La pratica della pirateria e il commercio degli schiavi

La battaghlia di Lepanto diede un duro colpo alla piratertia ma non la debellò.

Una pirateria legalizzata

Già da alcuni accenni si evidenzia il fatto che, col tempo,  va diminuendo la paura del “turco alla marina” aumenta invece la capacità predatoria dei liparesi sino a diventare essi stessi mercanti di schiavi.

La pirateria era considerata una vera e propria attività nel 400 e nel 500. E mentre in altre parti del mondo si va distinguendo fra corsari e pirati - i primi autorizzati e legalizzati,  i secondi dei veri e propri banditi senza regole e senza vincoli -  in Sicilia tutti erano pirati anche  se quelli patentati si dicevano affidati ad pyraticam exercendam[1]. La legalizzazione di questa attività nasceva dal fatto che il re con le sue navi non riusciva a difendere territorio e  popolazione dalle incursioni che, quando si realizzavano ad opera dei pirati, erano caratterizzate da scorribande senza avvisaglia alcuna e richiedevano un continuo stato di allerta. Per questo già nel 1446 il re Alfonso aveva concesso ai siciliani facoltà di difendersi e persino “manu armata offendere” quando si imbattevano in navi che li aggredivano[2]. Il problema più dibattuto non era quello dell’esercizio di questa pratica come professione ma la divisione del bottino che i privati reclamavano tutto per intero sottolineando i rischi che correvano e il servizio che recavano al regno, mentre gli Ammiragliati, che rilasciavano le patenti, ne rivendicavano un parte[3]. Nel tempo si va affermando il concetto  - formalizzato in una presa di posizione del Parlamento siciliano nel 1523 – che, visto il servizio reso alla comunità, nessun compenso dovesse spettare alla Regia Corte ed all’Ammiragliato ma il bottino doveva essere “di quelli che li pigliranno” se questo avveniva per mare. Nel caso invece che l’imbarcazione venisse catturata mentre si dirigeva verso terra doveva essere diviso a metà con coloro che erano a terra.

Una professione quella, della pirateria , molto lucrosa - soprattutto perché era collegata direttamente al commercio degli schivi - a cui non sdegnavano di prendere parte anche i vicerè, i loro familiari e funzionari governativi in un intreccio di ruoli pubblici e speculazioni private. “Le carte notarili di piazze come Trapani, Messina, Siracusa, […] ci hanno lasciato memoria interessante di contratti di società finalizzate all’esercizio della pirateria. Si trattava infatti di un’attività come un’altra , per la quale i notai fissavano in atti pubblici le condizioni e i patti a cui i soci dovevano sottostare[4]”.

 

Il commercio degli schiavi

 

L’aspetto economico più rilevante  e quindi lo scopo principale dell’attività di pirateria era costituito dal lucro ottenuto dalla vendita degli schiavi catturati. Un commercio per trovare braccia per il lavoro ma anche un commercio per riscattare chi era caduto in cattività. Il riscatto era infatti l’obiettivo della pirateria barbaresca mentre invece era più raro il riscatto per i mori caduti in cattività .

Abbiamo parlato delle condizioni in cui i deportati da Lipari fecero il viaggio verso oriente nel 1544. Possiamo dire, in genere, che i viaggi dei pirati che commerciavano in schiavi non doveva essere una crociera anche se c’era una bella differenza fra le condizioni di viaggio dei mercanti, dei proprietari degli schiavi e quello degli stessi schiavi costretti in catene, ferri e cippi giacchè il pericolo che potessero fuggire durante il viaggio era elevato e, in tal caso, né il locatore né tantomeno i proprietari degli schiavi, erano tenuti a pagare il nolo[5].

Come abbiamo avuto modo di accennare la pirateria si praticava anche da parte dei liparesi  autorizzata e abusiva.

 

Nell’estate del 1571, prima della battaglia di Lepanto, fra Vulcano e Lipari si svolge l’assalto ad una fusta turca da parte di due galee genovesi che si contendono il bottino del naviglio mentre l’equipaggio turco che si era dato alla fuga per l’isola viene scovato dai liparesi che, ucciso un turco, ne fanno prigionieri altri undici e li consegnano ai genovesi ricevendo in pagamento cinquecento zecchini d’oro. In quell’occasione vengono liberati diversi schiavi cristiani che si trovavano nella stiva della nave turca incatenati[6].

 

I corsari berberi

Due documenti del fine secolo parlano invece di contadini eoliani che a Stromboli, Panarea e anche a Lipari sulla marina di San Nicolò, l’attuale Marina Lunga, vengono rapiti da equipaggi barbareschi e deportati in terre lontane[7]

Pietro Campis  ci informa che intorno al 1580 continuano i corsari berberi ad imperversare nel mare di Lipari impedendo la navigazione e persino facendo incursione nei campi rubando i frutti della terra e facendo schiavi quanti vi ci trovavano. Per reagire a questi fatti alcuni liparesi - Bartolomeo Carnovale, Nicolao Altiri e Francesco Di Franco - armarono due brigantini ed una galeotta e si misero a contrastare i turchi impedendo loro altre scorrerie ed anche liberando una gran quantità di schiavi che si trovavano sui loro navigli. Poi, presa la mano, i nostri liparesi decisero di spingersi a levante esercitando loro la pirateria e tornando a casa con “prede considerabili e numerose turbe di Turchi in catene”[8].  Lo stesso Bartolo Carnovale nel 1584 chiede che gli vengano restituiti 17 turchi che gli erano stati requisiti dall’autorità dell’isola[9] mentre, sempre nel 1584, i liparesi si lamentano che viene loro impedito di recarsi a vendere al mercato degli schiavi  i turchi catturati[10].

 

I turchi residenti a Lipari e chi tornava dalla schiavitù

 

Diversi turchi vivevano anche a Lipari e non erano poche le famiglie borghesi che fra i loro schiavi non contassero anche un moro ed una mora. Erano tempi quelli in cui la discriminazione razziale e religiosa esisteva in maniera sensibile. Nel 1664 il vescovo di Lipari, che era mons. Francesco Arata – un pastore, come vedremo, dotato di grande pietà e carità -fece affiggere alle porte della cattedrale un editto che ribadiva alcune norme comportamentali fra i cristiani e “li turchi mori et altri infideli”  a cominciare dal fatto che, per distinguersi, quest’ultimi dovessero portare  “il cerro di capelli in testa”  pena  dieci anni di galera e nella stessa pena sarebbero incorsi se fossero stati trovati in case di meretrici o avessero avuto rapporti con donne cristiane. Quest’ultime, a discrezione del vescovo,  sarebbero state condannate invece o al carcere o alla frusta. Inoltre schiavi infedeli e schiavi cristiani dovevano pernottare in stanze separate e non dovevano mangiare insieme, “particolarmente in tempo in cui venghino proibiti i latticinij”. Per evitare  “ogni occasione di male che potrebbe succedere” i cristiani non devono abitare con gli infedeli, né andare ai loro conviti, né invitarli ai propri, né mangiare insieme a casa propria o altrui, né possono ricevere da loro alcun medicamento e nemmeno andare da loro per curarsi delle infermità, né abbiano con loro cose in comune “ma, quanto far si può, da tutto lor commercio e pratica si astenghino”[11].

Un atteggiamento discriminatorio e vessatorio veniva tenuto anche nei confronti di chi tornava o fuggiva dalla schiavitù fino a quando non si accertava che era rimasto cristiano o che volesse sinceramente riconciliarsi con la Chiesa.  E’ il caso di un tedesco fatto schiavo dai turchi e fuggito – nell’ottobre del 1583 - durante una sosta a Salina della nave dove era messo ai remi. Da Salina, dopo ventidue giorni di latitanza, riesce ad avere un passaggio per Lipari e si consegna alle autorità. E qui comincia un nuovo calvario del poveretto che viene messo in carcere in attesa che il vescovo accerti – sulla base di testimonianze – la sua vera identità, se era fuggito di sua volontà o se era un “turcho nato”, se avesse rinnegato la sua fede e in questo caso se lo avesse fatto di propria volontà o se costretto. Fortuna volle che qualche mese dopo, nel marzo del 1584, a Vulcano venne catturato un vascello marocchino dove, nell’equipaggio, vi erano persone che l’avevano conosciuto o avevano sentito parlare di lui e della sua fuga a Salina. Tutto a posto? Purtroppo non ancora. Il malcapitato doveva subire l’iter della “sollenne riconciliazione con la Chiesa”, una dura cerimonia penitenziale[12].

 

I vescovi pretendono le decime sugli schiavi

 

Ma l’attenzione dei vescovi e della curia alla liberazione degli schiavi non era sempre solo dettata da motivi religiosi per quanto rigidi ed inumani, ma anche da interessi materiali e cioè la decima sugli schiavi  che spesso veniva reclamata  sotto pena di scomunica. Infatti il 17 ottobre 1580 di scomunica viene colpito Bartolomeo Carnavale perché “degli schiavi liparesi da lui presi non aveva pagato la decima[13]”.

Le cose cominciano a cambiare il 20 luglio 1612 quando il vicerè di Sicilia dichiarerà che i liparesi per le loro azioni di pirateria autorizzata nulla dovranno dare al re ed all’Ammiraglio. I vescovi oppongono a questa decisione un “distinguo”, la norma non può valere anche per i turchi che venivano presi a terra perché, essendo essi gli unici ed assoluti proprietari delle isole, come si doveva la decima  per i frutti del suolo così era per i prigionieri fatti a terra. Ma ai primi di ottobre del 1693 di quell’anno, proprio ad Alicudi, si ha un episodio di una certa importanza che porta alla liberazione di ventidue cristiani ed alla cattura di centocinquanta infedeli di cui tre agguantati sull’isola. Il vescovo rivendica per questi le decime dietro minaccia di scomunica. Gli armatori si oppongono e si va dinanzi al Tribunale della Regia Monarchia  che li assolve dalla scomunica sentenziando che le decime non erano dovute perché le nostre sono “Isole che non producono turchi[14].

La pirateria dei liparesi continuò ancora per qualche tempo. C’è un documento del napoletano del 1710 che parla dei “liparoti che infestano questo mare impedendo il commercio[15]” e proprio nel primo scorcio del 700 il nome dei liparesi era temuto sulle coste fra Reggio Calabria e il Golfo di Gaeta mentre gli isolotti di Ventotene, Palmarola e Zannone era loro zona di operazione dove sequestravano e poi chiedevano il riscatto di barcaioli del luogo usciti per la pesca. Poveri che derubavano altri poveri e giustamente Iacolino parla di “briganti marini di mezza tacca”[16].

Isole Pontine

I costi per la sicurezza

 

Col passare degli anni dalla “ruina”, abbiamo visto, la paura dei turchi va diminuendo. Ed anche se di tanto in tanto compaiono nelle nostre acque vascelli barbareschi la gente di Lipari comincia a lamentarsi del costo della sicurezza e chiede che vengano ridotte le incombenze e le spese.  Si comincia nel 1633 quando i giurati di Lipari protestano col viceré e la spuntano, perché il Capitano d’armi ha ordinato che le guardie che si era soliti fare, ogni notte, con pattuglie di nove persone, nel periodo estivo da agosto ad ottobre nella marina di San Giovanni, nella spiaggia di Portinente e “in un posto ditto Gattarelli” siano estese per tutto l’anno e siano a carico delle persone che abitano nel borgo[17].Nel 1635 una lettera del vicerè ridimensiona le spese per le guardie e la difesa cominciando dalla “guardia del Monte”, per la barca di guardia all’isola di Vulcano, e per le guardie nell’isola di Salina, Stromboli e Filicudi. Un anno dopo i giurati riescono a liberare l’ università del costo del “capitan d’arme pratico ed esperto alla guerra”– onze otto al mese – che veniva inviato nell’isola per cinque mesi nella prospettiva di una guerra.  Nel 1657 una nuova protesta per essere esentati dalla spesa di 40 onze al mese per la paga delle guardie ritenendo che la vigilanza contro i corsari e le imbarcazioni nemiche può essere fatta dalla gente che va al pascolo[18].

Non deve meravigliare questa richiesta dei liparesi di ridurre i costi per la sicurezza giacchè sulle mercanzie dei pescatori, dei contadini e dei commercianti già pesavano le decime ed i censi della Mensa vescovile. E se si aggiungevano le angherie del capitano d’armi e dei soldati si comprende che il peso dei prelievi diveniva insopportabile.



[1] A. Italia, La Sicilia feudale, Milano 1940, pag. 363; R. Cancila, Corsa e pirateria nella Sicilia della prima età moderna, op.cit. pag, 363.

[2] F. Testa, Capituli Rengi Siciliae, Palermo 1741, p.352, v. R. Cancila, op.cit., pag. 364.

[3] R. Cancila, op.cit., pag. 256.

[4] Idem, pag. 369.

[5] Idemm, pag, 373-4.

[6] G.Iacolino, I turchi alla marina, op.cit., pp. 207-209.

[7] Idem, 209 e 218-9.

[8] P.Campis, op.cit., pag. 312.

[9] Libro delle Corrie, f. 4v e 5.

[10] Idem, f.6.

[11] Archiovio vescovile di Lipari, Editto generale di Mons. Francesco Arata, carp. 16.Civili, in G.Iacolino, I turchi alla marina, op.cit., pag. 210-211.

[12] Anche per questa vicenda i documenti originali si trovano nell’Archivio Vescovile di Lipari, Civile, carp. 2 e riprotati in G. Iacolino, op.cit., pp2111-213 e 222-226.

[13] G.Iacolino, idem pag. 214.

[14] Sulla vicenda si veda P. Campis, op.cit., pag. 58-60; G.Iacolino,op.cit., pag.213-214,  226-229; Archivio Vescovile, Carpetta Criminali 12.

[15] Si tratta di un documento del Banco di Santa Maria del popolo del 27 maggio del 1710 ora in Archivio del Banco di Napoli, cit. da G: Iacolino, op.cit., pag.215, 219.

[16] G.Iacolino, I turchi alla marina, op.cit.,pag. 215-216

[17] A.Raffa, op.cit., pag. 101.

[18] Idem, pag. 102.

 

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