La prima comunità cristiana a Lipari

La vita delle prime comunità cristiane
 
Quanti potevano essere i cristiani nella Lipari del III secolo?  Probabilmente non più di cento o duecento su una popolazione che non doveva essere di molto cresciuta rispetto ai 1.200 abitanti che contava nel I secolo a.C.. Di questi circa un migliaio risiedevano al Castello e, in minima parte, nei borghi e nella pianura.. Gli altri, contadini e pastori, erano sparsi qua e là per le isole minori. “Comunque per quanto esiguo fosse il numero dei cristiani, un capo spirituale della famiglia dei credenti non poteva mancare, ed erano gli stessi fedeli che autonomamente lo eleggevano. Era, inoltre , la stessa insularità del luogo che richiedeva la presenza costante di un moderatore deputato all’esercizio del culto che chiamarono presbyteros, che vuol dire anziano, o episcopos che significa sovrintendente o presidente”[1].
A Lipari, come altrove, i credenti si ritrovavano insieme ai fratelli di fede, più che per precetto imposto, per una esigenza sentita nei giorni domenicali e festivi e nelle veglie notturne o vigilie (che li precedevano), in un medesimo locale chiuso e appartato per leggere sacre scritture, per cantare i salmi, per celebrare l’Eucarestia, per ascoltare il magistero del vescovo e per programmare gli interventi caritativi relativamente ai casi che la stessa assemblea segnalava.
Il vescovo stava a capo della mensa assiso su di uno scanno sostenuto da pedana, con schienale e braccioli. Era questo seggio che si chiamava cathédra. Ma il luogo dove si teneva l’adunanza non si chiamava ancora cattedrale ma semplicemente “ecclesia”, termine con cui si indicava l’adunanza dei fedeli e il luogo in cui si teneva.
La chiesa come edificio non aveva la funzionalità né le forme architettoniche, né le dimensioni di quelle che vediamo oggi. In origine, il luogo del raduno comunitario, altro non era che una vasta sala, o cenaculum, al piano terreno o al primo piano di una casa patrizia di campagna, oppure un’edicola funeraria o uno dei tanti ipogei cimiteriali di periferia e, ove ne esistevano, le catacombe, che erano pur esse cimiteri privati.
 
Alla Maddalena la prima chiesa liparese?
Tutto fuori mano amavano fare i primi cristiani, oltre l’estremo limite dell’abitato. E ciò al semplice scopo di non suscitare le reazioni dei pagani. Alla luce di queste considerazioni si può pensare che l’ambiente della prima ecclesia dei Liparei fosse una villa aristocratica che sorgeva sull’elevato dosso della Maddalena. Lì accanto dovette essere innalzato ben presto un edificio funerario o, fors’anche, venne scavato un ipogeo o delimitato uno spazio cimiteriale dove potessero trovare decorosa sepoltura i membri della comunità. Uno di questi ipogei  potrebbe essere quello esistente nella zona fra la Chiesa di San Giuseppe e la chiesetta di San Bartolo extra moenia dove probabilmente sorgeva il monastero dei monaci che curavano le reliquie[2].
Quello di convivere con i morti nella prospettiva della fine del mondo e quindi della resurrezione dei corpi e del giudizio di Dio, era una caratteristica dei cristiani di allora che definivano koimetérion ( cimiteri) cioè dormitori quelli che i pagani chiamavano necropoli. Ad avvalorare la tesi che la prima ecclesia fosse alla Maddalena si potrebbe citare la tradizione locale che vuole che la “cassa” di San Bartolomeo sia approdato a Portinente  e che le spoglie siano state tumulate là dove oggi sorge la chiesetta di S. Bartolomeo extra moenia. D’altronde proprio nel luogo dove oggi sorge questa chiesetta, e nella piazzetta antistante doveva risiedere nel IV secolo, dopo l’editto di Costantino ( a.313), la prima sede episcopale e la prima Cattedrale di Lipari. Si sarà trattato all’inizio di un edificio modesto che col passare dei decenni, visto l’accrescimento dei fedeli e per la diffusione della fama dei poteri taumaturgici della reliquia, subì trasformazioni e ingrandimenti fino a divenire – secondo l’espressione di san Gregorio di Tours -  un “templum magnum” nel VI secolo.
Nel IV secolo o negli anni a cavallo tra il IV e V secolo, quando il Cristianesimo era ormai penetrato prepotentemente nella storia e nel costume degli isolani, è probabile  ( anche se non ci sono riscontri storici), che la Cattedrale sia stata trasferita nella città alta ed abbia preso il posto del tempio di Efesto. Si sarebbe trattato di una basilica ad aula unica, con volta ogivale. Nell’altra chiesa di San Bartolomeo si continuò, invecee, a custodire il corpo del Santo e quelli dei vescovi liparitani.
Ancora un secolo e per la recrudescenza dei fenomeni vulcanici, in una Italia in cui imperversavano i barbari, l’arcipelago delle Lipari venne sempre più percepito, soprattutto dal mondo cristiano, come vestibolo dell’inferno e colonia di Satana, donde i demoni uscivano per operare ovunque devastazioni e malvagità e mali d’ogni sorta. E’ lo stesso S. Gregorio Magno (590-604) che nei suoi Dialoghi parla di un episodio riguardante la dannazione di Teodorico re degli Ostrogoti (493-526) che aveva compiuto atti gravi verso i cattolici e si era macchiato di gravi delitti come l’uccisione del filosofo Severino Boezio e del patrizio Simmaco ed in un carcere di Ravenna aveva fatto rinchiudere il papa Giovanni I che vi morì di stenti.
 
La leggenda di Teodorico
 
“Il mio domestico Giuliano – scrive papa Gregorio – mi fece questa narrazione al tempo del re Teodorico, il padre di mio suocero si era recato in Sicilia a riscuotere certe somme, e stava ritornando in Italia. La sua neve approdò in un’isola che si chiama Lipari. E proprio colà ci viveva un eremita di grande virtù…Appena l’uomo del Signore li vide, tra le altre cose di cui parlò, rivolse loro questa domanda: Sapete voi che il re Teodorico è morto? Subito quegli gli risposero: Non sia mai! Noi tutti lo abbiamo lasciato in buona salute e niente di tutto questo ci è pervenuto sin’ora. E il servo di Dio soggiunse: Eppure è morto; proprio ieri,all’ora nona, trascinato tra papa Giovanni e il patrizio Simmaco, seminudo e scalzo e con le mani legate dietro, fu gettato in questo vicino calderone di Vulcano. Sentendo ciò, essi presero nota del giorno e dell’ora e, quando fecero ritorno in Italia, constatarono che il re Teodorico era morto in quel giorno in cui al servo di Dio era stata rivelata la morte e la punizione del re”.
E Gregorio commenta. “Che cos’altro dobbiamo dedurre se non che, in qualsiasi luogo del mondo, nelle isole di questa terra si sono aperte le bocche dei tormenti col fuoco che si riversa? Queste bocche – come raccontano coloro che le hanno viste – squarciandosi di continuo le fenditure, si allargano affinché, dato che si approssima la fine del mondo, quanto più è certo che colà dovranno raccogliersi i destinati al fuoco eterno, tanto più appaia evidente che quei medesimi luoghi dei tormenti si vanno dilatando. Il che l’onnipotente Dio ha voluto rendere manifesto a correzione di coloro che vivono in questo mondo affinché le menti degli infedeli, i quali non credono all’esistenza delle pene dell’inferno, vedano i luoghi dei tormenti, luoghi cui essi stessi si rifiutano di credere sebbene ne abbiano sentito parlare”[3].
Queste credenze erano alimentate da eremiti che nelle nostre isole venivano di tempo in tempo a soggiornarvi. Uomini virtuosi, fuggiti dal mondo che reputavano invivibile o scacciati dalla loro terra d’origine, che qui trovavano il ristoro dell’anima immergendosi nel raccoglimento e sperimentando virtù e carismi nell’aspro confronto con i demoni. Intanto le isole continuavano ad essere luogo di confino e tanto più cresceva la fama di anticamere dell’inferno tanto più appariva grave la pena inflitta a chi qui veniva inviato in esilio. Nel 510 lo stesso Teodorico aveva voluto punire il curiale Jovino relegandolo a vita nell’isola di Vulcano “ perché colà viva come una salamandra la quale per lo più sta in mezzo al fuoco”.

[1] G. Iacolino, Le isole Eolie…,op.cit. pag, 89. A questo capitolo “La ‘santa e cattolica chiesa dei Liparèi. Alla ricerca di una origine lontana “ abbiamo attinto abbondantemente anche per  il proseguo del capitolo.

[2] Vedi il disegno contenuto nel libro di Thérèse Bouysse – Cassagne , San Bartolomeo dalle Eolie alle Ande,op,cit. dopo l’introduzione di V. Giustisi “Presupposti mitici pagani al culto di San Bartololomeo”. Secondo Giustoisi “trattasi di un’antica struttura artificiale riadattata al culto cristiano forse già in epoca anteriore all’età bizantina”.

[3] S. Gregorio Magno, Dialoghi, libro IV,cap.30 e cap. 35.

 

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