La "leggina" sulla pomice

Il problema del contrabbando

G.Vuillier, Calandra di Canneto

Nel frattempo il problema del contrabbando si era fatto sempre più spinoso e più scandaloso quando apparve evidente che in questi traffici erano coinvolti non solo operai ma anche alcuni proprietari e quindi persino consiglieri comunali ed alcuni assessori[1] tanto che si arrivò a dare la sfiducia , nel Consiglio del 26 agosto 1906, intrecciandosi il problema del contrabbando con l’inchiesta sulle guardie campestri, sulla base di un ordine del giorno presentato dal consigliere Carnevale con sedici voti contro dodici, all’amministrazione Faraci.[2]

Sulla vicenda del contrabbando furono promosse due inchieste ministeriali. Di grande interesse l’analisi che, di questo fenomeno fa, nella sua relazione l’ing. Moretti, dell’ufficio minerario di Caltanissetta.

Il contrabbando – afferma il relatore – si esercita su vasta scala su tutta la regione pomicifera, essendo le piccole proprietà private frazionate qua e là in mezzo alle terre comunali. Più particolarmente però il contrabbando ha luogo per le cave della Castagna, internamente all’isola e per quelle di Campo Bianco ed Acquacalda alla marina, e tale contrabbando viene fatto dagli escavatori a danno del Comune per sottrarre i loro prodotti al pagamento attuale della tassa in vigore, con il favore di alcuni fra i più importanti proprietari specialmente ad Acquacalda. Malgrado tutti gli sforzi fatti dal Comune per eliminare tale contrabbando, finora non ottenne risultati pratici e lo dimostra il fatto che nel 1906 ben 6129 tonnellate di pomice prodotte nelle terre comunali sono sfuggite al pagamento della tassa. Infatti nel 1906 si produssero tonnellate 16.266 di pomice delle diverse qualità e risulta dai ruoli comunali della tassa di percezione attuale che solo tonnellate 6788 pagarono la detta tassa al Comune. Figurerebbero  quindi come prodotte  nelle cave private  tonn. 16266- 6788= tonnellate 9487. Questa cifra è un assurdo. Ammessa anche la maggior ricchezza delle cave private perché meno sfruttate, la maggior facilità di escavazione e di trasporto per le loro migliori condizioni topografiche, pure è logico ritenere che una tale cifra esorbita oltre i limiti del possibile se si tiene conto del rispettivo numero di cave e degli operai impiegati nelle une e nell’altre.”

E qui il Moretti effettua un calcolo. Nel territorio del demanio operano attualmente 24 cave a cielo aperto e 100 (106) sotterranee, e in seguito a nuove constatazioni risulta che vi siano occupati circa 504 operai contro 11 cave a cielo aperto, 9 sotterranee e 140 operai delle proprietà private. Sulla base di semplici calcoli proporzionali dovrebbe risultare che la quantità prodotta nei terreni demaniali dovrebbe essere  di 12 917 tonnellate  contro 3349 dai terreni privati. “Ammettendo che per le migliori condizioni delle cave private la loro produzione sia stata rispettivamente a quelle comunali, del 10% in più le cifre di produzione su riportate sarebbero trasformate in tonnellate 3648 per le cave private e tonnellate 12582 per  quelle comunali, cifre queste molto vicine al vero”.

Il risultato di questa dimostrazione è che su 12582 tonnellate prodotte nei terreni demaniali nel 1906, ben 6129, e cioè quasi la metà, rappresentano l’ammontare del contrabbando a danno del Comune.

Quanto alla localizzazione risulterebbe che il contrabbando maggiore si verificherebbe ad Acquacalda , Campobianco e Castagna. A Castanga ed Acquacalda le cave private sono vicine e confinanti con quelle demaniali da qui la facilità di contrabbandare. “I proprietari delle cave private di queste regioni sono quelli che maggiormente insorgono contro la tassa del dazio alla marina compresi quelli di Porticello (attigue alle ricche cave comunali di Campobianco) e ciò perché con l’applicazione  della nuova tassa alla marina, cesserebbe per loro il provento attuale del contrabbando che esercitano e verrebbe definitivamente tolto il modo di poterlo praticare”.

G. Vuillier, donne che lavorano la pomice

 

La “leggina” sulla pomice

 

Gli anni che vanno dal 1902  al 1907 furono anni di grande instabilità politica. I sindaci - con l’esclusione dell’avv. Giuseppe Faraci che lo sarà sia nel  1902-1903 e poi  per quasi due anni  dal 22 febbraio 1904 al  30 dicembre 1906 - duravano pochi mesi ed al massimo un anno. E questo fino a quando verrà eletto il cav. don Giuseppe Franza, già maggiore dell'esercito.

L’approvazione di una leggina che rendesse obbligatoria la tassa sulla pomice e ne permettesse l’esazione all’imbarco,  sembrava l’unica risposta valida per rimettere in piedi le tristi sorti del bilancio comunale, causa dell’alternarsi di Amministrazioni fragili. Nel Consiglio del 15 giugno 1904 il Sindaco avv. Giuseppe Faraci  da conto di un incontro con l’on. Ugo di Sant’Onofrio, deputato del collegio, proprio sul problema del miglioramento del diritto di percezione della pomice.

Il secondo mandato di Faraci terminò nel dicembre del 1906, dopo le elezioni parziali del 22 luglio 1906 ed il cambio di maggioranza del Consiglio. A Lipari fu mandato ancora una volta un commissario nella persona del dott. Eugenio De Carlo. Intanto  si costituì un “Comitato pro pomice” del quale facevano parte le più spiccate personalità dei due partiti, il democratico ed il popolare, fino ad allora profondamente divisi. Questo Comitato si batteva per un ritorno al regime in vigore sino al 1887 e cioè la percezione dei diritti alla partenza. Una commissione con a capo il dott. De Carlo andò a Roma per sostenere questa posizione col Governo. “Il Governo – riferì l’on.di Sant’Onofrio, in Parlamento -  dopo un accurato esame della questione riconobbe trattarsi non di dazio di esportazione o consumo: ma di una vera e propria tassa di escavazione mineraria” e quindi, essendo immutata la legislazione in materia,  rimaneva valido il sovrano rescritto del 1855. “E tale opinione veniva autorevolmente confermata dal Ministero delle Finanze, direzione generale delle gabelle, con nota del 12 aprile 1907”.

Sull’onda di questo chiarimento  484 elettori eoliani, fra i quali molti proprietari di cave, mandarono una petizione al Parlamento perché fosse regolamentata la situazione e l’on. Di sant’Onofrio, visto che esisteva un forte accordo a Lipari su una comune piattaforma, presentò una proposta di legge.

La pomice caricata su una nave.

 

L'on.Di Sant'Onofrio ed mil cav. Franza

 

Particolarmente attivo nel Comitato e nei rapporti con l’on. di Sant’Onofrio era stato  il cav. Giuseppe Franza, già maggiore dell’esercito e fratello del canonico Franza  Ed il cav. Franza fu eletto sindaco, praticamente all’unanimità,  il 16 luglio 1907. Agli anni dell'instabilità amministrativa seguono ora  per Lipari anni particolarmente fecondi. Il Franza si rivelò un amministratore dotato di perizia e dedizione esemplari. Al Governo c'era Giolitti che cercava di andare al di là degli schieramenti politici e di mettersi direttamente in contatto con le esigenze popolari. Così furono continue le puntate che il Franza faceva a Messina e Roma per conferire con il Prefetto ed i titolari dei vari ministeri o con lo stesso presidente del Consiglio. E si racconta che fosse abbastanza insofferente delle etichette per cui non amava le lungaggini dell'anticamera. Una volta andando a trovare il Prefetto fu fermato da un uscire che gli disse con durezza:

“Dove va lei? Deve fare la fila, deve farsi annunziare ed aspettare di essere chiamato. Questa è la regola.” e lui rispose”Dite al signor Prefetto che c'è il Sindaco di Lipari e che Lipari è fuori regole”. La battuta piacque al Prefetto che fece capolino dal suo ufficio e subito lo ammise al colloquio.

Il cav. Franza e Lipari avevano però anche  un efficace sostenitore nella persona dell'on. Ugo del Castillo marchese di Sant'Onofrio[3], del Partito Popolare, del collegio di Castroreale.

Il marchese di Sant’Onofrio lo conoscevano tutti a Lipari perchè si faceva vedere spesso e non mancava mai di tenere un comizio alla vigilia delle consultazioni. Quelli del P.P.I. gli facevano trovare addobbato il vasto magazzino di falegnameria di don Giuseppe Casserà che era a metà della Salita di S.Giuseppe. Le sedie per il pubblico venivano prelevate dalla vicina chiesa.

L'onorevole era stato uno degli ideatori e operatori della campagna che aveva determinato l'elezione di Franza approfittando del ruolo di sottosegretario agli interni e facendo leva sul regio commissario avv. Eugenio De Carlo che gestì il comune di Lipari nei sei mesi che precedettero l'elezione.

Fu De Carlo che riuscì a convincere tutti che bisognava uscire dalla precarietà e che con l'approvazione della leggina sulla pomice che sarebbe arrivata da lì a poco una grande stagione era alle porte.      

E la leggina arrivò il 5 gennaio 1908. Era la legge n. 10 dal titolo .”Sulla escavazione della pomice nel Comune di Lipari”. In realtà si trattava di una legge che con modificazioni e aggiunte veniva a confermare l'antico sovrano rescritto del 14 giugno 1855 riguardante il medesimo oggetto; un rescritto che, applicato saltuariamente e senza un serio impegno da parte della classe dirigente del paese, era “caduto nel volger degli anni in desuetudine”. Più specificatamente, la legge del 1908 che autorizzava il Comune ad emanare al più presto il regolamento applicativo, contemplava “una tassa di escavazione” sulle pomici provenienti dalle “cave situate in quell’isola” da riscuotersi “ sia in locali appositamente destinati sia al momento dell’imbarco “, e  un così detto “diritto di esercizio o di licenza, da applicarsi mensilmente ad ogni singolo escavatore”. All’art. 3 la legge faceva obbligo al Comune di curare “che tutti gli operai occupati nelle cave e nel trasporto della pomice sino al mare, tanto per le cave di sua proprietà quanto per quelle di proprietà privata, siano assicurati contro gli infortuni sul lavoro”.

 Il regolamento fu approntato e pubblicato tempestivamente, il 21 luglio dello stesso anno e malgrado fosse chiaro e comprensibile a tutti, non mancarono , tra i cavatori, dissensi e avversioni, per cui nei primi anni il Comune ebbe serie difficoltà a far rispettare i suoi diritti. Comunque i proventi ammontarono a circa 100 mila annue e questo permise al Sindaco Franza di ridurre le tasse, di riportare in pareggio il bilancio e di far guadagnare a Lipari la fama di comune più ricco d'Italia.

La leggina ebbe una grande ripercussione a Lipari. Il tripudio per questa legge fu notevole e si fece a gara per ringraziare quelli che risultavano i massimi promotori della sospirata norma: Giovanni Gilitti, Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno, e l’on. Ugo di Sant’Onofrio. Il Consiglio comunale  fu convocato il 19 gennaio con all’ordine del giorno “ onoranze a S.E.Giolitti ed all'on. Marchese Ugo di Sant'Onofrio”. Per i due fu decisa la cittadinanza onoraria, si redisse una pergamena di lode e si decise di dedicare loro una piazza ciascuno: quella di Marina Corta ex Marina S.Giovanni e ora  Piazza del Commercio a Ugo di Sant’Onofrio e quella di sopra la Civita ora Piazza degli Studi al Giolitti. A Sant’Onofrio fu anche deciso di dedicargli  un mezzo busto da collocare nella sala del Consiglio. Ma mentre il primo ebbe la sua piazza ma non il mezzo busto, per il secondo ci furono diverse vicissitudini. Infatti ci si era … dimenticati che già l’anno prima la piazza degli Studi era stata dedicata a Mazzini e così si pensò di intestare a Giolitti la piazza del Pozzo[4].  Ad Ugo di Sant’Onofrio, inoltre, furono dedicati, alla sua presenza, grandi festeggiamenti pubblici il 28 ottobre dello stesso anno.

L’escavazione della pomice andò avanti sino al 2007 quando cessò perché il Consiglio Comunale non rinnovò le concessioni che erano scadute nel 2001.



[1] Nella seduta del Consiglio del 9 marzo 1905 l’assessore Paternò accusa il consigliere Giuseppe Casaceli di essere il mandante di alcuni contravventori. Nel Consiglio comunale del 28 febbraio del 1906 è lo stesso assessore Paternò ad essere chiamato in causa. G. La Greca, op. cit., pp.61-66.

[2] G. La Greca, op.cit., pp.61-72.

[3] Ugo di Sant’Onofrio era nato a Baden Baden in Germania nel 1845 dove il padre, colpito da condanna per cospirazione contro il Borbone, si era rifugiato. Studiò a Torino dove si laureò in giurisprudenza, Superato un concorso al Ministero degli Affari Esteri, operò per quindici anni nella diplomazia. Quando nel  marzo del 1878 Benedetto Cairoli divenne primo ministro, fu nominato suo segretario particolare ed ebbe parecchi importanti incarichi all’estero. Morto il padre che rappresentava alla Camera il collegio di Castroreale, fu chiamato a succedergli dal voto unanime degli elettori. Ricoprì ruoli di responsabilità in diverse commissioni parlamentari, nel 1900 fu Sottosegretario di Stato ai Lavori Pubblici nel Ministero Saracco e nel 1903 Sottosegretario all’Interno nel ministero Giolitti.

[4] Ma  questa denominazione avrà vita breve perché nel 1926 verrà chiamata piazza Mussolini poi, caduto il fascismo nel ’43, prima  piazza Quattro novembre ed infine piazza Matteotti.

 

 

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