La lenta conclusione di una lunga vicenda

Il Papa toglie l'interdetto

Clemente XI

Così il 2 settembre 1719 Clemente XI tolse l'interdetto col quale aveva colpito la diocesi di Lipari. La controversia liparitana esplosa il 22 gennaio 1711, può dirsi così conclusa. Nell’esperire le pratiche relative al sollevamento dell'interdetto della città di Lipari pare abbia avuto un ruolo importante il canonico Hurtado che fu insignito del titolo di Protonotario Apostolico. Mentre l'Hurtado faceva immediato ritorno all'isola il vescovo Tedeschi rimase a Roma e seguitò nella carica che il pontefice gli aveva conferito di Segretario della S. Congregazione  dei Riti ed esame dei vescovi.

“Quindi, restituita a Lipari la primeva pace, si aprirono le Chiese, si ripigliò il primiero pubblico divino culto, con disumarsi i cadaveri de’ fedeli sepolti nelle campagne fuori le Chiese in tempo del suddetto Interdetto, e con pie esequie e funerali si portarono dentro le sepolture delle Chiese già benedette, ove si fecero dalli rispettivi parenti li suffraggy per l’anime de’ loro defunti[1]”.

Nel 1722 i liparesi cominciarono a protestare per l'assenza prolungata del loro vescovo anche perché la soldataglia austriaca aveva occupato il Palazzo vescovile a fianco alla Cattedrale riducendolo ad una sudicia caserma e si lasciava andare ad ogni sorta di prevaricazione.

Tranquillizzatasi un po’ la situazione politica in Sicilia il vescovo fu messo di fronte all'alternativa se tornare a Lipari o rinunciare al vescovado. Tedeschi preferì rinunciare al vescovado confermando così, in qualche modo, il giudizio che di lui aveva dato l’abate del Maro scrivendo al re  Vittorio Amedeo II il 10 dicembre 1713 e cioè che oltre  ad essere “cabalista, astuto, ambizioso, maligno” ma anche  “dotto, disinvolto e cortegiano all’usanza di Roma in grado supremo”, questo vescovo non poteva “ridursi a vivere nello scoglio di Lipari, e crede con accender fuoco , come ha fatto fin hora, di fare gran sbalzi, e di riuscir Cardinale”[2] . Non divenne però cardinale ma si contentò della posizione in Vaticano, di una pensione di 500 ducati a carico della mensa vescovile di Lipari e del titolo del tutto nominale di Arcivescovo di Apamea.

Papa Innocenzo III, succeduto a Clemente XI. nominò, al suo posto, mons. Pietro Vincenzo Platamone[3]che fu accolto con onori trionfali alla marina e dopo qualche giorno accompagnato in pompa magna in Cattedrale.[4]

  

A sinistra il Papa Innocenzo III. A destra mons. Platamone

 

Un nuovo statuto della Legazia

 

Per quanto riguardava la Legazia Apostolica, alla fine gli intransigenti delle due parti furono isolati e si pervenne alla normalizzazione dei rapporti tra la Santa Sede e la corona di Sicilia, e alla conseguente pacificazione religiosa dell’isola.

Benedetto XIII, divenuto papa il 29 maggio 1724,  con la bolla “Fideli ac prudenti dispensatori” del 1728, chiamata per questo “concordia benedettina”,  diede nuove basi all’istituto. Si riaffermava, con qualche limitazione, la giurisdizione del Tribunale di Regia monarchia sulla Chiesa siciliana anche se il Tribunale veniva presentato come una concessione pontificia non direttamente collegato col privilegio della Legazia Apostolica.[5].

Era rimasto irrisolto il nodo di Lipari: circa l'inclusione o l'esclusione dalla Legazia Apostolica. Così nel 1729 si verificò un nuovo incidente quando il giudice della Monarchia nominò un suo delegato a Lipari per controllare che l'uso delle immunità ecclesiastiche non favorisse il contrabbando del tabacco. Alla nomina si oppose il vescovo Platamone che scomunicò il delegato. Per fortuna, questa volta, il governo cedette revocando la nomina del delegato e imponendogli di chiedere l'assoluzione dalla scomunica[6].

Nel 1749 il re Carlo III di Borbone riconobbe la competenza del Tribunale della Monarchia per un ricorso contro il Vescovo di Lipari presentato dai fide-commissari dell'ospedale S. Bartolomeo e dispose l'istituzione a Lipari di un delegato della Regia Monarchia[7]. Poiché non si ebbero reazioni né da parte del Vescovo, né dalla S. Sede, da quel momento le Eolie furono sottoposte alla giurisdizione della Legazia Apostolica.

Ad  indicare che gli anni della controversia non furono un fenomeno che colpì ed interessò solo i ceti dominanti vi è un canto popolare che ricorda questo periodo. Esso recita:

Lu Santu Patri ni livau la missa,

lu Re conza la furca a li parrini,

la Sicilia è fatta carni di sasizza,

cca c'è la liggi di li saracini[8].

La “concordia benedettina” se mise fine ai conflitti sulla Apostolica Legazia non chiuse però le discussioni su di essa e le dispute fra regalisti e curialisti. Inoltre all’inizio del XIX secolo gli stessi vescovi, anche se tutti di nomina regia e leali nei confronti del sovrano, chiesero, con una Memoria rivolta al re Borbone, una serie di riforme dell’istituto fra cui l’ applicazione meno rigida della Regia monarchia e la possibilità di trattare con la Santa Sede le riforme in ambito ecclesiastico  ma questa perorazione non ottenne praticamente nessun risultato.

Comunque nessuno si dichiarava contrario alla Legazia e persino Garibaldi, quando arrivò in Sicilia nel 1860, fu salutato con tutti gli onori previsti per il legato: fu accolto dai canonici all’ingresso della cattedrale e accompagnato a sedersi sul trono regale più alto di quello episcopale. Può sembrare strano questo volere mantenere delle prerogative in materia ecclesiastica da parte di governanti che erano massoni ed anticlericali. Ma, probabilmente, al di là della logica dei principi, ebbe la meglio il ragionamento politico che intendeva sottrarre ad una Santa Sede fortemente contraria al nuovo regno prerogative e funzioni che certamente incidevano significativamente nella vita civile della nazione.

  

A sinistra, Garibaldi a Palermo. A destra Cavour.

Così, probabilmente per queste ragioni, quando la Sicilia entrò a far parte del Regno d’Italia in un primo tempo il governo italiano, sentendosi pienamente erede dei privilegi legaziali esercitati dal governo borbonico, per la Sicilia reclamava non solo l’exequatur  come per il resto del paese, ma anche l’esercizio libero del diritto di nomina dei vescovi.

Di fronte a questo atteggiamento Pio IX decise di abolire definitivamente la Legazia Apostolica di Sicilia e il Tribunale della Regia monarchia con la bolla Suprema universi dominici gregis e il breve Multis gravissimi. Bolla e breve erano del 28 febbraio 1864 ma furono pubblicati solo il 12 ottobre 1867 dopo che fu raggiunto l’accordo col governo per la nomina dei nuovi vescovi e consumata la frattura con l’approvazione delle leggi eversive.

Finalmente il 13 maggio 1871, con la legge delle Guarentigie, anche il governo italiano rinunciava, come abbiamo accennato, al diritto di Legazia Apostolica in Sicilia rendendosi conto che essa contrastava nettamente con i principi liberali riassunti da Cavour nella celebre frase:”Libera Chiesa in libero Stato”[9] . Questo istituto medioevale era durato quasi 800 anni[10].

Bisogna osservare che può sembrare incredibile che per 800 grammi di ceci si sia scatenata una vicenda che ha sconvolto tutta la Sicilia e coinvolto, oltre la Santa Sede, anche diverse potenze europee, creando problemi a tanta gente compreso  esili e carceri. Eppure non si tratta di una reazione abnorme ad un fatto estremamente modesto, una sorta di follia collettiva  esplosa non si sa come e non si sa perché.  Ma uno scontro duro fra due ordini di potere che avevano confini di competenza molto labili e quindi facilmente tracimavano, forse perché è proprio del potere non porsi limiti e confini. 

Pio IX

Un conflitto - prodotto scientemente - legato ad  istituti paradossali quale quello della Legazia Apostolica e dell'exequatur. Ma la Legazia Apostolica e l'exequatur esistevano perchè esisteva la commistione fra potere politico e potere religioso che era il vero nodo perverso. Da una parte il re che oltre ad avere il potere politico poteva vantare, proprio in nome della Legazia, funzioni di ordine religioso e dall’altra un vescovo che ricopriva in se la funzione di signore politico e di capo religioso che era strattonato fra il Sovrano ed il Papa, fra le ragioni delle istituzioni politiche e quelle delle istituzioni ecclesiastiche. In più a questo problema si aggiungeva – complicanza nella complicanza - la questione della diocesi di Lipari direttamente soggetta alla Sede Apostolica. E' questa la miscela  a cui Clemente XI e la Santa Sede decidono di dare fuoco scegliendo un vescovo ambizioso e battagliero – Mons. Tedeschi – ed inviandolo a Lipari col preciso incarico di fungere da detonatore. Missione che Tedeschi compie puntualmente[11].



[1] G. LA ROSA, op.cit., vol.I,pag.267.

[2]Il Regno di Vittorio Amedeo II di Savoia nell’Isola di Sicilia dall’anno MDCCXIIII al MDCCXIX. Documenti raccolti e stampati per ordine della Maestà del Re d’Italia VittOrio Emanuele II”, Torino, Tipografia Eredi Botta, MDCCCLXII, ( a cura di V.E.STELLARDI), pag. 131.

[3] Pietro Vincenzo Platamone, domenicano, nato a Cammarata il 15 febbraio 1666, fu eletto vescovo di Lipari il 23 marzo 1722 ottenendo l’exequatur dal Tribunale della Monarchia di Palermo. Morì il 22 febbraio del 1733.

[4] La processione che si snodava dal Palazzo vescovile della villa vedeva prima il clero regolare e secolare quindi il vescovo “a cavallo dritto sopra una bianca mula, condotta con briglia in mano dal Giurato Seniore, e sotto baldacchino portato con aste a mano dall’intiero Magistrato Civico, seguitato dal Populaccio tutto con gridi di giubilo, che vedevano la loro Chiesa decorata con la presenza del suo Pastore che , per ott’anni circa [per la verità erano dieci] era stata priva per l’allontanamento del predecessore Monsignor Tedeschi, che gli la interdisse”. G. LA ROSA,  op.cit., pag.268.

[5] G. ZITO, op. cit., pag.81.

[6] Se non esplose un'altra “controversia liparitana” fu solo perché le corti di Roma, Vienna e Palermo si preoccuparono immediatamente e il governo di Palermo volle gettare acqua sul fuoco. Se tutto invece fosse dipeso da Lipari probabilmente la vicenda non si sarebbe chiusa tanto in fretta perché lo scontro fra il vescovo ed il delegato del Tribunale della Monarchia –che poi era lo steso canonico Diego Hurtado che era stato vicario al tempo di mons. Tedeschi ed uno dei protagonisti della grande “controversia” – si sviluppò violentissimo  e la scomunica aveva coinvolto non solo l’Hurtado ma anche i giurati, i loro segretari, il mastro notaro dell’Hurtado ed un altro sacerdote. Ai protagonisti secondari il vescovo concesse subito l’assoluzione mentre lasciò l’Hurtado almeno un mese “in un cantone di mia casa privo della comunione dei fedeli e con quelle amarezze che possono imaginarsi “. La reazione durissima del Platamone che, peraltro si era sempre comportato – a sentire il La Rosa -  “con fina politica e prudenza”, sarebbe stata provocata dal fatto che l’Hurtado gli comunicò la sua nomina due mesi dopo averla ricevuta e il vescovo vide in questo ritardo l’ombra della macchinazione. La ricostruzione di questa vicenda, come la documentazione che il Diego Hurtado in questione è lo stesso del tempo di mons. Tedeschi  - e non un suo omonimo come asserisce Leopoldo Zagami (Lipari e i suoi cinque millenni di storia, Messina, 1960., pag.276) - si trovano in G.IACOLINO, man. cit. Quaderno IIIA, pp.152 b, 153, 153°, 154,155. v. anche G.OLIVA, Le contese giurisdizionali della Chiesa Liparese nei secoli XVII e XVIII, op. cit; G.CATALANO, Le ultime vicende della Legazia  Apostolica in Sicilia, Catania 1950.

[7] G.CATALANO, Le ultime vicende  della Legazia Apostolica in Sicilia, Catania 1950, p.91

[8]  “ Il Santo Padre ci ha tolto la messa/ il re prepara la forca per i preti/ la Sicilia è fatta carne da salsiccia / qui vige la legge dei saraceni”in  Brigantino. Il Portale del sud . Storie di Sicilia di F. MISURACA, www.ilportaledelsud.org.

[9]  S. FODALE, op. cit., pag. 44.

[10] G. ZITO, op. cit., pag. 94-105.

[11] S. FODALE, Stato e chiesa: la prima controversia liparitana, in “Dal ‘constitutum’ alle ‘controversie liparitane’, op. cit.pp.115- 126.  Anche se è stato fatto osservare che quello che si verificò soprattutto a partire dalla “controversi liparitana” fu “tanto strepito per nulla..”Il funzionamento dell’Apostolica Legazia non avea giammai intaccata l’autorità della Chiesa; il suo tribunale, che era presieduto da un ecclesiastico che si dava il titolo di Monsignor Giudice della Monarchia, limitavasi all’ingerenza di esso in poche quistioni riguardanti la disciplina, mai la fede, e soprattutto a conoscere le cause degli esenti ed in terza istanza  quelle state decise dalla Curia Metropolitana; e ciò non che pregiudizio, talvolta di sommo vantaggio era tornato alla Chiesa, tanto che il Cattolicesimo in nessun luogo della terra ebbe mai più fervidi e convinti seguaci delle popolazioni siciliane”. G. OLIVA, Le contese giurisdizionali della Chiesa Liparese nei secoli XVII e XVIII, Messina 1905, pp. 91-93.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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