La "controversia" ; il fatto scatenante e il formarsi di due opposte visioni

Due versioni a confronto

 

Una veduta di Marina corta dell'Arciduca d'Asburgo.

Il fatto accade, come abbiamo detto, nella Marina San Giovanni di Lipari  il 22 gennaio del 1711,  dinnanzi al negozio Nicolò Buzzanca dove erano in mostra, fra le altre merci, anche una modesta partita di ceci che aveva fatto recapitare il procuratore generale della mensa vescovile. Quando passano i catapani  Battista Tesoriero e Jacopo Cristò prelevano, dalle merci esposte e quindi anche dai ceci. il “diritto di mostra”.

Di questo episodio abbiamo diverse versioni sia di parte regalista[1], sia di parte curialista.

Una versione, di parte regalista, ci rende edotti che i ceci che i due catapani prelevano non sono più di 800 grammi e i due non sapevano nemmeno che si trattasse di ceci della mensa vescovile perchè il bottegaio glielo avrebbe taciuto. Tanto è vero che quando il giorno dopo il Buzzanca glielo comunicò, Tesoriero e Cristò, per cortesia e rispetto verso il vescovo, restituirono immediatamente l'equivalente in denaro dei ceci che avevano prelevato. Tutto risolto? Niente affatto.

Un'altra immagine di Marina corta

Quando a Mons. Tedeschi raccontarono l'accaduto questi si infuriò, montando in escandescenze. “Parve che le due bocche d’Inferno, Stromboli e Vulcano…, soffiato avessero nel cuore del Santo Vescovo incendi di sì vehemente furore che, divenuto Mongibello di eccidi, eruttar parea fiamme di orrende minacce. Accorsero, per tranquillizzare la mente cos’ agitata, dal Vescovo l’accatapani medesimi  protestandosi prima d’ogni altro ignoranti di essere quei ceci robba propria del lor Prelato, e in oltre pretesero tranquillarlo adducendo l’antico et inveterato costume de i loro antecessori soliti esigere simili paghe su le robbe degli Ecclesiatici.., protestandosi parimenti con enfasi di umiltà avere il dimani restituito…il prezzo delle due libre e mezzo di ceci”[2].

Accorsero anche i giurati  ed il governatore che cercarono di spiegare al vescovo che egli poteva liberamente vendere a chi volesse i prodotti della sua terra nel proprio palazzo ed essi avrebbero chiuso un occhio, come era avvenuto con i suoi predecessori, ma se ricorreva alle botteghe pubbliche si sarebbe dovuto sottomettere alle regole annonarie della città.

Questa dichiarazione fece infuriare il vescovo ancora di più e pensò che era il momento in cui tutti i nodi dovessero venire al pettine e soprattutto che fosse venuto il momento di dichiarare guerra al Tribunale della regia Monarchia ed alla Legazia Apostolica adempiendo alla missione che gli era stata affidata.

Mons. Tedeschi “che avea fisso nel cuore valersi anche da così tenue congiuntura per devenire al disegno già preventivamente comminato col Vescovo di Catania e Girgenti, non poté lasciarsela scappare dalle mani; onde, sordo alle umiliazioni delli accatapani ed otturato l’orecchio alle rispettevoli rappresentazioni così de’ Giurati come del Governatore, senza mica riflettere agl’inconvenienti ed agli scandali che potean produrre le minacciate pubblicazioni di censure negli animi di quei naturali...” e ”senza badare alle circostanze del tempo e del luogo, del luogo, perché in Isola assai esposta all’invasione dei nemici, del tempo, perché così costituivasi quell’Isola in prossima disposizione di un Popolare sollevamento, con evidente pregiudicio del  Ré cattolico…”  chiamò il vicario generale, don Emanuele Carnevale, ed ordinò di imbastire il processo contro i due catapani. Di più, credendo con questo di tirarsi la gente dalla propria parte, ordinò al parroco di predicare in chiesa che la pena, per chi entrava in contesa con il vescovo, era la scomunica e questa sarebbe stata estesa anche a chi avesse solidarizzato con i contendenti. Una tale affermazione fu accolta da forte sdegno da parte del pubblico che fece “dalla Chiesa togliere le loro sedie per non più intervenirvi”[3].

Ricorsero gl’Accatapani per riparo di questa strana Scomunica al Tribunale della Monarchia, ed ottennero primieramente, per poter comparire in giudicio, la necessaria assoluzione con reincidenza, ò sia la Sospensione delle Censure, ed indi poscia rapportarono la giustissima dichiarazione della loro nullità . Ma il Vescovo subito ch’ebbe la notitia del ricorso, portossi a Roma per sollecitare quella Corte a non perdere l’opportunità da lui procurata; ed ottenne per tal effetto dalla Congregazione dell’Immunità due lettere, una del 15 Agosto 1711 diretta à se medesimo, e l’altra del 16 Gennaro 1712 circolare a tutti i Vescovi del Regno, nella quale si dichiara non spettare né a’ Cardinali né a’ Legati à latere, né ad altri di qualsisia dignità l’autorità d’assolver con reincidenza, né di conoscer l’ingiustizia delle Censure dichiarate dagl’Ordinarj, e riferire al Papa per causa di lesa Immunità Ecclesiastica[4].

Roma, palazzo del Sant'Uffizio con alle spalle San Pietro

 

La “verità del processo”

 

La mattina del 26 gennaio si tiene il processo[5] a porte chiuse, sotto la presidenza del vicario generale don Emanuele Carnevale e l’assistenza del procuratore fiscale don Bartolomeo Bongiorno, ed i punti che emersero  nelle sette testimonianze delinearono un racconto diverso e per molti punti contrastante con quello dato dai magistrati locali e fatto circolare nel regno. Queste testimonianze furono raccolte e sottoscritte quasi tutte il 26 gennaio salvo due che portano la data del 30. Il canonico don Gaetano Cirino, liparense  dichiarò di trovarsi la sera precedente nella piazza di Marina S. Giovanni e di avere sentito il Tesoriero ed il Cristò riconoscere che i ceci erano frutto della Mensa vescovile e malgrado ciò pretendere il diritto di “mostra”. Lo stesso negoziante Nicola Buzzanca, nativo di Gioiosa Guardia,  testimonia di avere avuta una discussione con i catapani che prima volevano fargli abbassare il prezzo e poi, convalidato quello esposto pretesero la “mostra” dicendo che non importava che fosse “robba del Vescovo”. Alla conversazione, riferisce il Buzzanca, era presente Francesco Conti di Giovanni, pubblico pesatore.  Iacopo Panitteri, liparese di 56 anni circa  affermò di essere stato per nove anni pesatore e certificatore delle decime quando era vescovo mons. Ventimiglia ed i legumi riscossi come anche le pere, le prugne, le mele i carciofi ecc. venivano venduti nei negozi cittadini senza mai pagare alcun diritto di mostra ai catapani. Anzi per alcuni anni egli esercitò anche l’ufficio di catapano e “mai si prese mostra delli frutti e legumi che solia vendere questa Mensa vescovale alle pubbliche apoteche”. Pasquale Benenati, liparense di 76 anni circa riferisce come negli anni scorsi avesse macellato alcuni vitelli dentro il Vescovato e li avesse venduti senza licenza dei giurati e dei catapani e senza diritto di mostra, come diritto di mostra non ha mai pagato per la vendita dei legumi raccolti nei terreni del vescovo, né ha saputo di altri che li hanno pagati.  Antonino Picone di anni 83,  mastro Gaspare Matracia e il canonico Antonino Gauteri, questi il 30 dicembre, dichiarano cose simili a quelle emerse nelle precedenti testimonianze. Il canonico Giacomo Zichitelli, infine, anche lui in una deposizione del 30 gennaio,  riferisce che  per quattordici anni fu procuratore della mensa vescovile col defunto mons. Ventimiglia, ed afferma che “ non si pagò mai alli mastri di piazza di suddetta Città, vulgo Acatapanij, dritto alcuno per ragione di mostra tanto nella vendita del formaggio quanto di qualunque cosa commestibile; anzi, quando si macellavano, d’ordine di Monsignore Ill.mo, nel suo Palazzo le vitelle, i mastri di piazza non s’ingerivano mai a tastare il prezzo d’essi quantunque si vendevano pubblicamente quanto in città quanto nel borgo, né a loro si dava cosa alcuna per detta causa”.

Bastarono le dichiarazioni del giorno 26 perché il vescovo ed il vicario generale giudicassero che ci fosse materia sufficiente per emettere, lo stesso giorno, nei confronti dei catapani un “monitorio[6]”,  nel quale erano chiamati, entro 24 ore, a discolparsi dell’accusa di aver ritirato “una aliquota – che dicesi di ragione di mostra –sui legumi che loro sapevano essere della Mensa Vescovile” pena la scomunica prevista per i violatori dell’immunità e della libertà ecclesiastica.

La risposta[7], stesa da mani esperte,  presentata entro i termini previsti, aveva tono di supplica, ma produceva delle affermazioni che contrastavano decisamente con le testimonianze raccolte dalla Corte vescovile. In essa i catapani riferiscono di essere stati chiamati dal Buzzanca per verificare e fissare il prezzo a “tumini dui di ciciri” e fu stabilito, tenendo conto delle spese, il prezzo di “grani otto il rotulo” e fu lo stesso bottegaio a richiamarli perché si pigliassero “ la mostra secondo il solito ed antichissimo costume dandoci ad ogn’uno mezzo rotulo di detti ciceri”. Solo la sera dello stesso giorno il Buzzanca disse al Tesoriero che i ceci erano del vescovo, il quale, “per atto di venerazione” pagò al bottegaio grani quattro per la mostra ricevuta e lo stesso fece il Cristò, per cui del tutto inaspettatamente il giorno 26 ricevettero il “monitorio”. I supplicanti affermano che non era loro intenzione portare pregiudizio al vescovo, non sapevano che i ceci fossero suoi e, saputolo, restituirono la mostra “per atto di venerazione, stante che tutti l’antecessori di V.S. Ill. delle robbe commestibili che hanno fatto vendere alle Piazze pubbliche sempre hanno ricevuto le mostre competenti alli Capitani passati per ragione di meta così di carne pecorina, formaggi, come pure di frutti si come V.S. Ill. dalli decimieri passati e da’altri antichi Mastri di Piazza si potrà informare, come pure dallo hortolani delli Predecessori di V.S. Ill. sempre si ha pagato tarì uno alli Catapani per aggiustarci la bilancia e pesi, ed anche le mostre delle robbe che vendevano, essendo tutto ciò fatto di verità spettandoci pro iure laboris e non per dazio”. Così hanno seguitato a fare i firmatari dell’esposto, ignari del diritto, seguendo “il solito ed inveterato stile e costume”.

Conclusione, gli scriventi non hanno commesso ombra di peccato e, non essendoci peccato, “non può giammai cascare Scomunica” da qui la supplica di compatire la loro ignoranza e di cancellare il monitorio.

Come si può ben notare i punti maggiormente controversi risultano, come si è già fatto cenno: il fatto che i catapani sapessero o non sapessero che i ceci erano della mensa vescovile;  la restituzione o meno  da parte dei catapani del diritto di mostra in natura o in denaro una volta appreso che i ceci erano del vescovo; l’affermazione che era costume che si pagasse il diritto di mostra ed altre prestazioni sui prodotti della mensa vescovile e che così avevano fatto tutti i predecessori del vescovo Tedeschi.

A leggere la risposta di Tesoriero e Cristò non può non emergere che il tentativo che si fa – e nemmeno tanto nascosto – è di fare apparire il vescovo non come colui che difende una prerogativa della sua diocesi sancita dalle consuetudini se non dalle leggi, ma come l’arbitrio di chi vuole imporre una norma nuova mai esistita e di volerla fare passare sulla pelle di due malcapitati che accetterebbero questa sopraffazione solo “per venerazione”. Cioè un vero e proprio capovolgimento delle ragioni e delle responsabilità. Infine, sembra di scorgere dell’ironia in quel: non c’è peccato e, non essendoci peccato, non ci può essere quindi scomunica. Un’ironia ed una impostazione che non poteva essere opera dei due catapani, modesti artigiani, ma svelava che vi era la mano sicuramente dei giurati che potevano avere, se non ideato, almeno cavalcata questa vicenda con l’obiettivo di colpire i privilegi della mensa e di costringere il vescovo, da quel momento in avanti, a sottostare agli obblighi fiscali comuni a tutti i cittadini.

Le controdeduzioni della corte vescovile[8] arrivano a tamburo battente, lo stesso 27 gennaio. La supplica contiene – è detto – molte cose false o del tutto inconsistenti nella sostanza. Le cose false riguardano l’accaduto perché sono smentite dalle testimonianze; quelle inconsistenti riguardano le consuetudini a cui i catapani si appellano sostenendo che non è mai esistita una esenzione per i beni della mensa vescovile. “Nel caso che potesse pur esserci qualche normativa o una qualche pretesa consuetudine, i Giurati o i Magistrati locali sarebbero tenuti – sotto la medesima pena di Scomunica latae sententiae – ad abolire immediatamente o, quanto meno, a dichiarare che ne restano escluse le persone ecclesiastiche e le loro cose”.

Quanto all’ignoranza che i catapani chiamano in causa a propria discolpa “il Vescovo fa sapere ad essi ed ai loro conniventi che questa pretesa ignoranza non li favorisce in alcun modo. Infatti dal processo e dalle testimonianze risulta evidente  che, se ignoranza ci fu, questa fu chiaramente un’ignoranza grossolana, premeditata, supinamente accettata e recitata, che non può assolutamente sottrarsi alla censura”.

La sentenza venne prorogata di tre giorni – come è detto nel comma conclusivo delle controdeduzioni - perchè, essendo giunta la notizia della vittoria dell'esercito di Filippo V, l'indomani si sarebbero tenute cerimonie pubbliche; inoltre perché il vescovo sperava ancora che gli accusati fossero in grado “ di addurre altri elementi più rilevanti senza che debbano essere ulteriormente ammoniti né ascoltati “.

Dei tentativi fatti dal vescovo per cercare di fare cambiare posizione ai catapani cercando di distaccarli dai loro “conniventi” se ne parla i in quel libretto anonimo – di cui abbiamo già fatto cenno – intitolato “Difesa della Verità a favore di Monsignor Tedeschi, Vescovo di Lipari” attribuito allo stesso vescovo. Un messaggero del vescovo andò dai catapani  perché recedessero dalla loro posizione . Ma essi risposero che non potevano perché “li Giurati cel proibivano[9]”. Altrettanto inutile risultò il tentativo di un canonico della Cattedrale di fare intervenire il governatore sui giurati.

Falliti questi tentativi, la mattina del 31 gennaio il vescovo fece suonare le campane a morto significando che era stata emesse la sentenza di scomunica “vitandi”  contro i due catapani  per avere “violato l'immunità e libertà ecclesiastica”. Questa sentenza – oltre che letta dal pulpito della Cattedrale in una chiesa gremita di folla curiosa -fu affissa, alla porta della stessa chiesa e della Madonna delle Grazie nella città alta e, nel borgo, alla porta  di San Giuseppe e nella pubblica piazza di Marina San Giovanni. Era la più dura censura canonica che si potesse comminare ed escludeva, chi ne era colpito, dalla conversazione, dal consorzio e persino dal saluto degli altri cristiani. E per lo stesso suono delle campane la curia volle tutelarsi mettendo agli atti due dichiarazioni, di un frate cappuccino e del canonico sagrestano della Cattedrale, che il ricorso alle campane era usuale per annunciare una scomunica.

 

La controversia dinnanzi al viceré ed a Roma

 

L'avvenimento ebbe grande ripercussione e clamore in tutta la Sicilia. Il giudice criminale d'intesa con il governatore e capitano d'armi ed i giurati – cioè tutte le autorità giudiziarie, militari e civili dell'isola – pensarono di ragguagliare subito il viceré don Carlo Antonio Spinola marchese di Balbasés. che, in quel tempo, risiedeva a Messina - accusando apertamente il vescovo di avere creato disordine nell'isola proprio in un momento così delicato giacché il regno era in guerra. Anche Mons. Tedeschi  scriveva al viceré il 3 febbraio affermando che la scomunica non aveva creato il minimo disagio e rincarava le rimostranze nei confronti dei catapani e dei magistrati liparesi giudicati avversari della sua chiesa. Lo informava inoltre che avrebbe inviato don Giuseppe Todaro che, a voce, avrebbe meglio spiegato i fatti.

La risposta del viceré non si fece attendere: convocava il vescovo a Messina e autorizzava i catapani a ricorrere al Tribunale della Monarchia per farsi sciogliere dalla censura. Ma ancora prima che fossero giunte a destinazione queste disposizioni il can. Todaro si mobilita. Decide di partire per Messina la sera del 5 febbraio con un gruppo di preti e di chierici.

Messina, primi del Settecento

Siccome a Lipari – essendo periodo di guerra – c'è il coprifuoco e non si può lasciare l’isola di notte senza un permesso del capitano d'armi, i passeggeri si fanno passare per pescatori.  Ma i magistrati di Lipari mangiarono la foglia e così quando il nostro canonico si presentò al viceré questi era già stato informato del suo comportamento e dopo averlo rimproverato lo fece mettere agli arresti nel carcere della cittadella di Messina. E’ la scena che Sciascia descrive nell’atto primo della sua Rappresentazione.

In carcere il can. Todaro ci rimase poco perchè fu subito scarcerato, non appena il vescovo Tedeschi andò a Messina ed ebbe modo di dimostrare al segretario del viceré che a Lipari era consuetudine che gli ecclesiastici potessero allontanarsi anche senza autorizzazione e d'altronde il canonico era andato a Messina per presentarsi al viceré, cosa che aveva fatto immediatamente . Così il vescovo convinse il segretario anche della inconsistenza di quelle accuse che sostenevano aver lui arrecato, con i suoi provvedimenti, disordine nell'isola e quindi pericolo per gli abitanti.

Ma se l'atmosfera fra Mons. Tedeschi e il Viceré si rasserenò, tanto che l'incontro che poco dopo avvenne si aprì in un clima di cordialità, questo non indusse il vescovo ad essere più morbido ed a fare un passo indietro sul tema della scomunica. Ed il viceré dovette contentarsi di lasciare il vescovo “nella sua ostinata durezza[10]”.

Intanto a Palermo il Giudice del Tribunale della Regia Monarchia, conte Francesco Miranda, il 6 marzo 1711, accogliendo il ricorso dei catapani, firmava un decreto assolutorio “ ad cautelam” in attesa della sentenza definitiva. Furono gli stessi catapani a recapitare questo decreto alla Gran Corte Vescovile di Lipari con l'ordine di rimettere a Palermo l'intero carteggio del processo. In assenza del vescovo il can. Emanuele Carnevale ritenne di dovere ottemperare alla richiesta. Bastò questo perchè Mons. Tedeschi lo sollevasse dall'incarico ed al suo posto nominasse il can. don Diego Hurtado.

Il vescovo respinse il decreto assolutorio considerandolo nullo  ma non si appellò al Tribunale della Monarchia perchè lo riteneva illegittimo. Anzi, a suo avviso, l’assoluzione cautelare dei catapani da parte del Tribunale  della Regia Monarchia rappresentava una ulteriore prevaricazione nei confronti della chiesa liparese perché  ignorava o fingeva di ignorare che questa dipendeva direttamente ed esclusivamente dalla S.Sede.

Scrisse invece al papa ed al re di Spagna sperando in un intervento di sostegno e di difesa. Ma il tempo passava e risposte alle sue lettere non ne giungevano. Che non rispondesse il re poteva anche comprenderlo pensando che questi era stato informato già dal viceré e quindi non fosse ben disposto nei confronti delle sue ragioni. Ma il papa? Il papa che si era raccomandato con lui di non transigere sui diritti della Chiesa…. Sicuramente la lettera non gli era pervenuta.

E’ a questo punto Mons. Tedeschi fa due passi decisivi: prende contatti con gli altri vescovi della Sicilia per valutare insieme gli sviluppi futuri della vicenda; attende di ottenere un passaggio in nave per recarsi a Roma di persona dal papa. Ha così contatti epistolari con i vescovi di Girgenti, Mazara e Catania ed ai primi di giugno, col permesso del viceré, si imbarca su un galeone pontificio diretto a Civitavecchia.

Intanto il 31 maggio il Tribunale della Monarchia di Palermo aveva emesso la sentenza definitiva che aveva annullato la scomunica contro i due catapani e  il 15 agosto, mons. Tedeschi, si fa rilasciare dalla S. Congregazione dell'Immunità ecclesiastica un rescritto di annullamento di questa sentenza “per difetto di giurisdizione”. Il rescritto va però oltre l'annullamento della sentenza ed afferma che “non è permesso né a Cardinali legati a latere, ne alli Arcivescovi, Vescovi, Ordinari de' luoghi, né a qualunque altro Tribunale... di concedere assoluzione alcuna, anche con reincidenza e a cautela, delle censure riservate al Sommo Pontefice”. In discussione non c’era più solo il caso di Lipari e lo speciale statuto di questa diocesi ma, di fatto, lo stesso Tribunale della Monarchia.

La corte pontificia di Clemente XI

Copia autentica del foglio venne spedita al canonico Hurtado a Lipari perchè l'affiggesse alla porta della Cattedrale e “ai cantoni soliti”. Il povero vicario capì subito quali sarebbero state le conseguenze e tentennò molto ad eseguire la disposizione. Finalmente si convinse la notte del  2 novembre 1711. L'affisse di notte ed al mattino non c'era più perchè il capitano d'arme lo fece ritirare osservando che era privo del regio “exequatur”. Ci riprovò il successivo 2 dicembre e non ebbe miglior successo.

Il 4 dicembre fece sospendere la celebrazione della Messa perchè in chiesa c'erano i due catapani scomunicati e la stessa cosa ripetè il 25 dicembre, giorno di Natale, facendo per giunta ammantare a lutto la porta di S. Maria delle Grazie.

Fino ad allora, tutto sommato, la sfida fra istituzioni era rimasta circoscritta alla diocesi di Lipari e fu per questo che a Palermo si pensò di recidere il male alla radice intervenendo drasticamente nell'isola. Il giudice della Monarchia inviò un suo delegato speciale, il canonico don Vincenzo Aucello col preciso mandato di procedere contro coloro che avevano violato “le Regalìe Sovrane e ...ridare la tranquillità seriamente turbata in quelle isole”e, quindi in pratica, dimostrare e convincere i liparesi che, con l’assoluzione del Tribunale della Monarchia, i catapani non erano più scomunicati.

Il 21 gennaio del 1712 Aucello giunge a Lipari e non essendo riuscito a trovare il can. Hurtado il giorno 24, seguito da famigli venuti con lui da Palermo e da una discreta folla di curiosi isolani,  andò alla chiesa di S. Maria delle Grazie e vi celebrò messa alla presenza di Tesoriero e Cristò. Poi cominciò a fare pressioni sul clero. Il giorno dopo costrinse il guardiano dei cappuccini a celebrare messa nella stessa chiesa alla presenza ancora dei due catapani.[11] Ma la maggior parte del clero si mostrò fedele al vescovo.

E così a Lipari nacquero due partiti anche se c’è da dire che il popolo osservava questi eventi più con curiosità che con turbamento, ed anzi ci prendeva gusto al dissidio ed ironizzava su di esso. Chi stava col vescovo era chiamato – con convinzione, ironia o disprezzo a seconda di chi lo pronunciava - osservante, curialista o pontificio mentre chi stava con Palermo – e fra il clero erano pochissimi – inosservanti, o regalisti o patriottici.

Alla sfida di  Aucello rispose Hurtado interdicendo la chiesa delle Grazie in attesa di altri provvedimenti che avrebbero preso il vescovo e Roma.

  

Chiesa della madonna delle Grazie al Castello

In quei giorni i Liparesi poterono assistere a sfide inconsuete fra l'Aucello e l'Hurtado che passavano per le strade di Lipari, ciascuno con un codazzo di sostenitori, preceduti ognuno da un mazziere in livrea che teneva in bella vista la mazza d'argento simbolo del potere.



[1] Di parte “regalista” abbiamo in particolare la già citata “Veridica Relatione e confronto de’ procedimenti delle due corti di Roma e Sicilia nelle note vertenze per fatto del Tribunale della Monarchia”, pag. 7 e seguenti , e il manoscritto “Delle Vertenze fra la Corte di Roma ed il Governo della Sicilia” che si trova nella Biblioteca Universitaria di Messina e che parla del fatto di Lipari proprio all’inizio della Parte Seconda del Tomo Primo, pp.56 e seguenti.. Per la parte “curialista”, oltre al già citato libretto “Difesa della Verità…”, anonimo e senza luogo e data di pubblicazione ma attribuito a Mons. Tedeschi stesso, vi sono i documenti del processo che insieme al decreto assolutorio del conte Francesco Miranda, giudice del Tribunale della Regia Monarchia, si trovano nell’Archivio Vescovile di Lipari, Carpetta 25 Processi Civili.

[2]Delle Vertenze fra la Corte di Roma et il Governo della Sicilia”, Tomo Primo Parte Seconda, pag.57. Anche “Veridica Relatione…”, pag. 7

[3]Delle Vertenze...”, pag. 58-59.

[4]Veridica Relatione…” pag. 7

[5] L’originale del verbale di 12 fogli è conservato nell’Archivio Vescovile di Lipari, carpetta 25,  Procedimenti Civili.

[6] Il monitorio presente nel verbale è in latino, noi abbiamo fatto riferimento ad una traduzione del prof. Giuseppe Iacolino nel dattiloscritto “La Chiesa cattedrale di Lipari” Quaderno IIIA. Da Mons. Tedeschi e la Controversia Liparitana fino alla morte di Mons. Platamone (1733), pag. 98g.

[7] Nel  verbale dell’Archivio Vescovile manca l’originale di questa risposta ed essa risulta solo in copia priva di destinatario, di firma e di data.

[8] Le controdeduzioni nel verbale presente in Archivio vescovile sono presenti solo in minuta.

[9] Anonimo, Difesa della verità a favore di Monsig. Nicolà Maria Tedeschi, pp 11-12.

[10] Anonimo, Difesa della verità, op.cit., pp. 15-16.

[11] Vedi documento pontificio a stampa su un solo foglio  del 18 giugno 1712. “Clemens Papa XI. Ad futuram rei memoria”, Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, St. St.  D2 d bis.

 

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