente però non era disposto ad accomodamenti anzi,  valutando che l’Inghilterra, sostenitrice dei Savoia, fosse poco interessata alle questioni  religiose pensò che la nuova congiuntura gli permettesse finalmente di venire a capo di questo istituto della Legazìa che aveva creato tanti problemi. Così  il 25 gennaio emise solenne scomunica contro il giudice della Regia Monarchia e contro tutti quelli che si erano adoperati a sfrattare i vescovi dalla Sicilia. Non era questo che l’ennesimo attacco che da Roma veniva al Regno di Sicilia dopo l’avvento di Vittorio Amedeo II. La “Veridica Relatione” li elenca tutti uno per uno.

Questa scomunica ebbe come effetto  le dimissioni dalla carica di giudice del conte di Miranda perchè preso da scrupolo religioso e probabilmente colse anche l’occasione per sfilarsi da una realtà incandescente e tornarsene in Spagna . Fu messo al suo posto un dotto e pio canonico messinese, don Giacomo Longo forse con intenti di pacificazione. Il nuovo giudice però si manifestò determinato ed intransigente. E di questa sua determinatezza ed intransigenza se ne resero conto subito i Liparesi.

Il vicario generale don Diego Hurtado prima di partire da Lipari per via dello sfratto il 24 gennaio 1714, aveva predisposto, senza dare nulla a vedere, certo d’accordo col suo vescovo che era sempre a Roma, una sorta di bomba ad orologeria. Intrattenendosi in cordiale e familiare conversazione col luogotenente Giovanni Battista Castaldi, attendendo il mercantile che doveva portarlo a Civitavecchia, il canonico sembrava avere accettato con tranquillità e rassegnazione il provvedimento di espulsione. Ma la sera stessa della sua partenza, quando furono le otto, improvvisamente le campane della Cattedrale presero a suonare a morto e il mesto rintocco durò una buona mezz’ora.  Ai curiosi ed alla guardia che raggiunsero la chiesa apparvero, affissi sulla porta, i “cedoloni” contenenti la scomunica per il luogotenente ed il suo aiutante e l’editto di interdetto per l’intera diocesi[11].

Uno dei primi provvedimenti del nuovo giudice don Longo fu quello di inviare a Lipari, quale delegato del Tribunale, il cappellano del Real Palazzo, don Giuseppe Marotta, col compito di convincere il clero a non tenere conto dell’interdetto e di  garantire il normale esercizio del culto. Giunto a Lipari il 10 febbraio gli atti che il delegato compì non furono certo distensivi. Non solo mise in carcere i sei sacerdoti che apparivano come i più radicali e intransigenti del partito pontificio ed imprigionò  i responsabili dell’affissione dei cedoloni della scomunica e dell’interdetto ed il sacrestano che aveva suonato le campane a morto, ma se la prese, mettendoli agli arresti, anche con quanti avevano negato il saluto ai due catapani per adeguarsi alle norme della scomunica.

Nello stesso tempo che usava il pugno duro, Marotta proclama “nullo, ingiusto, illegittimo, insussistente, irrito e di nessuna forza e valore” l’interdetto lanciato dal vicario Hurtado e minaccia di “scomunica maggiore riservata al Monsignor Giudice della Monarchia” chi si fosse comportato come se fosse ancora in vigore[12].

Quindi convoca il Capitolo della Cattedrale e pretende che si elegga  il nuovo vicario episcopale in sostituzione dell’Hurtado. Risultò eletto il can. Emanuele Carnevale che si adoperò per riportare la tranquillità nelle isole. Ma era una pia illusione.

Il 17 settembre 1714 veniva pubblicata a Lipari la scomunica pontificia contro i militari che avevano espulso Hurtado, contro Marotta e i componenti la Curia di costui, contro il guardiano dei cappuccini e coloro che avevano officiato nelle chiese già interdette. Era l'atto che lasciava Lipari, per alcuni anni ancora, priva di funzioni religiose.

Il  rincrudirsi del dissidio a Lipari si estese subito a tutta la Sicilia e innumerevoli furono le contestazioni tra i rappresentanti della Chiesa e le autorità governative, cui fecero seguito esili, carcerazioni e confische che si protrassero per tutto il tempo in cui Amedeo II di Savoia fu re di Sicilia.

 

Il lavoro in sordina della diplomazia

Cardinale Paolucci

Intanto proprio nel 1714 mentre lo scontro si diffonde sul territorio dello stato, dietro le quinte, la diplomazia continua ad operare per trovare una soluzione. L’iniziativa forse più significativa, in questo periodo, fu quella che partì il 24 dicembre del 1713, il giorno della cerimonia dell’incoronazione del re nella Cattedrale di Palermo. Ce ne parla una fonte di parte regalista[13]. L’iniziativa prese le mosse da un gruppo di vescovi e prelati siciliani lì presenti fra i quali quelli di Siracusa, Cefalù, di Palermo e di Mazzara. Non era possibile, ragionavano questi, che se al papa fossero state presentate, nel modo adeguato, le ragioni del Tribunale della Monarchia non si sarebbe potuto trovare una soluzione. E si convenne d’accordo monarca e vescovi che questi ultimi avrebbero scritto alla Corte di Roma sollecitando un chiarimento. Ma le lettere non ebbero risposta ed allora il re pensò di mandare a Roma un suo informatore ed incaricò di questa incombenza l’abate Barbara di Santa Lucia. Questa volta il cardinale Paulucci, segretario di stato del papa, scrive, il 4 marzo, al Cardinale della Tremoille che allora era ambasciatore a Roma di Luigi XIV e  si era assunto il ruolo di mediatore nella vicenda, facendogli presente che l’abate Barbara non poteva essere ricevuto perché stava per essere scomunicato essendosi compromesso nella diocesi di Catania dopo l’interdetto del vescovo Riggio e l’insuccesso del canonico Buglio. Quanto alla possibilità di un accordo bisognava prima consentire a delle richieste preliminari e cioè: “1. che si rimuovino, e revochino gli impedimenti frapposti all’osservanza dell’Interdetto nelle Città, e Diocesi a quello sottoposte; 2. che si cessi da ogni vessazione contro di quei, che hanno ubbidito, & ubbidiscono agli ordini della Santa Sede; 3. che si scarcerino tutti quei, che restano carcerati per tali cause; 4. che si richiamino i vescovi espulsi, come altresì il Vicario di Lipari, e tutti gl’altri Ecclesiastici sì Secolari, come Regolari sfrattati per le medesime cause, e che detti Vescovi siano lasciati nel libero esercizio della loro ordinaria giurisdizione[14].

Una dichiarazione di rottura vera e propria  che il cardinale di Tremoille cerca di mitigare con una sua memoria del 4 aprile 1714, indirizzata all’abate del Maro che rappresentava il re al corte pontificia. Il porporato francese affermava che, al di là di quanto era scritto nel documento, egli aveva potuto raccogliere dal papa, dal cardinale Paolucci e dal cardinale Albani, nipote del papa, che Clemente XI potrebbe mostrarsi più disponibile se “il Rè di Sicilia le aprisse una porta per uscire dal suo impegno”[15].

Ma era proprio questa “porta” che era difficile trovare e lo sarà per molti anni, tutti quelli in cui Vittorio Amedeo rimane re di Sicilia.  Il fatto era che per il papa, quello della Legazia apostolica e del suo Tribunale, era divenuta una vera e propria fissazione che si era radicalizzata col peggiorare del suo stato nervoso. Tutte le notti – aveva confidato – gli appariva in sogno lo spirito del cardinale Tommasi – siciliano, della famiglia dei Tommasi di Lampedusa – morto l’anno prima in fama di grande dottrina ed in odore di santità che lo sollecitava, “sotto pena di dannazione, a distruggere detta Regia Monarchia”[16]. Probabilmente una via d’uscita per il papa sarebbe stata quella che – in un’altra lettera del 4 gennaio 1714 scritta dall’abate del Maro al re[17] -  viene riportata come una confidenza del cardinale Paolucci al cardinale La Tremoille: il papa avrebbe fatto intendere al suo segretario di stato, “in maniera enigmatica”, che avrebbe potuto accogliere alcune richieste del re a condizione che Vittorio Amedeo, “com’era di dovere, si determinasse a levare le Investiture dalla Santa Sede”. Clemente XI cioè cercava di alzare la posta e faceva riferimento ad una pretesa sovranità della Santa Sede sulla Sicilia  per cui il re, per essere riconosciuto tale, avrebbe dovuto ricevere l’investitura da parte del papa[18].

  

La corte di Luigi XIV.

E’ un tema che tornerà ripetutamente negli anni a seguire nelle varie trattative che cercheranno un “aggiustamento” della vertenza, ma mai questo tema dell’”investitura” sarà preso in considerazione dal Savoia il quale non poteva concepire che in pieno settecento, il secolo dei lumi, si venisse a riproporre una stagione delle investiture di stampo prettamente medievale. Per quanto debole fosse il nuovo sovrano, vaso di coccio fra i vasi di ferro delle grandi potenze europee, e per quanto bisogno potesse avere dell’appoggio pontificio, Vittorio Amedeo aveva però una dignità ed una cultura a cui non poteva abdicare. Inoltre proprio il trattato di Utrecht lo obbligava a tenere in vigore tutte le norme e prerogative del regno che andava a governare.

Così mentre il difficile lavorìo dei mediatori andava avanti il papa preparava bolle e costituzioni apostoliche che avrebbe rese pubbliche all’inizio del 1715.

L'11 gennaio del 1715 emetteva la costituzione “Accepimus super” in cui condannava la pratica dell'exequatur giudicato un “temerario attentato a quella sublime potestà di legare e di sciogliere che a Noi e al Romano Pontefice pro tempore esistente è stata trasmessa dal Signore, e che non è serva ma libera dalla soggezione della secolare potestà”.  Il 20 gennaio dello stesso anno pubblicava la costituzione “Romanus Pontifex”che aveva già pronta dall'anno prima in cui metteva fine alla Legazia Apostolica giudicandola ingiuriosa del primato della Chiesa Cattolica e usurpatrice dei diritti del Santuario. Vi si diceva anche che il presunto privilegio, a suo tempo concesso da Urbano II al re Ruggero, era un falso o, quanto meno, un documento alterato; ed anche ammesso che fosse veritiero non si poteva ritenere trasmissibile in perpetuo. Infine si accusava il Tribunale della Monarchia di avere introdotto un altro capo della Chiesa diverso da quello venerato in tutto il mondo. Alquanto roccambolesco il modo in cui si fece entrare in Palermo questo documento eludendo il divieto e la sorveglianza: furono inserite cinquanta copie della bolla dentro fiaschi che sembravano pieni di vino.

Il Tribunale della Monarchia se era il più importante non era però l’unico contenzioso esistente fra le due corti. Vi era anche in discussione, per esempio, la riconferma della Bolla della Crociata: un atto pontificio che autorizzava i sovrani a raccogliere fondi per la lotta agli infedeli in cambio appunto di benefici spirituali o esenzione da astinenze e penitenze. Un privilegio istituito, probabilmente, fin dai tempi della prima crociata e di cui godevano i sovrani spagnoli da oltre un secolo per ricavare proventi nella lotta contro i Turchi. Ora, però, Clemente XI non voleva concederlo a Vittorio Amedeo se non in cambio dell’investitura.

Ma se nel corso del 1714, mentre procedevano i contatti diplomatici, il papa affilava le armi di guerra non da meno faceva il re. Il 7 febbraio di quell’anno, infatti, istituì la Giunta stabile per gli Affari ecclesiastici, dotata di poteri illimitati, per la difesa dei diritti regali contro gli attentati della corte di Roma. Presto la Giunta si rivelò una sorta di inquisizione politica che si distinse per la sua aggressività ed efferatezza e soprattutto, a partire dal 1715, quando si conoscono le costituzioni pontificie contro l’exequatur e la Legazia, in Sicilia si diffonde un vero e proprio clima di terrore nel quale si distingue appunto quel Matteo Lo Vecchio che Sciascia ci presenta nell’atto quarto della sua Recitazione.

Il papa sperava  che assumendo una posizione rigida nei confronti di Vittorio Amedeo e della Legazia avrebbe incontrato il favore delle potenze europee e del popolo siciliano che si sarebbe ribellato al sovrano. Invece gli stati stranieri, salvo l’Austria, si disinteressarono della questione ed il popolo non sapeva se prendersela col re o col papa, si lamentava per le restrizioni e le difficoltà che scomuniche e interdetti gli procuravano, ma aveva altre cose a cui pensare che alla ribellione. Il soli a mobilitarsi furono il clero ed i religiosi. In questa protesta si distinsero in particolare le suore come quelle di Girgenti che dopo aver murato le porte del loro convento esponevano sul campanile l’immagine del crocifisso coperta di veli neri in segno di lutto[19] o quelle di Palermo che rifiutarono il confessore straordinario Marotta e il loro cappellano perché erano stati a Lipari per conto del Tribunale della Monarchia e quindi scomunicati dal papa[20]. Ma la confusione nel popolo – quella confusione che già imperversava fin dai primi anni della “controversia” – ora cresceva di livello ed era sempre più difficile distinguere fra il clero patriottico su cui pesava la scomunica ed il clero di osservanza pontificia. E se più numerosi erano forse questi ultimi non mancavano nemmeno gli altri come quel padre Agostino Campanella, frate domenicano, che nella cattedrale di Palermo predicava  che la gente ed il pontefice avevano tradito il Signore e faceva pregare “acciocché Dio illumini il Papa[21],

Col tempo la situazione precipitò ulteriormente  e numerosi furono gli ecclesiastici e i frati che abbandonarono la Sicilia. Nell'anno 1717, si è detto, nella sola Roma circolavano oltre millecinquecento sudditi siciliani perseguitati e sfrattati. Il 5 aprile furono scacciati da Palermo un centinaio di Cappuccini, altrettanti agostiniani e numerosi parroci e cappellani mentre il popolo appariva sempre più perplesso e confuso: si negavano i sacramenti a molti, si seppellivano i morti in luoghi non consacrati, matrimoni e battesimi si celebravano in fretta ed in una cornice di squallore, le processioni si tenevano con finti frati. Il re ed il viceré si videro costretti a richiamare la Giunta suggerendo maggiore moderazione, ma non la si volle fermare. Il re si limitò a ordinare che “i religiosi che debbono imbarcarsi non escano processionalmente dai loro conventi “ per evitare “le emozioni”.[22]

Lo scrittore Leonardo Sciscia  che nella sua Recitazione sulla Controversia Liparitana fa di Matteo del Vecchio un personaggio quasi positivo. Il vicolo di Palermo intestato a questo "sbirro"

Il primo luglio 1718 gli spagnoli occuparono di nuovo la Sicilia e. Filippo V il 7 aprile del 1719 stipulò col papa un “trattato di accomodamento” nel quale, fra l’altro, si riconosceva l'efficacia delle scomuniche e si riammettevano i prelati esuli. Nel trattato non si diceva niente della “Legazia apostolica” e le cose  sembravano andare come prima perché rimaneva il vigore il Tribunale della Monarchia.  Il 1718 ed il 1719 furono due anni drammatici in cui gli “osservanti” a lungo repressi cercarono la loro rivincita nei confronti dei “patriottici”. Fu in questo clima che venne assassinato Matteo Lo Vecchio. Questo “sbirro” si era reso particolarmente odioso perché “passava di sacrestia in sacrestia, intimando e minacciando preti , e, senza distinzione, insultandoli tutti[23]. Si appostava lungo le strade e fermava i passanti minacciandoli e questi per sottrarsi alle sue pressioni erano costretti a pagare. Ma  intascati i soldi il Lo Vecchio riprendeva le sue vessazioni. Una volta si finse malato a morte e chiese un confessore. Accorsero i cappellani della vicina parrocchia e si dissero pronti ad assolverlo se si fosse dichiarato pentito di quello che aveva fatto contro la Chiesa. Ma a quel punto, il falso moribondo, balzò arzillo dal letto ed acciuffò i preti intimando loro lo sfratto dalla Sicilia.[24] Le sue angherie poterono andare avanti fino alla notte del 21 giugno del 1719 quando all’una, gli spararono due colpi di carabina proprio di fronte alla cattedrale. “Condotto a seppellire – racconta il La Lumia – nel giorno seguente, la plebe con fischi e dileggi accompagnò il cadavere, che, respinto da’ frati della chiesa di Santo Antonio, fu gettato in un pozzo secco fuori del sacrato di un antico cimitero suburbano”.

Nel maggio del 1719 gli austriaci subentrano al governo savoiardo e spagnolo in Sicilia e il Vaticano  fiutando questo cambiamento cercò di rilanciare la bolla “Romanus Pontifex” ma la cosa , ora che comandava  a Palermo, non piacque a Vienna. Il papa allora cambiò strategia e decise di applicare il “trattato di accomodamento” facendo pervenire i decreti abolitivi degli interdetti.



[1]Veridica Relatione…”, doc. citato, pag. 8.

[2] Il libello senza data né luogo di stampa, pubblicato anonimo ma attribuito ad un certo don Francisco Amiglier recava un titolo chilometrico ed altisonante: “Propugnacolo dela real jurisdicion, protection de las regalias del regio exequatur y de la real Monarquia, patrocinio de la jurisdicion de los metropolitanos y de los privilegios del Reyno de Sicilia en respuesta de las rappresentaciones esparcidas por los illustrissimos Senores Obispos de Catania, Girgenti y Mazara, sobre la execution de las Cartas cuirculares de la Sagra Congregacion de la Immunidad, tocantes a recursos, ò Apelaciones de las declaratorias de censuras reservadas à la S. Sede Apostolica, y su assolucion à cautela, ò relaxacion por via de nullidad, ò injusticia”.A questo libello, aveva inteso rispondere il libretto di oltre 100 pagine, anch’esso anonimo e senza luogo di stampa, intitolato “Difesa della Veritè…” attribuito a mons. Tedeschi.

[3] Su questa vicenda della reazione dell’Aucello al monitorio di scomunica, della presentazione della nota spese, delle minacce ed in fine della sua partenza  si fa riferimento al libretto più volte citato: Anonimo, Difesa della verità…., pp.28-29 ed al manoscritto di G. IACOLINO, La Chiesa Cattedrale di Lipari,  quaderno IIIA, man. Cit., pp.104- 105.

[4]Dal “Diario”del Canonico Mongitore”, Appendice, in , L.SCIASCIA, L’onorevole, Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D.. I mafiosi,  Adelphi, Milano, 1995, pag. 147.

[5]Veridica Relatione…”, doc. cit., pag.10.

[6] Mons. Riggio scriveva al vescovo di Girgenti in quei giorni:: “Che sorte di consolazione si è la mia di questa santa unione di queste Colleghe non può crederla! Brillo, giubilo, e salto pieno di giubilo e di contento. Viva V.S. Ill.ma, autore d’ogni bene, viva monsignor  Vescovo di Mazzara che col suo zelo ci ha posto la sputazza al naso e sfida l’Inferno” in G.IACOLINO, La Chiesa Cattedrale di Lipari, Quaderno IIIA, man. cit., pag. 106.

[7] La ragione dell’espulsione di Hurtado è da ricondurre ad un episodio specifico. Un tale Alfonso Mercorella volendo sposarsi ed avendo un impedimento chiede la dispensa alla S.Sede. Una volta ottenutala, la sottopone all’exequatur del Tribunale della Monarchia ma, a questo punto, quando si presenta a Hurtado se la vede rifiutare proprio perché aveva l’approvazione governativa. Proteste del Mercorella al governatore e ordine del viceré di espulsione del vicario.

[8] Manoscritto, già citato, “Delle Vertenze fra la Corte di Roma e il Governo della Sicilia”, Tomo Primo, Parte Quarta, pag. 127° e ss.

[9] Il documento si trova nell’Archivio General di Simanca, Legaio 6124, n. 34 e 38 citato da G. IACOLINO, nel  dattiloscritto “La chiesa cattedrale di Lipari”, Quaderno IIIA, pagg. 107 a e b.

[10]Veridica Relatione”, doc. cit. pp.12 e ss.

[11]Delle vertenze fra la Corte di Roma e il Governo della Sicilia”, manoscritto cit., Tomo I, Parte II e III, pp.98-99°.

[12]Delle vertenze…” manoscritto cit., pag. 99.

[13]Veridica Relatione…”, doc. cit., pag.20 e ss.

[14]Veridica Relatione…”, doc. cit., in allegato: “Nota delle memorie cennate nella veridica Relatione, e confronto de’ procedimenti delle due Corti di Roma e Sicilia nelle note Vertenze per Fatto del Tribunale della Monarchia”, “Memoria rimessa dal Cardinale Paulucci al Cardinale della Tremoille, continente le pretensioni della Corte di Roma per un adeguamento. Li 4 marzo 1714”.

[15] Memoria del Signor Cardinale della Tremoille rimessa al Signor Abate del Maro, li 4 Aprile 1714, in appendice alla “Veridica Relatione…”doc.cit.,.

[16] Lettera dell’abate del Maro al Rè del 24 dicembre 1713, in  Il Regno di Vittorio Amedeo II di Savoia nell’isola di Sicilia, a cura di V.E. STELLARDI, vol. II, Torino, 1862, pagg. 27-28.

[17]Il Regno di Vittorio Amedeo II…., a cura di V.E.  STELLARDI, vol.II, pagg. 135-137.

[18] I. LA LUMIA, op.cit., pag. 206.

[19] I. LA LUMIA, op.cit., pag.241.

[20] G. IACOLINO,  La Chiesa Cattedrale di Lipari, Quaderno IIIA, datt. Cit., pag. 116.

[21] I. LA LUMIA, op.cit., pag. 241.

[22] G. IACOLINO datt. cit.  pag. 124.

[23] I. LA LUMIA, op. cit., pag.254.

[24] I. LA LUMIA op. cit., pag. 254. A. MONGITORE, Diario, VIII, pag. 251 e ss.

 

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