La grande eruzione della pomice

L'eruzione di Monte Pelato
 
Improvvisamente nell’alto medioevo il Monte Pelato si risvegliò. Si aprì un nuovo cratere, poche centinaia di metri più a nord di quello preistorico, cratere che, come era avvenuto nell’eruzione preistorica, emise un’enorme quantità di bianchissime pomici, lanciate a grande altezza. Esse, ricadendo all’intorno, formarono quell’accumulo, dello spessore di centinaia di metri, che ha alimentato un’industria estrattiva che, soprattutto negli ultimi secoli, ha costituito una delle maggiori risorse dell’isola di Lipari. Dallo sfregamento di queste pomici si è formata una polvere finissima che il vento ha portato lontano ricoprendo l’intera superficie dell’isola di Lipari e raggiungendo anche Vulcano. Anche questa volta il ciclo eruttivo si è concluso con un’enorme colata di ossidiana, quella delle Rocche Rosse,  che ha raggiunto il mare a Punta Castagna. L’ultimo atto di questo parossismo è stato la fuoriuscita di un’altra colata di ossidiana dal fianco squarciato di Monte Sant’Angelo, due chilometri più a sud di Monte Pelato. A mezza altezza del vecchio vulcano spento si è aperto un nuovo cratere, quello di Pirrera o della Forgia vecchia, dal quale è sgorgata una colata che si è arrestata poco prima di raggiungere il mare e la cui fronte sovrasta l’attuale abitato di Canneto”.[1].
Quando si sono verificati questi fenomeni? Bernabò Brea fornisce un “terminus post quem” cioè una data dopo la quale sarebbero accaduti questi fatti. E questa data è ricavata dalle monete di Giustiniano – che fu imperatore dal 527 al 565 – che furono trovate nelle rovine delle case ricoperte dallo strato di polvere bianca. I vulcanoligi che hanno lavorato alle carte di Lipari e Vulcano[2] sono arrivati a dare, ossrva ancora Bernabò Brea, una data più precisa attraverso il radiocarbonio. Questa data sarebbe compresa fra la metà del VII e la metà del IX.
 
La visita di San Willibald
 
Nel 729 passò per Lipari San Willibald[3] che dettò il racconto di quella visita. “E subito Villibaldo, più curioso degli altri, desideroso di vedere come fosse, dentro, l’inferno, voleva anche salire sulla cima del monte sotto il quale c’era l’inferno, e non ci riusciva perché le faville, salendo dal nero tartaro sino all’orlo del cratere, restavano là ammassate come la neve quando, dal cielo facendo cadere fiocchi di neve, suole dalle aeree altezze dell’etere ricoprire le alture della terra, così le faville giacevano accumulate sulla cima del monte, sicchè impedivano a Villibaldo l’ascesa. Tuttavia egli vedeva erompere la tetra e terribile e orrenda fiamma che montava dal profondo, e osservava che, con fragore di tuono, la vampa enorme e il vapore fumoso, molto alto, salivano verso il cielo. Quella materia incandescente di cui di solito sono forniti gli scrivani, proprio quella Villibaldo vedeva venire su dall’inferno, e poi la vedeva ardere cadere in mare, e allora di nuovo dal mare la vedeva rigettata sul litorale, e gli uomini la prendono e la portano via”.
Willibald parla di Vulcano: “ E di là navigarono all’isola di Vulcana: lì c’è l’inferno di Teodorico. E quando arrivarono lì, scesero dalla nave per vedere come fosse l’inferno”. Ma Bernabò Brea eccepisce che la descrizione non lasci dubbi e si riferisca non a Vulcano ma al Monte Pelato[4] , infatti  il cratere di Vulcano “ non ha mai eruttato bianchissime pomici galleggianti, ma piuttosto nerissime ceneri o materiali tefritici più pesanti, di diversi colori” [5]. Così colloca il parossismo vulcanico di Lipari nella prima metà dell’VIII secolo e sostiene che il fatto che Willibald non abbia pernottato a Lipari ma sia andato a Salina dimostrerebbe che l’isola maggiore era praticamente disabitata e che “il centro abitato maggiore delle Eolie fosse oramai quello dell’isola vicina[6].
 
Lipari abbandonata per il vulcanesimo?
 
Della stessa opinione Giuseppe Iacolino che sostiene come sul finire del VII secolo e l’inizio dell’VIII molti liparesi si trasferirono a Salina, e fra questi anche il vescovo nativo di Lentini dal nome rimasto sconosciuto[7]. La permanenza del Vescovo di Lipari a Salina dovette perdurare almeno fino all’arrivo di Willibald, cioè al 729, perchè – sempre secondo Iacolino – Willibald a Salina avrebbe incontrato il vescovo ed i monaci – passando con loro la notte in preghiera – nella chiesetta di Maria SS. di Leni che sorgeva nel luogo dove oggi si trova il Santuario di Valdichiesa[8]
Questa tesi è fortemente contestata da Edward Kislinger[9]. Secondo il professore austriaco – che riprende sostenendola una posizione di Giustolisi – la vita urbana a Lipari conobbe in epoca giustinianea soltanto una breve eclissi provocata dall’eruzione Monte Pelato-Rocche Rosse come dimostrano le monete trovate negli scavi archeologi della città bassa al disopra dello strato di tefra. Quanto  alla datazione dei resti organici a mezzo del carbonio esse non vanno prese in senso troppo stretto infatti lo stesso Keller ha riconosciuto possibile una eruzione di pomice ed ossidiana dal Monte Pelato già nel VI secolo. Quindi Willibald è stato a Vulcano dove, al più tardi verso la metà del VII secolo, cominciò un’attività vulcanica che durò addirittura fino al IX secolo e può darsi che  il monaco, che ha dettato le memorie del viaggio alcuni decenni dopo, abbia collegato a posteriori nel ricordo la pioggia di cenere grigia e pietre di Vulcano con la pomice vista a Lipari[10]. Willibald non poteva confondere Vulcano con Lipari, conclude lo storico austriaco, perché le leggende su Vulcano porta dell’inferno erano già patrimonio dei pellegrini dell’VIII secolo.
Inoltre che la comunità liparese non si fosse estinta, almeno sino all’VIII secolo stanno a dimostrarlo oltre al ritrovamento delle monete di cui si è detto  anche la presenza di un vescovo Pellegrino al sinodo Romano del 649 e di un Basilio al secondo sinodo di Nicea del 787. “L’alternanza dei nomi, latino prima e greco poi rispecchiano – conclude  Kislinger -  anche in dettaglio la crescente rigrecizzazione verificatasi in Sicilia sotto la dominazione bizantina”[11]. Prima,  nel 592, Papa Gregorio Magno aveva nominato Paolino di Tauriana,  vescovo di Lipari in sostituzione di Agatone II ,deposto per motivi disciplinari.

[1]              L. Bernabò Brea, Le isole Eolie dal tardo antico, op.cit., pag. 126-127.

[2]              Hans  Pichler e Jorg Keller. J. Keller, Datierung der Obsidian und Bimstuffe von Lipari, in “N. Jahrb. Geol. Palacont. Mh”, Stuttgart, 1970, pp.90-101.

[3]              Si tratta di un viaggio avvenuto nell’estate del 729 – narrato dalla monaca Ugeburga che aveva raccolto i ricordi dello zio vescovo - ed ha per protagonista proprio questo vescovo quando era solo un giovane monaco, Villibaldo di Wessex,  che tocca Lipari di ritorno da un pellegrinaggio a Gerusalemme. V. G.Iacolino, Le isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite. Il primo millennio cristiano, Milazzo, 1996, pagg.195-197.

[4]              Dello stesso parere anche Giuseppe Iacolino. G. Iacolino, op.cit..

[5]              L.Bernabò Brea, op.cit., pag. 43.

[6] L. Bernabò Brea, op.cit., pag. 128.

[7] G. Iacolino, op.cit., pag. 206 che cita E. Pirrei, Sicilia sacra, Ed. 1644-47: “N. Cuius nomen adhuc incompertum habeo, Liparitanus episcopus cives Leontinus. Anno sal. Circiter 700 die tertio post netalem domini…”.

[8] G.Iacolino, op.cit., pag. 218-9.

[9] E.Kislinger, La storia di Lipari bizantina riconsiderata, in v. Giustolisi, Alla ricerca di Lipari bizantina, Palermo, 2001, pagg 13-20.

[10] E.Kislinger, op.cit.,.

[11] E, Kislinger, op.cit., pag. 15.

 

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