La creazione della municipalità a Lipari

Lo strutturarsi della municipalità in Sicilia

L'antico palazzo vescovile oggi sede del Museo archeologico

Nel periodo che va dal XIII al XV secolo, il fuoco della nostra storia delle Eolie non sta più nelle vicende della diocesi  quanto nello strutturarsi della municipalità nell’ambito di un processo che investe tutta l’Europa, a partire dal secolo XI, e che ha il suo dinamismo nell’urbanesimo e nell’emergere di nuovi  ceti  sociali in particolare nelle realtà urbane. Continuerà la signoria feudale dei vescovi nell’ambito del regno che vedrà succedere agli svevi prima gli angioini e poi gli aragonesi, ma andrà maturando ed emergendo, all’interno di questo potere, una autonomia richiesta dalla società civile.

“Il Comune – osserva Mario Ascheri[1] - non fu voluto né dall’impero né dalle sue autorità locali legittime – vescovi, conti, marchesi - ; non ebbe un ordinamento calato dall’alto, ma fu una creazione nuova, autonoma venuta su dal basso tra mille difficoltà, passo dopo passo, anche in modo inizialmente provvisorio, a tempo, e che peraltro non potè che legittimarsi da sé, come avviene per ogni fatto rivoluzionario”.

Da noi, a differenza di quanto avvenne ad esempio in Lombardia, non si trattò di autodeterminazione politica sull’onda di un conflitto, più o meno cruento, con i poteri costituiti come l’Impero,  ma piuttosto del manifestarsi di una autonomia che portò – sostanzialmente in accordo col vescovo ed il re quando non addirittura da questi promosso - ad un autogoverno dei problemi cittadini in relazione ad attività che integrano quelle previste dall’ordinamento, rimediando alle sue carenze.

Vero è, come abbiamo visto nel capitolo precedente, che nel 1199 il vescovo Stefano deve piegarsi alle proteste dei possessori dei terreni in enfiteusi di Salina ed Alicudi che richiedevano la concessione libera e gratuita di questi. Ma, per quello che sappiamo, siamo in presenza qui di un conflitto circoscritto ed eccezionale che proprio per questo viene registrato dal Campis. Un conflitto che, per’altro, ben presto rientra col pentimento di chi l’aveva promosso.

Ben più interessante è il documento che ci parla del giudizio, sempre del vescovo Stefano, tenuto a Lipari nel marzo del 1190 contro dei razziatori di falconi che conferma la presenza nell’isola di uno stradigoto e di un certo numero di incaricati di avanzare richieste di natura amministrativa alla corte di giustizia del vescovo e verosimilmente anche alla corte del re quando il contenzioso investe lo stesso prelato, come emerge da un altro documento del settembre del 1191 riguardante gli abitanti di Patti a proposito dei terreni di Librizzi. Da questi documenti si palesa che già sul finire del XII secolo si ha nell’ambito del vescovato di Lipari- Patti, la “presenza di un ceto di piccoli proprietari e operatori locali impegnati attivamente nell’esercizio di diritti elettivi e nella conquista di spazi autonomi di governo”[2] .

Difficile è però parlare, a proposito di questi,  di organismi municipali in qualche modo distinti dagli uffici del Vescovo.

 

Federico II e i "giurati"

 

 Per tutta la durata della dinastia normanna e nei primi decenni della dominazione sveva (sino al 1230) non ebbero, infatti, i comuni siciliani organismi che fossero abilitati a deliberare in piena autonomia nell'interesse della collettività. Bisogna giungere all'avvento dell'imperatore Federico II (1198 – 1250)  - primo re di Sicilia di questo nome – perchè si riscontri il termine “giurato”. Fu il titolo che si cominciò a dare a taluni boni homines de melioribus terrae, i quali scelti dal re stesso e dopo aver giurato sui Vangeli fedeltà alla corona, assumevano precise minute incombenze da espletare nell'ambito delle singole terre e città: di polizia monetaria, di repressione delle frodi mercantili, di vigilanza sulla corretta applicazioni delle consuetudini. Di giurati a Lipari si parla in documenti del 1222 e del 1231[3].

Federico nel 1231 – dopo aver ristabilito la pace col papa ed avere ricondotto sotto la sua autorità i baroni ed i saraceni - emana le Costituzioni di Melfi, chiamate anche  Liber Augustalis[4].  Come per Federico anche su queste Costituzioni abbiamo giudizi contraddittori. Per qualcuno siamo di fronte a leggi del primo stato moderno d’Europa[5], per altri invece di fronte ad “una combinazione ben dosata di fonti romane, canoniche e feudali”, ma sostanzialmente prive di originalità[6]. E’ certo comunque che si tratta del primo grande codice del Medioevo che introduce nella legislazione, pur fra contraddizioni ed una forte tendenza centralistica, elementi di modernità. Infatti, Federico superando la concezione feudale germanica, ritorna alla tradizione romana affermando l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; elimina il potere dei baroni, del clero e delle città, e tutte le funzioni giuridiche ed amministrative vengono esercitate dal re per mezzo di una organizzazione burocratica centrale, posta alle sue dipendenze; i magistrati sono stipendiati dallo Stato ed eletti per un solo anno, salvo riconferma; per garantire gli introiti necessari alla vita del regno crea un saldo sistema finanziario, basato sulle imposte dirette, con organi incaricati della riscossione; organizza inoltre un esercito regolare di saraceni, per non dipendere dai baroni e dai comuni che spesso si sottraevano agli obblighi di fornire la milizia.

Gli organi centrali sono il Sovrano, i grandi ufficiali della Corona, la Magna Curia ed il Parlamento. Al vertice sta il re, il solo che possa fare le leggi, dal momento che il suo potere gli deriva direttamente da Dio. Al suo fianco stanno i grandi ufficiali della Corona, i moderni ministri con funzioni ed attribuzioni ben definite. I ministri non sono scelti tra i nobili feudali, come avveniva in passato, ma tra la gente di cultura, come notai e giuristi. La Magna Curia, rappresenta la Suprema Corte di Giustizia, con funzioni ispettive e di controllo su tutti i funzionari. Il Parlamento, infine, era un’assemblea generale alla quale potevano partecipare, i feudatari, i rappresentanti delle Università, ed i Comuni demaniali, per essere messi a conoscenza delle leggi promulgate dal sovrano e non per discuterle od approvarle. Potevano però fare presente eventuali necessità.

Ai Parlamenti generali o Curie, fanno riscontro le assemblee provinciali, presiedute da un giustiziere.

Statua di Fedeirco II

I comuni aspiravano evidentemente ad avere una certa autonomia, come le città dell’Italia settentrionale; ma Federico non poteva certo concedere alle città siciliane l’autonomia che vantavano i comuni del nord che andava combattendo. Pur tuttavia non poteva ignorare le istanze di autonomia che si andavano diffondendo col rischio che se ne facesse portatore, in contrapposizione a lui, il papa che rivendicava la signoria sul regno di Sicilia, così  volle che nei più importanti centri abitati del regno si desse vita ad un sistema amministrativo municipale stabile e confortato dai crismi del diritto pubblico caratterizzato da tre  giudici e sei notai. I notai, come i baiuli ( funzionari regi a cui spettava di deliberare circa le lamentele contro i feudatari; una figura introdotta nella Francia del nord sul finire del XII secolo) erano allora considerate non come attività autonome a sé stanti ma componenti del corpo municipale. I notai fungevano da consulenti legali accanto ai giudici e così anche i baiuli se preparati culturalmente.

 

Il formarsi delle istituzioni municipali a Lipari

 

Fino a qualche anno fa non era possibile sostenere che a Lipari fosse stato attivato, secondo le disposizioni di Federico, un corpo municipale. E’ solo nel 2002 che il prof. Iacolino[7] viene in possesso, nella sua integrità sebbene si tratti di un trascritto, di un documento – un atto notarile – del 22 maggio del 1246 in cui nell'intestazione può leggersi: “Noi Bartolo de Bruno, Amico de Aldimerio, Benedetto de Maracita, giudici di Lipari,....”. Sempre questo documento ci dice che a Lipari c’è anche il baiulo di cui si fa il nome, Andrea Saurano, ed il notaio che però è morto e viene sostituito, nella redazione del verbale, da un notaio messinese. La presenza di questi funzionari non intaccavano il potere del vescovo giacchè venivano da esso nominati come risulta da un documento contenuto nell’Archivio Capitolare di Patti  riguardante il vescovo Bartolomeo di Lentini  dove è detto espressamente che egli “creò e istituì il baiulo, i giudici, gli avvocati, gli accattapanos, e gli altri ufficiali della città di Patti” e che questi ufficiali prestarono al vescovo giuramento di fedeltà. E se questo avveniva per Patti doveva, ugualmente, avvenire per Lipari.Il documento aggiunge che questa prerogativa di creare ed istituire gli ufficiali di città era stata anche dei predecessori di Bartolomeo.[8]

La figura del baiulo, che sovraintende alle funzioni giudiziarie, non intacca, ripetiamo, le prerogative del vescovo e della sua curia ai quali rimangono, come vedremo, un’ampia competenza.. Inoltre spettavano al vescovo la maggior parte delle cause dette di “misto foro” di cui parleremo più avanti..

Probabilmente, ritiene Iacolino, risale ai primi decenni del XIII secolo la creazione dello stemma civico cittadino[9] che riproduce il castello con le tre torrette allora esistenti e l’immagine di S. Bartolomeo sulla porta del Castello.

Più, tardi, presumibilmente nella prima metà del XIV secolo a Lipari compaiono anche i giurati, accostati o subordinati ai giudici.  Si trattava di una figura  che aveva istituito Federico nel 1222, ancor prima delle Costituzioni di Melfi, con una ordinanza per le città di una certa importanza.  Si trattava di scegliere due o più boni homines da affiancare ai giudici per controllare la qualità e i prezzi di generi alimentari in vendita,  di indagare sulle frodi monetarie, di verificare la “legalità” dei prodotti farmaceutici e sciroppi. Siccome queste persone giuravano prima di affrontare il loro incarico vennero chiamati giurati. Di fatto i giurati godevano di pari dignità dei giudici infatti alcune lettere redatte da Federico d’Aragona e dai suoi funzionari fra il 1355 e il 1356 sono indirizzate ai giurati ed ai giudici della Città di Lipari.

Nel corso del XIV secolo i compiti dei giurati furono trasferiti ai catapani, chiamati a svolgere pressa a poco la funzione che hanno oggi i vigili urbani, mentre furono i giudici a chiamarsi giurati ed infatti solo ai giurati di Lipari si rivolge una lettera della Curia reale del 6 maggio 1392.[10]

 

Lo stemma civico di Lipari

La competenza del vescovo nella nomina di questi funzionari dovette durare forse fino alla fine del XVI secolo. Abbiamo un riscontro storico del 1618 che ci informa che la loro elezione era passata  all'assemblea popolare e cioè ai  nobili e ai possidenti, mentre al vescovo era riservata soltanto la scelta del candidato del baiulato.[11].

E’ importante capire quando si ha il passaggio dell’amministrazione cittadina, almeno per alcune importanti funzioni, dalle mani degli officiali regii a quelli di organi elettivi[12], perché a questo processo è legato un importante salto di qualità nella universitas ed il delinearsi di un ceto medio che diventa classe dirigente. Inoltre questo processo a Lipari risulta più complicato perché fra il re e l’universitas c’è il ruolo e la figura del vescovo che assomma in sé alcuni compiti del re ed  essendo  figura prossima alla comunità ritarda in qualche modo anche il processo di crescita autonoma della universitas.

L'incipit del documento del 1246 citato da Iacolino e ripreso dal suo libro.

“Consuetudini, privilegi, fiscalità locale, istituzioni elettive divenivano il nucleo di identità cittadine che esercitavano un controllo sul territorio, contendendolo all’aristocrazia fondiaria , e si esprimevano essenzialmente intorno a un ceto dirigente composito ma che si presentava collettivamente come espressione della città. L’apparato istituzionale della città rappresentava il luogo in cui questo certo eminente si cristallizza e si aggrega”[13].Questo apparato varia di luogo a luogo e da luogo a luogo variano le competenze ed i poteri delle specifiche figure[14]. Comunque in genere la nuova élite cittadina espressione della universitas è formata dal baiulo ( a Lipari abbiamo visto che il baiulo è nominato dal vescovo fino al XVII secolo) , da un gruppo di giudici e da giurati elettivi, da funzionari subalterni , nominati permanentemente o ad hoc  per lo svolgimento di compiti specifici: sindaci (ambasciatori), notai degli atti della curia baiulare, tesorieri e razionali creati per diversi compiti che andavano dalle costruzioni delle mura all’annona. In questa élite in senso lato rientrano pure gli appaltatori delle gabelle cittadine, i veri arbitri della fiscalità e del debito pubblico della città[15].

Col tempo una certa dialettica si crea fra i dirigenti espressioni della universitas e quelli espressione dell’autorità regia ed in particola con il capitano regio. Il capitano regio, titolare della giustizia criminale, era depositario di un potere di enorme rilievo, e per questo i dirigenti locali tendono a limitarlo chiedendo al sovrano o un controllo maggiore sul suo operato o di circoscrivere la  sua autorità. Più tardi si chiederà che la carica vada ad uno del luogo[16].Nelle realtà, come Lipari, in cui il baiulo non era elettivo esso non assumeva il ruolo di coordinamento della curia civile, ed il ruolo preminente nella rappresentanza della comunità veniva assunto dai giurati quando con Federico III nel 1312 viene affermata la loro designazione per elezione.

 

Il complesso rapporto fra poteri: vescovo, amministratori locali, autorità regia.

 

Si è detto che il rapporto fra i poteri a Lipari risulta più complicato ed in qualche modo anomalo per la particolare autorità del vescovo che  “gioca un importante ruolo di mediazione istituzionale con evidenti riflessi nella gestione del governo locale”[17]. Questo si rivela in particolare sul piano giudiziario.

Come abbiamo visto ai giurati spettava – soprattutto quando sono divenuti organi elettivi – la rappresentanza ufficiale della città, l’amministrazione locale degli uffici e del patrimonio, nonché l’esercizio della giurisdizione civile attraverso una corte presieduta dal baiulo con l’assistenza di un giudice assessore. La corte capitaniale, presieduta dal capitano d’armi o governatore, anch’esso provvisto di un giudice togato, esercitava la giurisdizione penale: un fiscale svolgeva le funzioni di pubblico accusatore nei procedimenti ex officio, notai e maestri d’atti curavano la redazione formale dei processi, i serventi avevano funzioni esecutive e di notifica degli atti giudiziari. Infine vi era la curia vescovile che in qualche modo incideva sulle due corti laiche. Nell’ambito della giurisdizione civile, essa era titolare per antico privilegio del diritto d’appello sulle cause decise dalla corte baiulare e, per suo tramite, le cause potevano in ultima istanza essere trasmesse al Sacro Regio Consiglio presso la corte. Riguardo alla giurisdizione criminale la giustizia ecclesiastica si interessava degli ecclesiastici in senso lato comprendendo familiari e servi; tutte le cause in cui veniva coinvolto in qualche modo un appartenente al foro ecclesiastico ed infine, come abbiamo detto,le cause mixti fori[18] cioè reati che riguardavano sia il codice civile sia quello ecclesiastico come il concubinato, la bigamia, l’adulterio, lo stupro, l’incesto, il lenocinio, le pratiche superstiziose, la bestemmia e persino gli approcci amorosi e lo stesso bacio che finiva coll’assumere la figura di promessa di matrimonio. Proprio queste cause di “misto foro” finiranno – quando con gli spagnoli verrà creata la figura del capitan d’armi e di giustizia – col dar luogo a diversi conflitti di competenza fra questa nuova figura e la curia vescovile[19]..

Sin dalle sue origini e per oltre cinque secoli, il corpo dirigente municipale occupò, in locazione, un paio di vani terranei del vecchio Palazzo Vescovile attiguo alla Cattedrale. La sede si chiamò tocco, dal termine greco thòkos significante il seggio o lo stare a sedere in consiglio. Si andò avanti così per secoli, “in una condizione intermedia di compromesso, di scontro e di confusione - commenta Iacolino[20] - in cui non si  saprà veramente entro quali spazi di libertà e di movimento dell’organismo comunale fosse consentito di agire”. Fu solo ai primi del settecento che il Comune ebbe una sua sede autonoma. Probabilmente i locali in dotazione al comune non dovevano essere molto ampi e a Lipari il consiglio pubblico, talvolta, si teneva nella spianata della Marina di San Giovanni, come accadde nel 1484,  quando si dovette nominare un console per Lipari nella città di Siracusa, o nella piana della Civita  o anche nella Cattedrale che allora aveva una sola navata e le dimensioni, rispetto ad oggi, erano più ridotte. E’ dal verbale di questa seduta si evince che il titolo di giudice era passato a designare tre nuove figure del governo municipale: i tre assistenti del baiulo nelle funzioni di giudici togati. Risulta altresì che uno dei tre giurati e due dei tre giudici dichiarano di non sapere scrivere.

Alle sedute partecipava di diritto il baiulo e quando si dovevano discutere problemi gravi si chiamavano una decina di cittadini ,”uomini veterani” e “mercanti cittadini” – che in qualche modo prefiguravano il futuro consiglio comunale.



[1] M. Ascheri, Istituzioni medioevali, Bologna 1994, pag. 209.

[2] L. Catalioto, op. cit., pag. 133.

[3] G. Iacolino, Le isole Eolie…, op.cit. pag. 205-206; G. Iacolino, La fondazione della Communitas eoliana…, op.cit. pagg. 53-55;  G. Iacolino, Le isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite. Dalla battaglia di Lipari del 1339 alla vigilia della “ruina” del 1544, Lipari 2007, pagg.  5-11.

[4] M.Fumagalli Beonio Brocchieri, Federico II. Ragione e fortuna, Bari, 2004.

[5] E.Kantorovicz, Federico II imperatore, Milano 2000.

[6] D. Abulafia, Federico II. Un imperatore medioevale, Torino, 1990, pag. 167.

[7] G.Iacolino, Le isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite. Dalla battaglia di Lipari del 1339 alla vigilia della “ruina” del 1544, Lipari, 2007, pagg. 5-58.

[8] G. Iacolino, op.cit., pag. 14-15. G.C. Sciacca, Patti e l’amministrazione del Comune di Patti nel Medio Evo, Palermo 1907, pp.226-7.

[9] Idem, pag. 13.

[10] Idem, pag. 50.

[11] Idem, pag. 50-51; G. La Rosa, Pijrologia Topostorigrafica delle Isole Eolie, a cura di A. Adornato, Lipari 1997, Vol.II, pag. 25 e ss.

[12] F. Calasso, La legislazione statutaria dell’Italia meridionale. Le basi storiche. Le libertà cittadine dalla fondazione del regno all’epoca degli statuti, Roma, 1929 (ristampa anastatica Roma 1971), pp.175 e ss.; L. Catalioto, Il medievo: economia, politica e società., in F.Mazza, Messina. Storia.cultura,economia, Soveria Mannelli, 2007, pag. 81-82.

[13] P. Corrao, Città ed élites urbane nella Sicilia del tre-quattrocento, in  Revista d’Historia Medioeval, n. 9, pp 176-7.

[14] F. Titone, Istituzioni e società urbane in Sicilia, 1392-1409, Storia e società, n.105, 2004, pp469 e ss.

[15] P.Corrao, op.cit., pag. 177.

[16] F. Titone, op.cit., pag. 470.

[17] F. Vergazza, Società e giustizia nelle isole Eolie ( secc.XVI-XVIII). I processi penali della Curia Vescovile di Lipari, Soveria Mannelli, 1994, pag. 11.

[18] Idem, pp 11-12.

[19] G. Iacolino, op. cit., pag. 51.

[20] G.Iacolino, Le isole Eolie, II, op.cit., pag. 343 .

 

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