La ricostruzione e riorganizzazione di Lipari

Lipari, una piccola comunità.

Piano Grec a dove probabilmente vivevano gli ultimi liparesi di Lingua greca quando arrivarono i Normanni.

Nella sua bolla , Papa Urbano, oltre all'osservazione che gli abitanti erano scarsi fornisce anche  un'altra notizia che riguarda la realtà territoriale e sociale di Lipari: “l'operosità dei monaci ha fatto affluire nell'isola moltissimi coloni”. Ma quanti abitanti poteva contare Lipari un decennio dopo l'arrivo dei monaci, nel 1094? Non più di 250 unità, osserva Iacolino[1], complessivamente una cinquantina di famiglie comprese quelle indigene che parlavano il greco. In dieci anni erano certamente cresciute se alla fondazione del Monastero non dovevano essere, gli abitanti, più di un centinaio: una cinquantina residenti a Piano Greca ed una cinquantina arrivati con Ambrogio ed i monaci. Un modesto seguito di  muratori, di fabbri e di assortite altre maestranze che dovevano attendere all'edificazione della chiesa e del convento, e – cosa assolutamente prioritaria – allo scavo di una cisterna comune. Quindi un gruppetto di primi coloni con sacchi e cestoni ricolmi di scorte alimentari, attrezzi da lavoro e seguiti da bestie da soma e da animali da fattoria.,

Probabile ricostruzione della chiesa col monastero.

Appena giunti ci si mise al lavoro per edificare il monastero e la chiesa proprio nel posto dove affioravano ben visibili i resti della chiesa bizantina e lo si fece utilizzando pietrame raccolto sul posto e blocchi monolitici asportati dalla cinta muraria greca che si intravedeva a tratti nella piana bassa prima di Diana. Ne risultò una modesta costruzione probabilmente di venti metri per sei ad aula unica. L'edificio aveva l'orientamento tradizionale: facciata a ponente e abside a levante che si concludeva con una cupoletta emisferica. Naturalmente niente campanile ma solo una campanella di bronzo appesa ad un cavalletto di tronchi.

 

Il monastero, la chiesa e la cisterna comune

Strada di accesso al Castello

Abbiamo accennato ad una cisterna comune che fu scavata al centro dell'abazia e che avrebbe dovuto raccogliere l'acqua piovana al servizio di tutta la comunità. Cisterna, che ampliata in tempi successivi, è giunta sino ai nostri giorni. Insieme alla chiesa si mise mano al  monastero addossato al fianco meridionale della chiesa stessa.  Un cenobio-fattoria costruito anch'esso in muratura ma con l'utilizzo di legname, intono ad un cortiletto scoperto non ancora circondato dal chiostro. A pianterreno doveva esserci un magazzino-cantina per le derrate ed il vino, la sala del refettorio, la cucina con un grande forno, la stalla; al primo piano le celle, l'archivio, l'infermeria e uno studiolo biblioteca che all'occorrenza fungeva da aula capitolare. Fuori dal complesso dell'abazia, a nord-est le case dei lavoratori che formavano il primo nucleo dell'abitato che era chiamato allora “terra” e “Terranova” fu chiamato questo primo quartiere con le case dei primi abitanti. Quando si parla di “case” bisogna pensare che queste allora avevano più sembianze del “pagliaio”: quattro muretti di pietre e pietrisco, il resto di frasche, tutto coperto da rami, canne e paglia. Di villaggi costituiti di pagliai in Sicilia se ne trovavano fino a qualche secolo fa; si pensi che Ustica nel '700 fu all'inizio un villaggio di pagliai.

Ma se questo era agli inizi Lipari, c'è però da pensare che la situazione nell'arco di qualche secolo evolvesse verso strutture più solide realizzate oltre che in pietra, calce e gesso anche con l'apporto di tronchi e di assi di legno. E presto dovette imporsi l'esigenza di tetti-terrazza in malta battuta per raccogliere l'acqua piovana. Rimase invece la struttura delle case addossate le une alle altre realizzando vicoli strettissimi e tortuosi che se da un lato erano pittoreschi dall'altra lasciavano a desiderare dal punto di vista igienico sanitario per l'accumulo della spazzatura e lo scorrere delle acque.

Il chiostro normanno. Ma qui si dovrebbe essere già nel XII secolo.

 

Il constitutum del 9 maggio 1095

 

A dieci anni dall'arrivo a Lipari certamente Ambrogio si trovò a fare un primo bilancio e si rese conto che la popolazione cresceva, ma a ritmi assai lenti. Inoltre il collegamento di Lipari a Patti faceva si che la gente privilegiasse le terre che si trovavano sulla costa giacché l'isola era ancora sinonimo di insicurezza e segregazione. Bisognava incentivare chi era disposto a venire a lavorare nelle isole[2]. Nacque così il constitutum del 9 maggio 1095[3].  Esso appartiene al genere della chartae divisae o partitae, dette così perché su due settori – alto e basso – dello stesso  foglio si stilavano due copie identiche che poi venivano staccate: una restava in mano al signore concedente, l'altra veniva consegnata al rappresentante dei beneficiari. Gli storici attribuiscono una grande importanza a questo documento che si trova nell'archivio della Diocesi di Patti e la ricordano come la protocharta siciliana per la fondazione di un comune.

Copia del constitutum conservata nell'archivio della diocesi di Patti.

L'XI secolo è il secolo in cui in Italia ed in Europa nascono i Comuni come forma di governo e di organizzazione che supera il feudalesimo. Si ripropose allora il fenomeno dell'urbanesimo; nelle città in crescita lo sviluppo del sistema manifatturiero e commerciale modificò le basi della ricchezza e del potere politico, si formarono nuovi ceti borghesi, i contadini inurbati si trasformarono in artigiani, ma anche i nobili e gli ecclesiastici modificarono le loro attitudini economiche. Via via che le città si ingrandivano, i cittadini più facoltosi e potenti rivendicavano la libertà di governo, tollerando sempre meno l'autorità del signore feudale o quella del vescovo o quella più lontana dell'imperatore. Tale fenomeno, che portò alla nascita dei comuni, si manifestò in tutta Europa, ma in modi differenti da zona a zona, da città a città. L'area tedesca e quella dell'Italia settentrionale e centrale furono le zone del continente nelle quali si radicò maggiormente l'esperienza storica dei Comuni. L'organizzazione politica che si diedero i Comuni prevedeva l'elezione di rappresentanti in un consiglio della città e l'approvazione di statuti che ne regolavano la vita sociale e politica.

Certamente se si vuole pensare che a Lipari con quel documento nasce un vero e proprio comune si compirebbe un errore. Ambrogio è ancora a tutti gli effetti un signore feudale ma si comporta come un signore illuminato che viene a patti con i sudditi e stabilisce ( patteggia) con loro diritti e doveri. In particolare il patto è che Ambrogio concede dei diritti sulla terra a chi la lavora per un certo tempo in cambio di un periodico versamento a Dio e San Bartolomeo delle decime dei prodotti agricoli e della pesca e – sebbene non specificato nel constitutum liparese – l'obbligo di prendere le armi nella deprecata eventualità di una incursione che giungesse dal mare. Quali sono questi diritti? A Lipari dove, oltre ai timori dell'isolamento, le colture erano meno remunerative, si dava libero accesso a tutte le etnie: lombardi e italici, normanni, greci ed arabi. L'assegnazione delle terre non comportava prestazioni dovute e gratuite di servizi a vantaggio del Monastero. Esenti a tutti gli effetti erano i coloni anche per quanto riguardava pagamenti di censo e di canone di affitto; anzi, l'appezzamento concesso, dopo tre anni di dimora continuata del beneficio, diveniva proprietà assoluta del coltivatore e dei suoi eredi; i quali avevano il diritto di vendere liberamente il podere a uomini del luogo. Maturato un solo anno di residenza, ognuno aveva facoltà di vendere “il frutto del suo lavoro, cioé : la casa costruita, la vigna piantata, la cisterna scavata, o altre simile cose; ma non avrebbe potuto vedere la terra che gli era stata conceduta”.

 

I constitutum di Patti e Librizzi

 

Veduta di Librizzi

La situazione di particolare favore accordata ai coloni di Lipari emerge dal raffronto con il constitutum di Patti[4] che dovrebbe ( manca l'originale ed abbiamo solo un trascritto senza che indichi la data) essere di poco posteriore a quello di Lipari. Definendo il constitutum di Patti, Ambrogio doveva avere in mente due obiettivi: moderare la corrente degli immigrati inducendoli a preferire le isole; rafforzare l'elemento latino nella popolazione per erigere un baluardo contro la possibile insubordinazione dei mussulmani e dei bizantini. In più si faceva obbligo ai coloni della terraferma, di offrire sostegno militare ai Liparesi in caso di emergenza di guerra o, cosa più probabile, di aggressione banditesca da parte dei predoni musulmani-berberi dell'Africa settentrionale.

Il constitutum di Librizzi[5] è di dieci anni dopo, infatti porta la data dell'8 luglio 1117. Sulla montagna di Librizzi risiedeva il gruppo più compatto di villani soggetti all'Abazia di Lipari e Patti, che – per prassi consolidata – sopportava oneri gravosissimi che però non dovevano essere più pesanti di quelli che subivano villani ed anche coloni di altre parti della Sicilia. Dopo avere ascoltato i villani ed essersi consultato con i monaci, Ambrogio stabilisce che essi lavorassero tre settimane al mese “ a profitto loro e dei loro figli” ed una sola a servizio del Monastero. I villani si sentirono così tanto beneficati che spontaneamente vollero che si aggiungesse, a vantaggio del Monastero, quaranta giornate l'anno per la semina con i propri bovi aggiogati e una giornata per la mietitura, tre giornate per la vendemmia o in occasione di altre necessità del Monastero.      

E' importante cogliere            nel constitutum di Librizzi un elemento. I nomi dei monaci e dei mallevatori nominati sono greci, franco-normanni, arabi, e italici a dimostrazione non solo di un importante processo di integrazione fra etnie diverse ma anche di tolleranza. L'arabo citato è Filippo, un monaco di stanza a Lipari, apostata islamico, indice che questa tolleranza era operante anche verso la minoranza islamica[6].                  

 



[1]              Idem, pag.69.

[2]              Secondo Luciano Catalioto la differenza di trattamento fra chi si trovava già a Lipari - a cui la terra veniva data in proprietà perpetua immediatamente a semplice richiesta, esenti da tributi e prestazioni di servizio – e chi sarebbe venuto in seguito al Constitutum che l'avrebbe ricevuta in eredità solo dopo tre anni di residenza, sarebbe  un chiaro segno del fatto che “l'urgenza del ripopolamento era rapidamente venuta meno e che il flusso migratorio, alimentato da incentivi evidentemente allettanti, aveva superato ogni aspettativa ed invertito la tendenza”, L. Catalioto, IL Vescovato di Lipari-Patti, op.cit. Pag.58.

[3]              Idem, pag. 54-56.Il testo in lingua latina si può leggere in L: Catalioto, Il Vescovato di Lipari-Pattti, op.cit. Pag. 179-180.

[4]              Idem. 56.

[5]              Idem, pag. 59. Il testo latino in L. Catalioto, Il Vescovato di Lipari-Patti, op.cit. 189-190.

[6]              L.Catalioto, op.cit. Pag. 46.

 

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