La metafora del gabbiano

Questa è la storia di una esperienza: l’Amministrazione delle Eolie dal luglio del 1994 fino al giugno del 2001.
Una esperienza per alcuni versi particolare. Innanzitutto perché le Eolie sono un  universo di grande rilievo culturale e naturalistico ed il progetto di farne uno dei punti di eccellenza sullo scacchiere turistico internazionale non può non suscitare interesse. In secondo luogo perché l’esperimento si colloca nei primi anni in cui decolla il nuovo ente locale con il Sindaco eletto direttamente e quindi in qualche modo l’idea del grande progetto delle Eolie si coniuga con quello di fare delle Eolie un laboratorio amministrativo. Infine, in terzo luogo, la sfida di dare vita ad una esperienza amministrativa caratterizzata dalla progettualità e dalla partecipazione popolare – valori che avevano caratterizzato il mio impegno sociale e la mia attività professionale  – proprio nel cuore di una regione e di una provincia dove la politica era sempre stata dominata da potentati democristiani consolidati ed agguerriti.
La metafora del gabbiano, come emblema del Sindaco e del suo movimento intorno a cui ruota questa esperienza,, nacque alla vigilia della campagna elettorale del giugno 1994. Bisognava cercare un simbolo che colpisse l’immaginazione e esprimesse plasticamente l’idea di progetto, l’idea forza si direbbe oggi nella stagione di Agenda 2000 e dei PIT, che si voleva proporre agli elettori. Un simbolo per la scheda ed uno spot televisivo per la campagna elettorale. “Io sono il gabbiano delle Eolie…” recitava una voce fuori campo che accompagnava un pennuto che passeggiava su uno dei bagnasciuga delle isole.
Come in tutti i luoghi di mare il gabbiano è un uccello di casa nelle Eolie ma oltre a questo e forse più di questo giocarono alcune reminiscenze letterarie. Da Vincenzo Cardarelli a Richard Bach col suo gabbiano Jonathan Livingston. Soprattutto Bach.
“La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare alla costa dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo…piaceva librarsi nel cielo”.
La figura antropomorfica del “gabbiano dalla barba grigia”, grigia com’era all’ora quella del Sindaco, fu creata come divertissement e letta in una festa fra amici durante la campagna referendaria del maggio 1996, quella dove la gente fu interpellata se voleva che Giacomantonio restasse Sindaco o andasse a casa. Poi venne utilizzata come metafora d’ingresso in alcune Relazioni semestrali per esprimere, sotto le forme della fantasia, stati d’animo di soddisfazione, di preoccupazione e di travaglio che non era facile affidare alla razionalità della prosa.
Per la precisione il gabbiano compare in tre relazioni che fotografano tre momenti diversi. Il primo - quello successivo al risultato referendario – lì  ritrae indubbiamente la fase più altra dell’esperienza amministrativa dove i consensi sono al massimo livello; i grossi nodi politici sembrano tutti risolti e si può dare il via a quei progetti che il Consiglio Comunale aveva fino ad allora bloccato o frenato.
Il secondo – del 10 luglio 1999 - coglie una fase in cui le nuove difficoltà sono tutte delineate. “Il gracchiare dei corvi a sera aveva preso a farsi arrogante”. Ma non è perché sono divenuti forti. La loro forza sta nella nostra debolezza che deriva dalle nostre divisioni.
Le divisioni sei mesi dopo – il 10gennaio del 2000 - sono ancora più visibili e già si profila quella che sarà la ragione della crisi: l’apostasia dei gabbiani. Un esercito sempre più scompaginato ed in ordine sparso, con gruppi reciprocamente diffidenti ed in conflitto permanente, con tenenti e sergenti più attenti alle difficoltà del quotidiano amplificando il mugugno della gente ed ormai incapaci di leggere la trama del grande disegno ed indisponibili a difendere la virtù dell’amministrazione. L’interlocuzione col “corvo nero carbone” serviva ad evidenziare i problemi che indubbiamente c’erano ma non potevano essere esasperati e tantomeno letti in maniera unilaterale. Chi era questo corvo? Molti e nessuno in particolare. Innanzitutto il riferimento al corvo di “Uccellacci e uccellini” ma anche a qualche personaggio reale. Tutto sommato una figura scomoda ma non ostile, ipercritica ma non prevenuta. L’evocazione di una presenza di cui avvertivo l’esigenza e l’assenza allo stesso tempo.
I diciotto mesi che vanno dal gennaio 2000 al 18 giugno 2001, giorno della sfiducia, sono forse fra i più duri di un’esperienza a cui non sono certo mancate pagine luminose.
Indubbiamente non sono riuscito a padroneggiare la crisi. Non credo però che questo sia avvenuto per carenze strategiche o tattiche. In realtà la risposta sta credo nella metafora del gabbiano. Non una gabbiano qualsiasi, ma un gabbiano come Jonathan che credeva nella bellezza del volare.
Qui il problema era quello del consenso. Il consenso è vitale per il politico come il cibo lo è per il gabbiano. Ma la ricerca del consenso non poteva essere fine a se stessa, serviva a realizzare il progetto. Il grande progetto delle Eolie. Forse il mio gabbiano continuò a volare in alto alla ricerca del grande progetto e si dimenticò di garantirsi il cibo.
 
[1]       L’autore proveniva da una lunga esperienza come dirigente nazionale delle ACLI dove si era occupato, fra l’altro, dei problemi dello sviluppo e delle riforme istituzionali.
 

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