La polemica dimentica il dramma dei lavoratori nelle cave. La "liparosi"

Una "foto di gruppo" dei cavatori con tanti.bambini.

 

Le condizioni di lavoro nelle cave

 

In tutta questa controversia fra Comune e Vescovato non si parla mai di quali fossero le condizioni di lavoro nelle cave. Innanzitutto quanti erano sul finire dell'800 i lavoratori della pomice? Vueiller nel 1893   parla di 1500 lavoratori che abitavano  nei borghi di Canneto ed Acquacalda. Douglas che compie una indagine per conto del Foreing Office nel 1895 parla di 1000 addetti di cui almeno 600 destinati all'attività estrattiva; Gastone Vueiller nel suo resoconto del viaggio  ci lascia due testimonianze : una diretta ed una del comandante la nave che lo trasportava a Messina.

Nella testimonianza diretta fra l'altro si legge: “ Provvisto di un cestino, di un piccone e di una lampada... l'operaio esce di casa alle quattro del mattino e arriva, dopo un'ora e mezzo di cammino, all'antico cratere. Là comincia per lui l'ascesa molto faticosa sul pendio. Alla fine raggiunge il capo di grotta, che comanda una squadra che conta dieci o quindici lavoratori. Insieme scendono tre o quattrocento metri sotto terra attraverso un sentiero inclinato. Ma prima di arrivare a quella profondità dove oggi si trova la pomice, gli operai hanno dovuto scavare per quindici o venti giorni senza profitto il fianco della montagna per aprirsi un varco attraverso la sabbia bianca, fino alle viscere del suolo. Il metodo di scavo non è cambiato da un secolo. I lavori di sostegno sono sconosciuti, ci si fida di un terreno franoso, che ogni anno causa delle vittime”.

Foto di Cecilia Mangini

La testimonianza del comandante della nave: “ La vita di quei poveracci è spaventosa. Nel nord avete le miniere di carbone: la vita è dura per i lavoratori, è vero, ma almeno alcune società forniscono loro dei mezzi per lo sfruttamento della miniera e il trasporto del materiale. Ci sono compagnie che  li assicurano e in caso di incidenti si da una pensione alle vedove, ai vecchi. L'operaio della pomice non ha niente; lavora quattordici o quindici ore al giorno guadagnando un franco o un franco e venticinque centesimi, non di più. Vive nel paese del vino e non conosce che acqua, a tavola non conosce la carne e campa soltanto di legumi e pane cotto un mese prima. Eppure non si è mai messo in sciopero. Dopo la sua faticosa giornata, scende al villaggio con 50 o 60 chili di pomice sulle spalle, attraverso i sentieri pericolosi che ha percorso al mattino. Arriva dal sensale e deposita il suo fardello ricevendo un acconto. Quando la pomice si è seccata viene pesata e l'operaio riscuote il prezzo convenuto. E' lì che lo aspetta il sensale, o piuttosto il suo aguzzino, che stabilisce il peso a proprio piacimento. Il povero disgraziato non può protestare, perché ha ricevuto un anticipo ed ha bisogno di quell'individuo il giorno dopo...” [1].

Douglas ci informa sul lavoro dei bambini nella cave[2]. Bambini di ambo i sessi erano inviati dai loro genitori al lavoro, con stipendi ridicoli, nella raccolta del pezzame, o nel trasporto sulle spalle delle pesanti ceste lungo la ripida discesa di Canneto, sotto un sole abbagliante, per due volte al giorno. Douglas ritiene che il lavoro di trasporto era molto più duro dello scavo in grotta ed aveva effetti fortemente dannosi soprattutto sullo sviluppo dei giovani ragazzi tra i 5 e i 14 anni quali sono quelli impiegati nelle cave[3].

Un’altra testimonianza è quella di Luigi Vittorio Bertarelli fondatore del Touring Club Italiano. Reduce di una visita all'arcipelago scriveva nel 1909  che le cave sono  “profonde, caldissime all’interno…coltivate con metodi vecchi, industrialmente non lodevoli ed igienicamente perniciosi.. Dura vi è l’opera di estrazione, che si fa col piccone; durissimo il trasporto all’esterno, entro sacchi e recipienti di stuoie e di vimini, al quale sono adibiti anche ragazzi giovanissimi, evidentemente senza alcun rispetto della legge sul lavoro dei fanciulli. Producono abbastanza per tutta Europa ed anzi per esportarne  oltre mare. Dei vapori sono sempre sotto carico a Canneto e ad Acquacalda dove in grandi molini, di cui vari appartengono ad una ditta tedesca, si opera una cernita di materiale ed in parte la sua macinazione in mezzo ad un pulviscolo folto, persistente che si diffonde a distanza come una nebbia intorno agli stabilimenti ed è visibile a più chilometri…[4].

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Quattro immagini di lavoratori della pomice. Le foto in alto mostrano le entrate delle gallerie dove si scavava. Più fortunati quelli che lavoravano all'aperto o sul nastro trasportatore o guidando le decovilles

 

Fra incidenti di lavoro e "liparosi"

Non meraviglia che in queste condizioni gli incidenti sul lavoro siano all’ordine del giorno. In Consiglio comunale giungono due petizioni di vedove che chiedono che venga loro condonato il pagamento del diritto di percezione dovuto dal loro congiunto. La prima è del 28 marzo 1899 ed è della moglie di Giovanni Portelli di Nicolò Antonino che “l’abisso inghiottì tanto immaturamente …, dopo quest’altra vittima del sudato lavoro, essa è rimasta sola a piangere sul capo dei suoi quattro orfanelli, di cui il quarto porta ancora in seno, ed il secondo è cretino”. La seconda è del13 marzo 1906 e riguarda Gaetano Villanti “rimasto vittima di una frana prodotta dal terremoto dell’8 settembre ultimo, lasciando la moglie  con sei figli minori, in cattivissime condizioni economiche[5] .Nel 1921 un medico di Canneto il dott. Giuseppe Di Perri comprende e denuncia che la polvere da pomice per l’alta percentuale di silice libera  e silice combinata, provoca una forma di  silicosi di particolare gravità e di polimorfa evoluzione, denominata liparosi.[6]. Il rischio coinvolge anche gli abitanti soprattutto quelli che esercitano privatamente la lavorazione dei prodotti. Finalmente nel 1943 dopo vari studi ed indagini la silicosi sarà riconosciuta  tra le malattie professionali.

 

1. Questa tabella è stata realizzata assemblando i dati presenti in G. Arena, op. cit. e  Carmelo Cavallaro – La pomice nell’isola di Lipari. Aspetti geografici economici e sociali. In Atlante.. Dello stesso autore si veda anche “Le risorse minerarie delle Isole Eolie nei processi di trasformazione economica”, “Annali della Facoltà di Economia e Commercio” dell'Università di Messina, n. 12, 1978.



 


[1] G.Vuillier, Escursione alle Eolie, Impressioni del presente e del passato, a cura del Centro studi e Ricerche di Storia e Problemi Eoliani, Pungitopo editore.

[2] L’11 febbraio del 1896 un Regio Decreto il n. 3657 vietava l’impiego  dei bambini sotto i 9 anni di età negli opifici, nelle cave e nelle miniere e di adibire al lavoro notturno quelli inferiori a 12 anni. Ma la legge escludeva  le piccole industrie, l’artigianato, i lavori agricoli, il lavoro a domicilio che erano i settori che impiegavano i minori in massa. Solo il 19 giugno del 1902  ( legge n. 242) il Parlamento italiano emanò un altro provvedimento per i minori, nel quale si elevava il limite di assunzione a 12 anni, 13 e 14 per i lavori in miniera, a 15 i minori potevano fare tutti i lavori.

[3] Copia del rapporto è conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Raccolta Amalfi, v. G. La Greca, La storia della pomice di Lipari, vol. II, pag. 78.

[4]  Giuseppe Iacolino, inedito, Quaderno XI.

[5] G. La Greca, op. cit. pp. 82-83.

[6] G. Di Perri, La silicosi nei lavoratori dell’industria della pomice di Canneto-Lipari, Lipari 1950; C. Cavallaro,  La pomice dell’isola di Lipari: aspetti geografici, economici e sociali, in “Bollettino della società geografica Italiana”, anno 1979 n. 4-6. pp. 277-278

 

 

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