La difficile ripresa

Un ripopolamento alla "Far West"

 

All’indomani del sacco, Lipari  riprende lentamente la sua vita. Ha due grossi problemi da affrontare: il ripopolamento e la ricostruzione  e cioè riparazione del castello e espansione della città.

Il re – che, come abbiamo visto, è stato pronto nella risposta anche  su sollecitazione del marchese di Terranova - manda, di concerto col viceré di Napoli, il Comandante Consalvo de Armella , che si fermerà a Lipari dieci anni dal 1544 al 1554. Il comandante avrà ”ampla potestate et autoritate di far quello che li piacesse circa la rehabitazione di deta cità[1]”.

Già nel 1545  giunge anche una guarnigione spagnola – che nel 1544 è di cinquanta uomini ma al censimento del 1610 conterà, nell’insieme, comprese le famiglie, più di 250 persone - che risiederà stabilmente al Castello. Inoltre il Viceré di Napoli, il 21 gennaio del 1546, per aiutare il ripopolamento dell’isola, confermava, a nome del re, a chi fosse andato ad abitare a Lipari i privilegi, le grazie le franchigie e le immunità che in passato erano state concesse all’isola e questo favorì l’immigrazione dalla Sicilia, dalla Calabria e anche da diverse città italiane[2].Di più fu garantito anche  il non luogo a procedere per chi aveva conti in sospeso con la giustizia[3].

Si tratta di un chiaro contributo ad un ripopolamento realizzato senza andare troppo per il sottile e quindi a una sorta di Far West, come è stato detto. Un notevole flusso migratorio quindi si concentra su Lipari per far fronte al vuoto creato dalla deportazione. Il movimento vorticoso durò circa un secolo e mezzo e attrasse genti dalle località più vicine, ma anche da territori più lontani. Nel 1693 Pietro Campis afferma che gli abitanti erano giunti a circa diecimila e “alla giornata si va sempre accrescendo[4].

Le fonti liparesi danno molte informazioni sulla “qualità” degli immigrati. Molti sono mascalzoni, molti fuggono da situazioni tragiche, ma c’è anche gente intraprendente che spera in una promozione sociale.

“Lipari all'indomani del sacco e dello svuotamento si presenta come una terra delle opportunità, ma non soltanto da chi fugge da condizioni di non sufficiente garanzia di sopravvivenza, come pure è facilmente presumibile nella Sicilia del 500. Spesso si tratta di singoli o di famiglie che , cercando fortuna altrove e avendo una “preparazione” emigrano definitivamente a Lipari, dove trovano spazio per la qualificazione del loro mestiere”[5]. Così ai superstiti, via via si aggiunsero famiglie siciliane, calabresi, campane e la colonia di spagnoli rappresentata dai militari e dai loro familiari  e che spesso crea dei problemi di conflitto con le autorità ed i comuni cittadini[6]. Molti di questi si sposano con eoliane ed una volta terminato il servizio rimangono nell’isola dando origine a quei cognomi chiaramente spagnoli che ritroviamo ancora oggi[7]

Ripopolamento forte ma non stravolgente

 

Il primo censimento compiuto dopo la “ruina”, come vedremo nel 1610, dice che gli abitanti  residenti nelle Eolie, compresi gli ecclesiastici, sono 2384. Sono passati sessantacinque anni dalla grande tragedia e quindi hanno fatto a tempo a nascere i figli dei figli, e gli “oriundi”, cioè persone che o erano di Lipari  o avevano anche un genitore che lo era, assommavano a 1200. “Nel ripopolamento di Lipari, dopo il sacco del 1544, vi fu, quindi, - commenta Angelo Raffa[8] - un profondo rinnovamento di stirpi, ma esso si innestò su un ceppo principale indigeno, che costituisce ancora elemento forte di continuità con la storia demografica isolana”. Il ripopolamento, quindi, fu forte ma non stravolgente.

I lavori per riparare e potenziare il castello cominciarono nel 1547 ma durarono a lungo anche se il grosso fu realizzato in due anni  su progetto di Iacopo Malerba e la direzione dei lavori di Giovanni Andrea di Ferrara. Nel 1634 non erano ancora ultimati, tanto che il vicerè di Palermo, chiede al nuovo direttore dei lavori, Vincenzo Tudeschi, di ultimarli con urgenza  perché la struttura minaccia di rovinare “per aversi differito tanto tempo a dar principio a ditta fortificazione[9].

La chiesa di San Francesco detta di Sant'Antonio

Abbiamo detto che una delle prime cose che Carlo V decise e che il capitano Gonzalo de Armella realizzò, insieme alla riparazione delle mura,  fu quello fu di “spianare tutto il borgo cosiché le mura potessero dominare scopertamente  la campagna[10]”. E questo perché non era solo considerato insicuro e pericoloso per abitarvi ma rappresentava anche un pericolo perché si poteva dare riparo ad eventuali attaccanti, come era avvenuto per il Barbarossa. Ma dove mandare ad abitare la gente di Lipari? Probabilmente per i primissimi tempi, fin quando la popolazione fu sotto i duemila abitanti, la questione non si pose, ma via via che l’opera di ripopolamento andava avanti non era pensabile che tutti potessero risiedere dentro le mura del castello. Ha inizio così un braccio di ferro fra le disposizioni delle autorità regie ed i comportamenti della gente spesso col beneplacito delle autorità cittadine. Da una parte si continua a ribadire il divieto - “non ardisca ne presuma piantare  vite, ne fabbricare in modo alcuno in lo burgo in fronte la chiesa di S.to Petro in contro allo spontone né in altra parte intorno alla muraglia di questa città”[11] -  e dall’altro lo si contravviene. E non giovano nemmeno le sanzioni che vengono poste come  nel 1606 “sotto pena, per i nobili, di cinque anni di esilio dall’Isola e onze cinquanta da pagarsi per la regia fabrica, e, per i non nobili, sei anni al remo sulle galere[12], o nel 1647 quando si vuole privare - chi abita fuori della mura - del diritto di voto e dei privilegi[13] o di nuovo si ribadisce, nel 1687, il pagamento di 50 onze di multa a chi vi abita senza permesso[14]. Così nel censimento del 1653 su 4480 abitanti  ben 2406 abitavano “nel burgo e nelle marine”[15]. Nel 1653 però apprendiamo che nel borgo operano sei mulini e se ne autorizzano altri quattro, mentre alle due botteghe di alimentari se ne aggiungono altre due [16]. Eppure nel 1685 prima e nel 1687 ancora, il conte di Santisteban esprime grande meraviglia e chiede come sia possibile che. “senza espresso ordine nostro” , sorgano fuori dalle mura tante costruzioni[17].  Segno questo che qualche volta le autorità locali – come si è accennato - si mostravano comprensive. Daltronde come avrebbero dovuto fare i liparesi?

Duca d'Alcalà

Nel 1634 tramite i giurati avevano ripescato l’antico progetto di costruire sulla Civita, giudicato luogo più atto e sicuro da abitare, ed i giurati avevano inviato una supplica al duca di Alcalà.[18] Il consenso è ottenuto ma questo non blocca le costruzioni nella marina di San Giovanni che finisce col rappresentare il collegamento fra la Maddalena ed il quartiere di S.Pietro. Infatti proprio in quello stesso anno i giurati chiedono l’autorizzazione al duca di usare del patrimonio civico per completare il terrapieno del bastione che porta questo nome[19].

Abbiamo detto dell’attenzione del papa e del vescovo Baldo Ferratino – che pur continuava a vivere a Roma - per la riedificazione delle chiese subito dopo la “ruina” ed infatti  già a partire  dal 1545 vengono costruite le chiese di San Giuseppe, di San Pietro, delle Anime Purganti a Marina Corta ed iniziano i lavori per la Cattedrale che fu completata negli anni successivi. Si mise mano anche alla ricostruzione del palazzo vescovile a fianco alla Cattedrale. Il Campis osserva che la Cattedrale – grazie alla vigilanza e sollecitudine del vescovo -  “ è riuscita  più nobile che prima fosse, imperciò che quel tempio non è [più] coperto di tavole, ma d’una bellissima volta”[20]. E se i francescani che avevano avuto in custodia la chiesa di San Bartolomeo alla Maddalena vanno via subito dopo il sacco[21], dopo qualche anno, nel 1584, arriveranno i cappuccini che daranno inizio alla costruzione  del convento e della chiesa di S. Francesco sulla Civita e cioè all’attuale Municipio ed a quella che oggi si chiama chiesa di S. Antonio[22].

 

Il riconoscimento e l’applicazione dei privilegi

 

Carlo V ed il viceré di Napoli, come abbiamo visto, avevano riconfermato tutti gli antichi privilegi oltre alle norme per ripopolare la città, ma questa direttiva doveva essere disattesa molto spesso dal comandante della città e dai suoi funzionari, perché i liparesi nel 1574 sono costretti a esprimere una protesta molto forte dichiarando che se  la loro richiesta dovesse continuare ad essere ignorata si troveranno costretti a “disabitar dita città” [23]. Ma ancora  nel 1598 deve intervenire il conte di Miranda  per ordinare al capitano che si rispettino i privilegi e le consuetudini[24].

Non si tratta solo di rispetto dei privilegi, il fatto è che la guarnigione vuole le tangenti per consentire ai liparesi quello che è loro diritto. Come nel caso dei permessi per recarsi nelle isole minori a lavorare. Queste infatti erano ufficialmente disabitate e tali si voleva che rimanessero sia per pericolo degli agguati della pirateria turca, sia, in caso di guerra, temendo la presenza di vascelli nemici e sia per evitare il contagio dalle ricorrenti pestilenze. Così il Capitan d’armi e governatore di Lipari era tenuto ad impedirvi, in genere, l’accesso. Ai lavoratori in proprio o per conto terzi, escluse le donne e gli uomini sotto i 18 anni e sopra i 60, soleva rilasciarsi un permesso d’uscita a tempo determinato, cioè per la durata dei lavori stagionali.  Ma ottenere il regolare permesso d’uscita non era cosa facile, giacché il Governatore ed i suoi ufficiali frapponevano una infinità di ostacoli, a meno che il richiedente non accondiscendesse a pagare una sostanziosa tangente in natura[25].

Conte di Miranda

 

Conflitti con la guarnigione del Castello

 

Ancora, nel 1588 i liparesi si lamentano che il Capitano della città non permette loro di pescare  di notte né nella loro isola né in quelle vicine a meno che non diano a lui una parte del pescato e cioè la quota di un pescatore: un grande danno. Il 12 dicembre 1588 il Conte di Miranda accoglie la petizione ed ordina al Capitano di non molestare i liparesi che possono andare a pescare di giorno e di notte senza dovergli dare niente. Invece i pescatori dovranno versare ai giurati  un carlino per ogni barile di pescato che dovrà servire a pagare le guardie che fanno il servizio di controllo intorno all’isola[26].

 Lo stesso problema lo pongono altri tipi di pescatori che non vanno in cerca di pesci ma di schiavi. Anche  i padroni di barche che volevano uscire in mare a fare una retata o andare in Sicilia a vendere gli infedeli che gli era capitato di far schiavi, lamentano di dover pagare grosse tangenti occulte.

E’ superfluo dire che per tutti questi arbitri e abusi i liparoti si lagnarono più volte con le autorità superiori – generalmente il vicerè di Napoli e di Palermo, - ma con esito non sempre favorevole.

Esito favorevole invece ha la petizione che nel 1595 i liparesi rivolgono al re Filippo II perché i loro privilegi siano applicati anche nei rapporti commerciali con la Sicilia[27]. Così anche nel 1618 lo stesso re conferma il diritto dei padroni di barche di tenere per se tutta la preda di schiavi senza dovere niente al regio fisco[28].

Re Filippo II

[1] G.Retifo, “Un drammatico sradicamento e un convulso ripopolamento. Lipari dopo il 1544” in Atlante dei beni etno-antropologici eoliani, Messina 1955., pag.48.

[2] P.Campis, op.cit., pag. 307-8.

[3] Idem, pag. 48.

[4] P.Campis, op.cit., pag. 308. G.Restifo, op.cit. pag. 52.

[5] Idem, pag. 53.

[6] Idem, pag. 49.  F. Vergara, Società e giustizia nelle Isole Eolie (sec. XVI-XVIII). I processi penali della Curia Vescovile di Lipari, Soveria Mannelli, 1994, pag. 16. G.Restifo, op.cit., pag.  53.

[7] I Rodriquez, i Lopes, i De Losa, i Mirabito,  ecc.

[8] A, Raffa, op.cit., pag. 103

[9] A. Raffa, op. cit. , pag. 100.

[10] Lettera di Baldassar Calderon del 30 ottobre 1606 nel Libro delle Corrie, ff. 12-12v anche in G. Iacolino, I turchi…, op.cit., pag. 198-201. Il Calderon dice che nel 1594 il vescovo Mendoza aveva dato in affitto alcune parti del borgo per fabbricarvi o coltivare ma l’anno successivo il Capitano don Basco de Peralta “emanò un bando  secondo il quale nessuna persona osasse fabbricare o piantare alberi, sia piccoli che grandi, in detto borgo senza ordine di sua Eccellenza, sotto pena di cinquanta onze”.

[11] Libro delle corrie, 1606,f.12 v.

[12] Idem.

[13] Libro rosso, foglio 172 v. in A.Raffa, op.cit. pag. 99.

[14] Idem, foglio 311 r:.

[15] Idem, f.186,v.

[16] Idem, f.221 r, 222r, 258 r ev.

[17] Idem, f. 311 r.

[18] Idem, f.106 r e v.

[19] Idem, f..107 v.

[20] P.Campis, op.cit., pag.308.

[21] Nel 1559 viene venduto all’asta il loro convento alla Maddalena e lo comperano Gioannello Mercurella e la moglie Pina. “La chiesa francescana di S.Bartolomeo alla Maddalena, benché assai malconcia a seguito dell’incendio turchesco, restò adibita al culto finché non fu abbattuta. Al suo posto – e a semplice titolo di ricordo -, i fedeli liparoti del ‘600 vollero erigere qualla cappellina quadrata, con campanile, che ancora sussiste. E’ interessante sapere che al decadimento della quattrocentesca chiesa di S. Bartolomeo ebbero un qualche  interesse i vescovi i quali mal tolleravano che la devozione al Santo Protettore non fosse interamente accentrata nella Cattedrale. Tant’è che essi, i vescovi, nelle vicinanze della chiesa francescana favorirono l’erezione di un nuovo sacello dedicato a S.Giuseppe.” ( G.Iacolino, I turchi alla marina, op.cit., p.197-198.

[22] Il manoscritto di P.Bonaventura da Troina (+1704) ( a cura di Giuseppe Lipari).Libro I, Messina 1999, pag. 140. I cappuccini lasciano Lipari nel 1599 e nelle loro strutture verranno ad insediarsi, verso il 1600 i Minori. I cappuccini torneranno ancora una volta a Lipari nel 1650 e costruiranno convento e chiesa nella zona attuale del cimitero. G.Iacolino. I turchi alla marina, op.cit., pag. 194-198.

[23] Libro delle Corrie, f.1 e 1v.

[24]  Libro delle Corrie, 16 gennaio 1589, f.3 v.

[25] G.Iacolino, manoscritto,  La chiesa cattedrale di Lipari sotto il titolo di S.Bartolomeo, Quaderno II A.

[26] Libro delle corrie, foglio 2 v..

[27] P.Campis, op.cit., pag. 316.

[28]  Libro rosso,  f. 228 r; A. Raffa, op.cit., pag. 104.

 

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