La raccolta e lavorazione della pomice si riorganizza e industrializza

Verso l’industrializzazione della raccolta della pomice

Canneto ai primi dell'800

La pomice è stata la grande risorsa naturale che ha inciso nella storia dell'arcipelago soprattutto negli ultimi duecento anni[1]. A portarla agli onori delle cronache sono stati nell'800 due eventi: l'industrializzazione e la commercializzazione del prodotto che dimostrarono che questa pietra – dal punto di vista economico – non rappresentava solo una modesta integrazione per coloro che versavano in condizioni precarie ma poteva rappresentare una vera ricchezza per i privati e per le casse del comune;  le nome che colpirono in particolare la chiesa liparese privandola di censi e di decime e la portarono a rivendicare i terreni demaniali per sopperire in qualche modo alle proprie esigenze.

Il primo accenno ad un commercio della pomice di Lipari è del 18 maggio 1276. Carlo d’Angiò autorizza il vescovo ad esportare e commerciare oltre allo zolfo ed all’allume anche la pomice (lapides”).Una chiesetta dedicata a San Cristoforo nasce a Canneto nel 1596  e secondo Iacolino  questo è segno che la gente del luogo portava a spalla le ceste del pezzame. Sul finire del XVII secolo si dovettero avviare piccole attività di commercializzazione della pietra[2]e Dolomieu nel 1781 afferma che Lipari è “l’immenso magazzino che fornisce la pomice a tutta l’Europa” e sette anni dopo Spallanzani afferma che a Lipari “vengono bastimenti italiani, francesi e d’altre nazioni per caricare questa merce”[3].

La prima volta che si parla di concessione a proposito della pomice è nel 1813 quando Vito Nunziante chiede al governo borbonico delle terre demaniali ed il governo interpella il vescovo di Lipari perché specifichi, delle terre comunali, quali sono patrimoniali e quali demaniali. Il Nunziante torna alla carica l’8 maggio 1825 e il  Decurionato municipale delibera di concedergli in esclusiva, per nove anni, di estrarre dai beni comunali “la materia vitrea” per impiantare una fabbrica di cristalli. Ma ancora una volta non si arrivò a nulla di concreto.

La prima volta che si pensa ad un  dazio sulla pomice è il 29 aprile del 1835 e il Decurionato stabilisce che deve essere  di grani 10 siciliani per ogni quintale di pietra pomice scavata. Le entrate previste sarebbero  ammontate a 100 onze l’anno corrispondenti a circa 600 tonnellate di prodotto e dovevano servire  per far fronte all’illuminazione notturna da organizzarsi nel Comune.[4]

La decisione del Comune si scontra prima con i privati che sono possessori dei terreno - o perché se ne sono appropriati e non intendono riconoscere la natura demaniale delle terre o perché li hanno ricevute in enfiteusi dal vescovo a cui pagano il censo – ma si scontra anche con la gente del popolo giacché le terre pomicifere erano considerate da sempre terre comuni,  meta di cavatoli singoli e a gruppi, i quali prendevano ciò che potevano, alimentando, comunque, un discreto commercio di esportazione. Sistema che rimase in vigore per tutto l’800 e sino ai primi del 900. Infine si scontra anche col vescovo che si riteneva, fin dal tempo dei normanni, proprietario delle isole Eolie e quindi anche di questi terreni Così mons. Proto, fra il 1839 e il 1840,  invia una “memoria” sulle decime all'Intendente magistrato aggiunto per protestare contro il sindaco Antonio Natoli ed alcuni possidenti liparesi che volevano sopprimere le decime sui prodotti della terra. Comunque il 24 giugno1855 il Comune di Lipari ottiene l’autorizzazione di imporre il dazio sulla pietra pomice all’imbarco grazie ad un “sovrano rescritto” e il 28 maggio del 1868 il Consiglio Comunale, su proposta dell’Amministrazione guidata dall’avv. Filippo Carnevale, approva il primo regolamento per il diritto di riscossione sulla pietra pomice che si estrae nelle cave di proprietà del Comune.




 

All’inizio, lo sfruttamento delle terre pomicifere era a carattere artigianale e la pomice veniva acquistata in conto proprio dagli stessi capitani dei velieri che provvedevano poi a rivenderla[5] nei vari porti dell’Italia e della Francia, solo nel 1880 assumerà una fisionomia industriale..

 

 

Il primo passo in questa direzione si ha  quando giungono i rappresentanti di società straniere che prima si limitarono ad acquistare il prodotto, poi cominciarono a selezionarlo e lavorarlo nei mulini che fanno costruire a Lipari, Canneto, Porticello e ad Acquacalda.

Il precursore in questo campo è il francese monsieur Firmine Bacot de la Maison de commerce ‘Leonard Bacot’ specialiste en ponces chois, poudres, grain a Paris.[6].  Bacot   il 2 settembre 1865 sposa a Pirrera Angelina Restuccia ed il 24 maggio 1867 rivolge una petizione al Sindaco per chiedere una porzione di demani comunali in contrada rocche Pirrera e la esenzione del dazio sulla polvere di pietra pomice che viene manufatta ed esportata all’estero. Il Consiglio Comunale respinge le due richieste . La prima perché i demani comunali o sono dati in enfiteusi o sono gravati da usi civici e quindi sono di libero accesso a tutti i cittadini e rappresentano una fonte di sostegno per numerose famiglie. La concessione quindi per molti liparesi rappresenterebbe un danno. Inoltre l’esenzione dal dazio danneggerebbe le entrate comunali.

 

La concessione in monopolio

 

E’ negli anni 80 che si pone il problema di affidare raccolta e commercializzazione della pomice ad un soggetto unico. Il 30 maggio del 1881  il Consiglio Comunale, sindaco Filippo De Pasquale, si riunisce per discutere una richiesta del signor Gabriele Barthe avanzata per mezzo della Prefettura. Si apre una lunga fase che si concluderà solo il 21 novembre del 1884 assegnando al richiedente “in locazione, a trattativa privata, per un ventennio, i demani comunali produttivi di pietra pomice”. In questi tre anni e mezzo che sono trascorsi dalla richiesta alla decisione del Consiglio verranno vagliati diversi problemi ed obiezioni e si dovrà tenere conto di richieste diverse da quella di Barthe. La prima obiezione che viene avanzata – e che si dimostrerà fondata tanto da mettere in crisi il contratto stipulato – riguarda lo stato dei terreni demaniali molti dei quali sono stati usurpati. L’obiezione è avanzata dall’apposita commissione  consigliare costituita per vagliare l’offerta di Barthe. Si propone di sospendere la decisione “fino a che i demani comunali usurpati e principalmente quelli a terreni bianchi dove si trovano le pomici non saranno reintegrati”. Ma il richiedente torna alla carica  visibilmente sostenuto dal Prefetto e così un paio di settimane dopo il Consiglio é richiamato a decidere. Questa volta il consesso si divide perché vi è chi teme il verificarsi di inconvenienti e giudica che sarebbe meglio andare avanti come si era fatto fino ad allora cioè dando in appalto la riscossione dei dazi e magari aumentandoli. Ma a maggioranza di sedici a dieci si decide di mettere all’asta la concessione. Problemi nascono però sulle condizioni del contratto. In particolare due. Il Barthe avrebbe voluto fare uso di mezzi meccanici e di macchinari, il Comune si oppose perché “andrebbe a nulla il lavoro di una gran quantità di gente addetta a questa lavorazione”e su questo punto il Comune la spunta. Non la spunta però su un’altra clausola che riguardava i mezzi  autorizzati a eseguire il trasporto nei vari porti. Il Comune avrebbe voluto che fossero solo i “bastimenti della marina mercantile di Lipari” ma la norma viene respinta dalla deputazione provinciale di Messina la quale non accetta neanche la successiva mediazione di allargare l’ambito dei bastimenti autorizzati a quelli dell’intero Comune e non della sola isola e di  prendere in considerazione, per le eccedenze, i bastimenti di Salina e “poi quelli dell’intero compartimento marittimo di Messina”. Ma oltre le condizioni un altro problema riguarda  il bando e la selezione dei concorrenti. Barthe vorrebbe che si andasse a trattativa privata il Comune propende per la gara pubblica. Alla gara vengono presentate tre offerte .Oltre a Barthe vi è quella di Felice Neble e dei francesi Chamencin e compagni. Il Consiglio sceglie la terza offerta ma il Prefetto annulla la decisione. Probabilmente aveva raccolto la protesta di Barthe che lamentava che la sua offerta fosse stata resa pubblica.

Le trattative riprendono ai primi di marzo del 1884 e questa volta le proposte sono solo due: quella di Barthe e quella della Banca Siciliana di Messina. Si procede a trattativa privata ma il 18 luglio la Banca dichiara di non potere accettare tutte le modifiche fatte alle sue condizioni ed stava per avanzare una nuova proposta. Ma il consiglio a maggioranza di otto a sei, di fatto, chiuse la trattativa con la Banca Siciliana ed il 20 novembre tornò a riunirsi per approvare la concessione a Gabriele Barthe.

Il Comune con questo contratto si proponeva due obiettivi: garantire al comune entrate daziari costanti e consistenti; reintegrare con procedura indiretta il demanio pomicifero[7].

 

I diritti del Comune sulla pomice e quelli del Vescovo

 

Ma quello che alcuni temevano si verifica. Barthe constata che non può entrare in possesso di estese porzioni delle terre pomicifere. E così appena sei mesi dopo la firma del contratto ne denuncia l’impraticabilità. E  proprio perché il Comune non riesce a provare la asserita demanialità, dopo due sentenze favorevoli del Tribunale,  Barthe  ottiene il 31 luglio del 1885 la risoluzione  del contratto per via giudiziaria. Comunque il contenzioso fra Barthe e il Comune, per il pagamento dei danni e gli interessi, si trascinerà sino all’aprile del 1898 quando la causa si conclude in modo favorevole per il Comune.

Intanto il 12 febbraio del  1884  la Giunta municipale approva un nuovo “regolamento per la riscossione del diritto  di percezione sulla pietra pomice che si estrae dalle cave dei demani comunali” dopo quello del 1868. L’efficacia del rescritto sovrano del 1855, confermata dai regolamenti, continuò ininterrottamente e senza opposizione  da parte dell’Autorità Tutoria fino a tutto il 1887, cioè sino al momento in cui il Comune diede in locazione alla “Eolia” i propri demani pomiciferi.

Due anni dopo il fallimento dell’esperienza Barthe e dopo due aste pubbliche andate deserte l’1 maggio 1886 giunse al Comune la richiesta del signor Giuseppe Lanzi di concessione  procedendo a trattativa privata. Il Consiglio comunale cominciò a discutere  del nuovo contratto mentre, strada facendo si viene precisando la fisionomia del nuovo richiedente.  Il 5 maggio 1887 il sindaco Ferdinando Pajno informa che il Lanzi aveva agito in nome e per mandato del sig. Giovanni Rodriquez fu Leopoldo; il medesimo giorno della sottoscrizione del contratto di locazione, e cioè il 25 gennaio 1888, si costituisce la “Società Eolia” in nome e por conto della quale ha agito il Rodriquez.

Il nuovo contratto[8] concede in locazione, per due anni con possibilità di rinnovi biennali fino al termine massimo del 1905, con un canone annuo di lire 92 mila e cauzione di lire 85 mila, tutti i terreni demaniali produttivi di pietra pomice che il municipio possiede e di cui è in godimento – che vengono elencati con nome delle contrade in cui si trovano - col diritto di scavare nelle cave esistenti ed in altre che vorrà aprire senza limitazione alcuna. Il Comune ed i residenti possono fare uso della qualità detta “alessandrina”, del lapillo e della “stacquatura”, che si trova sulle spiagge, ed anche dei bastardoni purché questo materiale venga adoperato esclusivamente nei fabbricati del territorio comunale.

L’art. 3 del contratto precisa, come era stato fatto anche nel contratto con Barthe, che la concessione riguarda il sottosuolo e non la superficie che rimane nella disponibilità del Comune e che può concedere in enfiteusi. All’art. 8 si chiarisce che “ il concessionario non potrà adibire per l’escavazione della pietra pomice che solo lavoratori ed operai del Comune di Lipari escluso ogni mezzo meccanico di macchine” . I lavoratori ammessi allo scavo della pomice dovranno essere  in possesso di un permesso scritto rilasciato dal Comune e dovranno cedere al concessionario tutte le qualità di pomice che scavano. Gli operai non possono scavare più di 50 mila quintali all’anno di pomice salvo che non sia il concessionario a farne richiesta. L’eventuale eccedenza verrà conteggiata nella quota dell’anno successivo.

Questi i passaggi che ci sembrano più significati. Rimane il fatto della generica indicazione dei terreni demaniali e questa sarà ancora una volta fonte di contrasto e causa del fallimento anche di questa esperienza.

Inoltre i lavoratori erano privi di un contratto collettivo di lavoro e ricevevano una retribuzione molto bassa[9]. Ed è anche per questo che fin dall’inizio molti di essi rifiutano di munirsi del permesso di lavoro continuando a scavare per loro conto e vendendola a commercianti-mediatori che esistevano malgrado il monopolio concesso all’Eolia. Infatti, oltre ai lavoratori, l’altra categoria che veniva colpita dal contratto monopolistico erano i commercianti ed i mediatori di pomice che dovevano ridurre il loro giro d’affari perché l’Eolia trattava direttamente con gli importatori nazionali ed esteri[10]. Quindi erano diversi gli eoliani che non erano soddisfatti da questa soluzione e infatti diversi cittadini  faranno ricorso contro il contratto patrocinati, per lo più, dall’avv. Antonino Natoli La Rosa, fratello del vescovo Natoli[11].

E fu proprio respingendo uno di questi ricorsi che il Consiglio di Stato diede parere favorevole circa la validità del  Decreto reale del 5 gennaio 1889 con cui si riconosce al Comune il diritto di concedere in locazione le terre pomifere demaniali.

 

La gestione della società Eolia

 

I primi due anni di attività dell’Eolia, dal 1888 al 1890, furono positivi e le sue azioni inizialmente quotate a 250 lire ciascuna passarono a 450 e si vendettero non solo in Italia ma fino a New York. Poi cominciarono i contrasti perché la società tardava a pagare le quote dell’affitto alla scadenza continuando a evidenziare il fatto che non solo continuava l’escavazione abusiva di molti lavoratori in barba al monopolio ma che non sempre, si riusciva a fare valere, nei confronti di questi il contratto sottoscritto soprattutto per l’incertezza dei confini demaniali. Il primo scontro arriva il 25 maggio 1890 con il rifiuto della società di pagare la rata bimestrale ma, il 3 settembre la giunta ed il 10 il Consiglio, approvano un atto di transazione nel quale si decide di consegnare i terreni liberi demaniali incolti ( con qualche incertezza nei confini), i terreni demaniali che erano usurpati ma per i quali ormai vi erano i verbali di conciliazione approvati dal regio commissario e l’impegno di consegnare gli altri terreni demaniali, già usurpati, per i quali vi erano i verbali di conciliazione ma non ancora la firma del commissario.

Il fatto nuovo che dovette spingere l’Eolia alla transazione fu questo procedimento in corso che portava ad accertare il demanio comunale togliendo alibi agli abusivi.

Ma le controversie con gli operai continuavano ed il Pretore non sempre, in base ai documenti esistenti, riusciva a fare chiarezza. L’Eolia riprese così a protestare col Sindaco con due lettere del marzo 1891 e poco dopo sospese il pagamento del bimestre. Questa volta non c’era materia per nessuna transazione e si andò verso la risoluzione del contratto che venne dichiarato dalla Corte d’Appello con sentenza del 22-29 dicembre 1892.  La sua vita era stata di appena quattro anni.

Chiuso il contratto con la Eolia il Comune rientra  nel possesso dei giacimenti ed affida l’estrazione della pomice agli operai residenti pagandoli due lire per ogni quintale, affidandoli al controllo di nove vigili e di un capoguardia[12].

La vicenda ha uno strascico in relazione allo svincolo della cauzione che l’Eolia aveva prestato al Comune. Sul finire del 1899 questa non era stata riscossa e in Consiglio comunale ci si interroga sui motivi. Nella seduta consiliare del 12 gennaio 1900 il consigliere Giovanni Caserta, appartenente all’opposizione, lancia l’accusa: la ragione sta nell’esistenza di un forte conflitto d’interessi giacché  facevano parte della società Eolia, De Pasquale e Giuseppe La Rosa eredi a titolo universale dello zio avv. Rosario Rodriquez ed allo stesso tempo amministratori comunali e consiglieri comunali. Per questo l’amministrazione non si era costituita. 

Comunque la lunga diatriba col curatore fallimentare dell’Eolia si concluderà nel 1903 e nell’agosto di quell’anno il Consiglio Comunale approva la ripartizione della cauzione dell’Eolia destinandola oltre  a coprire il deficit del bilancio del 1903 e al pagamento degli onorari degli avvocati, al finanziamento di due opere pubbliche:il completamento del palazzo degli Uffici e la costruzione di serbatoi di acqua potabile.

Intanto un'altra richiesta di concessione  in monopolio avanzata dai signori Pietro Scouffos, console greco in Messina, Francesco M. Navone, vice console francese in Messina e avv. Edmondo Catania di Messina, arriva in Consiglio comunale il 14 luglio 1893. Di essa se ne discute per circa un anno ma non arrivò a formalizzarsi. E’ interessante notare che una parte significativa della discussione riguardò, dopo i fallimenti di Barthe e dell’Eolia, i terreni che potevano essere dati in concessione. L’avv. Emanuele Carnevale, intervenendo su questo tema sostenne che “la locazione dei demani comunali pomiciferi di Lipari, abbia a procedere per i terreni incolti, che sono stati sempre nel libero posseso del Comune, e per la consegna dei quali avvi il verbale relativo redatto dall’ing. Placido Catania ed inseriti nel contratto di transazione fatto tra il Comune e la società “L’Eolia” presso il notar Faraci in data del 3 settembre 1890, e per i terreni già regolarmente e definitivamente reintegrati. Per determinare questi con precisione, egli dice che occorre di attenersi strettamente all’ordinanza emessa dal signor Prefetto, quale commissario per gli affari demaniali, in data del 19 giugno 1891, ed a tutti gli atti di reintegra, in base e in virtù dei quali nessuna contestazione esiste e potrà esistere intorno al godimento dei terreni reintegrati, tra i quali bisogna includere quelli per cui seguirono le conciliazioni, con i patti e le obbligazioni ivi ammesse, e che riportarono l’approvazione dell’Autorità amministrativa e la sanzione sovrana”.

 

La richiesta di Haan

 

Non migliore esito avrà la richiesta  di Theodor Haan di Dresda del 5 aprile 1903 che chiede anch’esso il diritto di escavazione in monopolio per vent’anni sui terreni del demanio comunale. La richiesta si arena quando il consigliere  Giovanni Caserta pubblica su “La Sentinella “ di Messina un ampio dossier contro questo progetto supportato da una lettera che lo stesso Teodoro Haan scrive a possibili soci cofinanziatori affermando che l’affare che viene a proporre “ avrà un profitto netto del 20 per cento” e questo attraverso una forte riduzione delle spese di trasporto e di imballaggio che saranno svolte direttamente e non più attraverso intermediari locali. Aggiunge  che è ormai “ proprietario di tutte le miniere, incluse quelle del Comune di Lipari, legatosi con un contratto, per 20 anni, per consegnare a me l’intero prodotto delle sue miniere”. E vanta  il sicuro consenso del Comune – malgrado ancora il Consiglio non abbia preso alcuna decisione – grazie all’assistenza” di quattro persone interamente padrone della situazione e di procuratori degni di fiducia da cui ho avuto i documenti”.

  

Canneto,  in alto gli uffici della ditta Haan, qui sopra quelli della ditta Rhodes

L’informazione suscita clamore e più delle pagine e pagine del Caserta sono le righe di Haan a tacitare ogni voce di consenso dell’iniziativa, soprattutto in Consiglio comunale. Nessuno infatti vuole essere accusato di essere una di quelle “quattro o cinque persone interamente padrone della situazione”. Inoltre la lettera  faceva intendere che i danneggiati non sarebbero stati solo gli operai cavaioli ma anche i bottai che costruiscono casse e barili e gli armatori dei vaporetti che fino ad allora avevano trasportato la pomice . Questi ultimi, visto la crisi dei prodotti della vite per via della fillossera, facevano ormai affidamento soprattutto sul trasporto della pomice. Anzi era stato grazie a questa prospettiva che diversi armatori liparesi, a cominciare dal comandante Francesco La Cava, avevano potuto riconvertire il loro naviglio passando appunto dalla vela al vapore.[13]

Haan e compagni continuarono la loro  attività di industriali pomiciferi sfruttando solo le aree private che avevano già acquisito. E gli affari prosperarono tanto che nel 1909 presero in affitto un mulino per 12 anni. All’inizio del conflitto fu fatto un inventario dell’azienda è risultò una consistenza attiva di oltre 415 mila lire. Nell’aprile del 1915, col precipitare delle relazioni dell’Italia con l’impero austro germanico,  Haan chiuse la lavorazione e licenziò il personale. La gestione dell’azienda venne assunta dal procuratore Filippo De Pasquale. La ditta Haan continuò i rapporti con Lipari come distributrice della pomice in Germania, almeno sino agli anni ’70[14].



[1] I riferimenti per questo capitolo sono tratti – quando non riferito diversamente -  da G.Iacolino, indedito cit., quaderni  X e XI; G. Arena, L’economia delle isole Eolie dal 1544 al 1961, Messina 1982; M.Saija, La seconda controversia liparitana, in “Dal ‘constitutum’ alle ‘controversie liparitane’, Quaderni del Museo Archeologico Regionale Eoliano,n.2, Messina 1998; G. La Greca, La storia della pomice di Lipari. Dagli albori alle concessioni monopolistiche, Milazzo 2002; G.La Greca, La storia della pomice di Lipari. Dalla controversia con il vescovo Natoli all’avvio della legge sulla pomice, Lipari 2008; G. La Greca, La storia della pomice di Lipari. Volume III. Dal tentativo Haan alla legge del 1908, Lipari 2009.

[2] G.Iacolino, nota n. 32 a P.Campis, op.cit., pag. 465.

[3] G.La Greca, La storia della pomice di Lipari. Dagli albori alle concessioni monopolistiche, Milazzo 2003, pag.34.D.du Dolomieu, Viaggio alle Isole Lipari, Edizioni del Centro Studi Eoliano; L.Spallanzani, Destinazione Eolie (1788), Lipari 1993.

[4] G. Arena, op.cit., pag. 47.

[5] Ancora nel 1958 qualche anziano di Canneto ricordava questa prassi che comunque dovette andare avanti, parallelamente,  anche quando l’attività fu industrializzata.

[6] A.Natoli La Rosa, Prospetto descrittivo delle Isole Eolie, Palermo 1900, p.3. anche G.Arena , op.cit., pp 47-50.

[7] G.Arena, op. cit. pag.  47.

[8] Il test del contratto come i riferimenti ai Consigli comunali in G. La Greca, La storia della pomice di Lipari. Dagli albori alle concessioni monopolistiche, op.cit. pp.124-125.

[9] Lire 1 a quintale per pomici frantumi e lire 9  per le pomici grosse.

[10] G.Arena, op. cit., pag. 48.

[11] A.Natoli La Rosa, Studii Politico-sociali”, op. cit.

[12] L.S. d’ Austria, Le Isole Lipari, Volume VIII. Parte Generale. Praga 1894.

[13] M. Saija e A. Cervellera, Mercanti di mare, op. cit., pag.180.

[14] G. La Greca, La storia della pomice di Lipari, Vol.III. Dal tentativo Haan alla legge del 1908, Lipari 2009, pp.43-60.

 

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