La prima colonizzazione delle Eolie

Chi furono i primi eoliani?

Chi erano i primi eoliani, da dove provenivano? La scoperta della capanna di Rinicedda, come vedremo, fa ritenere che fossero popoli che provenivano dall’Italia meridionale, ma che, per decidere di visitare le Eolie, viste le difficoltà delle comunicazioni marine, dovevano aver sostato per qualche tempo sulle coste tirreniche della Sicilia, a Milazzo o a Patti o in una località intermedia. Le difficoltà delle comunicazioni marine nascevano dalle imbarcazioni rudimentali che allora potevano costruirsi. Infatti non esistevano né asce, né seghe per trasformare i tronchi degli alberi in tavole, né esisteva la pece per rendere stagne le giunture dei legni e quindi le imbarcazioni o erano tronchi scavati, o zattere di tronchi tenuti insieme con pioli di legno, pezzetti di fune e malta e creta, sospinti da vele di stuoie o da remi formati di tronchetti d’albero con inserite cortecce robuste da formare una sorta di pagajaTP[3]PT.

 

Ed è dalla costa tirrenica che vedevano stagliarsi proprio di fronte le isole che durante la notte dovevano illuminare il cielo con i loro frequenti fenomeni vulcanici. Questi popoli provenienti dalle coste della Calabria e forse anche della Campania, che avevano già avuto qualche difficoltà a traversare lo Stretto di Messina, dovettero indugiare parecchio prima di avventurarsi verso queste terre che distanti almeno venti miglia, pretendevano un impegno maggiore di quello fino allora sperimentato. Inoltre la turbolenza degli elementi, i sordi boati, le eruzioni, i fumi, l’acre odore di zolfo portato dai venti non erano certi fattori che invogliavano all’esplorazione. Per questo prima, con tutta probabilità, fu una staffetta mandata in avanscoperta che traversò il mare e approdò a Lipari. La ricognizione dovette durare diverse settimane, il tempo necessario a scoprire che se il porto di Lipari era il luogo più opportuno per sbarcare e tirare a secco il loro naviglio, le risorse maggiori però si trovavano dall’altra parte dell’isola dove c’era la creta, l’acqua e soprattutto l’ossidiana: questa pietra splendente che forse non avevano mai visto prima ma della quale compresero immediatamente l’importanza e l’utilità. E forse fu proprio nel corso di questa missione esplorativa che scoprirono Salina, isola più tranquilla, con un approdo più protetto a Rinella dalle intemperie marine, disposto proprio di fronte a Quattropani, a un’oretta di tragitto a remi e forse meno se si trovava una brezza favorevole alla vela.

Fin all’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso non c’era alcun dubbio che la prima immigrazione si fosse stabilita sugli altipiani di Castellano Vecchio, come dimostravano molti ritrovamenti. Qui infatti – come ha fatto osservare Pino PainoTP[4]PT , - trovano terreni fertili ed anche abbastanza protetti da improvvise incursioni dal mare, vi erano, nelle vicinanze, due sorgenti ( Madoro e il Bagno Secco) ed in oltre erano vicini alla colata di Pomicizzo dove vi era la pietra che aveva attirato la loro attenzione. Inoltre a poche centinaia di metri vi era la cava del Caolino che forniva materia per le ceramiche. Infine non dovette essere senza importanza il fatto che questa località si trovasse abbastanza distante dai vulcani attivi dell'isola che erano allora Monte Sant'Angelo e la Chirica.

Disegno della capanna trovata a Rinicedda                                                  

 

 

 

 

Poi, la sorpresa. Nel 1989 a Salina, in località Rinicedda nei pressi di Rinella, vengono ritrovati prima dei cocci di ceramiche di impasto bruno-nerastro , identici a quelli trovati a Castellaro Vecchio, poi addirittura una capanna, intatta nel basamento, l’unica ritrovata nell’arcipelago, simile ad altre rinvenute nell’Italia meridionale. Allora i primi uomini si sono insediati innanzitutto a Lipari - Castellaro Vecchio o a Salina -Rinicedda? E perchè prima a Rinicedda se qui sembra che fra le loro attività principali ci fosse quella di lavorare l’ossidiana di Lipari e forse anche la creta del Caolino? Non potrebbe essere il contrario, come si è sempre ritenuto e, una volta stabilitisi a Lipari, una parte della spedizione decise, dopo qualche tempo, di colonizzare anche Salina? A meno che la scelta di insediarsi a Rinicedda non fosse dovuta al fatto che l’isola di Salina la si riteneva più sicura dal rischio sismico visto che a Lipari in quel tempo le eruzioni vulcaniche - anche se abbastanza distanti da Castellaro -dovevano essere piuttosto frequenti. Così, in un primo tempo la stazione di vita e di lavoro divenne Rinicedda ed a Lipari si veniva solo, attraverso il canale che separa Rinella da Acquacalda, per prelevare la materia prima da lavorare. Poi, in un secondo momento, avendo acquisito più familiarità con i fenomeni vulcanici, si scelse anche di insediarsi al Castellaro.

Abbiamo cercato di immaginarci come potrebbe essere avvenuta, in un giorno di settemila anni fa, la scoperta delle Eolie.

“Era molto tempo che lui d i suoi amici guardavano quelle isole là in fondo, sull’orizzonte. Le isole del tuono e del fuoco le chiamavano perché giungevano, portati dal vento, rombi fortissimi e la notte brillavano come mille fuochi accesi. Erano il regno dei demoni, qualcuno diceva e molti ci credevano. Ma lui no e nemmeno i suoi amici. Così avevano iniziato a discutere come andarci e quando andarci. Non era solo spirito di avventura. Volevano vedere com’erano quelle terre, se erano grandi, se c’era acqua e soprattutto se c’erano pietre dure e forti. Le pietre erano un materiale importante per vivere. Ma bisognava aspettare la stagione più calda quando i venti si calmavano e con essi il mare, anche se qui, di questo,i non si poteva essere mai certi. Anche nella stagione del bel tempo scoppiavano forti mareggiate.

La zattera era già pronta, l’avevano costruita da tempo e con essa avevano fatto molti viaggi lungo la costa. Avevano raggiunto la punta che si protendeva verso le isole ma si erano accorti che una volta giunti lì il cammino era ancora lungo. Ma in sei remando ad un certo ritmo se non in un giorno, sicuramente in due ce l’avrebbero fatta.

E così un mattino di grande calma nel cielo e nel mare partirono. Partirono prima che sorgesse il sole e trovarono una buona corrente che lì aiutò nella traversata. Quando il sole cominciò a calare erano già in vista dell’isola più vicina, quella che aveva una grande bocca che brontolava in continuazione e dalla quale uscivano fumi e vapori. Anzi tutta l’isola emanava fumi e vapori. Avevano già deciso che non sarebbe stata quella la loro meta. Loro erano coraggiosi ma perché sfidare la fortuna? Così quando raggiunsero l’isola le passarono a fianco in uno stretto canale che la divideva da un’isola vicina, più grande, ma anch’essa con tante bocche di fuoco. Proprio una di queste si levava alla loro destra e il percorso fra le due bocche non fu piacevole.

Vogarono tutta la notte fra boati e bagliori infuocati. In alcuni punti, lungo la costa, persino il mare bolliva e per quanto fossero coraggiosi il loro cuore si era ristretto e batteva forte come se volesse schizzare dal petto. Ma poi erano giunte le luci del giorno e, con esse, era tornata la forza ed il coraggio. Ma era bene che non ci si fermasse nemmeno a quest’isola, era meglio che si puntasse alla terza che si scorgeva più in fondo. Anche lì c’erano le bocche di fuoco ma non sembravano tanto impetuose e poi l’isola era più verde, c’erano alberi e piante e forse avrebbero trovato anche dell’acqua.

I compagni erano stremati ma furono d’accordo. Era lui il capo e quello che diceva era quasi sempre giusto. Così arrivarono ad una spiaggetta e poterono tirare a secco la zattera. Poi si gettarono sulla sabbia per riposare. Passarono nell’isola diversi giorni perché lui il capo voleva conoscere, vedere tutto, capire. C’era acqua dolce e anche frutta per mangiare. C’era anche della selvaggina da cacciare. Ma lui, il capo, guardava sempre l’isola di fronte che gli pareva la più grande e la più misteriosa.

Ed un mattino misero la zattera di nuovo in mare e vogarono verso la costa di fronte. Non fu difficile ed anche qui, tirata la zattera a riva, decisero di vistare l’isola.

  • Saliamo in cima al monte, disse lui il capo, così possiamo avere una visione di tutto.

Ed infatti in cima c’era un pianoro da cui si poteva scorgere tutto l’orizzonte. L’isola che avevano lasciato, la prima che avevano incontrato e poi, molto più lontano, altre isole che sembravano più piccole ma tutte con la loro bocca di fuoco ed il loro pennacchio di fumo.

  • Questa mi sembra l’isola più importante, il centro. - disse ancora lui, il capo – Non ce ne andremo di qui se non l’avremo tutta visitata. Ora riposiamoci e poi, in cammino.

E fu così che camminando ed osservando, tutto con grande, curiosità giunsero ad una collina di pietre bianche in mezzo alle quali ve n’erano di nere che brillavano al sole. Fecero l’ultimo tratto di corsa. Di che si trattava? Non avevano mai visto nulla di simile. Con circospezione ne presero una e videro che era pesante ma limpida come l’acqua che quasi ci si poteva specchiare. Provarono a vedere se fosse anche forte e resistente. E dopo averci pestato sopra con un’altra pietra più grossa, la prima andò in frantumi e produsse mille schegge. Schegge taglienti come nessuna pietra lo era.

- Questa è una grande scoperta, disse lui il capo, dobbiamo tornare la villaggio sulla costa e parlarne agli altri. Con questa pietra si possono fare armi per cacciare, armi per difenderci, si possono tagliare i frutti della terra, si può incidere il legno, e tante altre cose. Ma non bisogna diffondere troppo la voce. Bisogna dirlo solo ai capi e prepararci a trasferirci su quest’isola con le donne ed i bambini. Si, qui si può vivere. E se fa troppo paura abitare su quest’isola potremmo vivere su quella di fronte e venire qui di tanto in tanto a raccogliere le pietre nere per lavorarle”.

Pressa a poco così dovette realizzarsi la prima colonizzazione delle Eolie grazie a un gruppo di giovani ardimentosi che riuscirono a convincere gli altri membri della loro tribù aa abbandonare la costa, fare la traversata e stabilirsi nelle isole.

Dovranno passare più di mille anni perchè si possano registrare dei nuovi arrivi di gente portatrice di tradizioni artigianali diverse e soprattutto di diverse tecniche nella lavorazione della ceramica forse richiamate dalle grandi potenzialità dell'Ossidiana e dalla possibilità di commerciarla. Ed anche se IacolinoTP[5]PT ci invita alla prudenza quando si parla di “via dell’ossidiana” vista le difficoltà di intraprendere lunghi viaggi con le imbarcazioni possibili, in qualche modo un certo commercio dovette svilupparsi.

E che questi nuovi arrivati fossero particolarmente interessati alla commercializzazione lo dimostra la scelta delle nuove ubicazioni. Così nei primi secoli del IV millennio a.C. si possono riscontrare i primi insediamenti sulla rocca di Lipari. Le abitazioni sorgono si in prossimità del mare ma su una fortezza naturale che rivela come, a fianco di una attenzione alle comunicazioni ed ai collegamenti via mare, permanessero problemi in ordine alla sicurezza.

 

Da dove vengono questi popoli? Le ceramiche da loro prodotte rivelano interessanti consonanze con le popolazioni al di là dell'Adriatico (Dalmazia e Grecia) le quali dovettero aggiungersi a quelle che già abitavano al Castellaro vecchio. Si può pensare così che si andasse consolidando una economia fondata sulla lavorazione dell'ossidiana, oltre che sulla coltivazione dei campi e, come abbiamo detto, sul commercio di questo preziosissimo minerale. I rapporti probabilmente non andarono oltre ai rapporti con commercianti della costa tirrenica e dell’Italia meridionale, ma da commerciante a commerciante, essa si diffuse al di là della Sicilia e dell'Italia meridionale. Infatti l’ossidiana di Lipari è stata ritrovata in Liguria, nella Francia meridionale, e soprattutto in Dalmazia. Fu l'interesse per l'ossidiana che insieme con le relazioni commerciali aprì la strada a nuove immigrazioni visto che i giacimenti di Lipari erano sempre più rinomati.L'insediamento sulla rocca di Lipari, grazie anche agli scambi ed alle relazioni pacifiche, col passare dei secoli non solo andò prosperando ma acquistò sicurezza tanto che le abitazioni cominciarono ad espandersi oltre la fortezza, nella pianura circostante della contrada Diana. Ancora qualche secolo e nella seconda metà del IV millennio ritroviamo “un vastissimo insediamento, uno dei più vasti e popolosi del Mediterraneo centro-occidentale, che vive e prospera appunto sull'industria e l'esportazione dell'ossidiana”TP[6]PT . Inoltre villaggi sorgono anche nell'entroterra: di Lipari a Pianoconte, Mulino a vento, Spataredda...Mentre a Salina oltre che a Rinicedda, sorgeva un villaggio intorno al 3000 a.C. a Serro Brigadiere alle spalle di Santa Marina, e poi uno a Serro dell’Acqua.

Fino a quando prospera questo commercio dell'ossidiana, e cioè fino a quando non cominceranno a fondersi i metalli, le Eolie vivranno una condizione di prosperità e di crescita. La gente, oltre che l'isola di Lipari, popolerà tutte le altre isole, Vulcano esclusa e la fabbricazione delle ceramiche rivelerà sempre nuove tecniche di lavorazione e di colorazione a testimonianza che le relazioni e quindi la contaminazione culturale è intensa e proficua.

 

 

 

 

 


TP[1]PT Madeleine Cavalier, isole Eolie, Archeologia e storia fino all'età normanna, in “Atlante dei beni etno-antropologi eoliani, a cura di Sergio Todesco, Regione Siciliana, Assessorato dei beni culturali ed ambientali e della P.I., p.17.

TP[3]PT G. Iacolino, Raccontare Salina, vol. I, Palermo, 2009., pag.28.. H.W. Van Loon, Storia della navigazione - dal 50000 a.C. ai nostri giorni, Milano, 1936, ‘ag.46.

TP[4]PT “La vera storia di Lipari”, Messina, 1996

TP[5]PT G. Iacolino, Raccontare Salina, vol.I, pag. 28-29

TP[6]PT M. Cavalier, idem, pag.18.

 

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